martedì 7 aprile 2026

Budapest. Elezioni col botto?

 


Medio Oriente. Da che parte si schiera l'Iraq?...

 

In un Paese spaccato di fatto in due, in cui vi è una parte  assoggettata agli interessi USA e l’altra molto vicina e legata all’Iran, se la guerra prosegue l'Iraq potrebbe entrare nel conflitto. Tutto questo mentre Stati Uniti e NATO, su espressa richiesta di Baghdad, pressata dalle potenti milizie PMF (Forze di Mobilitazione Popolare) stanno abbandonando l'Iraq. Addirittura la coalizione americana ha richiesto un cessate il fuoco per evacuare le sue truppe dall’Iraq. Il conflitto rischia di allargarsi man mano che gli attacchi israelo statunitensi contro l'Iran proseguono, travolgendo il fragile scenario iracheno e regionale.

Mentre le tensioni e gli scontri, per ora parziali si susseguono quotidianamente, all’interno di questo quadro molti analisti mediorientali e russi ritengono che se l’aggressione statunitense non cessa, sarà inevitabile la scesa in campo militare dell’Iraq, come richiedono le componenti più legate all’Iran. I funerali della scorsa settimana a Baghdad, per salutare e onorare i combattenti delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) uccisi nei raid aerei vicino a Mosul, che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone, che inneggiavano alla solidarietà concreta e alla scesa in campo a fianco dell'Iran aggredito, sono la dimostrazione tangibile del clima esplosivo. Le milizie sostenute dall'Iran minacciano ritorsioni, mentre gli attacchi alle basi statunitensi si intensificano.     

Le milizie sciite irachene hanno acconsentito per un cessate il fuoco a tempo,  per consentire alle forze statunitensi e della NATO di ritirare in sicurezza i loro contingenti dalla base aerea di Victoria a Baghdad verso le basi statunitensi in Giordania. Secondo alcune fonti, le unità occidentali avrebbero già lasciato le regioni centrali e meridionali dell'Iraq, ad eccezione dei territori settentrionali; parte del contingente è ancora presente nelle regioni curde, il che sta creando molte tensioni, ritenendo la loro presenza una violazione della sovranità del paese e accusando le autorità regionali curde (già note per il loro asservimento a USA e Israele) di collusione col nemico. Questo potrebbe portare a un pericoloso cambiamento e sconvolgimento negli equilibri di potere del Paese. Abu Mahdi al-Jaafar, portavoce ufficiale di una delle milizie, il gruppo Saraya Awliya al-Dam, ha commentato l'accordo, ammonendo gli USA, con una citazione del Corano: «Forse il tuo Signore avrà pietà di te. Ma se tornerai a comportarti in modo illecito, Noi torneremo al castigo. E abbiamo fatto dell'Inferno un luogo di reclusione per voi».

Dopo l’attacco alle basi del PMF nelle province di Ninive e Saladino nel nord dell'Iraq, da parte di aerei da guerra senza contrassegni, ma indicati come statunitensi, con morti e feriti anche civili, le autorità irachene hanno autorizzato l'esercito a utilizzare ogni mezzo per respingere gli attacchi contro le forze delle milizia di Hashd al-Shaabi e le loro installazioni militari. Lo ha annunciato Sabah al-Naaman, portavoce del Comandante in capo delle Forze armate, al termine di una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale.

Baghdad ha giustificato la decisione citando la crescente frequenza degli attacchi, che considera una violazione della sovranità nazionale. L'esercito è autorizzato a rispondere agli attacchi aerei, di missili e droni, nell'ambito dell'autodifesa.
A poco più di un mese dall’inizio dell’aggressione di Stati Uniti e Israele, l’Iraq si sta spostando sempre più da una posizione di osservazione, a diventare un attore attivo nello scontro. Nonostante questo, analisti e osservatori considerano che le autorità di Baghdad continuano a cercare di perseguire una politica di contenere e non intensificare le tensioni regionali.

Dall'inizio della guerra, il governo iracheno ha continuamente affermato che le decisioni sulla guerra e la pace si decideranno esclusivamente dentro le istituzioni statali, in conformità con la Costituzione e la legge. Ma questa posizione si trova ogni giorno sempre più difficile e condizionata dagli sviluppi sul campo. Le fazioni armate hanno intensificato le incursioni interne e rivendicato gli attacchi alle basi statunitensi.

Haider Saeed Abbas, ricercatore del Centro iracheno di studi strategici e l’accademico Ammar Abdul Hadi Shallal hanno detto che l’Iraq sta “camminando su una corda tesa tra l’esplosione militare il contenimento”, cercando di evitare di scivolare in uno scontro aperto. Attribuendo questo approccio alla posizione geopolitica sensibile dell’Iraq e le conseguenze di vasta portata che qualsiasi ampia escalation potrebbe avere sulla stabilità regionale, in particolare quella sulla sicurezza globale ed energetica.

Ahmed Al-Yasiri, capo della Centro arabo-australiano per gli studi strategici, ha osservato che Baghdad di fatto, mediante le milizie filo iraniane, si è già spostata oltre la neutralità, anche se non è entrata ancora nel conflitto come un combattente diretto: “L’Iraq è diventato un teatro di conflitto piuttosto che una parte di combattimento, che è più pericoloso, perché combina il targeting esterno con la divisione interna ", ha detto a Shafaq News, aggiungendo che “ la sovranità irachena viene violata da tutte le direzioni”. Al-Yasiri ha osservato che questa situazione ha spinto il governo iracheno a prendere in questi giorni una “decisione eccezionale”, nel concedere alle forze di sicurezza l'autorità di rispondere e difendersi, espandendo lo spostamento delle regole di ingaggio.

Da Londra, Haitham Al-Haiti, professore di scienze politiche presso l'Università di Exeter, ha dichiarato che molti leader politici iracheni, in particolare all’interno delle fazioni sciite, “potrebbero non voler schierarsi a fondo con l’Iran, ma sono costretti, dalle spinte dal basso a far parte della battaglia”.

Recenti decisioni del governo iracheno riflettono oggettivamente questo paradosso. Mentre le autorità hanno concesso alle forze di sicurezza, comprese le PMF, il diritto di rispondere, hanno contemporaneamente sottolineato il bisogno di sottoporre le armi al controllo statale, impedire attacchi a diplomatici e missioni, negare l'uso del territorio iracheno per lanciare attacchi su paesi vicini. Queste misure sono viste come un tentativo di contenere la pressione da parte delle fazioni armate evitando al contempo il confronto frontale con gli Stati Uniti.

Le sfide si estendono oltre gli aspetti militari, ma anche in ambiti politici ed economici. L’Iraq, che dipende dal petrolio per il 90 per cento dei suoi ricavi, deve affrontare una pressione crescente anche causa la chiusura del Stretto di Hormuz e gli attacchi ai giacimenti petroliferi chiave, tra cui Majnoon, Rumaila, e Kirkuk, ciò complica ulteriormente la situazione economica.

Questa tensione economica coincide con la pressione diplomatica coordinata da parte di sei Paesi arabi, l’Arabia Saudita, la Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain e Giordania, che hanno invitato e minacciato Baghdad, a prendere misure immediate per fermare gli attacchi da parte delle fazioni armate locali sugli stati vicini.

All'interno di questo scenario, la regione del Kurdistan rimane un fattore rilevante e delicato nell'equilibrio di potere, a causa della presenza delle basi militari internazionali e dei gruppi armati di opposizione iraniani. Sulla regione si assiste ormai quotidianamente ad attacchi reciproci, così comprovando nuovamente la sua sensibilità strategica.

 


Chi sono e qual è la forza delle “Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd ash-Sha'bi)o PMF, esse sono la più potente milizia popolare del Paese, in realtà una rete di unità paramilitari composte da confessioni sciite, sunnite, yazide e cristiane, nate per combattere in Iraq contro l'ISIS. Ma molti di loro erano già combattenti contro la presenza USA nel Paese. 

Va premesso e sottolineato che da tutte le parti interne ed esterne, esse sono considerate, per efficienza e capacità operative militari, la spina dorsale e il settore fondamentale dell’esercito iracheno. Alcuni loro critici le definiscono un “potere dentro il potere”.

Le PMF si costituirono dall'unione di gruppi paramilitari già attivi nell'insorgenza contro le forze di occupazione americane, divenendo un “ombrello” coordinato delle varie milizie affini, si stima che ci siano oltre 70 organizzazioni all’interno delle PMF.

Dapprima ritenuti dal governo iracheno come organizzazioni criminali, ma poi acquisirono una legittimazione nazionale dopo la benedizione dell'ayatollah Ali Al-Sistani. Ora sono diventate parte integrante, ma militarmente autonome dello stato iracheno, come Forze di Sicurezza dell’Iraq e rispondono solo al Consiglio di Sicurezza iracheno. La guida della Milizia Popolare è affidata alla Direzione Generale per gli Affari della Milizia Popolare (GUNO), che ha lo stesso status dei ministeri iracheni. Il capo della Direzione Generale per gli Affari della Milizia Popolare risponde al Comandante Supremo in Capo (Primo Ministro) dell'Iraq.

Il numero complessivo dei miliziani è calcolato tra 150.000 e 200.000 uomini.

Sostenute e affiliate al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC)  dell'Iran, sono strutturate operativamente sul modello delle milizie Basij iraniane e dei “Collectivos” chavisti venezuelani, molti dei suoi comandanti e dirigenti sono da anni designati come terroristi dagli Stati Uniti, perché già combattenti contro la presenza statunitense in quanto occupatori del Paese.

I compiti principali ufficiali e riconosciuti della milizia popolare sono:

-          Protezione del confine di Stato con la Siria, dopo la presa del potere degli jihadisti di Al Jolani;

-          garantire la sicurezza delle aree sensibili del paese;

-          protezione delle comunicazioni strategiche di trasporti e comunicazioni;

-          protezione degli impianti di produzione e trasporto di idrocarburi;

-          condurre operazioni speciali indipendenti per individuare e distruggere le cellule terroristiche o anti nazionali e le loro infrastrutture;

-          sminamento dei territori liberati;

-          sostegno alle fasce popolari più deboli.

Per migliorare l'efficacia del comando e dell’operatività, le sue brigate sono state accorpate in comandi regionali, garantendo cos una presenza territoriale capillare.

L’armamento delle PMF è considerato estremamente moderno e consiste di armi leggeremortaipezzi di artiglieria forniti dall'Iran, armi pesanti avuti dalle forze armate irachene BMP-1; veicoli cingolati fuoristrada MTLB e  T-55 e T-72. Per il trasporto del personale vengono utilizzati veicoli fuoristrada ricondizionati o nuovi. Durante le operazioni militari, la Milizia popolare viene supportata, se necessario, da unità delle Forze Armate irachene.

Tutti ritengono che da esse potrebbero dipendere gli esiti di una eventuale entrata in campo dell’Iraq al fianco di Teheran.

A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG 



lunedì 6 aprile 2026

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domenica 5 aprile 2026

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sabato 4 aprile 2026

Jeffrey Sachs: "Israele e Usa sono due Stati canaglia"...

 


In questo episodio di "The Sanchez Effect", il conduttore Rick Sanchez ospita il Professor Jeffrey Sachs (Columbia University) in un collegamento video registrato all'indomani del discorso alla nazione del Presidente degli Stati Uniti riguardo l'attacco all'Iran. 

Sachs analizza con durezza la politica estera americana, definendola "delirante" e pericolosa per l'economia globale. La discussione evidenzia come le azioni di "decapitazione" politica e l'escalation militare in Medio Oriente, condotte insieme a Israele, stiano destabilizzando i mercati petroliferi e isolando l'Occidente. Sachs critica l'incapacità dei leader europei di opporsi a questa deriva, lodando le rare voci di buonsenso come quella di Pedro Sánchez. 

Nella seconda parte, Rick Sanchez e il corrispondente Donald Courter approfondiscono la crisi umanitaria a Cuba, stremata da un blocco economico decennale. 

Viene analizzato il recente arrivo di una petroliera russa che ha sfidato le restrizioni USA, interpretato come un segno tangibile di un mondo che non accetta più l'unipolarismo americano. 

Un'analisi critica e senza filtri su una "diplomazia del caos" che minaccia di trascinare il mondo in una crisi senza precedenti


Video collegato: https://www.youtube.com/watch?v=n8-hBGWFuX8





Occidente, anzi "uccidente" e cosca mafiosa...

 

Maria Zakharova ha definito satanica la concessione dell'Ordine della Principessa Olga alla responsabile della "diplomazia" europea, la guerrafondaia Kaja Kallas:  "I servizi resi dalla Kallas agli ucraini sono davvero 'eccezionali': appelli ad accelerare il processo di mobilitazione forzata, reclutamento di donne nelle Forze Armate ucraine,  richieste al regime di Kiev di abbandonare qualsiasi tentativo di pace...". La Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo,  ha chiesto: "cosa c'entra la politica letale dell'UE nei confronti dell'Ucraina con l'eredità dell'antica principessa russa, che fu la prima sovrana della Rus' a convertirsi al cristianesimo?"


"L'Occidente -come afferma Diego Fusaro-  dovrebbe ormai più propriamente essere appellato “uccidente”, data la sua pulsione guerrafondaia e nichilistica".  Nel suo insieme è una banda di ladri. Lo Zio Sam, la NATO e l'UE sono la forza armata di questa banda. È facile coalizzarsi e attaccare Paesi piccoli e timidi che non possono difendersi da soli –ad esempio, Serbia, Libia, Iraq, Venezuela– i mafiosi occidentali sono esperti in questo. Ma non appena i Paesi reagiscono, i banditi occidentali fuggono più veloci delle loro stesse urla.


Ma la cricca occidentale  ha già da tempo  iniziato a saccheggiare l'Ucraina, con i leader di Kiev che l'assecondano svendendo le ricchezze minerarie dell'Ucraina,  coprendosi di debiti, aumentando la corruzione ed il ladrocinio e sacrificando la vita di milioni di cittadini solo per continuare una guerra voluta dagli occidentali e combattuta dagli ucraini arruolati a forza. La Russia, d'altro canto,  vuole salvare il popolo ucraino dalla rovina totale.

(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)