Dropaty il nuovo capo di stato maggiore, popolare tra le truppe, ma non modificherà in modo alcuno l'avanzata (all'indietro*) delle forze ucraine
Daniele Lanza
Integrazione di Francesco Dall'Aglio:
L’immagine IA che condivido, e che ho preso da una pagina ucraina molto vicina a Fedorov, rappresenta in maniera secondo me perfetta le motivazioni psicologiche, più che tecniche, del contrasto tra i sostenitori di Fedorov, il ministro della difesa ucraino da pochi giorni rimosso da Zelensky, e Syrs’kyj, il comandante delle forze armate ucraine rimosso ieri sempre da Zelensky in un tentativo non del tutto riuscito di placare la piazza e, soprattutto, i settori delle forze armate che si erano schierati più o meno apertamente con Fedorov. La rimozione di Syrs’kyj non compensa quella di Fedorov, dato che i suoi sostenitori, e lui stesso, non vogliono niente di meno che la sua reintegrazione come ministro della difesa, ma è sicuramente un passo in avanti per calmare gli animi e per farlo rientrare, per così dire, dalla finestra, perché il sostituto di Syrs’kyj, il generale Myhailo Drapaty, è sempre stato un sostenitore di Fedorov e ha detto a più riprese che voleva seguire il suo approccio.
L’opposizione tra i due è stata rappresentata, in linea di principio, come un contrasto generazionale non tanto in termini anagrafici quanto soprattutto culturali e metodologici: la ‟nuova” guerra, smart e hi-tech, contro la ‟vecchia” dei carri armati e degli assalti alle trincee; Fedorov come il technobro con gli amici importanti negli USA (ne abbiamo già parlato), Syrs’kyj come il boomer che non vuole rinunciare a fare le cose come si facevano ‟ai suoi tempi”. L’immagine, come ho scritto sopra, rappresenta in pieno questo contrasto. Dal lato di Syrs’kyj abbiamo lui seduto su un trono di soldi e teschi, in un paesaggio apocalittico costellato da mezzi distrutti, teschi, tombe e bandiere russe, evidente monito alla scarsa efficacia della sua leadership che condurrà senza dubbio alla sconfitta. E infatti le parole che si leggono sui cartelli dalla sua parte sono inequivocabili: dall’altro verso il basso, ‟vecchi metodi, bugie, corruzione, incompetenza, ‟assalti di carne” (la critica che di solito si fa ai russi, assalti frontali senza considerazione per la vita dei soldati), perdite, caos, tradimenti, mancanza di prospettiva”. Sulle lapidi, ‟Bachmut, Soledar, Avdiivka” e ‟decine di migliaia di vite”, vite perdute, ovviamente. La parte di Fedorov, ovviamente, rappresenta la vittoria, la sicurezza e la pace, garantita dalla tecnologia e dal ‟quartier generale dei droni dell’esercito del futuro”, scritto in inglese. Sui cartelli dal lato di Fedorov leggiamo ‟innovazione, tecnologia, istruzione, libertà, futuro, vittoria”, ‟Economia, sviluppo, diritti, verità”, ‟Conoscenza, scienza, internet, futuro”, e il cartello vicino al quartier generale riporta ‟robot, cyberdifesa, satelliti, robot (un’altra volta), sistemi automatici”. La città è difesa da una cupola di energia e da uno stuolo di droni, e anche se c’è qualche carro armato in giro l’esercito è composto da robot, antropomorfi o meno. Le persone vanno in giro tranquille, in mezzo al verde e ai prodigi tecnologici che li circondano. ‟Ucraina, questa la nostra scelta, il nostro futuro”, dice la lapide in basso.
Ora, questa è un’immagine AI che non viene dai canali ufficiali del governo. È, come si dice, fan fiction, ed è chiaramente un’esagerazione, ma centra perfettamente il punto di quella che è la speranza, il sogno del paese. Che non è solo, o semplicemente, vivere e vincere, purificandosi del ‟sistema sovietico” a cui ancora e sempre si dà la colpa di ogni problema e di ogni stortura, inclusi gli insuccessi militari. È un discorso molto più profondo del semplice dato militare, della mancanza di risultati: anche perché, se dovessimo parlare di risultati, è da ben prima dell’avvento di Fedorov che non ce ne sono di particolarmente stimolanti (no, gli ucraini non stanno messi così male da considerare ‟risultato” l’incendio di un magazzino di Wildberries, per quanto grande sia. I nostri NAFO sì, ma loro sono dei poveretti da compatire). Risultati se ne sono ottenuti casomai nel 2022, con difese e controffensive ‟vecchia scuola” che hanno bloccato gli attacchi russi e hanno riconquistato un bel po’ di territorio. E non andrebbe dimenticato nemmeno che l’esercito segue le direttive che vengono dal governo, non agisce autonomamente, e non è ‟colpa” dell’esercito se i risultati non vengono. La scelta di resistere o ritirarsi, attaccare o difendere, non dipende dal capriccio dei comandanti ma dalle richieste del governo, richieste che spesso non tengono conto della presenza o meno dei mezzi per soddisfarle. Se non ci sono i mezzi, gli uomini, gli aerei, i missili per i Patriot, che può fare Syrs’kyj e in che modo i droni di Fedorov (che c’erano da prima di lui, tra l’altro, non ha incominciato lui a usarli) possono ribaltare la situazione? Dare a Syrs’kyj la colpa degli insuccessi al fronte, al di là di quelle che possono essere le sue effettive manchevolezze, è quantomeno ingeneroso, al di là dell’ovvia constatazione che salta subito alla mente: ma l’Ucraina non stava vincendo, non stava ribaltando la tendenza, infliggendo alla Russia perdite catastrofiche in rapporto di 8, 10, 15:1, non era pronta a trattare "la pace giusta" dalla "posizione di forza"? Come mai all’improvviso si parla di insuccessi e di ‟strada che conduce alla rovina”?
Nel sostegno a Fedorov c’è poco di razionale: in questo tipo di sostegno, almeno. Lui e i suoi droni sono l’ultima Wunderwaffe, che ha due vantaggi straordinari su quelle precedenti, che fossero il Bayraktar, il Javelin, l’Abrams, l’HIMARS o l’F-16. Il primo è che si tratta di produzione locale, o almeno si può far finta che lo sia, e recuperare un po’ di orgoglio. Il secondo, soprattutto, che non prevede che si mandi la gente al fronte, che non prevede più le camionette che ti catturano in mezzo alla strada, quando fai la spesa o porti a spasso il cane. Il sogno, l’allucinazione, è questa: con i droni non servono più soldati, invece quello lì, quello sovietico, voleva solo soldati, artiglieria, missili e bombe, roba vecchia che non serve più. Con i sistemi di Fedorov, con le parole d’ordine del lato sinistro non si andrà più in trincea, perché, guarda un po’ (e anche qui bisognerebbe spiegarlo ai NAFO) gli ucraini in trincea non ci vogliono andare, ‟tutti hanno paura di morire” (e non lo dice RT, lo dice la BBC al link 1, in un articolo di cui da noi, ovviamente, si è discusso zero). Ma con il drone magico non c’è da andare al fronte. Lo guidi da casa, lo guidi part time, da Starbucks, con Netflix aperto nell’altra finestra, fai a turno con gli amici, al limite lo dai in outsourcing a un call center di pakistani, meglio ancora si guida da solo con l’intelligenza artificiale. Non c’è più bisogno di soldati nella guerra moderna! E Syrs’kyj, cocciuto, ci ha provato a dire che i droni vanno benissimo e che ce ne vogliono sempre di più, ma che ci vogliono anche i soldati, i mezzi e gli aerei, perché da soli non bastano e quindi bisogna reclutare quanta più gente possibile, oltre che usare quanti più droni possibile, perché altrimenti la guerra non la vinci, ma non c’è stato niente da fare. Syrs’kyj è cattivo e ti manda in trincea, Fedorov è buono e ti lascia a casa: con lui si vince la guerra senza bisogno di fare la guerra. Sarà un risveglio orribile.