Una delle questioni cruciali, nell’ambito di un conflitto cinetico, è la gestione dell’escalation. E chi ha modo di controllarla, ha automaticamente in mano un potentissima leva per condizionare il conflitto. Appare abbastanza evidente che, nella guerra russo-ucraina, lo sforzo maggiore da parte russa è stato proprio cercare di gestire l’escalation da parte del blocco NATO, cosa che ha fatto però prevalentemente cercando di contenerla. Nel corso dei trascorsi 51 mesi di guerra, sono innumerevoli le linee rosse varcate dalle forze ucraine e dai paesi dell’Alleanza Atlantica, e fondamentalmente Mosca ha sempre cercato di non rispondere alzando a sua volta il livello dello scontro, preferendo incassare il colpo e dimostrarne l’inefficacia a fini strategici. Ovviamente, questo non ha affatto scoraggiato gli atlantisti, che anzi hanno sempre interpretato ciò come la possibilità di fare sempre un ulteriore passo avanti – che infatti è esattamente quanto hanno fatto.
In tempi più recenti, la Russia ha cercato di porre un freno aumentando il livello di deterrenza, dapprima modificando la propria dottrina d’uso delle armi nucleari, poi con attacchi dimostrativi utilizzando il missile balistico ipersonico a raggio intermedio Oreshnik, e annunciando altre armi come il siluro nucleare Poseidon, il missile balistico intercontinentale Sarmat, il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik. Ma, con tutta evidenza, lo sperato effetto deterrente non c’è stato affatto. Anzi, i paesi europei sono passati ad un ruolo ancora più attivo nel conflitto, diventando direttamente produttori di droni per l’esercito ucraino, e quindi di fatto spostando la parte critica del settore manifatturiero bellico di Kiev in territorio NATO.
Tutto ciò, ovviamente, sta portando la sfida alla Russia verso una soglia pericolosa, e costringerà Putin a dover fare delle scelte che, molto probabilmente, non avrebbe mai voluto fare. È sempre più evidente, infatti, che la NATO è un cane che non intende mollare l’osso, e che quand’anche venisse conclusa in tempi relativamente brevi la liberazione dei quattro oblast costituzionalmente inseriti nella Federazione Russa, la mancata rimozione del governo ultranazionalista ucraino, e l’incompleta demolizione delle sue forze armate, lasceranno in vita tutti i semi per far nuovamente rigermogliare – da qui a qualche anno – la minaccia occidentale attraverso l’Ucraina. Ed è altrettanto chiaro che sarebbe un risultato così parziale, a fronte di 4/5 anni di guerra, da poter essere difficilmente giustificato dinanzi all’opinione pubblica russa. Soprattutto dopo che la leadership del Cremlino ha continuamente ribadito che sarebbero stati conseguiti tutti gli obiettivi, quindi anche denazificazione e demilitarizzazione dell’Ucraina.
Oltretutto, la possibilità di completare in un tempo breve la liberazione non solo dell’oblast di Donetsk, ma anche di quelli di Zaporizhzhya e Kherson, allo stato appare tutt’altro che sicura.
Che sia per incoscienza o per altro, è chiaro che le leadership europee intendono continuare su questa strada di lenta e continua escalation, con l’evidente intento di bollire la rana russa. Oltre al coinvolgimento nella produzione dei droni, sembra che stia prendendo piede l’utilizzo del territorio dei paesi baltici come trampolino di lancio per attacchi in profondità sul territorio russo. Benché la premier lettone si sia dimessa, proprio a seguito di un incidente con droni ucraini, secondo quanto riferisce il servizio segreto russo ci sarebbe già in realtà un accordo tra Kiev e Riga, e personale delle Forze dei Sistemi Senza Pilota ucraine è già stato schierato nelle basi lettoni di Adazi, Selija, Lielvarde, Daugavpils e Jekabpils. Contestualmente, il ministro degli Esteri lituano, Kęstutis Budrys, ha dichiarato: “Dobbiamo mostrare ai russi che possiamo entrare nella piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La NATO ha i mezzi necessari per distruggere le basi russe nell’exclave”.
Insomma, i paesi NATO continuano a gestire l’escalation, e la capacità di contenimento da parte russa si assottiglia sempre più, avvicinando il momento in cui la finestra delle opportunità di risposta si ridurrà drasticamente – e drammaticamente.
Com’è noto, di contro a questa posizione moderata della leadership putiniana, si contrappone quella decisamente più radicale, che fa in un certo senso capo al politologo Sergej Karaganov, la cui tesi di fondo è che, proprio per evitare che questa continua escalation porti ad un punto di non ritorno, cioè ad un conflitto aperto tra Russia e NATO, sia necessario stroncarla sul nascere, infliggendo un colpo intimidatorio deciso e diretto proprio contro i paesi dell’Alleanza Atlantica che stanno alimentando la guerra.
Secondo Karaganov, sarebbe necessario colpire – ad esempio – alcuni stabilimenti di produzione militare coinvolti nel conflitto e presenti in territorio NATO; e qualora ciò si rivelasse insufficiente, passare a centri di comando militare. In casi estremi, ricorrendo anche ad armi nucleari tattiche.
Sostanzialmente, chi si oppone alla tesi radicale ha a sua volta dalla sua dei validi argomenti. Innanzitutto, per una questione relativa al posizionamento internazionale della Russia, che in questo momento è considerata – al pari della Cina – come un potente fattore di stabilizzazione globale (tale è, ad esempio, la valutazione che ne viene fatta dai paesi arabi del Golfo). Posizione che rischierebbe di risultare inficiata se Mosca dovesse essere invece percepita come l’attore che innesca un conflitto diretto con la NATO. E, ovviamente, c’è l’altrettanto valida obiezione che non esiste alcuna garanzia che – a fronte di un attacco, diciamo così, intimidatorio – la NATO si fermi e receda dal proseguire l’escalation ed il sostegno a Kiev.
Si comprende bene, insomma, che la questione ruota intorno a valutazioni ipotetiche, per quanto ineludibili.
Quello che a mio avviso però manca, nel dibattito su questo tema, è una attenta e razionale valutazione dell’aspetto militare della questione.
Tutto sembra ruotare intorno all’idea che – indipendentemente dalla scintilla che innesca il conflitto, che sia un Oreshnik su Ramstein o un’operazione NATO contro Kaliningrad – quello che seguirà sarà un conflitto convenzionale tra l’Alleanza Atlantica e la Federazione Russa, suscettibile di escalare verso un conflitto nucleare.
Un’ipotesi questa, che ritengo totalmente irrealistica.
Se, infatti, si determinasse il passaggio ad una situazione di conflitto cinetico diretto tra Russia e paesi europei della NATO, le prime due cose che accadrebbero –necessariamente direi – sono l’occupazione russa dei Paesi baltici, cercando di occupare immediatamente il Corridoio di Suwałki per evitare l’accerchiamento di Kaliningrad, ed il dispiegamento delle forze NATO lungo tutta la linea del fronte ucraino.
Non hanno qui grande importanza tutti i discorsi sulla capacità di queste forze nel reggere – e quanto a lungo – lo scontro. Il punto è che, improvvisamente, la quantità di personale militare e di mezzi, di sistemi anti-aerei ed anti-missile, nonché di aviazione da combattimento, schierata contro la Russia, si moltiplicherebbe per due o per tre. Il che non solo renderebbe necessaria una mobilitazione di massa in Russia, ma aprirebbe una prospettiva di ulteriore, e più sanguinoso, prolungamento della guerra. Va da sé che se più di quattro anni non sono stati sufficienti a sconfiggere le forze ucraine, soltanto appoggiate dalla NATO, un cambiamento di quest’ordine di grandezza nei rapporti di forza avrebbe un impatto enorme sulla tempistica del conflitto.
Tutto questo per dire che l’ipotesi di un conflitto convenzionale con la NATO, anche solo per la sua parte europea, è dal punto di vista russo assolutamente inaccettabile. E quindi Mosca si troverebbe nella condizione di dover esercitare un attacco shockante, capace di disarticolare immediatamente il sistema di comando politico-militare dell’Alleanza, con tutto ciò che questo comporterebbe.
Nella sua essenza, la questione è tutta qui. Per quanto la NATO possa essere – ed è – in condizioni di inferiorità sotto molti aspetti, il suo coinvolgimento attivo sarebbe comunque tale da imporre un salto di qualità considerevole nello sforzo bellico russo. Non foss’altro che per l’immensa profondità strategica del territorio europeo, paragonato a quello ucraino.
Quel che ne consegue è che la posizione di Karaganov si discosta da questo scenario solo perché tende ad anticiparlo. Il punto, quindi, non è se, né come, ma soltanto quando questo scenario si realizzerà. A meno che, e qui sta il nocciolo della moderazione di Putin, nell’arco di tempo compreso in questo quando non si vengano a determinare – sul campo di battaglia o sullo scacchiere globale – dei cambiamenti tali da spingere le leadership europee a desistere dal perseguire l’escalation.
È abbastanza evidente, tra l’altro, che queste aspettano anche un possibile ritorno dei democratici alla Casa Bianca, per trarne tutto il necessario sostegno, in un’ottica di russofobia generalizzata. Il che potrebbe non darsi, sia nel senso che potrebbe non determinarsi l’avvicendamento a Washington, sia che ciò potrebbe non significare sic et simpliciter la volontà statunitense di riprendere il conflitto con Mosca.
Si comprende abbastanza facilmente, quindi, che quella russa è, in ogni caso, una scommessa. Ma, al tempo stesso, è altrettanto chiaro che se i paesi europei insistono su questa linea – e nulla lascia presagire che vogliano smettere – il margine di manovra di Putin si riduce. Difficile peraltro capire sino a che punto nelle cancellerie del vecchio continente siano davvero consapevoli di ciò che stanno facendo, e delle possibili conseguenze. Il dubbio amletico del presidente russo è quindi una faccenda non da poco. Se guardiamo indietro, vediamo che lanciò il suo allarme in occasione della Conferenza sulla Sicurezza in Europa a Monaco, nel 2007 – quasi vent’anni fa. La NATO se ne fece sostanzialmente beffe, e continuò per la sua strada, sinché – nel febbraio 2022 – Putin ruppe gli indugi ed avviò l’Operazione Militare Speciale. E questo ci dice sostanzialmente due cose: che certamente non è incline al conflitto, ma che quando diventa necessario non esita. Con un po’ di lungimiranza e di buon senso, da parte di tutti i membri della NATO, ma degli europei in particolare, si sarebbe molto probabilmente potuto evitare. Ma hanno voluto insistentemente andare avanti sulla strada che portava allo scontro. E l’hanno puntualmente ottenuto.
Pensare che la Russia si faccia bollire come la rana è davvero una pericolosa ingenuità. Che gli dei ci preservino Putin e la sua pazienza, ma prima o poi – con lui o qualcun altro al Cremlino – dovremo fare i conti con le conseguenze della nostra irresponsabilità. E non sarà un bell’affare.
Enrico Tomaselli - Giubbe Rosse
John Mearsheimer. Verso
una guerra totale con Russia e Iran:
https://www.youtube.com/watch?v=8WT-Ixezg74