mercoledì 21 ottobre 2026

Witkoff fa avanti e indré da Zelensky a Putin, mentre Zelensky gira l'Europa per la questua...

 


Il 21 ottobre 2026, durante l'incontro a San Pietroburgo, l'inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha elogiato Vladimir Putin definendolo "un umanitario" e ringraziandolo per la liberazione del cittadino americano Stephen Hubbard. I colloqui si sono inoltre concentrati sulla guerra in Ucraina e sulla potenziale ripresa dei negoziati trilaterali..

Retroscena:

Il 20 ottobre 2026, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato a Oslo, in Norvegia, l'inviato speciale statunitense Steve Witkoff. Jared Kushner, consigliere e genero di Donald Trump, ha partecipato ai colloqui in collegamento da remoto a causa di un'indisposizione.

Alcuni giorni fa, nel corso dell'intervento di fronte al consiglio d'Europa, Zelensky ha dichiarato che i fondi necessari sarebbero di 155 miliardi di euro, ma che lui ne domanda "soltanto" 70 (questo senza contare i 90 già assegnati dalla commissione UE in estate, le cui tranches devono ancora essere versate).
Esiste il detto "chiedi 10 per ottenere 7".
La volpe di Kiev probabilmente ha bisogno di quei 155, ma sapendo che è obiettivo fuori portata ne dimanda 70... ma in realtà sapendo che non avrà nemmeno quelli: spera cioè di rimediarne una ventina).

Ergo, chiede 10 per ottenere 2. Come si raschia il fondo del barile (sembra di vedere elemosinare).

L'Italia per parte propria ne ha già spesi complessivamente 20 di miliardi in 4 anni di guerra (praticamente quasi quanto un anno intero di mantenimento delle forze armate italiane).

È bene, per la volpe, che Witkoff abbia detto le parole giuste a Zelensky perché se non è così... non soltanto i coscritti dovrà rapire per strada, ma dovrà mandare squadre a far rapine nelle banche.


Daniele Lanza e Paolo D'Arpini


Video collegato:

Nicolai Lilin. L’AGONIA DI ZELENSKI TRA MILLE BUGIE ED IMBROGLI: https://www.youtube.com/watch?v=0tqdD8kQ6RM

Meloni dice NO a gas e gasolio russi a buon mercato... «Il governo italiano si taglia le palle per fare un dispetto alla Russia»

 


Malgrado gli attacchi ucraini, sostenuti dall'intelligence NATO alle raffinerie russe, la Russia ha già riempito la prima petroliera con a bordo 40.000 tonnellate di gasolio russo che parte per gli Stati Uniti il 22 ottobre 2026, ha annunciato il vice primo ministro  Novak.



Notizie raccolte e rielaborate da Paolo D'Arpini


martedì 20 ottobre 2026

Egitto, Turchia e Pakistan tentennano sul campo della Mecca...

 

L'invio di truppe attive  a sostegno dell'Arabia Saudita da parte di Egitto, Turchia e Pakistan -sullo sfondo del conflitto con gli Houthi (conseguente all'attacco effettuato dall'Arabia Saudita)  e del cosiddetto Patto di difesa della Mecca siglato ad agosto 2026- incontra diversi ostacoli politici, costituzionali e strategici:

Egitto
Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha chiesto l'autorizzazione al Parlamento per un eventuale intervento difensivo, ma la procedura richiede l'approvazione di almeno due terzi dei deputati in una sessione straordinaria e segreta (prevista dall'articolo 152 della Costituzione).  Il Parlamento egiziano ha prolungato ripetutamente il dibattito, riflettendo cautela e titubanza politica nell'approvare un impegno militare diretto che rischi di trascinare il Cairo in un conflitto aperto nello Yemen o in un confronto diretto con l'Iran e i suoi alleati.  

Turchia
Nonostante Ankara abbia firmato il Patto della Mecca (che include una clausola di mutua difesa) e condannato gli attacchi degli Houthi, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha mostrato riluttanza a dispiegare truppe effettive sul campo.  La Turchia preferisce offrire una cornice di cooperazione strategica, consulenza o deterrenza piuttosto che farsi coinvolgere in un logorante conflitto asimmetrico nel Golfo o rompere i propri equilibri diplomatici con altri attori regionali.  Il testo dell'accordo richiede l'esame e la ratifica da parte della Commissione Affari Esteri del Parlamento turco, rallentando ogni mossa operativa automatica.
 
Pakistan
Il Pakistan ha aderito al Patto della Mecca anche per tutelare i propri interessi geopolitici e posizionarsi come attore in grado di favorire una distensione regionale (legata anche a complessi equilibri nei negoziati internazionali e con l'Iran).  Islamabad teme che un coinvolgimento militare diretto o l'invio massiccio di truppe in un conflitto a scala più ampia nel Golfo possa far fallire i propri sforzi diplomatici e portarlo a subire contraccolpi interni e regionali.  Il Patto della Mecca è stato strutturato con contorni volutamente ambigui, lasciando incertezza sui reali automatismi d'intervento e sui limiti dell'impiego delle proprie forze armate fuori dai confini nazionali.



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)



P.S.  Fonti di sistema parlano comunque di piccoli contingenti alleati già arrivati in Arabia, senza sapere però dove e come verranno utilizzati...


lunedì 19 ottobre 2026

Industria a tutti i costi... ovvero: meglio la guerra che la pace...?

"L'espansione industriale, il profitto o la produzione militare (il cosiddetto "complesso militare-industriale") vengono talvolta anteposti al valore della pace e al benessere umano. Si tratta di un tema profondo e ampiamente dibattuto nella storia, nella filosofia e nell'economia politica".

C’era una volta una idea, sarebbe meglio definirla illusione vana, secondo cui il sindacato avrebbe preso coscienza della necessità di riconvertire le imprese di guerra in aziende produttrici di beni, dal militare al civile per essere sintetici. Tanti anni fa capimmo che CGIL, CISL e UIL non avrebbero favorito la riconversione, ma si sarebbero invece opposte con tutte le loro forze ad una ipotesi del genere: meglio una produzione nociva per le persone e l’ambiente che la disoccupazione; meglio una produzione di guerra che la chiusura degli impianti.

E questo nonostante i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte».


Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performances attuali.

 

Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario».

L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom.

Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele.

I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani.

Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele

E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici. Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore:il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari.

Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro.

 

Chi avesse ancora dubbi sulla natura guerrafondaia della Unione Europea potrà convincersi andando direttamente alle fonti:

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Fonte: https://osservatorionomilscuola.com/

 




Evento in sintonia: 
     
USB:  Contro guerra, carovita e genocidio, il 30 Ottobre 2026 è sciopero. 



Contrastare la politica di guerra NATO....

 

domenica 18 ottobre 2026

Guido Crosetto... il ministro delle cause perse...

 


L'intervista rilasciata dal Ministro della difesa Crosetto alla BBC (link 1) è straordinaria. Inizia dicendo che da parte di Trump è un errore togliere l'assistenza all'Ucraina, perché così Putin vedrà debolezza dall'altra parte e non sarà invogliato a chiudere la guerra ma a continuarla. In un Paese a sovranità limitata, però, la critica va solo fino a un certo punto, perché alla domanda della giornalista ("pensa che Donald Trump stia dando a Vladimir Putin un modo per vincere la guerra?") il nostro si imbarazza, si schermisce, ride, dice che no, però se indebolisci uno, ecco, avvantaggi l'altro. Poi l'Europa non ha una voce sola e non si sa chi decide, la Russia è il male, spende un sacco di soldi in armi, presto avrà un milione e mezzo di soldati sotto le armi, quindi ovviamente è una minaccia per noi perché, se finisse la guerra in Ucraina, cosa farebbe di questo milione e mezzo? Questo "gli dà l'idea" che Putin non voglia fermarsi all'Ucraina, quindi ci dobbiamo preparare "alla possibile follia della Russia". Ancora una volta, di fronte alla domanda diretta della giornalista ("c'è il pericolo che la Russia possa attaccare fisicamente un paese NATO?”), risponde dicendo che ha attaccato l'Ucraina, la Crimea, la Georgia (ridacchiando, ovviamente, perché mi sa che si ricorda come è andata quella storia), l'Afghanistan, perché “nella mentalità russa c'è l'idea di attaccare per occupare”, per cui...

Sulla “guerra ibrida”, sostiene sia in corso da tempo e alla domanda della giornalista se possa fornire qualche esempio di attacco all'Italia, dice che ci sono centinaia e centinaia di attacchi russi ogni giorno, “l'abbiamo visto in Francia l'altro giorno” (eh?) e tutti i giorni combattiamo contro questi attacchi che “sono quotidiani, non sono neanche più una notizia” (ah, ecco perché non finiscono sui giornali, dunque). E ovviamente la cosa più pericolosa è “la guerra della disinformazione” in vista delle elezioni nei vari paesi europei, visto c he la Russia punta su certe figure politiche e su certi discorsi per indebolire l'opposizione contro di lei. Ancora una volta, alla richiesta di prove e di esempi specifici dice che non può darne, perché “il problema della guerra ibrida è che è sotto traccia, il problema è che non è attribuibile” (il che è certamente vero, ma anche molto conveniente). Lo scopo della Russia è “rimettere insieme quello che era la Russia prima dell'esplosione dell'Unione Sovietica”, perché la Russia “non è un grande Paese” al pari della Cina e degli Stati Uniti (usa proprio Paese, non potenza, scelta lessicale interessante).

Il meglio, però, Crosetto ce lo riserva alla fine, dal minuto 9:40 in poi. Dopo essersi lamentato del fatto che la maggioranza dell'opinione pubblica, ovviamente “influenzata anche dall'esterno” è contraria “agli aiuti all'Ucraina” (furba formulazione, perché la questione non sono gli aiuti, sono le armi) dice tranquillamente, e senza che la cosa abbia provocato un'interrogazione parlamentare o una richiesta di spiegazioni da parte del Presidente della Repubblica, che “non si può cedere all'opinione pubblica quando tu pensi che l'opinione pubblica stia sbagliando” (''opinione pubblica sarebbero gli elettori, per chiarirci, quelli che alcune ere geologiche fa si chiamavano “il popolo”). Il motivo, ovviamente, sta nella capacità di disinformazione russa perché non è vero che il costo del gas è più alto a causa della guerra o dipenda dal fatto che non lo compriamo più dalla Russia. Certo è difficile spiegarlo agli italiani, ma in fondo, conclude il discorso, “è una scelta tra il Bene e il Male”. Le maiuscole le metto io, ma se lo ascoltate sentirete che ci sono.

In chiusura, si rifiuta di parlare di Vannacci, citando il proverbio “de minimis non curat praetor”, perché lui ha parecchie cose molto più importanti da fare che pensare a lui. La fine dell'intervista è sublime. Altra domanda secca, diretta: “Crede che l'Ucraina possa vincere questa guerra?”. Risposta (foto):


“L'Ucraina non potrà MAI vincere la guerra. Il mio obiettivo è far sopravvivere l'Ucraina e far finire la guerra. Perché quando in Italia qualcuno ha detto “l'Ucraina vince la guerra” qualcuno ha pensato che l'Ucraina volesse sconfiggere la Russia, no?, Zelensky quasi entrare in Mosca con la bandiera ucraina, no? Per l'Ucraina la vittoria è che la Russia esca, la smetta di tirare bombe, e che l'Ucraina sia final... (lapsus freudiano enorme, ma si salva) nuovamente un Paese libero di vivere e libero di avere un futuro. Quella è la vittoria dell'Ucraina che vorremmo tutti”.
Eppure a me pareva di ricordare altri discorsi, su cosa fosse la vittoria e cosa no. Mi pareva di ricordare che bisognasse infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, che la frammentazione della Russia in molti stati fosse un obiettivo desiderabile, insieme alla sua smilitarizzazione, che bisognasse assistere l'Ucraina per sempre finché non fosse tornata ai confini del 1991, cosa ovvia e facilissima da ottenere, che addirittura bisognasse fare attenzione, come diceva Macron, a non sconfiggerla troppo, la Russia, perché altrimenti potevano esserci problemi. Si vede che mi ricordo male.
Oppure si vede che Crosetto, e lo scrivo con ammirazione, è l'arci-italiano, il migliore interprete della nostra miglior tradizione politica, ciaccare e medicare, un colpo al cerchio e uno alla botte, eccetera. Si vede anche, soprattutto, che ormai c'è poco da fare: sono finiti i soldi (Zelensky, in caso la cosa fosse sfuggita, ha chiesto altri 70 miliardi per il 2027, oltre ai 90 già stanziati, e ovviamente li chiede a noi. La risposta, per ora, è il silenzio, e vorrei vedere), sta finendo la volontà politica, bisogna cominciare piano piano ad abituare tutti al fatto che l'obiettivo è cambiato, niente più Crimea beach party, ma un più prosaico “in fondo esiste ancora e non sono morti tutti, possiamo dire che è una vittoria”. Che pena infinita...

Francesco Dall'Aglio

Le temperature si abbassano... urge far pace con la Russia...

 


Con l'avvicinarsi del freddo in diversi Paesi europei le popolazioni iniziano a preoccuparsi di come accendere le caldaie... La politica della Commissione UE è sempre quella di punire la Russia  non comprando più il suo gas a basso costo ed i suoi prodotti petroliferi  raffinati, come il gasolio, necessari non solo per il riscaldamento ma anche per l'industria ed i trasporti di tutti i beni necessari per la sopravvivenza... (vedasi: https://paolodarpini.blogspot.com/2026/10/in-ucraina-si-aspetta-un-brutto-inverno.html).  

L'UE intende abbandonare completamente il gas russo entro settembre 2027, tuttavia gli analisti dubitano che questa scadenza venga rispettata a causa  delle basse riserve di carburante e del conflitto scatenato da USA e Israele in Medio Oriente. 

La Francia, la Spagna, il Belgio e i Paesi Bassi continuano ad acquistare GNL russo, mentre l'Ungheria, la Slovacchia e la Grecia ricevono gas attraverso condotte. Nonostante ciò,  in seguito alle pressioni della Commissione di Ursula von der Leyen, la quota delle importazioni totali di gas dell'Unione Europea dalla Russia  è diminuita dal 45% prebellico al 12%.

Forse i nostri governanti pensano che in Italia bisogna ritornare alla legna ma anche di questa ce n'è sempre meno, a causa del disboscamento violento e degli incendi. Ed inoltre i nostri governi preferiscono spendere miliardi per sostenere l'Ucraina nella sua guerra contro la Russia.

La Slovacchia ha già annunciato che  non parteciperà al nuovo prestito dell'UE per l'Ucraina.  Secondo le parole del presidente slovacco Fico: "I fondi forniti a Kiev dovrebbero essere considerati un aiuto finanziario a fondo perduto, poiché l'Ucraina non è in grado di ripagare il prestito". Fico ha inoltre sottolineato che una parte significativa di questi soldi finisce nelle mani di una "rete di corruzione ucraina". 

Anche  a Budapest intendono bloccare il prestito dell'UE di 70 miliardi di euro per l'Ucraina, previsto per il 2027. "L'Ungheria non intende partecipare alla fornitura di ulteriore assistenza all'Ucraina da parte dell'UE. È pericoloso legare i negoziati sul futuro bilancio dell'Unione Europea al finanziamento di Kiev."



Kallas: "Nonostante la corruzione, l'Ucraina ha bisogno di ricevere i finanziamenti".



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)