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venerdì 10 agosto 2012

Antropocentrismo, ecco il vero nemico dell'uomo!



“Lungi dall’essere il più sociale dei viventi, l’uomo è per natura il più antisociale di tutti. L’umanità si scanna con le sue mani, perisce con la guerra, tanto contraria e ripugnante alla natura, quanto il suicidio. Che una specie ne distrugga un’altra si può forse ritenere parte dell’ordo rerum, ma che una specie distrugga e consumi regolarmente se stessa è privilegio dell’uomo”
(Giacomo Leopardi)



Nessuna specie potrebbe maturare la deviazione di sentirsi al centro dell’universo.


Da dove nasce l’idea che la specie umana sia sostanzialmente superiore alle altre specie animali e che l’uomo abbia il diritto e la legittimità ad utilizzare, sottomettere, schiavizzare, uccidere a suo piacimento ogni altra specie animale considerandola senza valore proprio, senza sentimenti e senza diritti?

Se immaginiamo un altro pianeta in qualche angolo sperduto dell’universo in cui la creatura più astuta crede che il Tutto sia stato creato in sua funzione e che gli altri esseri siano a sua disposizione, sicuramente penseremmo che quella creatura è perniciosa oltre che fuori di testa.


Il concetto antropocentrico sembra sia connaturato con l’uomo. Da quando si accorse di essere la creatura più astuta e più capace di organizzazione l’uomo rivolse gli occhi al cielo e ringraziò la divinità per essere stata benigna nei suoi confronti, si convinse che Dio fosse dalla sua parte e tradusse questa sua visione in regole e dottrine. Ma indipendentemente da una visione religiosa, ogni popolo della terra, da quelli tecnologicamente più avanzati alle popolazioni che ancora vivono allo stato primordiale, sfrutta e uccide gli animali per ogni sua necessità, secondo la impietosa legge naturale del più forte che domina il più debole.


Spostare la pratica sacrificale dall’uomo agli animali fu per la gente di Mosè un notevole passo in avanti; purtroppo l’umanità è rimasta ancorata a principi primordiali e profondamente condizionata dalla dottrina delle tre religioni monoteiste che più di altre rivendicano il primato dell’uomo sulla natura per l’avvallo dato da Dio in Genesi 9,3 e che trova compiacenza in un mondo di crapuloni e mangiatori di bistecche convinti che, per compiacenza di Dio, oltre al piacere della gola ci si guadagna anche il paradiso.


Il danno che ne viene dalla visione antropocentrica è di proporzioni apocalittiche perché abitua l’essere umano al deprezzamento di tutto ciò che non è specie umana e lo inclina alla legge della supremazia del forte sul debole. La violenza verso ogni forma di vita, l’indifferenza verso la sofferenza degli animali, l’abitudine all’animalicidio, alla vista del sangue, il disprezzo del dolore altrui, inclina inevitabilmente alla violenza verso gli umani e quindi al predominio, alla guerra, alla sottomissione di chi si considera meno intelligente secondo il concetto aristotelico (ereditato appieno dalle religioni di stampo ebraico e non solo) per il quale i deboli sono destinati a servire i forti, gli schiavi fatti per i padroni, , i negri per i bianchi, le donne per gli uomini.


In natura non esiste l’antropocentrismo la cui arrogante motivazione primaria fu forse il tentativo di allontanare l’uomo da comportamenti predatori e incanalarlo verso espressioni sociali meno violenti, “animalesche”; ma costituì e costituisce il più grande ostacolo alla conoscenza dell’ordine cosmico. L’universo sarebbe tale anche senza il pianeta terra.


La cultura antropocentrica, sempre parallela con l’arcaica teorica geocentrica, genera egoismo, individualismo, materialismo, irrazionalismo, perché l’individuo percepisce tutto in funzione di se stesso. Mettere al centro dell’universo l’uomo è come credere che la goccia sia l’oceano, che il granello il deserto, che il filo d’erba sia l’intera vegetazione terrestre.

Meglio avere cento dubbi che una sola falsa certezza.


Franco Libero Manco

sabato 10 marzo 2012

Franco Libero Manco: "Quel cane.. è un povero Cristo.."




Qual'è la differenza?

Nessuna sofferenza, come quella di un animale, vittima dell’egoismo e della malvagità umana, mi ricorda la passione e la morte di Cristo.

Nell’animale immerso totalmente in se stesso, vedo il Cristo nel profondo silenzio della preghiera.

Nell’ingratitudine verso il cane abbandonato ad una sorte ingiusta e crudele io vedo la cosmica solitudine del Cristo.

Nell’agonia degli animali nei vagoni blindati, esausti, arsi dal sole rovente e sospinti come marciume, io vedo Cristo sulla via del Golgota.

Nel mite agnellino venduto per pochi soldi al macellaio io vedo il tradimento di Giuda e poi Pilato placare la folla, avida di sangue, nel consegnare Cristo nelle mani dei carnefici.

Nel possente cavallo fiaccato dal pungolo scoccante della frusta e dai sordidi colpi di bastone io vedo il Cristo sotto il peso lacerante della croce.

Nella smorfia di dolore di una scimmia con gli elettrodi conficcati nel cervello, negli occhi sbalorditi di un gatto inchiodato sul banco in uno stabulario, nelle membra contratte di una cavia con l’addome aperto da una lama io vedo il Cristo inchiodato sulla croce.

Nella bellezza del vitello e nella sua mitezza disprezzata e profanata vedo il Cristo ridotto ad un ammasso di brandelli grondanti sangue.

Nell’uomo del peccato originale, di arrogata figliolanza divina, vedo il disprezzo del dolore inferto a creature innocenti; ma nella semplicità del cuore degli animali, nella dolcezza dei loro occhi io vedo quell’amore incondizionato invocato da Cristo e che l’uomo ancora non sa vivere.

Nessuna esperienza umana, come quella di un animale, scacciato, rinnegato, bastonato, tradito, umiliato, ferito, ucciso, mi ricorda la nascita e la morte di Cristo: forse perché nacque in una stalla e morì, come muore un animale, solo nel suo universale ed incontenibile dolore, senza possibilità di essere aiutato.

Ma i preti dicono che il paradiso non è per gli animali, vittime inermi ed innocenti, capaci di amare, ma per l’uomo spergiuro e deicida, artefice di quell’inferno cui ogni giorno condanna milioni di suoi fratelli animali.

Franco Libero Manco

mercoledì 7 marzo 2012

Aborto: strage degli innocenti continuata... di Franco Libero Manco, vegetariano ed universalista



50 milioni di aborti l’anno nel mondo; il 30% di questi nel 2008 si regista in Europa, contro una media mondiale del 21%. Secondo i dati del Ministero della Salute inerenti la legge 194, in Italia si praticano 7,2 aborti ogni mille donne e più del 30% di questi sono richiesti da immigrate.

I dati presentati al Parlamento italiano, relativi la coltivazione in vitro di embrioni umani, fanno rabbrividire. Nei primi sei mesi del 2009, secondo i dati ufficiali riportati nella relazione del Ministero della Salute del 28.6.2011, il numero degli embrioni umani congelati è aumentato di dieci volte passando da 763 a 7.337. Embrioni umani formati con le tecniche della fecondazione artificiale e che, non essendo stati poi “utilizzati” sono stati congelati con le tecniche della crioconservazione in azoto, praticamente messi in freezer e destinati a morire.

Questi sono solo i dati ufficiali e se si considera quelli nascosti e i dati degli anni precedenti le cifre assumono il carattere di un vero e proprio massacro legalizzato, senza che mai vi sia da parte dei mezzi di informazione la giusta rilevanza a questo scottante problema che riguarda la coscienza, il senso di giustizia e la civiltà di un popolo.

La legge italiana sulla fecondazione artificiale del 2004 aveva previsto il divieto del congelamento degli embrioni umani proprio in difesa della vita fin dal concepimento. Però nel maggio del 2009 con la sentenza 151 i giudici della Corte Costituzionale hanno dichiarato incostituzionale quella parte di legge che vietava il congelamento degli embrioni, mentre altri magistrati legittimavano l’utilizzo della pillola abortiva, cioè dell’aborto in casa.

La morte di questi esseri sacrificati sull’altare dell’egoismo umano pesa inesorabilmente sulla coscienza di tutti: di coloro che ne sono gli autori e di coloro che non fanno nulla per combattere questa pratica crudele.

Io credo che la vita abbia in se un valore sacro e inprofanabile, che la vita sia la cosa più straordinaria e stupefacente dell’universo, indipendentemente dalla forma fisica che la racchiude e che vada difesa e tutelata dall’embrione al feto, dal moscerino alla balena. L’uomo non può disprezzare il miracolo più stupefacente dell’universo al punto da distruggerlo per egoismo.

A proposito di aborto madre Teresa diceva: “Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio…”.Il bambino come ogni cucciolo non ancora nato è il più debole tra i deboli di tutte le creature, il più indifeso, il più inerme.

Nessuno ha il diritto di disporre della vita di un altro essere vivente. La vita del bambino che cresce nella madre non appartiene alla madre ma alla Vita e la vita, per noi universalisti, è inviolabile, quella degli umani come quella dei non umani, altrimenti noi stessi saremmo artefici di quella cultura (che cerchiamo di combattere) disumana, insensibile e crudele, incapace di condividere la sofferenza dell'altro e di porsi in difesa di coloro che non possono difendersi.

Arrogarsi l’arbitrio di essere artefici della vita o della morte di un’altra creatura, senza estrema necessità di sopravvivenza, è un crimine contro la Vita. Non si tratta di impedire alla donna di abortire a causa di una gravidanza indesiderata o, nel caso estremo, a causa di una violenza sessuale subita, ma di porre le basi per una nuova consapevolezza umana più giusta e sensibile, più capace di condividere le necessità vitali dell'altro nel rifiuto, a priori, di qualunque forma di violenza. Si tratta invece di dissociarsi (o almeno non condividere) il principio del ricorso alla pratica dell'aborto, perché a danno di un essere incapace di difendersi. La logica del ricorso all'aborto è in antitesi con i principi del Movimento Universalista che, nella cultura della prevenzione, cerca di intervenire sulle cause del male al di là del meccanismo sintomatologico della logica dominante.

Libertà di aborto incondizionato è un termine molto, troppo pericoloso e non appartiene alla nostra causa che ha come padri spirituali Gandhi e Capitini. In caso di incesto, stupro, violenza sessuale o comprovata malformità del feto, solo in questi casi la donna, a mio avviso dovrebbe avere la possibilità di abortire.

Chiunque, a livello personale, è libero di conservare le proprie convinzioni in materia di aborto, ma nessun movimento vegetariano-animalista (che ha fatto della nonviolenza universale e della valorizzazione della vita, in tutte le sue espressioni, la sua bandiera) può schierarsi a favore dell'aborto. Io sono un uomo e posso non sapere cosa prova una donna di fronte alla terribile scelta di voler o dover abortire, ma di una cosa sono certo: sarò sempre dalla parte della vittima.

Franco Libero Manco

mercoledì 29 febbraio 2012

Veterinari, vegetariani per amore o per forza...



Allo stesso modo del medico generico che sceglie questa professione per alleviare le sofferenze degli umani, l’opera del veterinario è quella di prestare cura e soccorso agli animali, prodigarsi per il loro bene, tutelarli dalla sofferenza o peggio ancora dalla morte. Di conseguenza il veterinario, se cura con passione e amore un animale bisognoso di assistenza, non può che essere vegetariano; se invece usa mangiare la carne inevitabilmente causa agli stessi animali che cura la pena suprema della macellazione e quindi dolore e agonia, e questo è a dir poco un paradosso perché una mano non può accarezzare e l’altra colpire.

Ma come un medico generico non lascerebbe torturare un suo simile e tantomeno lasciarlo uccidere, come può un veterinario, che cura (si presume) con amore gli animali, considerare normale poi mangiarseli a tavola?

Come può mangiare lo stesso fegato che ha curato, lo stesso muscolo, lo stesso arto e non essere preso da sgomento e disgusto? E come è possibile avvicinarsi con amore e dedizione verso un animale se si nutre la convinzione che quella creatura possa essere fatta a pezzi e cucinata?

Il veterinario dovrebbe essere tra i palatini della causa vegetariana, il maggiore difensore dei diritti animali; succede invece che tra i simpatizzanti della causa vegetariana-animalista professionisti di ogni estrazione e di ogni categoria, vi sono medici chirurghi, psicologi, pediatri, chimici, biologi, ecc. ecc. ma stranamente a questa lista non compare mai (o quasi mai) la professione di veterinario.

Non si lamentino poi i veterinari se in qualche modo si sentono medici di serie B: fino a quando considereranno gli animali pazienti di serie B rispetto agli umani questi continueranno a considerare tale la loro professione rispetto alle altre categorie di medici.

Franco Libero Manco

giovedì 22 dicembre 2011

Franco Libero Manco: "Tortura e violenza come sistema di vita... mangiando cadaveri"



Non esiste crimine più imperdonabile della sistematica e millenaria sopraffazione dell’uomo sull’animale.

L’uomo ha trasformato la terra in un inferno, un luogo di terrore e di tormento per gli animali: ha disseminato stabulari, macellerie, concerie, istituti di sperimentazione; ha riempito i frigoriferi e le sue dispense di ossa e parti smembrate dei poveri animali uccisi senza pietà e senza che mai si levasse dal suo cuore un senso di ripulsa e di vergogna. L’uomo è diventato un torturatore implacabile, un boia spietato di buoi, di cavalli, di maiali, di teneri agnelli, di incantevoli pennuti, di pesci bellissimi, di esseri miti e aggraziati, pacifici, inoffensivi e ha degradato se stesso simile a belva assetata di sangue e affamata di cadaveri.

Da essere dotato di emotività, sensibilità e senso estetico si è trasformato in un malefico cannibale rozzo e spietato. Abbiamo trasformato i miti e dolcissimi vitelli dalla struggente bellezza e innocenza, le orgogliose galline, gli spavaldi puledri, i risoluti ed intelligenti porcellini, i teneri conigli, in cose da smembrare, triturare, fare a pezzi, arrostire, bollire per scaricarli nella fogna dopo essere passati attraverso il nostro stomaco insaziabile e vorace. Mai al mondo gli animali sono stati trattati dall’uomo in questo modo infame e disumano.

Urla di disperazione si levano ogni istante dai milioni di scannatoi sparsi in tutto il mondo e mai le vittime sono state così sistematicamente assoggettate; mai depravazione umana raggiunge i suoi massimi livelli come in un mattatoio. Esseri che non hanno che gli occhi per piangere e il cuore per soffrire spaventati a morte per le pene incomprensibili a loro inflitte. Esseri che non hanno la capacità di farsi capire nel nostro linguaggio, che non hanno avvocati, sindacati che li difendano, non c’è amnesty international per gli animali, non ci sono angeli o santi che vengono in loro aiuto: l’animale è solo nel suo sconfinato universo di dolore, inerme nelle mani predaci dell’uomo. L’animale che ci guarda, con la trepida speranza di essere lasciato in pace, non sospetta che nella mente dell’uomo alberghino piani così diabolici e sconvolgenti.

E i veleni della carne ostruiscono non solo le arterie del nostro corpo ma i canali della saggezza, della sensibilità, della spontanea compassione verso le vittime del suo stupido, insensato e spietato egoismo. Ogni giorno, 365 giorni all’anno, 300 milioni di animali trovano la morte a causa dell’uomo: un coro planetario di urla disumane, imploranti, strazianti si levano inascoltate verso questo mostro sanguinario che tutto sa sacrificare per non rinunciare al piacere del palato. La carne urla e le peggiori malattie dell’uomo sono l’effetto della tremenda nemesi karmica che l’uomo attira su di se e condanna se stesso ad un destino di dolore. Lo schifo ed il ribrezzo che derivano da tali azioni superano di gran lunga ogni possibile proposito positivo.

Per millenni abbiamo costretto gli animali a lavorare per noi come schiavi ed essi, nella loro sacrale ed inoffensiva docilità, hanno obbedito pazienti e rassegnati alla tirannide umana sopportando fatiche immani, fame, tormenti, il castigo del bastone e della frusta; li abbiamo coinvolti nelle mille e sanguinarie guerre fratricide; li abbiamo tenuti in prigione, in posti orribili per tutta la loro breve e infausta esistenza; abbiamo immobilizzato i giocosi vitelli impedendo loro l’innato ed irrefrenabile desiderio di correre e di giocare; li abbiamo castrati, mutilati, tosati, li abbiamo alimentati con cibi schifosi, li abbiamo privati dell’erba, della luce del sole; abbiamo annullato la loro dignità; li abbiamo imbottiti di farmaci per impedire che muoiano prima che giungano al mattatoio; abbiamo tolto alle madri i loro piccoli mentre i loro occhi si riempivano di lacrime; li abbiamo caricati a forza sui camion blindati e li abbiamo portati nell’inferno dei mattatoi dove l’odore del sangue e la vista dei loro compagni di sventura uncinati, sventrati, fatti a pezzi, smembrati, spellati, spesso ancora vivi, li ha fatti schiantare dal terrore. E ora abbiamo il coraggio di addentare quella maledetta, disgustosa, puzzolente, putrescente parte di cadavere che nessun condimento potrà mai rendere digeribile alla nostra coscienza. E abbiamo anche il coraggio di dare ai nostri bambini questo pasto mortifero. Siano fatte visitare ai bambini le stalle e poi i mattatoi; sia loro spiegato che le bistecche, il prosciutto o la coscia di pollo non crescono sui prati come le margherite o sugli alberi come i frutti. Il crimine della peggiore condizione umana è quello di dare ai bambini da mangiare gli animali che amano.

E non c’è opera meritoria dell’uomo che possa neutralizzare gli effetti di questa immane, folle, insensata, sistematica, criminale carneficina di esseri indifesi, innocenti, miti, generosi, buoni, belli, pazienti. Questo non trova alcun perdono sotto nessun cielo dell’universo.

Ma chi mangia cadaveri si cadaverizza. E’ una regola implacabile. In un costante e dissennato suicidio collettivo ci si ciba di animali morti, di cadaverina, di masse virali, di tessuti in decomposizione. Mangiamo i loro reni, il loro fegato, il loro cuore, il loro cervello, i loro intestini, le loro gambe, la loro lingua, la loro coda, i loro testicoli. Ogni piatto di carne porta con se un messaggio di morte: è un crimine contro la vita e contro l’integrità del nostro organismo di animali fruttariani. Ma anche gli animali hanno un Dio e prima o poi la loro sofferenza ricade sui massacratori e sui mandanti, cioè i mangiatori di carne, e su coloro che ne fomentano l’utilizzo. Ma ciò che mi sconvolge, che mi fa impazzire, che devasta il mio equilibrio e valica ogni mia possibile giustificazione è che tutto questo avviene con l’avallo, la giustificazione e la benedizione di santa romana chiesa, delle religioni specialmente di ceppo ebraico e di ogni altra religione o educatore religioso che ne fa parte. Ed io ne provo vergogna e orrore ad essere della stessa specie di coloro giustificano questo stato di cose. L’uomo non ha ancora i titoli per essere considerato tale.

Franco Libero Manco

giovedì 21 aprile 2011

La spiritualità laica e l'inconsistenza del teismo, delle religioni ideologiche, dei miti, delle leggende e delle teorie cosmologiche ...



Il contrasto verbale ed ideologico che spesso sorge tra il libero pensatore e il devoto di una qualunque religione è che il primo non accetta come veritieri tutti gli enunciati dei testi religiosi, oppure considera le scritture come prescrizioni da adattare al continuo mutare delle esigenze morali, storiche e spirituali della gente; mentre il secondo ritiene le Scritture verità immutabili nel tempo. Il quesito è: se le dottrine sono soggette al mutare degli eventi, quali aspetti possono essere modificati, ampliati? Se invece si accetta fideisticamente inalterabili le leggi e le regole, come giustificare le molte innovazioni apportate nel tempo, ad esempio, nella dottrina cattolica? Come le seguenti:

- la preghiera per i morti e il segno della croce furono adottate ufficialmente intorno al 500 d.C.;
- il termine Papa, che significa padre, entra in vigore nel 610;
- l’adorazione della croce, delle immagini e delle reliquie fu adottata nel 787;
- il celibato dei preti fu imposto da Gregorio VII nell’anno 1074;
- la confessione auricolare fu istituita da papa Innocenzo III durante il concilio Laterano del 1215;
- il battesimo per aspersione divenne legale con il concilio di Ravenna nell’anno 1311;
- i 7 sacramenti furono sanciti dal concilio di Firenze nel 1439;
- il credo cattolico fu istituito da Pio IV nel 1560;
- il dogma dell’infallibilità del Papa fu proclamato da Pio IX nel 1870.

Ma oltre a queste molte sono state le cose superate:
- l’Inquisizione che fu istituita dal concilio di Verona nel 1184;
- l’uso della tortura permessa da Innocenzo IV (1243-1254) con la bolla Extirpanda;
- la schiavitù legittimata da Niccolò V (1447-1455) con la bolla “Divino amore communiti”;
- le indulgenze che furono concesse per la prima volta nell’850 da papa Leone IV: la vendita delle stesse iniziò nel 1190 e durò fino all’epoca della Riforma;
- la lettura della Bibbia che era proibita al popolo fin dal concilio di Tolosa del 1229;
“Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra.” (Es. 20,4).

E ancora, le cose superate dell’Antico Testamento:
“Colui che percuote suo padre o sua madre sia messo a morte.” (Es. 21,15).
“Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte.” (Lev. 21,17).
“Non lascerai vivere colei che pratica la magia.” (Lev. 22,17).
“Chiunque farà un lavoro di sabato sarà messo a morte.” (Es. 31,15).
“Non vi taglierete i capelli in tondo ai lati del capo, né deturperai ai lati la tua barba.” (Lev. 19,27).”
Se uno commette adulterio con la moglie del prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte.” (Lev.20,10).
“Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due dovranno essere messi a morte.” (Lev. 20,13).
“Se uno ha rapporto con una donna durante le sue regole, tutti e due saranno eliminati dal loro popolo.” (Lev.20,18).
“Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare.” (Lev. 24,16).
“La donna non si metterà un indumento da uomo, né l’ uomo indosserà una veste: perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore.” (Dt 22,5).
“Se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre allora tutti gli uomini della sua città lo lapideranno ed egli morirà…” (Dt 21,18)

Se molte innovazioni sono state apportate e molte prescrizioni sono state superate perché non superare anche l’ingiusta, crudele e sanguinaria usanza di mangiare animali? Probabilmente per il semplice fatto che il massacro di 50 miliardi di esseri senzienti, urlanti, piangenti, per la stragrande maggioranza dei religiosi non esiste come problema.

Diverse centinaia di piccoli satelliti sono nati dalla religione cristiana, oggi se ne contano ben 30.000 diverse denominazioni. Ognuna di queste è profondamente convinta che solo la sua visione è la più giusta, la più vicina al pensiero di Gesù. Cercare di dialogare con alcuni fedeli di certe comunità religiose a volte è impresa ardua. Chi ha ragione? Certo ognuno segue il sentiero religioso che più sente in sintonia con le proprie aspettative. In questo caso l’individuo adatta l’oggetto di riferimento a se stesso piuttosto che adattare se stesso all’ideale superiore. Cioè, se la dottrina della propria religione prescrivesse (per assurdo) che i fedeli debbano tagliarsi una mano a testimonianza della loro fede, accetterebbero? Oppure metterebbero in moto il loro senso critico? Se la logica di Dio mi porta alla guerra io ho il dovere di disobbedire? Se Dio autorizza l’uccisione degli animali non dimostra forse di disprezzare la sua stessa opera ed essere in antitesi con se stesso?

Se Dio ci ha dato un cervello è segno che vuole che lo facciamo funzionare; allo stesso modo se ci ha dato una coscienza lo scopo è quello di cercare di ampliare la sfera della nostra compassione. La vera logica però è solo quella che non è di parte: è quella che ha una visione universalista il cui intento è il bene e l’evoluzione di tutte le cose (altrimenti Dio perché le avrebbe create)? Trincerarsi dietro una visione parziale significa escludere dal proprio orizzonte tutto il resto e soprattutto negare l’inevitabile interazione ed evoluzione cui sono soggette per legge universale tutte le cose, compreso il pensiero, la sensibilità umana, il senso di giustizia, di rispetto verso l’altro, l’intrinseco valore delle diversità, la sacralità della vita in qualunque forma fisica si manifesti.

Chi si attiene strettamente alle parole del suo Profeta o del suo Iniziato dovrebbe avere la coerenza di applicare integralmente il suo insegnamento, non solo ciò che è conforme alle sue personali convinzioni o ciò che gli torna comodo, senza cercare patetiche scappatoie con la solita solfa che l’essere umano è debole e imperfetto. Se fossimo nati in Cina seguiremmo con lo stesso ardore la dottrina del Tao? Se in india l’induismo? Se in Iran lo zoroastrismo? Se nel Tibet il buddismo? Il luteranesimo, il calvinismo e cos’ via?

Ciò che la stragrande maggioranza dei religiosi spesso si rifiuta di comprendere è che nulla di ciò che è stato scritto o detto dai profeti è valido in eterno: se così fosse nulla potrebbe evolvere. Per ogni cosa c’è un tempo stabilito. I dettami e le regole spirituali o religiose vengono prescritte per quella particolare popolazione nel suo particolare contesto storico, culturale, morale e spirituale, diversamente sarebbe come parlare della teoria dei Quanti ad un popolo indigeno. I Profeti hanno gettato il seme, ma guai a concentrarsi sul seme dimenticando che deve diventare pianta e dare i suoi frutti.

Se fare la volontà di Dio contraddice la logica del bene universale allora ho il dovere di disobbedire alla regola. Anche se, come si dice, la mia logica può non coincidere con la logica di Dio. Ma se le leggi sono fatte per l’uomo e per il creato non devono forse tornare a loro beneficio?

Il fondamento della fede nelle religioni monoteiste è quello di credere nella parola rivelata: chi crede si salva chi non crede è condannato. Questa politica di accettazione passiva a credere in ciò che ad altri è stato rivelato genera sonnolenza alla parte creativa dell’uomo, fiacca il pensiero e preclude l’autodeterminazione. Credere passivamente nel dogma libera dall’impegno di dover ragionare. Questo delegare ad altri ciò che riguarda la nostra vita, il prendere a scatola chiusa ciò che non si comprende né magari si condivide, parte dal presupposto che io, uomo qualunque, non sono in grado di capire ciò che è bene per me stesso da ciò che mi danneggia al punto che altri sono autorizzati ad impormelo “per il mio bene” (come è successo in passato e succede anche oggi in alcune religioni estremiste). Molti infatti sono stati sterminati per aver osato mettere in dubbio la parola rivelata, ma un fatto è credere in Dio un’altro è credere in ciò che sta scritto o interpretato dall’uomo. Io considero dannoso dover accettare per fede ciò che la mente rifiuta per mancanza di logica, positiva.

Dove sono i doni promessi dei quali Dio doveva colmare coloro che avrebbero creduto alla Parola? Dov’è la terra promessa dove scorre “latte e miele”; dov’è l’abbondanza e la pace promessa? Le popolazioni che rivendicano la “primogenitura” sono forse nella sostanza migliori di altre? vivono forse nella pace e nel benessere rispetto a coloro che magari non hanno neppure sentito parlare della Torà, del Vangelo o del Corano? In realtà ogni popolo ha le religione più adatta al suo cammino evolutivo, finché gli uomini avranno bisogno di una religione. Credere o no all’esistenza di Dio sarà un dubbio che resterà per sempre perché non sarà mai possibile dimostrare l’una o l’altra tesi. Ma il dubbio è ciò che fa progredire perché fa dell’individuo un elemento volitivo, pensante, ciò che ha fatto progredire l’umanità, che ha consentito alla scienza di svilupparsi, di abbattere le dittature, mentre le certezze assolute, quanto parziali, sono sempre state la base di ogni sventura. Già Socrate affermava che non era certo di nulla e i post socratici addirittura dicevano che non erano certi nemmeno di essere incerti.

L’errore di fondo delle religioni sta nel credere che ciò che è stato sancito in un contesto storico-sociale per una particolare popolazione in circostanze contingenti possa avere valore imperituro e che debba essere applicato ad ogni popolo ed in ogni periodo storico.

Vi è in tutto questo una esasperata differenziazione tra i buoni ed i cattivi: i primi destinati al paradiso i secondi all’inferno. Ma sappiano bene che tra il nero e il bianco vi sono infinite sfumature intermedie e che non è possibile separare nettamente i buoni dai cattivi, come non è possibile stabilire dove finisce il giorno e inizia la notte; infinite sono infatti le circostanze per cui un individuo diventa cattivo, anche se l’uomo è sempre responsabile delle sue azioni.

A me sembra notevole la differenza di peso tra Gesù e qualunque altro Profeta o Iniziato di qualunque altra grande religione. Ma ognuno ha la sua visione delle cose. Però siccome le religioni sono tutti raggi della stessa ruota al cui centro sta lo stesso Dio, e che la vera religione è solo quella dello spirito rigenerato dall’amore universale, ciò che conta è il bene di tutte le cose e questo viene solo se l’uomo vive onestamente, con giustizia, bontà e altruismo. “Il di più viene dal maligno”.

Franco Libero Manco

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Specifici articoli sulla Spiritualità Laica

http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=spiritualit%C3%A0+laica

venerdì 28 gennaio 2011

Intelligenza selettiva e test etico-psico attitudinali per i politici



Non facciamo come gli americani....

Come per svolgere servizi pubblici, sia a livello impiegatizio che dirigenziale, è necessario partecipare a concorsi e fornire prove concrete della propria capacità lavorativa altrettanto dovrebbe avvenire per le persone che si candidano al governo ed alla amministrazione del bene comunitario, ecco di seguito una proposta di legge in tal senso (Paolo D'Arpini)

Ritengo quanto mai necessario entrare nell’ordine di idee che i politici che intendono ricoprire cariche pubbliche di un certo rilievo siano sottoposti preventivamente a test psico-attitudinali per verificare se il loro corredo morale e mentale sia compatibile a ricoprire l’incarico.
Non si comprende perché per fare politica (che è ciò che maggiormente coinvolge in modo determinante l’esistenza dei cittadini) non è richiesta alcuna verifica delle capacità razionali e soprattutto della sfera morale dell’individuo mentre tali capacità vengono richieste per l’accesso ad altre categorie di lavoro.

Da un’indagine effettuata qualche anno fa dall’università di Perugina, riguardante le motivazioni di coloro che intendevano dedicarsi alla politica, è emerso che il 95% di costoro si pone come obiettivo l’arricchimento personale e solo il 5% è mosso da spirito di servizio alla collettività. Perciò è necessario, a mio avviso, istituire un sistema di seria valutazione per verificare, per tempo, le vere motivazioni degli aspiranti politici. I cittadini hanno il diritto di essere governati da quel 5%.

PROPOSTA DI LEGGE
per l’istituzione di Commissioni di Valutazione
etico-psico-attitudinali per i candidati a ricoprire cariche politiche.

L'art. 5 dello statuto dei lavoratori prevede il divieto di accertamenti sanitari da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente. Da li parte tutta una normativa, invece, relativa alle visite mediche. Il datore di lavoro ha la facoltà di far controllare l'idoneità fisica del lavoratore alle mansioni da svolgere da parte di enti pubblici e istituti di diritto pubblico ma non da medici privati di fiducia (cass. pen. 27 gennaio 1999, n. 1133) . in caso di inidoneità fisica, il datore di lavoro può rifiutarsi di assumere il lavoratore (cass. 5 novembre 1987, n. 8120). Inoltre la visita medica preassuntiva è obbligatoria per gli apprendisti, per i minori e per una serie di lavorazioni che comportano rischi specifici. Sulla base di questi scarni elementi, che dovrebbero essere approfonditi con la normativa relativa alla privacy, si potrebbe sviluppare un discorso analogico: noi siamo i datori di lavoro e dobbiamo appurare se quello che dobbiamo assumere, ha le attitudini per questo tipo di attività. (Avv. Vittorio Marinelli)

Preambolo
L'umanità per migliorare la sua condizione e superare la millenaria fase di ingiustizie, guerre e delitti, per realizzare finalmente un mondo di pace, di libertà, di diritto, non ha bisogno tanto di scienziati, letterati, politici, economisti, matematici, quanto di uomini che siano principalmente onesti, giusti e sensibili alle necessità dell’altro, capaci di cooperare fraternamente e di condividere le necessità del prossimo. Se un uomo politico non è un ottimo professionista può non essere un elemento negativo, ma se è egoista e dominato da interesse di parte è certamente un elemento negativo la società.

Non vi è delitto o ingiustizia che non sia collegabile alla coscienza degli uomini; non v’è raggiro, inganno, sete di potere, sfruttamento che non sia correlato alla sfera morale degli individui, come non v’è contrasto che non potrebbe essere risolto se l’uomo fosse più giusto e sensibile. I crimini commessi dall’uomo, incominciando da Caino, che hanno reso questo mondo un luogo di discordie e di contrasti, i problemi che affliggono da sempre l’umanità e che impediscono di realizzare l’armonia sociale, non sarebbero stati commessi se l’uomo fosse stato semplicemente più buono e più giusto.

Se tutti i tiranni della storia avessero avuto una coscienza più giusta e sensibile come avrebbero potuto macchiarsi dei loro crimini? La stessa schiavitù umana sarebbe stata bandita. Se i soldati di tutti gli eserciti avessero maggiore sensibilità d’animo e capacità di condividere la sofferenza dell’altro come potrebbero nuocere al loro simile? Il male supremo della guerra sarebbe eliminato. Se coloro che detengono il potere politico ed economico a livello mondiale fossero ricchi di valori morali come potrebbero sopportare l’idea che qualcuno stia soffrendo la fame, la miseria, le malattie? Coloro che violentano, stuprano, calunniano, fanno del male, come potrebbero oltraggiare il prossimo se il loro cuore e la loro coscienza fosse in grado di condividere la sofferenza del prossimo?

Il popolo ha sempre subito la buona o la cattiva sorte di chi dominava il gruppo o di chi governava sia che il soggetto fosse animato da giusti propositi oppure crudele e tiranno. La difficoltà è sempre stata, ed è quella, di avere al comando qualcuno che oltre ad essere in grado di far rispettare le regole garantisse nello stesso tempo giustizia e benessere per il popolo perché il potente, come il capo branco, tende istintivamente ed egoisticamente a fare i suoi interessi quando non è animato da uno spirito di giustizia e di democrazia.

Oggi i ministeri non funzionano come dovrebbero, la burocrazia è paralizzante, la scuola è sterilmente nozionistica, sui trasporti pubblici si viaggia spesso in modo disumano, le code agli sportelli sono esasperanti, l’aria delle città è irrespirabile, i cibi sono avvelenati, le medicine di sintesi spesso fanno ammalare più persone di quante non ne curino, spesso l’apparato medico è inefficiente (e non solo) e poi ci sono le pensioni da fame, l’incendio dei boschi, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente, i ladri di appartamento, la mafia, la prostituzione, la pedofilia ecc. Ma dietro ad ognuna di queste “disfunzioni” vi è l’uomo con il suo intelletto e la sua coscienza attraverso cui si esprime: ogni effetto del suo operato è conseguenza diretta del suo stato evolutivo morale ed intellettuale.

Un mondo migliore è possibile solo se migliore sarà il cuore e la coscienza di coloro che lo compongono. Se nel mondo vi è ingiustizia, disonestà, violenza, guerre, disoccupazione, ignoranza, malattie ecc. la causa non sta nei meccanismi naturali o sociali che governano l’uomo ma nell’uomo che li fa e li gestisce. Se l’uomo sfrutta ignobilmente i suoi simili, se a volte si rivela un essere spregevole anche nei confronti degli animali e della natura, se è egoista ed insensibile verso la sofferenza altrui, se è capace di azioni abominevoli nei confronti dei più deboli, la causa non sta solo nei meccanismi neurologici del suo cervello che possono inclinarlo a vivere come una animale predatore ma sta soprattutto nella mancanza di sensibilità della sua coscienza che lo rende incapace di condividere la condizione dell’altro.

La soluzione di ogni problema sociale non sta nel sistema ma nell’uomo che lo fa e lo gestisce: qualunque sistema sarebbe ottimale se a gestirlo fossero uomini giusti e sensibili, per contro nessun sistema è in grado di garantire pace e benessere se a gestirlo sono uomini disonesti, ingiusti e rapaci.

Considerato che l’essere umano è tanto più rispettoso delle regole sociali quanto più è sviluppato il suo senso di solidarietà e di giustizia; che è tanto più incline alla fraterna collaborazione quanto più è profonda la sensibilità del suo animo, la capacità di condividere la condizione dell’altro; che ogni ingiustizia ed ogni delitto nasce dall’incapacità emotiva di condividere la condizione della vittima; che ciò che ha consentito e consente l’attuazione di una società civile e democratica risiede nei valori morali dei singoli individui, nella coscienza giusta e compassionevole verso i sofferenti, gli ultimi, gli indigenti, gli emarginati, degli oppressi, i diversi; che la sensibilità dell’animo umano e la ricchezza dei valori morali sono la massima garanzia per il corretto ed onesto comportamento dell’uomo.

Considerato che la democrazia, la giustizia sociale, la fiducia verso le istituzioni ed il benessere sociale si sviluppano maggiormente dove i governanti e gli amministratori sociali hanno dimostrato e dimostrano di essere in possesso di quei requisiti di onestà, imparzialità, di umanità e senso di giustizia, oltre che per le loro personali capacità amministrative, e che la condotta di coloro che gestiscono la cosa pubblica influenza notevolmente il comportamento dei singoli cittadini.

Considerato che qualunque reato, qualunque ingiustizia o violenza, dal più piccolo furto all’oltraggio; qualunque crimine, dall’omicidio alla strage più orrenda di cui si può macchiare l’essere umano, scaturisce dall’incapacità della sua coscienza di condividere la sofferenza della sua vittima.

Considerato che è la coscienza degli uomini a fare la storia la qual coscienza si esprime a seconda del grado di sensibilità civile, morale e spirituale dell’individuo e che se la coscienza degli uomini fosse più sensibile, più giusta, più onesta, più rispettosa dell’altro nessuno si esprimerebbe in modo negativo, lesivo, distruttivo nei confronti del prossimo.

Considerato che a nulla serve cambiare i sistemi, i meccanismi politici, economici, culturali se prima non cambia la coscienza di coloro che li gestiscono e che nessuna formula, nessuna dottrina, nessun ideale potrà mai risolvere i problemi fondamentali dell’uomo se prima non cambia il cuore della gente.

Considerato che per superare la lunga fase storica della disarmonia umana, delle ingiustizie personali e sociali, delle violenze fisiche, morali e pisicologiche, delle guerre, per fare in modo che ogni componente la società si esprima sempre in modo positivo, armonico e costruttivo, occorre una sola cosa, semplice quanto difficile da realizzare: rendere migliore la coscienza soprattutto degli uomini che governano il popolo. L’ostacolo da superare, grande quanto l’oceano, è rappresentato dai meccanismi consolidati del potere, programmati per conservare questo stato di cose che consente e giustifica l’ esistenza di tutti quegli organismi preposti alla tutela del diritto e della legalità.

Considerato che il cittadino “modello”, colui che idealmente sarebbe il componente di una società migliore dell’attuale, è colui che (in virtù di un suo bagaglio morale e culturale dovuto alla sua stessa volontà o a fattori genetici), mette in atto quel giusto comportamento etico-sociale che consentirebbe la realizzazione di una società armonica, di rispetto per l’altro, di collaborazione, di progresso.

Considerato che se l’individuo si esprime in modo antitetico rispetto alle norme del buon comportamento, se si macchia di reati o crimini la colpa non è da attribuire soltanto al soggetto, a causa del suo libero arbitrio, o a fattori genetici, ma anche agli organi di formazione dello Stato. Lo Stato ha il preciso dovere, al pari dei genitori, di educare i componenti la sua “famiglia” a quelle regole civili e morali che pretende poi siano messe in atto dai cittadini, altrimenti non ha il diritto di pretendere che i cittadini siano in possesso di valori morali che egli non ha trasmesso; non può chiamare l’individuo a rispondere di ciò che non possiede a causa di carenze genetiche o inadempienze da parti di chi aveva il dovere di infondere certi valori.

Considerato tutto questo, riteniamo che ciò che occorre è rendere migliore la coscienza umana per rendere migliori i sistemi, la società, il mondo; spingere le forze politiche a considerare la formazione della coscienza morale dei cittadini come il primo ed imprescindibile dovere dello Stato nei confronti dei suoi cittadini. Lo Stato, attraverso i suoi rappresentanti politici deve poter infondere, specialmente nelle nuove generazioni, la fiducia verso le istituzioni, il senso del dovere, della giustizia, dell’onestà, il rispetto delle cose comuni, il valore della sacralità della vita e delle differenze formali e sostanziali che la compongono, il ripudio di ogni violenza, di ogni sfruttamento, di ogni predominio.

PER QUANTO SUDDETTO PROPONIAMO

siano istituiti su tutto il territorio nazionale, nelle sedi di Regioni, Province e Comuni, Organismi di Valutazione delle capacità etico-pscico-attitudinali dei candidati nella sfera politica.

Nomina delle commissioni esaminatrici Tali commissioni, nominate e patrocinate dal Presidente della Repubblica, composte da psicologi, filosofi, sociologi, antropologi, personale del CNR e in collaborazione con le Università e l’Istat, saranno convocate al momento opportuno, in numero di 2 per ogni specializzazione, per esaminare i candidati alla politica.

Componenti della Commissione esaminatrice. I componenti di tali commissioni dovranno essere super partes, scelti tra esperti nei campi summenzionati e riconosciuti pubblicamente quali persone di indubbia moralità, saggezza, giustizia, umanità, altruismo e che si siano distinti nei rispettivi campi per la loro imparziale condotta.

Nomina del Presidente la Commissione. Sarà nominato un presidente scelto dalla stessa commissione in seduta plenaria. L’incarico ai componenti la commissione dovrà essere comunicato il giorno precedente l’esame dei candidati. Al momento dell’esame il presidente avrà la facoltà di interscambiare alcuni o tutti i componenti la stessa commissione.

Parametri di valutazione dei candidati. L’analisi sarà improntata a valutare il pensiero razionale, le qualità morali, la sfera emozionale, il senso sociale, le capacità organizzative e amministrative del candidato. Soprattutto sarà necessario verificare se il candidato sia animato da spirito di servizio per la comunità, di senso di giustizia, di onestà, di coerenza, di altruismo, di lealtà, disponibilità e soprattutto della mancanza di interessi di parte. Ai fini della valutazione sarà tenuto conto dei precedenti comportamentali come l’appartenenza ad organismi di volontariato, l’adesione a organizzazioni umanitarie, l’impegno nelle cause per il bene comune.

Sondaggi. Per mezzo di personale appartenenti alle associazioni proponenti saranno effettuati dei sondaggi su un campione trasversale di politici (presi fra tutto l'arco parlamentare). A ciascun deputato o senatore sarà chiesto di sottoporsi al test-studio per evidenziare le qualità morali e soprattutto le motivazioni che spingono i singoli componenti ad interessarsi di politica.
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Risultati dei test. I risultati, in rispetto della legge sulla privacy, dovranno essere scientificamente validi ed inoppugnabili, e potranno essere divulgati sia tramite i mezzi di informazione sia dalle associazioni che li hanno effettuati. I risultati dei soggetti che autorizzeranno la pubblicazione potranno essere esposti all'interno dei seggi elettorali.

Franco Libero Manco

sabato 26 giugno 2010

Come sopportare e contrastare il fastidio arrecato da mosche e zanzare in modo non violento...

Anche gli animalisti più impegnati a volte di fronte agli attacchi insidiosi di mosche o zanzare non sanno resistere alla tentazione di sopprimere questi ignari animali giustificandosi con la difesa della propria incolumità. C’è chi ha terrore dei ragni, chi dei topi, chi delle salamandre, chi dei serpenti, chi degli scorpioni, alcuni hanno terrore anche dei cani e perfino dei gatti. Così succede che alcuni animalisti, di fronte alla paura di un eventuale pericolo, cadano in contraddizione con la loro etica in difesa del mondo animale.

Infatti se la posizione di chi ritiene giusto sopprimere un animale quando questo costituisse pericolo (salvo naturalmente difesa della propria vita) la stessa giustificazione potrebbe estendersi, a seconda delle fobie personali, a qualunque specie animale: ai cinghiali quando invadono i campi dei contadini, agli uccelli che si nutrono di quel che trovano nelle campagne, ai lupi, agli orsi e così via: chi per un modo chi per un altro troverebbe la giusta motivazione per improvvisarsi giustiziere dal momento che ognuno di noi ha più o meno paura di qualche animale.

Nessun animalista si sentirebbe giustificato ad ammazzare una rana o un pipistrello se dovessero invadere per errore la loro dimora: giustamente lo considererebbero un fatto inconciliabile con la nostra causa, mentre difficilmente si sentirebbero in dovere di rispettare la vita di un moscone, di una vespa o di uno scarabeo.

Si reagisce con clamori di piazza quando viene uccisa una balena mentre si subisce passivamente la strage quotidiana dei tonni, sardine, seppie, salmoni ecc. eppure la vita di una balena vale quanto quella di un qualunque altro animale, anche se di più piccole dimensioni.

Non è la dimensione fisica dell’animale, né la sua bellezza a sancire il loro diritto al rispetto, altrimenti l’elefante avrebbe più diritto di un cervo. Ne il valore intrinseco di un animale dipende dal numero dei componenti la sua specie, altrimenti anche il valore della vita umana sarebbe inversamente proporzionale all’aumentare dei suoi componenti. Ma allora dovremmo rispettare anche i batteri? Non esageriamo, anche se sarebbe auspicabile una sensibilità umana capace di rispettare anche tali microscopici esseri dai quali dipende la nostra stessa vita. La nostra morale ci impone di fare meno male possibile agli altri esseri viventi con cui condividiamo la stessa casa: abbiamo il dovere di evitare di uccidere e di far del male volutamente, ma non abbiamo colpa di ciò che non possiamo evitare.

Naturalmente il nostro è un parlare da cittadini, da abitanti metropolitani. Basta fare una passeggiata in campagna per rendersi involontariamente responsabili dell’uccisione di molti piccoli animali, diversamente occorrerebbe fare come i monaci janisti che muniti di scopa spazzano il terreno per evitare di calpestare i piccoli abitanti della terra. I contadini nell’arare il campo o in qualunque altra attività campestre non si sottraggono all’uccisione di miglia o milioni di piccoli insetti e formiche, per non parlare dei trattamenti chimici dei terreni e delle piante, vera e propria ecatombe di esseri minuti. Ma anche se qualunque coltura, anche la meno invasiva, causa inevitabilmente la soppressione di insetti, molto dipende dal modo in cui ci si pone nei confronti di situazioni inevitabili.

Nessuno ha il merito o il demerito di essere nato uomo, topo o uccello. Se fossimo nati zanzara certamente non vorremmo essere schiacciati contro una parete. Non ci vuole molto ad essere coerenti: basta prendere le precauzioni necessarie per evitare di dover attivare iniziative deprecabili. Se in casa troviamo delle formiche, dei ragni o degli scarafaggi forse è sufficiente prenderli con una paletta è portarli in un terreno vicino. Se le zanzare non ci fanno dormire è sufficiente fare in modo che non entrino nel nostro campo d’azione per non dover ricorrere a rimedi estremi che ci causerebbero sensi di colpa, ma soprattutto perché spegnerebbero il loro percorso evolutivo.

Ogni animale, di qualunque specie, merita rispetto e protezione non perché bello, intelligente o utile alla specie umana, ma perché parte della famiglia dei viventi,. Se giustificassimo l’uccisone di alcuni animali perché dannosi, fastidiosi, o perché incutono timore, ben pochi si salverebbero e tutto sarebbe giustificabile. Non è forse lo stesso concetto per cui alcuni ritengono che non tutti gli esseri umani abbiano gli stessi diritti? E se questo concetto dovesse essere estendersi agli esseri umani dovremmo accettare di buon grado l’idea che un ladro, o chiunque più forte di noi, ci rapini, ci violenti, ci uccida. In questi caso la terra sarebbe un inferno.

Nell’universo c’è posto per tutti. Ogni cosa vive per un preciso scopo, quello di proseguire il proprio cammino evolutivo e tutte le cose sono interconnesse: la vita stessa è possibile solo perché esistono anche le vespe, i topi, le zanzare... E quando un animale entra accidentalmente nella nostra sfera d’azione forse non è l’animale ad aver invaso il nostro spazio vitale: può darsi che siamo nel posto sbagliato. Gli animali di cui spesso gli umani hanno un’ingiustificata paura vivevano sulla terra molto prima della comparsa dell’uomo. Per l’animale non esiste proprietà privata, barriere geografiche, campi recintati, e se la zanzara ci punge seguendo il suo istinto non per questo deve essere uccisa. La zanzara non sa che non deve pungerci: non ha alternative, noi si: possiamo proteggerci. Un pò di sacrifico vale bene una vita. Impariamo a trattare ogni animale come se fosse l’ultimo rimasto della sua specie e allora avremo una vera coscienza animalista e impareremo a rispettare maggiormente il miracolo della Vita.

Franco Libero Manco

Altri articoli di Franco Libero Manco:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=franco+libero+manco

martedì 1 giugno 2010

Massimo Sega: "In lode all'ardimento morale ed intellettuale... dell'essere uomini liberi!"

Caro Paolo D'Arpini, ho letto nel Giornaletto di Saul (http://saul-arpino.blogspot.com/2010/05/il-giornaletto-di-saul-del-31-maggio.html)
la poesia di Franco Libero Manco che così comincia: Che cos´è che ci impedisce di essere uomini?

Permettimi di dirti che non c´é nulla che ce lo impedisce, se vogliamo, ma forse ben poche persone lo vogliono, perché "essere uomini" é fatica. Anzi io credo che siamo uomini e dico uomini nel senso piu´ intrinseco del termine. Uomo sembra che derivi da UMUS, cioé terra che genera. Ebbene se guardiamo la terra, non mi sembra proprio che sia sempre benevola, così come é l´uomo, ma talvolta é benevola, come benevolo é l'uomo, cioé l´uomo che vuole essere UOMO. Invece di guardare i drammi di oggi, guardiamo i drammi del passato, e vedremo che allora i diseredati, gli oppressi e i dimenticati erano molti di più. L´autore parla di verità. Ebbene, domando qual é la verità?

L´amico Manco parla degli steccati verso il diverso. Ma proprio leggendo in questi i giorni i giornali, vediamo che se ci sono ancora "uomini" violenti che alzano steccati nei riguardi del diverso, cominciando dalla Chiesa Cattolica e relativi fedeli, ci sono altrettanti "uomini" che a queste violenze si oppongono, cominciando da coloro che si rifanno a ideologie che certi steccati avevano alzato. L´amico Manco parla di repulsa verso i dettami dello spirito, con l´s maiuscolo e di una certa repulsione dell´uomo alla redenzione. Chi e che cosa sarebbe lo SPIRITO ? Chi dice che l´uomo non si é redento? Vogliamo vedere che cosa era il passato? Un solo esempio. Tre, quattrocento anni fa, c´era chi castrava i giovani maschi, con gravissimi loro rischi, per il gusto di papi, cardinali, principi etc, di ascoltare le così dette voci bianche.

Non parliamo poi delle differenze sociali ed economiche nonché delle famose conquiste del cinque e seicento e delle colonizzazioni. Oggi si colonizza ancora economicamente, ma nessuno ha più il coraggio di parlare di colonizzazione di paesi e di uomini. Nel 1700 c´erano i sans culottes, nel 1800 in Russia c´erano le anime morte, ai primi del `900 c´era ancora il vero proletariato, che, come dice la parola stessa, non aveva altra letizia o conforto al mondo che la prole. Quindi io non me la sento di aderire alla poesia di Franco Libero Manco.

L´uomo é questo, e anziché rifarsi allo Spirito o alla redenzione, che non mi sembra abbiano nulla di nuovo da offrirci, educhiamo le nuove generazioni in un quadro di lenta evoluzione. Certo, scusa un certo mio razzismo, ma non tutti nascono naturalmente uomini. Quello che dobbiamo fare é portare chi non lo é naturalmente, a diventare UOMO. Non tutti nascono artisti, ma con l´esercizio un po´ artista lo possiamo tutti diventare.

A sua volta Giorgio Vitali ci ha ricordato alcuni intereventi di SOLZENICYN uno dei quali così chiude: E nessuno, sulla Terra, ha altra via d'uscita che questa: ANDARE PIU' IN ALTO!" Scusami ma a me appare come una delle tante frasi fatte che abbiamo incontrato nel `900, tra l´altro, a Piazza Venezia.

In questo blog (http://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2010/05/alcuni-pensieri-di-alcuni-grandi-del.html), sempre Giorgio Vitali, ci ha riportato, a sua volta, una farse di Machiavelli: "Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti." Anche io sono d´accordo, ma permettimi di dire che a questo dobbiamo educare: ad ardire.

Saluti, Massimo Sega

giovedì 3 settembre 2009

Vegetariani senza Dio…. Secondo Franco Libero Manco

Che cosa c’entra Dio con noi vegetariani/animalisti?

A qualcuno può sembrare strano dissertare sull’idea di Dio e soprattutto a quale scopo? Pare che molti di coloro che amano gli animali si siano col tempo allontanati dalla religione, specialmente cattolica, ritenuta responsabile della visione antropocentrica che relega gli animali a mero oggetto ad uso e consumo dell’uomo.

Ognuno ha una sua visione delle cose. C’è chi crede l’universo sia frutto del caso e c’è chi crede che sia Dio l’Entità creatrice, la Mente che regola le leggi dell’universo, l’Energia che porta tutte le cose verso la loro evoluzione, l’ispiratore dei grandi Maestri spirituali e di quei principi morali che spingono gli esseri umani verso la giusta ed armonica convivenza tra se stessi e il resto del creato. Se Dio è questo allora è parte fondamentale della nostra filosofia. E se noi siamo gli eredi di questi Personaggi siamo tra quelli che credono nell’esistenza di Dio, anche se il Dio a cui noi idealmente facciamo riferimento non appartiene ad una specifica religione. Non aderiamo a nessuna specifica corrente filosofica-morale-spirituale perché in realtà, la nostra visione universalista, è la sintesi della parte più edificante del pensiero dei Grandi che hanno contribuito a rendere migliore l’animo umano. E se qualche esponente della cultura vegetariana-animalista non si riconosce questa componente è libero di farlo, di far riferimento ad una sua nuova visione delle cose, ma la sua visone è parziale, limitata, perché mancante del riferimento al pensiero ispiratore.

Parlare solo di scienza alimentare e di rispetto per gli animali è riduttivo per la nostra causa. Serve a noi parlare di Dio? E’ necessario considerare che la natura umana risulta composta da quattro fondamentali aspetti: fisico, mentale, emozionale e spirituale. Si può disconoscere l’esistenza stessa di Dio ma non la componente spirituale nella natura profonda dell’uomo. E a noi interessa l’uomo nella sua interezza, per questo trascurare la parte spirituale dell’individuo significa precludere all’uomo la sua realizzazione integrale. Questa è la vera, sostanziale innovazione del nostro pensiero che si differenzia da ogni altra filosofia di vita. L’errore è continuare a credere in soluzioni parziali. Nessun vero benessere personale, nessun mutamento sociale è possibile senza il simultaneo ed armonico sviluppo dei suddetti quattro aspetti della natura umana.
I principi a cui fa riferimento la nostra filosofia di vita non sono un’invenzione degli ultimi tempi, delle ultime generazioni più aperte e sensibili alla condizione degli altri esseri viventi, ma traggono, appunto, le loro origini dal pensiero dei grandi Iniziati e dei grandi Filosofi di ogni tempo e paese.

L’attuale cultura vegetariana animalista è figlia di questi grandi Personaggi che per primi nel mondo hanno esteso il concetto di amore e compassione dall’uomo ad ogni essere vivente. Krihsna diceva: “La carne degli animali è come la carne dei nostri figli”. Buddha: “Si diventa degni della salvezza quando non si uccide alcune essere vivente. Zoroastro:“Chi rinuncia a cibarsi delle carni martoriate degli animali avrà lo spirito santo e la verità”. Pitagora: “Come potrete pretendere giustizia quando voi stessi sacrificate per crudele ghiottoneria o avidità degli esseri legati a noi da fraterna alleanza? Mai sacrificare animali agli Dei o ferire animali ma promuovere in tutti i livelli una cultura di rispetto e protezione nei loro riguardi”. Lao Tse: “Siate buoni con gli uomini, con le piante e con gli animali. Non braccate né gli uomini, né gli animali, né fate loro del male”. Confucio invitava a trattare gli animali con affetto e con tutti i riguardi, evitando di tiranneggiarli, di sfruttarli da vivi, e poi l’indecenza di mangiarli da morti, dopo averli assassinati. Platone: “L’amore non risiede solo negli uomini attratti dalle belle creature, ma in tutti gli altri esseri viventi, negli animali”.Gesù: “Siate rispettosi e compassionevoli non solo verso i vostri simili ma verso tutte le creature poste sotto la vostra tutela”. Leonardo da Vinci: “Verrà il tempo in cui l’uccisione di un animale sarà considerata alla stessa stregua dell’uccisione di un uomo”. M. Gandhi: “Per me la vita di un agnello non vale meno di quella di un uomo. Quanto più è indifeso un essere vivente tanto più ha il diritto di essere tutelato dall’uomo”. Einstein: “Credo che il vegetarismo possa incidere in modo favorevole sul destino dell’umanità”.

Tutti questi grandi Personaggi, ai quali si ispirano i principi fondamentali della morale e della spiritualità mondiale, indicano Dio come fonte ispiratrice e componente fondamentale del loro insegnamento. Però la nostra filosofia non è fedele interprete del loro messaggio in “toto” ma trae da esso solo ciò che esprime la visione universalista, cioè quella parte che estende i codici del diritto all’esistenza, al rispetto e alla libertà dall’uomo agli altri esseri senzienti. Per noi Dio è il punto di convergenza di tutto ciò che di bello, armonico, edificante c’è nell’essere umano e trova la sua realizzazione nell’idea di pace e di convivenza pacifica tra gli esseri umani e tra questi ed ogni altra creatura. Per questo non riconoscere la componente Dio nella nostra cultura sarebbe come rinnegare le nostre radici e gli insegnamenti dei grandi Maestri da cui trae origine la cultura vegetariana-animalista. Dio è per noi l’idea di un mondo migliore, senza prede e senza predatori: l’idea in cui le nostre speranze trovano compimento: e se questo Dio vivesse solo nella nostra immaginazione non importa: conta l’ideale a cui noi facciamo riferimento.

Ogni religione si sviluppa in un determinato luogo ed epoca storica a seconda delle esigenze sociali, morali e spirituali di un popolo, ma nessuna credo abbia il vero carattere di universalità in quanto riferita prevalentemente od esclusivamente alla specie umana. La nostra visione è diversa: noi parliamo di teologia cosmica, di sincretismo delle grandi religioni, di stadi evolutivi, di spiritualità universale. Nulla da eccepire verso una religione al servizio della Vita; verso una casta sacerdotale che ha lo scopo di tramandare gli insegnamenti dei grandi Maestri e favorire il cammino evolutivo dell’uomo come di ogni altra creatura; nulla de eccepire se la religione è dalla parte degli oppressi, degli innocenti, dei diversi, degli animali. E anche se spesso la religione è stata ed è motivo di sventure e in nome di Dio si sono commessi i più abominevoli delitti, non è sbagliata la componente Dio nella vita dell’uomo, ma chi se ne serve per i suoi sporchi scopi di potere. Ognuno aderisce alla religione che spontaneamente sente più affine alla propria natura. Cristiani, ma specialmente cattolici, sembrano geneticamente predisposti al disprezzo del non umano. Ho più volte sperimentato che quanto più uno è vicino al cattolicesimo tanto più è marcata la sua ostilità alla rinuncia del pasto a base di carne e al rispetto dovuto agli animali.

Quando uno di noi che crede nel bene, nell’amore, nel rispetto di ogni essere vivente in realtà sta mettendo in pratica il pensiero dei grandi Maestri e gli insegnamenti di quel Dio in cui noi facciamo riferimento. Anche se teoricamente rinunciassimo all’idea di Dio sarebbe comunque presente nei nostri principi e nella nostra attività, per il semplice fatto che noi cerchiamo il bene di tutte le cose. Certo guardando la crudele legge naturale, in un approccio superficiale, dire che Dio ami gli animali può sembrare un eufemismo; a meno che Dio non sia riuscito a trovare nell’altro che consentisse l’evoluzione dei viventi.

La mia idea a tal proposito è che nulla di ciò che esiste torna a vantaggio del Creatore (altrimenti che Dio sarebbe). Le cose non sono state create per capriccio di Dio, ma che esistono da sempre e sono quindi parte stessa di Dio, quella parte che ha bisogno di “perfezionare se stessa”, di evolvere e di manifestarsi in una particolare forma fisica a seconda del suo contenuto energetico e quindi del suo livello evolutivo: processo che parte dalla materia inerte e che di forma in forma attraversa lo scenario dei viventi fino alla sua totale realizzazione. Ma ogni essere non può raggiungere la sua integrale realizzazione nel breve tempo di una sola esistenza; da quì la necessità di proseguire il suo cammino evolutivo nella successione di più esistenze. Senza il dolore e la morte che incombe su ogni vivente nulla potrebbe evolversi. Nella necessità di fuggire la sofferenza e di procacciarsi il cibo gli esseri sviluppano intelligenza, astuzia, consapevolezza ed in fine sensibilità verso la condizione degli altri. Ma questa è un’altra storia.

Già l’idea di un Dio geloso, vendicativo e antropocentrico si è rivelata devastante per gran parte del genere umano e per la creazione. E a meno che Dio non sia un essere sadico e crudele non può che volere l’evoluzione delle sue stesse creature, altrimenti che senso avrebbe il Tutto, ammesso che il Tutto abbia un senso. E se Dio vuole il bene, l’evoluzione e la conservazione della sua opera allora possiamo affermare che la nostra visione di Dio è sicuramente la più evoluta nel tempo e nella storia perché la sola che supera l’arcaica e antropocentrica visione delle cose per espandere il suo interesse e il suo amore non solo ad una parte della creazione ma a tutto ciò che vive.

Il fideismo è lontano dalla nostra visione delle cose. Non trova la nostra adesione l’idea di un Dio buono e premuroso solo verso la condizione dei tiranni (gli uomini, infinitesima parte dei viventi) ed indifferente verso la condizione del resto delle altre sue stesse innocenti creature. Il nostro Dio è padre equanime di tutti i viventi.

Il concetto Dio cambia con l’evolversi dei tempi. Il Dio d’Israele è diverso dal Dio dei cristiani e questo dal Dio dei musulmani, e questo diverso dal Dio di Zoroastro, di Confucio, di Platone, di Plotino o di ogni altro movimento, setta ortodossa o protestante. Ognuna delle 19 grandi religioni presenti nel mondo, come ognuna delle 10.000 piccole religioni, ha un idea diversa di Dio. Quale è quella giusta? Sarebbe facile dire nessuna, tutte o solo una di queste. Difficile è concepire ognuna di queste come le tessere di un solo grande mosaico che insieme concorrono a formare l’immagine d’insieme e della Vita. Probabilmente tra mille anni gli esseri umani avranno un’idea di Dio diversa dall’attuale. Come ognuno ha una sua idea di giustizia, di patria, di amore. Dio può essere l’idea attraverso la quale l’essere umano realizza le sue speranze ma può essere un’entità reale anche se incomprensibile alle capacità umane.

A mio avviso è molto meglio essere atei e prodigarsi per il bene di tutti i viventi che credere in un Dio che limita il suo amore alla ristretta cerchia degli umani. Ma l’ateismo che cerca il bene e l’evoluzione delle cose coincide con la volontà stessa di Dio.

Franco Libero Manco – francolibero.manco@fastwebnet.it