venerdì 2 ottobre 2026

Concluso il Valdai Discussion Club...


La 23ª riunione annuale del Valdai Discussion Club si è conclusa il 1° ottobre 2026. L'evento di quest'anno si è svolto nell'arco di quattro giorni, dal 28 settembre al 1° ottobre 2026, e si è chiuso ufficialmente con la consueta sessione plenaria e il discorso programmatico di Vladimir Putin.

Il presidente ha dichiarato pubblicamente che la Russia non attaccherà MAI l'Occidente: "non avverrà nel 2030 come nemmeno nel 2050".

Cosa altrettanto importante, Putin  ribadisce il principio che muove la Russia da 12 anni a questa parte, fin troppo spesso sorvolato, ovvero il colpo di stato in Ucraina agli inizi del 2014, la scintilla da cui è deflagrata poi la situazione presente.  Tutto inizia a Maidan con il  rovesciando di Yanukovich (presidente ucraino regolarmente eletto che voleva l'Ucraina nell'Unione eurasiatica assieme a Mosca), con questo colpo di Stato  l'occidente euro-americano ha tentato di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, concetto che all'epoca non venne espresso a chiare lettere onde non guastare il carattere "pseudo-democratico" della rivolta di piazza, ma che sarà poi ribadito apertamente innumerevoli volte dopo l'inizio del conflitto nel 2022 (il concetto di sconfitta strategica precede quindi di molto l'attuale conflitto in corso).

Il Cremlino si è mosso - e vigorosamente - solo dopo aver subito tale attacco, poiché di attacco si è trattato, benché nelle sembianze di una rivoluzione colorata per le strade di Kiev: quest'ultima infatti non ha fatto che mettere al potere una leadership "pseudo nazionalista" ben decisa a seguire le direttive di Washington/Bruxelles (finanziatori sin dal principio) e che ha tramutato Mosca in "mostro geostrategico" alle porte. La rivoluzione arcobaleno in realtà sarebbe servita per mettere i missili NATO alle porte della Russia.

Per contro Mosca non ha mai avuto alcun interesse sull'Europa, soprattutto occidentale: non è mai esistito alcun piano di bombardare la Polonia (per esempio), tanto meno Parigi o Berlino o Amsterdam. Che vantaggio ne trarrebbe ?!  

La fobia antirussa è una follia collettiva che si sta inculcando nell'opinione pubblica europea senza motivo.

Daniele Lanza



giovedì 1 ottobre 2026

Medio Oriente. Vademecum bellico...

“Comprendere lo Yemen” il nuovo libro di Tim Anderson...

 

























Il 27 settembre 2026 è stato presentato a Roma presso il Centro di Iniziativa Popolare del quartiere Alessandrino il libro “Comprendere lo Yemen”, curato dal professore australiano Tim Anderson, già autore di ottimi libri sulla Siria, Cuba, ed altre realtà antimperialiste.
 
La presentazione era organizzata dal Coordinamento per la Palestina, i Giovani Palestinesi e l’Unione Democratica Arabo-Palestinese.
 
L’autore era presente e ha risposto a una serie di domande postegli dal giornalista Alberto Fazolo e dal pubblico, molto numeroso e attento.
 
Tutto è stato registrato ed il link per ascoltare la registrazione sarà fornito appena possibile. Intanto vorrei però precisare alcuni aspetti che sono stati oggetto di varie domande da parte di compagni ed amici.
 
In sintesi Anderson ha ricordato che la rivoluzione del 2014, che ha estromesso dal governo dello Yemen lo storico presidente Saleh (uomo di fiducia dell’Arabia Saudita), è stata condotta da una coalizione di partiti e movimenti guidata dal movimento Ansar Allah.
 
Questo movimento (chiamato in Occidente col nome improprio di Houthi dal nome del suo fondatore) è un movimento di ispirazione musulmana “zaidita” (una corrente con analogie con lo Sciismo, ma  distinta dallo Sciismo iraniano, con cui condivide però un atteggiamento aperto verso la giustizia sociale e l’azione antimperialista).
 
Ansar Allah si ritiene alleata ma indipendente dall’Iran ed ha la sua base nell’estremo Nord del Paese, mentre il resto del Paese è di fede musulmana-sunnita, ma di una corrente aperta e dialogante, che non segue il Wahabismo reazionario e dogmatico dell’Arabia Saudita.
 
Della coalizione rivoluzionaria faceva parte anche il vecchio Partito Socialista (il partito di ispirazione marxista-leninista che aveva governato sullo Yemen del Sud fino alla riunificazione pacifica avvenuta nel 1990). Questa riunificazione fu temporaneamente interrotta con la guerra civile del 1994 in cui il Sud fu sconfitto dal Nord dominato allora dal presidente Saleh.
 
Alla fine dell’esperienza indipendentista del Sud ha contribuito anche lo stato di isolamento in cui si è trovato già alla fine degli anni ’90 a causa della crisi dell’URSS, dovuta alle incaute e cervellotiche ”riforme” interne di Gorbacev, e della sua decisione di ritirare l’appoggio a tutti i fronti antimperialisti.
 
Dopo la rivoluzione del 2014, il Consiglio di sicurezza dell’ONU, su istigazione delle potenze occidentali e delle monarchie arabe reazionarie, ha riconosciuto in una sua risoluzione come legittimo governo dello Yemen quello provvisorio che faceva capo all’ex vice-presidente di Saleh, Hadi, che si è affrettato a fuggire in Arabia Saudita, dove è divenuto ostaggio dei Sauditi.
 
Il movimento Ansar Allah è stato anche ufficialmente dichiarato “terrorista” dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (il commento di Anderson è stato che forse nell’occasione Russia e Cina stavano dormendo!). Lo Yemen centro-settentrionale (dove vive l’80% della popolazione), rimasto sotto il controllo della coalizione rivoluzionaria, è stato sottoposto a pesantissime sanzioni nonostante la povertà della popolazione.
 
Successivamente, a partire dal 2015, lo Yemen centro-settentrionale è stato sottoposto a devastanti bombardamenti da parte degli USA e dei loro alleati, mentre il Sud e l’Est del paese (desertico ma ricco di giacimenti petroliferi poco sfruttati) passavano sotto il controllo di mercenari finanziati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
 
Nel 2025 si sono avute nuove devastanti ondate di bombardamenti di USA, Israele, ed alleati in seguito al coraggioso intervento militare yemenita in aiuto ai Gazawi sottoposti a genocidio. Il livello militare degli Yemeniti si è però mantenuto alto grazie anche alla strategia di costruirsi missili e altre armi in casa, in rifugi sotterranei profondi sull’esempio dell’Iran.
 
Per quanto riguarda la situazione delle donne in Yemen (altra domanda che spesso viene fatta), il paese è molto tradizionalista, per cui gran parte delle donne tribali porta ancora il burka. Il governo rivoluzionario ha scelto la strada di lavorare per conseguire obiettivi di giustizia sociale e di azione antimperialista senza forzare la mano con provvedimenti incauti e impopolari che hanno causato l’isolamento delle direzioni rivoluzionarie in altre situazioni. Il governo punta sull’istruzione per far evolvere la situazione, come già successo in Iran
 
E’ stato infatti sottolineato – anche sulla base di esperienze dirette di Anderson ed altri – che oggi in Iran il 20-30% delle donne circola liberamente senza velo (non più obbligatorio da tempo) e un altro 50% lo porta pro-forma sulla nuca e le spalle, seguendo comunque un’antica tradizione. Le donne risultano avere ottimi livelli di istruzione e il 60% dei laureati sono donne- Hanno largo accesso a tutte le professioni e la politica, smentendo le bugie della propaganda imperialista.
 
Vincenzo Brandi



mercoledì 30 settembre 2026

E' arrivato l'autunno e qualcuno in Europa si accorge che gli manca il gas, il gasolio, la nafta, la benzina... ed il senno!

 

martedì 29 settembre 2026

Maia Sandu "impicciata" - Moldavia inquieta...

 

Maia. Il suo sogno è la UE e la NATO...

lunedì 28 settembre 2026

A qualcuno piace la Russia... ad altri no...

 

domenica 27 settembre 2026

...ha stato Putin!?



C'è una cosa che dovrebbe essere elementare in una società democratica: quando si accusa un Paese di un atto grave, bisogna portare le prove.

Non basta ripetere ogni giorno «è stata la Russia».
Non basta un titolo di giornale.
Non basta una dichiarazione politica.
Non basta creare paura tra i cittadini.
SERVONO FATTI, ELEMENTI CONCRETI, INDAGINI E PROVE VERIFICABILI.
L'Unione Europea, gli Stati Uniti, la NATO e anche il governo ucraino hanno tutto il diritto di denunciare ciò che ritengono minaccioso. Ma proprio perché stiamo parlando di una potenza nucleare come la Russia, la responsabilità delle parole deve essere enorme.
Quando un'accusa viene trasformata immediatamente in una certezza, senza spiegare quali siano gli elementi che la sostengono, si rischia di alimentare una spirale pericolosissima.
E questo vale per tutti.

Non sto dicendo che ogni accusa contro la Russia sia falsa. Sarebbe altrettanto scorretto. Esistono casi nei quali governi e organismi internazionali hanno presentato attribuzioni specifiche, per esempio riguardo ad alcune attività informatiche e operazioni ibride. Ma proprio per questo bisogna distinguere un caso documentato da un'accusa ancora da dimostrare. Perché oggi sembra troppo facile costruire una narrazione nella quale, qualunque cosa accada, il primo nome pronunciato è sempre lo stesso: RUSSIA.

E io dico: BASTA.
Se avete le prove, mostratele. Se un'indagine è ancora in corso, dite che è in corso.
Se esistono elementi riservati che non possono essere divulgati, spiegate almeno chiaramente che si tratta di valutazioni d'intelligence e non di prove che il cittadino possa verificare. Ma non trasformate ogni sospetto in una verità assoluta. E soprattutto, non utilizzate la paura della guerra per convincere i cittadini che dobbiamo prepararci continuamente a un nuovo conflitto.

La Russia non è un piccolo Paese che può essere trattato come un bersaglio qualsiasi. È una grande potenza militare e nucleare. Proprio per questo provocazioni, minacce, propaganda e accuse non dimostrate possono diventare pericolosissime.

E qui la responsabilità politica è enorme: Bruxelles, Washington, Kiev, Mosca e tutti gli altri protagonisti devono capire che giocare con la paura di una guerra mondiale non è un gioco.
Non abbiamo bisogno di altre persone che alzino la temperatura.
Abbiamo bisogno di prove quando si fanno accuse, trasparenza quando si parla ai cittadini e diplomazia quando esiste il rischio di un'escalation.
Perché alla fine delle guerre non pagano il prezzo i politici che fanno dichiarazioni davanti alle telecamere.

PAGANO I CITTADINI.
Pagano con i prezzi più alti, con l'energia, con l'economia, con la sicurezza e, nei casi peggiori, con la propria vita.
E allora smettiamola di trasformare ogni episodio in un'altra occasione per alimentare lo scontro.
LE ACCUSE SI DIMOSTRANO.
LE PROVE SI PRESENTANO.
LA PAURA NON PUÒ DIVENTARE UNA POLITICA ESTERA.
E soprattutto: prima di parlare di guerra, bisogna avere il coraggio di parlare di PACE.

Dilma da Silva