La grande maggioranza delle persone ha avuto certamente notizia - per quanto superficiale e parziale - della situazione drammatica dei territori palestinesi, che diventa vera tragedia e catastrofe nel caso di Gaza.
In questo breve scritto intendiamo precisare e approfondire tutti gli aspetti di questa situazione, inquadrandola per sommi capi anche nel contesto storico, e cercando di prevederne i successivi sviluppi.
Innanzitutto ricordiamo che quelli che in genere vengono definiti come “territori palestinesi” (tra loro separati) sono la Cisgiordania (cioè quella striscia collinosa che si trova ad ovest del fiume Giordano che comprende le antiche regioni di Giudea e Samaria), e la Striscia di Gaza (una piccola striscia affacciata sul Mediterraneo di soli 400 Km quadrati) comprendente l’antica città di Gaza.
I confini di questi territori furono fissati nel 1948 quando le milizie ebraiche legate al movimento di colonizzazione sionista (Haganah, Irgun e gruppo Stern) occuparono con la forza delle armi il 78% della Palestina storica – compresa Gerusalemme Ovest - espellendo con la violenza i tre quarti della popolazione arabo-palestinese, praticamente indifesa. Si trattò di una gigantesca operazione di pulizia etnica ben descritta nel libro dello storico israeliano Ilan Pappè “La pulizia etnica della Palestina”.
Queste operazioni durarono per 6 mesi dal dicembre del 1947 fino al 15 maggio del 1948, quando vi fu la proclamazione unilaterale dello Stato di Israele. Solo allora i paesi arabi si decisero ad intervenire in ritardo e in modo debole e scoordinato. L’esercito giordano, in seguito ad un accordo con gli Israeliani, riuscì a mantenere la Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), mentre l’esercito egiziano riuscì a mantenere la striscia di Gaza.
Nel 1967, con la cosiddetta Guerra dei 6 Giorni, Israele occupò anche la Cisgiordania e Gaza, da cui poi non si è mai ritirato nonostante le numerose risoluzioni dell’ONU che hanno sempre considerato tale occupazione illegale.
Ma si sa che Israele ha sempre goduto della completa impunità grazie al sostegno degli Stati Uniti e dei paesi europei della NATO. Tale impunità vale anche per il rifiuto di Israele di far tornare alle proprie case i profughi palestinesi finiti all’estero - cui erano state confiscate tutte le terre con la cosiddetta Legge dei Proprietari Assenti - ritorno richiesto dalla Risoluzione 194/48 dell’ONU.
La situazione tragica di Gaza:
All’inizio della crisi attuale la popolazione di Gaza ammontava a circa 2,2 milioni di persone ammassate in un piccolo territorio con una delle più alte densità di abitanti del mondo. Infatti, con l’afflusso dei profughi scacciati dalle milizie sioniste nel 1948 dalle zone circostanti, la popolazione di Gaza si era più che raddoppiata. Nel nord della striscia si trovava il campo profughi di Jabalya, uno dei più grandi della Palestina, oggi completamente distrutto e disabitato.
I bombardamenti e gli attacchi israeliani a partire dall’ottobre del 2023 fino alla fragile tregua del 10 ottobre 2025 sponsorizzata dal Presidente Trump (ma che continua ad essere violata quasi ogni giorno) hanno provocato quasi 74000 morti accertati, nella massima parte civili. Di questi 21000 erano bambini ed è alta la percentuale di donne e anziani.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnala la presenza di 43000 persone che hanno subito amputazioni o altre lesioni gravi permanenti.
La rivista medica britannica Lancet, una delle più prestigiose del mondo, ritiene che in realtà le vittime, comprese quelle morte per cause indirettamente legate ai bombardamenti (mancanza di abitazioni, cibo, acqua, cure mediche) siano oltre 100000. I feriti accertati sono circa 174000 e molti di essi non hanno potuto ricevere cure adeguate per le distruzioni o i danneggiamenti gravi di tutti i presidi sanitari ed ospedali.
L’attacco alle strutture sanitarie:
Infatti le strutture sanitarie sono tra quelle contro di cui si è accanita maggiormente la furia dell’esercito israeliano, anche dopo la presunta tregua.
Secondo l’UNICEF il 94% delle strutture è stato distrutto o gravemente danneggiato e l’84% è ormai inservibile. La metà degli ospedali è completamente chiusa, mentre l’altro 50% è tenuto aperto grazie all’abnegazione del personale sanitario, ma in condizioni disperate (mancanza di medicinali, di carburante per poter far funzionare le apparecchiature elettriche, di acqua pulita, di letti e attrezzature mediche). Anche il 58% dei presidi medici è completamente inservibile e il resto funziona a stento.
L’accanimento, che potremmo definire di stampo genocidario, contro le strutture sanitarie si esplica anche verso il personale sanitario che ha avuto migliaia di perdite. Emblematica è la sorte di due primari. Il dottor Adnan Al Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al Shifa, è morto per le torture subite dopo l’arresto nel 2024 e il suo corpo non è stato mai restituito alla famiglia. Il dottor Hussein Abu Safya, primario dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato nel 2024 senza alcuna accusa specifica, è ancora prigioniero e le ultime foto lo ritraggono come una larva umana per i maltrattamenti subiti.
Emblematico è anche il caso ben noto di quei sanitari uccisi dopo essere accorsi in aiuto della bambina Hind Rajab di 6 anni, che era riuscita a chiedere aiuto per telefono dopo che la sua famiglia era stata sterminata, ma che è stata anche lei uccisa senza pietà.
L’attacco alle strutture scolastiche e culturali:
Il 97% delle scuole e tutte le università della striscia sono state distrutte. I ragazzi hanno perso 3 anni di istruzione, anche se sono stati tenuti dei corsi improvvisati per strada o sotto le tende in condizioni molto difficili.
Questo accanimento dimostra solo che Israele, nell’ambito della sua attitudine genocidaria, intende cancellare anche la cultura e la memoria storica identitaria del popolo palestinese, e non solo distruggerlo fisicamente.
La distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture civili:
Secondo i dati dell’ONU il 92% degli edifici della striscia sono stati distrutti o danneggiati. E’ stato distrutto anche il 90% delle fognature e oltre il 70% delle reti idriche.
Il risultato di queste distruzioni è che la popolazione ha affrontato il freddo e la pioggia di tre inverni accampata sotto tende di fortuna, o in resti di edifici pericolanti, e varie volte crollati con vittime, tra enormi cumuli di macerie e rifiuti solidi, con torrenti di liquami infetti che scorrono a cielo aperto in prossimità delle tende.
Queste condizioni di vita al limite hanno causato un’esplosione di malattie infettive e da freddo. Secondo la già citata rivista medica britannica Lancet, l’aspettativa di vita nella Striscia è passata da 70 anni a soli 40, anche per la presenza di polveri sottili dovuti alla distruzione degli edifici che rendono irrespirabile l’aria e pozze d’acqua contaminata che non si possono eliminare per la mancanza di pompe elettriche. Mancano strutture per la cura dei tumori, ma soprattutto sono incalcolabili i danni psicologi, specie per le nuove generazioni.
Questa situazione ha causato anche il moltiplicarsi di ratti e topi aggressivi che mordono neonati e bambini. La gente vive tra insetti di ogni specie: zanzare, pidocchi, cimici dei materassi; ed è soggetta a continue infezioni specie della pelle, anche per la mancanza di acqua per lavarsi.
Le zone costiere invase dai liquami che si riversano in mare impediscono ogni tentativo di pesca. Una delle conseguenze dei versamenti in mare è la crescita abnorme di alghe che sono andate ad intasare i filtri di 5 dei sei impianti di desalinizzazione dello stesso Israele, con diminuzione drastica dell’erogazione di acqua potabile.
La scarsità di cibo e medicinali e la precarietà dei rifornimenti:
La popolazione vive in una cronica e drammatica scarsità di cibo, acqua, medicinali, detersivi e altri generi di prima necessità, cosa che ha creato gravissimi problemi di malnutrizione, specie dei minori, e al limite la morte per inedia di neonati e bambini.
Prima dell’ottobre del 2023 la Striscia di Gaza, pur se sottoposta ad un feroce assedio, era rifornita con una certa regolarità con almeno 60 camion al giorno, ma dall’inizio della crisi attuale Israele ha chiuso il valico di Rafah verso l’Egitto provocando anche lo stazionamento forzato di migliaia di camion nel deserto egiziano del Sinai, con conseguente deterioramento di tutte le forniture alimentari.
Prima dell’ottobre 2023 la Striscia di Gaza, che fin dall’antichità era una zona fertile circondata da zone desertiche, riusciva anche a produrre derrate agricole. Ma oggi tutti i campi coltivati sono stati sistematicamente distrutti dai bombardamenti israeliani e resi sterili per molto tempo a venire.
Oggi passano a singhiozzo, con continui blocchi, pochi e insufficienti aiuti solo dal valico di Karem Shalom tra la Striscia di Gaza e Israele, ma il passaggio è in genere rallentato o sospeso a causa della burocrazia ossessiva e dagli ostacoli (certo non casuali) posti dalle autorità israeliane.
Per aggirare questa strategia, che appare anch’essa dettata da un atteggiamento genocidario attraverso la fame e la mancanza di generi essenziali alla vita, varie organizzazioni internazionali e gruppi filopalestinesi tentano di inviare aiuti per vie traverse, Tuttavia questi aiuti, come anche quelli “ufficiali”, sono soggetti alla mediazione di organizzazioni di speculatori che riescono a gestire i permessi di entrata d’accordo con Israele, traendone un ingente guadagno con l’imposizione di prezzi altissimi nei luoghi di distribuzione,
Anche gli aiuti in denaro per le famiglie devono passare attraverso speculatori, quali banchieri improvvisati e strozzini, che trattengono almeno il 20/30% dei finanziamenti. Si aggiunga la presenza di bande, protette da Israele, che danno l’assalto ai camion impossessandosi della merce per rivenderla a prezzi altissimi.
Israele inoltre vieta l’ingresso di tutti i prodotti che – a suo dire – potrebbero essere usati per scopi militari: prodotti chimici disinfettanti e per analisi di laboratorio, pesticidi, macchine per la rimozione di macerie e rifiuti, e persino sedie a rotelle e protesi per persone mutilate,
La continuazione delle uccisioni anche dopo la tregua:
Anche dopo la presunta tregua dell’ottobre 2025 sono continuate le uccisioni di Palestinesi Gazawi, sia per il fuoco indiscriminato su sfollati che si spostavano in zone proibite dall’esercito israeliano, caratterizzate da linee di confine incerte ed invisibili, sia per uccisioni mirate di esponenti della Resistenza.
I metodi cinici e brutali usati per compiere queste uccisioni sono stati illustrati anche nel film-documentario Naza (che significa “vittime collaterali”) di due registi israeliani applaudito al Festival di Venezia. I militari israeliani, dopo avere individuato un esponente da eliminare, magari ascoltando una conversazione con un telefonino, decidono di intervenire con un missile o una bomba dopo aver calcolato anche il numero di familiari o vicini che sarebbe ucciso. Tutto avviene come in un videogioco.
Peccato che queste cose, ben note e denunciate dai Palestinesi o i Libanesi da anni, trovino un ascolto distratto, a meno che non siano certificate in un film israeliano.
La narrazione sul 7 ottobre e la verità storica:
La propaganda sionista israeliana (cosiddetta “hasbara”) sostiene che tutto questo avverrebbe per una specie di punizione per quanto accaduto il 7 ottobre 2023 quando i miliziani palestinesi sfondarono le reti che stringevano la Striscia Gaza in una morsa e occuparono avamposti militari e insediamenti israeliani.
In realtà questa propaganda ignora il contesto in cui sono avvenuti questi fatti, e cioè i massacri di Arabi Palestinesi già avvenuti nel 1948 (come le stragi di Deir Yassim, Tantura, Lydda, il bombardamento di Haifa, e tante altre compiute dalle milizie sioniste).
Più recentemente, dopo che il movimento Hamas aveva clamorosamente vinto le uniche elezioni democratiche mai avvenute nei Territori Palestinesi il 25 gennaio del 2006, dimostrando di avere un largo seguito tra la popolazione, è stato impedito ad Hamas di governare in Cisgiordania con arresti e persecuzioni compiute sia da Israele che dalla cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese che fa capo ad Abu Mazen.
A Gaza il tentativo delle milizie dell’ANP guidate da Mohamed Dahlan di impossessarsi del potere è invece fallito e Hamas ha potuto governare. Dahlan oggi è divenuto consigliere del governo degli Emirati Uniti, cioè uno dei più importanti alleati di Israele.
Ma la vittoria di Hamas ha indotto Israele a stringere la Striscia in uno stretto assedio durato quasi 20 anni. Nessuno poteva entrare ed uscire da Gaza salvo permessi eccezionali. Era vietato l’ingresso di materiali che potessero essere usati per scopi militari (tra gli altri anche il cemento). Le barche dei pescatori non potevano uscire per oltre tre miglia dalla costa.
Ciò ha causato un collasso economico, una forte disoccupazione, e una forte dipendenza da aiuti esterni che erano comunque in parte assicurati da agenzie dell’ONU come l’UNRWA.
Contemporaneamente la Striscia è stata attaccata e bombardata varie volte dall’esercito israeliano:
-dal dicembre 2008 al gennaio 2009 (operazione “Piombo Fuso”, che ha causato 1300 morti, in maggioranza civili, ed enormi distruzioni);
-nel 2012 (operazione “Pilastro di Difesa”);
-nel 2014 (operazione “Margine di Protezione”, la più sanguinosa con almeno 2100 morti accertati, che è stata anche posta sotto accusa dall’ONU per crimini contro l’umanità, ma ovviamente senza esito data la tradizionale impunità di cui gode Israele);
-nel 2021: operazione “Guardiano delle Mura”.
Per quanto riguarda il 7 ottobre 2023, è stata diffusa solo la versione israeliana ed occidentale che non tiene conto del fatto che almeno un terzo dei morti israeliani erano soldati di guardia al grande campo di concentramento che era diventata Gaza, e che molti dei civili uccisi sono stati uccisi dal fuoco indiscriminato dell’esercito israeliano, che seguiva la “direttiva Hannibal” (spara senza curarti se vi sono dei prigionieri israeliani). Vi sono vari testimoni in merito, come la ragazza Jasmine Porat che ha dichiarato alla TV 12 israeliana di essere l’unica sopravvissuta di un gruppo di decine di prigionieri sterminato dal “fuoco amico”.
Non si può escludere l’uccisione di qualche colono che ha tentato una resistenza, o di qualche uccisione dovuta alla rabbia accumulata da persone assediate e sotto attacco da anni, ma gli stupri e la decapitazione di neonati sono stati tutti smentiti da fonti neutrali.
La colonizzazione della Cisgiordania:
La situazione in Gisgiordania è meno tragica, ma non per questo meno drammatica per le violenze dei coloni israeliani protetti dall’esercito che da anni tendono ad effettuare una pulizia etnica progressiva, per gli sfratti continui di Palestinesi, il sequestro di terre e la nascita di sempre nuove colonie e insediamenti.
Si calcola che i coloni siano già più di 700000. Alcune colonie storiche sono delle vere cittadine, come Modi’in Illit, a ovest di Ramallah (sede dell’Autorità Nazionale Palestinese: ANP), che supera gli 80000 abitanti, e Beitar Illit, a sud di Gerusalemme, che fa parte del blocco di colonie Gush Ezion, che supera i 65000 abitanti.
Di particolare importanza strategica è la colonia fortificata di Ma’ale Adumin (40000 abitanti), posta ad Est di Gerusalemme, perché il progetto israeliano E1 prevede una catena di 1200 edifici tra Ma’ale Adumin e Gerusalemme che spezzerebbe la Cisgiordania in due tronconi.
D’altra parte tra le varie colonie, e tra le colonie e Israele, esistono delle strade interdette ai Palestinesi che dividono a fette l’intero territorio, mentre le strade praticabili dai Palestinesi sono sbarrate da 900 posti di blocco forniti di tornelli o transenne. Anche molti passaggi strategici obbligati sono interdetti ai Palestinesi
I Palestinesi sono spesso bloccati per ore ai posti di controllo con vari pretesti e conseguenze anche tragiche. Nel bel film canadese “Inschallah” è descritto realisticamente il destino di una donna incinta, che, dopo aver perso il bambino per essere stata artatamente trattenuta per ore ad un posto di blocco mentre andava in ospedale, diviene una terrorista e si fa saltare in aria a Gerusalemme ovest.
Si ricorda che l’ONU considera in realtà illegali tutte le colonie della Cisgiordania e con varie risoluzioni ha sempre chiesto ad Israele di sgombrare i Territori occupati illegalmente dal 1967. Ovviamente non è stato mai preso alcun provvedimento del tipo sanzioni o altro, vista l’assoluta impunità goduta da Israele.
Il governo israeliano considera ipocritamente illegali solo gli insediamenti improvvisati fatti con roulottes da gruppi di coloni, salvo poi riconoscerli come legali in un secondo tempo.
Le espropriazioni di abitazioni e terre a danno dei Palestinesi avvengono continuamente con vari trucchi pseudo-legali.
Dopo il gigantesco esproprio fatto con la Legge dei Proprietari Assenti (cioè cacciati con la forza) del 1950, oggi si usa dichiarare molti terreni come terreni di interesse militare, o di pubblica utilità per la creazione di parchi, o altri scopi, e quindi soggetti ad esproprio.
Molte espropriazioni avvengono dichiarando i terreni come “terreni di stato” (sfruttando addirittura un’antica legge ottomana del 1858) se i proprietari – anche se abitano lì da generazioni - non riescono a mostrare titoli cartacei sufficienti.
In alcuni casi è vietato ai Palestinesi di rivendicare proprietà perse per vari motivi prima del 1948 (mentre questo diritto è riconosciuto agli Israeliani). Questa legge è stata sfruttata per gli sfratti di massa nei quartieri di Jarrah e Silwan a Gerusalemme.
Gran parte degli espropri avviene nella zona C (60% della Cisgiordania) che è sotto diretta amministrazione militare israeliana. Infatti gli esponenti dell’ANP, durante le estenuanti ed inutili trattative seguite agli Accordi di Oslo negli anni ’90, accettarono incautamente la divisione della Cisgiordania in tre zone, di cui solo la zona A è sotto il controllo palestinese, mentre anche la B è amministrata da palestinesi, ma sotto occupazione dell’esercito israeliano.
Oggi l’ANP, erede del glorioso movimento di Resistenza armata degli anni ’60 e ’70, si è ridotta ad una ristretta burocrazia che riceve finanziamenti internazionali e gestisce anche la polizia palestinese, addestrata dai Carabinieri italiani, che spesso collabora con gli Israeliani nella repressione dei movimenti di Resistenza, che fanno capo ad Hamas, Jihad Islamica, e Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, ed altri gruppi locali.
Benché meno forte ed organizzata che a Gaza, questa Resistenza è stata in grado di organizzare centinaia di episodi di resistenza anche in Cisgiordania, pagati con migliaia di morti ed arresti.
Prospettive per il futuro:
Per il futuro bisogna far prevalere, come diceva Gramsci, il “pessimismo della ragione”.
Israele non ha alcuna intenzione di abdicare al piano originario del movimento sionista di colonizzare tutta la Palestina, e di estendere il proprio potere – nella prospettiva della “grande Israele” - anche al di fuori della Palestina storica come sta avvenendo in Libano e Siria, dove vaste zone sono già occupate da Israele.
La prospettiva dei “due stati” (uno staterello palestinese accanto a quello israeliano) appare oggi solo una presa in giro alimentata ad arte. Israele ha già determinato le condizioni perché lo stato palestinese non nasca, con la distruzione di Gaza ed il tentativo genocidario in corso a danno della popolazione Gazawi. L’enorme e pervasiva espansione delle colonie in Cisgiordania non permette la creazione di uno stato indipendente. D’altra parte questo diritto è esplicitamente negato dal governo israeliano nell’ottica tradizionale sionista che si traduce da oltre un secolo nella formula . “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, dove la presenza di una popolazione che abita la Palestina da millenni non viene nemmeno considerata, con la conseguenza di pulsioni razziste, genocide e di pulizia etnica.
Anche l’ipotesi, degna di tutto rispetto, di un unico stato con pari diritti per Ebrei ad Arabi Palestinesi appare però oggi utopistica e irrealizzabile.
Sono possibili solo due prospettive: o i Sionisti riescono a finire di cacciare, sterminare o chiudere in piccole enclaves i Palestinesi, sull’esempio di come gli Statunitensi trattarono i nativi americani, o la Resistenza palestinese, con l’aiuto dei movimenti e degli stati che la sostengono (da Ansar Allah dello Yemen, a Hezbollah e l’Iran) riuscirà a smantellare lo stato sionista (il che non significa buttare a mare gli Ebrei Israeliani, ma far loro accettare il principio che, se vogliono rimanere, devono accettare la piena parità di diritti tra Ebrei e non Ebrei, rinunciando ad idee suprematiste).
Adesso l’ago della bilancia sembra pendere dalla parte di Israele e dei suoi potenti alleati (USA, UE, NATO) che lo riforniscono di armi, munizioni, finanziamenti, collaborazioni economiche e scientifiche (anche l’Università La Sapienza è coinvolta); ma gli avvenimenti del 7 ottobre hanno messo in moto una serie di eventi storici in Asia Occidentale (dall’intervento di Yemen e Hezbollah a favore dei Palestinesi, all’attacco fallito di Israele e del suo alleato USA all’Iran, all’indebolimento della posizione delle monarchie arabe reazionarie alleate di Israele) che potrebbero portare a clamorosi sviluppi.
Vincenzo Brandi