Questa sorta di sillogismo antistorico era il risultato:
a) della propaganda tesa a far dimenticare che Israele è uno Stato genocida e i suoi gerarchi ricercati per crimini di guerra e contro l’umanità;
b) di una diffusa assenza di cognizioni storiche sul sionismo, le origini e le mutazioni.
Quella che segue è una riflessione sul fenomeno ideologico politico detto sionismo.
Giorgio Stern - stern.giorgio@gmail.com
Il
sionismo in breve
Sullo
sfondo della teoria suprematista anglosassone del “Destino
manifesto”, che a metà Ottocento si impone negli Stati Uniti e le
cui origini risalgono al provvidenzialismo biblico inglese del XVI
Secolo, nel 1896, Teodoro Herzl, giornalista ebreo a Vienna, pubblica
“Der
Judenstaat – Versuch einen modernen Lösung der Judenfrage”
(Lo
Stato Ebraico – tentativo di una soluzione moderna del problema
ebraico,
prima edizione italiana, Carabba Editore, Lanciano, traduzione di G.
Servadio, 1918).
L’opuscolo
è una reazione all’antiebraismo di parte della borghesia francese
emerso durante il processo Dreyfus, che Herzl aveva seguito come
corrispondente.
Lo
scritto teorizza che antisemitismo (discriminazione che affligge solo
l’Europa) e la stessa integrazione degli ebrei, che Herzl considera
negativa, potevano risolversi creando uno stato per una, non meglio
definita, “nazione” ebraica, che nell’introduzione all’edizione
italiana il traduttore Servadio associa a “razza”.
Ben
lontano dall’accomunare le persecuzioni subìte dagli ebrei alla
lotta delle vittime di tutte le persecuzioni, Herzl, dimenticando, o
trascurando, le diverse nazionalità ed etnie a cui appartengono gli
ebrei europei, nordafricani e mediorientali, prospetta
per l’immaginato “stato ebraico” un ordinamento sociale
generico e restrittivo.
Emerge
dal testo l’ideologia colonialista che proprio nel Novecento si
manifesta in forme nuove e più aggressive: “costruiremmo
là un avamposto della civiltà contro la barbarie…”.
Un “avamposto”,
ovvero uno stato assemblato su basi autoritarie, poiché, sottolinea
Herzl: “considero
la Monarchia democratica o la Repubblica aristocratica la miglior
forma di Stato” dove
“L’organizzazione del lavoro sarà tutta militare con gradi,
avanzamenti e pensioni. I mendicanti non saranno tollerati; chi non
vorrà lavorare in libertà sarà posto in una casa di lavoro.”
(Vita
di Teodoro Herzl, B.
Hagani, Roma 1919).
Lavoro-restrizione, formula che nel Novecento troverà sconvolgente
esecuzione nei lager
tedeschi (Arbeit
macht Frei).
Su
tali presupposti Herzl intende dar vita ad un movimento/partito
laico, detto sionismo, il cui programma consiste nel trasferire gli
ebrei in un proprio stato politicamente, confessionalmente ed
etnicamene esclusivo.
Per
dare base territoriale a tale stato, Herzl si illude che avrebbe
provveduto uno spezzone importante del capitalismo mondiale: l’alta
finanza ebraica.
Il
barone Maurice de Hirsch, influente capitalista, filantropo
sensibile al problema ebraico e fra i maggiori latifondisti del XIX
secolo, disponeva di ampi territori dell’Argentina. Illudendosi di
ottenere uno spazio sui latifondi argentini dove indirizzare una
emigrazione ebraica, è a lui che Herzl chiede udienza.
Il
barone, filantropo ma non ingenuo, chiede preventivamente una lettera
con le ragioni del colloquio. Herzl, temendo un rifiuto a priori,
preme con insistenza ottenendo l’incontro. Ricevendolo, il barone
de Hirsch chiede anzitutto a Herzl dove pensa di trovare i soldi per
il progettato stato ebraico. La risposta, una confusa allusione ai
Rotschild e alla finanza ebraica, induce il barone a metterlo
cortesemente alla porta con queste parole: “Illusioni.
Gli Ebrei ricchi non daranno nulla. I ricchi sono cattivi; non si
occupano delle sofferenze dei poveri”. E
il biografo di Herzl, Baruch Hagani, così commenta “Il
finanziere conosceva gli Ebrei ricchi meglio del suo interlocutore”
e
poche righe dopo riporta:
“tornato a casa Herzl si rimproverò d’essersi lasciato
smontare.”
A
Herzl non rimane che tentare con i Rothschild. Ma le speranze che i
potenti banchieri inglesi smentiscano le parole del barone de Hirsh,
cadono nel vuoto. Le illusioni di ottenere da Londra uno spazio
nell’Africa coloniale britannica, rimangono tali.
Respinto
dal capitalismo ebraico, Herzl, sdegnato e avvilito, commentò: “La
canaglia che detiene il denaro non s’è degnata neppure
d’ascoltarmi” (B.
Hagani).
Tra
Ottocento e Novecento i gruppi sionisti in formazione cercano sul
piano sociale e politico di inseririsi in un universo ebraico
intellettualmente ricco di personalità e fermenti ideali che li
respinge e li avversa (B. Hagani).
Avversano
il sionismo gli ebrei orientali, socialisti e comunisti del Bund
(in tedesco: unione, lega), i più numerosi, che nei gruppuscoli
sionisti riconoscono una destra nazional-colonialista antisociale.
Dal
canto loro
gli ebrei del ramo progressista dell’Europa
occidentale e degli Stati Uniti, sentendosi raffigurati come
“diversi”, avversano il sionismo che ne mette a repentaglio lo
status di cittadini, o sudditi, nei Paesi dove risiedono.
Lo
avversano, in maggioranza, i religiosi ortodossi riconoscendo nel
sionismo una pericolosa eresia antiebraica.
Lo
combattono gli
ebrei tedeschi con una determinazione tale da impedire, nel 1897, che
il primo congresso sionista possa svolgersi a Berlino. E quando Herzl
e i suoi tentano di indire il congresso a Monaco si incaricano gli
ebrei bavaresi a sbarrare loro la strada.
Cacciati
dagli ebrei tedeschi, i sionisti trasferiscono il loro congresso in
Svizzera, a Basilea, nel corso del quale i circa duecento delegati
acclamano Herzl presidente del movimento/partito.
La
soddisfazione di Herzl, che si era speso senza risparmio per dare un
territorio al progetto sionista, è di breve durata e non supera il
1903, anno dell’ultimo congresso del movimento/partito.
Cadute
le illusioni per i territori argentini e per le colonie britanniche
in Africa, anche l’ultimo paradossale espediente di Herzl, offrire
millantati finanziamenti al Sultano ottomano per colonizzare la
Palestina, cade nel vuoto.
La
totale assenza dei risultati evocati, genera malcontento, tensioni e
accesi contrasti che innescano il dissenso nel partito.
La
parabola di Herzl volge al termine.
Oramai
isolato, l’ideologo cerca invano soluzioni altrove, in Germania,
Lituania,
Russia. Si reca da Papa Pio X il quale però
rifiuta
il progetto sionista
"Non
potremo impedire agli ebrei di andare a Gerusalemme, ma non possiamo
favorire questo movimento”.
L’amarezza
e una salute malferma fanno il resto.
Herzl
muore nel 1904 a 44 anni “in
solitudine e povertà sentendosi fallito e dimenticato” (R.
Zadik, Wikipedia 2026).
Personaggio
enfatico e, a suo modo, schietto, Herzl si espose in modo del tutto
acritico pagando di persona per le illusioni che proponeva, subendo
alla fine dei suoi giorni l’abbandono di coloro che lo
circondavano.
Furono
tradite le sue ultime volontà: voleva essere sepolto in Palestina,
ma venne tumulato a Vienna e i suoi resti traslati a Gerusalemme
appena nel 1949. Neanche la bandiera dell’attuale “stato ebraico”
sarà quella voluta da Herzl, “sette
stelle d’oro su fondo bianco”.
Nel
mondo ebraico il sionismo politico di Herzl non attecchì.
I
proletari ne aborrirono l’ideologia. La classe media ne aborrì gli
scopi che sapeva l’avrebbe irrimediabilmente danneggiata. I
religiosi in maggioranza sapevano che illudersi di dare forma
politica territoriale ad una visione trascendente era una faccenda
troppo seria e troppo pericolosa, oltreché blasfema.
Scomparso
Herzl, il sionismo politico da cui doveva nascere da qualche parte
“Lo
Stato Ebraico”, esce di scena.
Se
ne interesserà Londra una dozzina di anni più tardi che, nel corso
della Grande guerra ripesca il sionismo, lo cuoce in salsa inglese e
ne fa il grimaldello per introdursi in Palestina, completare la
spartizione coloniale del Medio Oriente e impadronirsi del petrolio.
Si
crea il binomio solo british:
“impero/sionismo”.
Per
Londra creare il "focolare nazionale ebraico", eufemismo
per “liberarsi” degli ebrei e mandarli in Palestina, significa
dare giustificazione morale e politica alla presenza permanente
britannica in un'area geostrategica cruciale, come ricorderà
autorevolmente
il Primo ministro inglese Harold Wilson nel 1964: Il
sionismo, una delle nostre armi migliori.
Per
i sionisti, o meglio i neosionisti, i capitalisti ebrei che già
avevano lasciato Herzl al suo destino, il
binomio significa fusione con la potenza globale inglese per
intraprendere la colonizzazione e l'appropriazione di quella terra
che è al centro della Mezzaluna
fertile.
Sarà
dopo il 1945, negli anni della colonizzazione in armi della
Palestina, che il sionismo verrà propagandato come esportatore
“della
civiltà contro la barbarie…”.
E
quella esportata, ieri come oggi, non è la grande civiltà che
l’Europa ha dato al mondo, ma il suo infame simulacro crogiolo di
fascismi, già responsabile del massacro di 50 milioni di esseri
umani (13 milioni nei campi di sterminio, quasi la metà ebrei).
Dal
1945 il sionismo colonizzando in armi la Palestina mette in pratica i
presupposti ideologici della superiorità razziale già propria del
suprematismo anglosassone.
Sarà
un processo rapido che troverà il suo apice nel 1995, quando, nel
quadro in un regolamento di conti interno, il sedicente “stato
ebraico sionista” assassina il capo del governo Rabin e spazza via
tutte le artefatte illusioni create dalla propaganda sulla sua
natura.
La
progressiva e poi dilagante presenza del fanatismo suprematista
religioso permise, e permette, a quelli che si presentano come gli
epigoni di Herzl, da Weizman a Ben Gurion, da Sharon a Netanyahu, di
imporre alla Palestina un colonialismo criminale, fatto passare come
“promesso
da Dio” e,
pertanto, blasfemo.
Tutti
i pericoli che l’ebraismo mondiale aveva denunciato nell’opporsi
al sionismo che fu di Herzl, ora si dispiegano con terrificante
barbarie.
Nessuna
novità: l’attuale profonda crisi del mondo occidentale ha
generato, con lo stato sionista, solo la replica dello spazio vitale,
Lebensraum,
formula politica di dominio genocida, versione contemporanea del
nazismo.
Giorgio
Stern
Fine