lunedì 1 giugno 2026

L'Iran ha sospeso i negoziati con gli Stati Uniti...

 


Secondo Ghalibaf, il blocco dei porti iraniani e la continuazione della guerra in Libano costituiscono una violazione dell'accordo di cessate il fuoco.

"Il blocco navale e l'escalation dei crimini di guerra in Libano da parte del regime sionista genocida sono una chiara prova dell'inadempienza degli Stati Uniti all'accordo di cessate il fuoco", ha scritto il presidente del Parlamento iraniano.

"Ogni scelta ha il suo prezzo, e il conto arriverà. Tutto sarà risolto", ha aggiunto.


Sullo sfondo dell'aggressione sionista contro il Libano, Teheran ha ufficialmente sospeso i negoziati con Washington. Nella Repubblica islamica hanno chiarito: finché Beirut sarà sotto attacco, non ci saranno colloqui con gli Stati Uniti.

Lo Stato maggiore di "Khatam al-Anbia" ha dichiarato che l'Iran non tollererà attacchi al fraterno Libano e si riserva il diritto di una risposta decisiva.

Il portavoce del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che il regime sionista dovrà rispondere dei suoi crimini e degli attacchi brutali a Beirut.

La risposta dell'Iran potrebbe arrivare molto presto. La televisione di Stato iraniana trasmette in diretta immagini da Beirut sullo sfondo delle minacce del terrorista Netanyahu di lanciare nuovi attacchi contro la capitale libanese.


(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Video collegati: 

Nicolai Lilin. Notiziario del 1 giugno: https://www.youtube.com/watch?v=jOv-QaQCpII


Trump nel PANICO mentre la fine di Israele diventa nucleare: https://www.youtube.com/watch?v=SEzZYeiXHHc



domenica 31 maggio 2026

E se Karaganov avesse ragione?...

 


Sono ripresi scontri a fuoco tra forze statunitensi e iraniane, che combinandosi con l’attivismo israeliano in Libano rischiano concretamente di scardinare il pericolante percorso diplomatico organizzato dal Pakistan.

L’emittente nazionale iraniana, nel frattempo, ha presentato una lista di condizioni che Teheran avrebbe sottoposto all’amministrazione Trump per il raggiungimento di un accordo.

Le richiesta contemplano un cessate il fuoco permanente; il ritiro degli Stati Uniti dalla regione; la cessazione delle ingerenze statunitensi negli affari interni iraniani; la completa revoca delle sanzioni; lo scongelamento dei fondi immobilizzati; il versamento di un indennizzo pari a 300 miliardi di dollari necessario alla ricostruzione; la gestione iraniana del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.

Condizioni massimaliste, quelle poste da Teheran, tipiche di chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico. Che l’Iran si collochi attualmente su una posizione di forza è quanto sottolineato recentemente da un neoconservatore a 24 carati come Robert Kagan, marito di Victoria Nuland e principale architetto ideologico delle guerre mediorientali statunitensi. A suo avviso, l’Iran avrebbe dichiarato “scacco matto” agli Stati Uniti in questa guerra.

Per Kagan, a differenza dei precedenti rovesci subiti dagli Stati Uniti, «la sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che annulli o superi il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà “aperto”, come lo era un tempo».

Grazie al controllo dello stretto, «l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno dei principali attori a livello mondiale. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleate dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, invece, si riduce drasticamente. Lungi dal dimostrare la superiorità americana, come i sostenitori della guerra hanno ripetutamente affermato, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento americano».

Il verdetto di Kagan è inappellabile: «la sconfitta americana nel Golfo avrà ripercussioni globali più ampie. Il mondo intero può constatare che poche settimane di guerra contro una potenza di secondo rango hanno ridotto le scorte di armi americane a livelli pericolosamente bassi, senza che si intraveda una soluzione rapida [...]. L’adattamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante degli Stati Uniti nel Golfo è solo la prima di molte vittime».

Giacomo Gabellini


FONTI https://apnews.com/article/iran-us-wa... https://www.nbcnews.com/world/iran/us... https://www.aljazeera.com/news/2026/5...



Video con Elena Basile, saggista, scrittrice, collaboratrice del «Fatto Quotidiano» e diplomatica con trascorsi come ambasciatrice in Belgio e Svezia:

La follia bellicista dell'Europa...


Mentre nello scacchiere dell’Asia Occidentale Israele continua a colpire con i suoi attacchi criminali la popolazione civile del Libano, costringendola anche a sfollare dalle proprie case per aprire la strada ad un’occupazione permanente del Sud del paese, dopo averlo etnicamente ripulito; e mentre continuano le minacce e gli attacchi degli USA nel vano tentativo di costringere  l’Iran a cedere su tutta la linea nelle trattative in corso, si fa sempre più preoccupante il quadro della situazione nello scacchiere europeo/ucraino.
 
E’ sempre più evidente la volontà dei paesi europei aderenti alla UE e alla NATO di cercare ogni pretesto per aumentare la tensione diretta contro la Russia e cercare con ogni mezzo di alimentare in modo permanente la guerra in Ucraina nel tentativo di indebolire la Russia e fiaccarne la resistenza.
 
L’ultimo episodio è l’enfasi con cui i governi dei paesi europei della NATO (comprese le dichiarazioni di fuoco della nostra prima ministra Meloni) hanno commentato la caduta in territorio rumeno di un drone che ha provocato due feriti leggeri. Si tratta di un episodio certamente di scarsa rilevanza in una zona di guerra, visto che la città rumena di Galati dove è caduto il drone si trova nella regione del delta del Danubio al confine con l’Ucraina e di fronte alla regione ucraina di Ismaili che era sotto attacco.
 
In queste circostanze è facile che la traiettoria di un drone sia deviata dalla contraerea. Tuttavia, la richiesta del governo russo che la Romania fornisca le prove che il drone fosse russo (e non, come del tutto possibile, il frutto di una provocazione ucraina) è stata respinta. Le parole in proposito del dirigente per la sicurezza russo Medvedeev sono state definite come “provocazioni” sui media europei occidentali.
 
Questo episodio fa seguito alle continue provocazioni fatte dall’Ucraina, con l’attacco continuo con missili e droni, forniti in massima parte dai paesi europei della NATO, su impianti energetici e obiettivi civili russi, partendo anche dai paesi baltici per colpire la Russia dal Nord. Queste provocazioni sono culminate con il massacro deliberato di 21 studenti tra i 14 e i 18 anni che si trovavano in un convitto nella regione di Lugansk, ora annessa alla Russia dopo il referendum del 2022.
 
Il bombardamento di ritorsione su Kiev da parte dei Russi con 700 droni e missili è stato anch’esso presentato dai governi e dai media dell’Europa occidentale come un atto di estrema aggressività dei Russi. Si è ignorato il fatto che i morti ucraini sono stati solo 4 e certamente del tutto casuali. Se i Russi avessero voluto fare una strage con migliaia di morti non avrebbero colpito con precisione chirurgica, di notte, solo siti che erano sicuramente disabitati e sgombri.
 
Ma fino a quando potrà durare la moderazione dei Russi che stanno agendo con una mano legata dietro la schiena? Forse non tutti sanno che i componenti dei droni che colpiscono la Russia sono prodotti in massima parte in Occidente e poi assemblati in Ucraina. Tra le fabbriche che li producono quattro sono italiane, e si trovano una in provincia di Venezia (CDM), una in provincia di Milano, una in provincia di Lecco, ed una ad Omegna in Piemonte.
 
Oltre alle armi e le munizioni fornite all’Ucraina (spese sottratte alla sanità pubblica, alla scuola, e tutto lo stato sociale europeo), tutta l’intelligence, la logistica, i piani operativi sono dei paesi europei della NATO, mentre anche gli USA – nonostante i colloqui tra Trump e Putin – ci mettono la loro quota. Senza questi aiuti l’Ucraina – che è sostanzialmente uno stato fallito governato da governanti corrotti di fede nazifascista - andrebbe rapidamente a fondo. Il governo di Kiev ci mette essenzialmente solo la carne da macello dei suoi giovani e meno giovani, molte volte renitenti, ma rapiti per strada e inviati al fronte.
 
La campagna di sostegno militare per la continuazione della guerra è accompagnata da una forsennata campagna propagantistica antirussa condotta non solo dai Macron e dagli Starmer, ma anche da un nutrito gruppo di furie scatenate, dalla Von Der Leyen, all’estone Kallas, dalla Pina Picierno vice presidente del Parlamento europeo, all’ex ministra degli esteri tedesca Annalena Baerbok (chi dice che le donne sarebbero più pacifiste degli uomini in politica?).
 
Tuttavia il primato dell’ossessione bellicista spetta al cancelliere tedesco Merz che spinge per un riarmo massiccio della Germania evidentemente per una (impossibile) rivincita sulla Russia. A Merz deve bruciare il ricordo di quando i soldati dell’Armata Rossa sovietica nel 1945 issarono la bandiera rossa sul tetto del Reichstag tra le rovine di Berlino. Ma continuare a provocare un paese sovrano armato di potenti e inarrestabili missili ipersonici e di 6000 testate nucleari potrebbe far finire ancora peggio una nuova insensata avventura guerresca della Germania e della NATO.
 
Vincenzo Brandi



 

Vladimir Putin e Maria Zacharova parlano...


Quel che i nostri media non devono riportare...

"Persone come Merz odiano sinceramente il proprio popolo" 
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova lancia un duro atto d'accusa contro il mainstream occidentale e la mancanza di una reale democrazia in Europa. 
Analizzando lo scenario geopolitico attuale, la diplomatica definisce l'asse strategico tra Mosca e Pechino come una forza stabilizzatrice fondamentale per il rispetto del diritto internazionale e della Carta ONU. Al contempo, condanna fermamente l'aggressione militare di USA e Israele contro l'Iran, evidenziandone i catastrofici impatti logistici ed economici globali, come il blocco di centinaia di navi nello Stretto di Hormuz.
Spostando il focus sul contesto europeo, Zakharova accusa direttamente Berlino di essere diventata parte attiva del conflitto in Ucraina attraverso il coordinamento e la fornitura di armi. Sostiene inoltre che la deindustrializzazione e la crisi economica che colpiscono la Germania non siano affatto causate da Mosca, ma rappresentino il risultato autodistruttivo delle politiche di leader come Friedrich Merz.
Infine, la portavoce ribadisce che la Russia non ha mai chiuso i canali diplomatici, confermando la totale apertura del Cremlino a trattative bilaterali e alla ripresa delle forniture energetiche per ristabilire la pace. 

In questa conferenza stampa del 29 maggio 2026, Vladimir Putin risponde alle accuse occidentali sul presunto drone russo caduto in Romania e attacca duramente la narrazione dei media europei. Il presidente russo affronta anche il rapporto sempre più teso con l’Occidente, le dichiarazioni europee su una possibile guerra con la Russia, il futuro dell’Armenia tra Unione Economica Eurasiatica e Unione Europea, e lo stato dei negoziati sull’Ucraina. 

sabato 30 maggio 2026

L'Iran passa alle vie terrestri... via Pakistan!



Gli USA, inaspettatamente,  hanno dichiarato di voler interrompere  il loro  "blocco navale" davanti allo Stretto di Hormuz  ma  l'Iran e i Paesi confinanti  stanno comunque riorganizzando il commercio regionale scommettendo sulle vie di transito terrestre. Questo cambiamento logistico sta accelerando lo sviluppo di nuove arterie  e altri corridoi alternativi.  Il passaggio a reti stradali e ferroviarie comporta nuove sfide geopolitiche, legamenti alle milizie territoriali e accordi doganali complessi.

Il corridoio recentemente inaugurato tra Teheran e Islamabad, basato su un accordo di trasporto stradale  tra i due Paesi, collega ora sei vie di terra dai principali porti pakistani (Gwadar, Karachi e Port Qasim) ai valichi di frontiera iraniani di Teftan e Gabdeh.

Tuttavia, la caratteristica principale di questo progetto è il suo collegamento con il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). L'Iran, attraverso il suo confine sud-orientale, può collegarsi alla rete di 3.000 chilometri che unisce la Cina occidentale all'Oceano Indiano.

Allo stesso tempo, l'Iran sta portando avanti il progetto ferroviario Chabahar-Zahedan, che ha già raggiunto oltre il 90% del completamento. Questa linea ferroviaria, la cui entrata in funzione è prevista per il 2026, fa parte del Corridoio Nord-Sud ed è progettata per collegare i porti meridionali dell'Iran con la Russia e l'Asia centrale.

La risposta isterica di Donald Trump frustrato  dall'inutile blocco navale contro l'Iran: "Non abbiamo bisogno del petrolio. Non abbiamo bisogno dello stretto. Non abbiamo bisogno del blocco navale. Non abbiamo bisogno di niente."


(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Video collegato: 

Nicolai Lilin. TRUMP TOGLIE IL BLOCCO NAVALE, LA CINA RAFFORZA IL PROGRAMMA NUCLEARE: https://www.youtube.com/watch?v=p98MbSPE0hw


venerdì 29 maggio 2026

La Fede è in calo...?

 

Il ruolo sociale della religione si è parecchio trasformato nel corso dell’ultimo mezzo secolo con la progressiva “laicizzazione” del mondo in corso. Tuttavia, le fedi, un po’ tutte, ‘reggono’ e il Cristianesimo resiste ancora come la religione ‘più grande’ in termini del numero di aderenti, seguita dagli islamici e, in terzo posto, dai generici ‘non credenti’ e poi dagli indù e, in ordine, i buddisti. Nell’insieme, il 75,8% della popolazione mondiale si identificava  con una precisa fede religiosa ancora nel 2020.

Malgrado una limitata tendenza alla ‘fuga’ dalle chiese organizzate, il fenomeno è più evidente - o almeno più misurabile - quando è considerato in termini dell’affiliazione formale alle singole fedi. La questione è stata esaminata in una recente ed estesa ricerca del Pew Research Center. Secondo i dati raccolti, sarebbe il Cristianesimo ad avere accumulato le maggiori perdite di tutti i principali gruppi di fede nel mondo, con i suoi aderenti passando a riconoscersi in una fede ‘da adulti’ diversa da quella in cui sono stati cresciuti da bambini.

All’interno del Cristianesimo però, il cambio di affiliazione ha toccato i due gruppi principali - il Cattolicesimo e il Protestantesimo - in maniera diversa. Al netto, il Cattolicesimo ha perso più aderenti di quelli invece guadagnati in tutti i paesi presi in considerazione, mentre il Protestantesimo ha riscontrato un guadagno di aderenti - anche se modesto - quasi dappertutto.

Il fenomeno è particolarmente marcato in Italia, dove l’89% della popolazione dichiara di essere ‘cresciuto’ nella fede cattolica, mentre al tempo stesso, il 22% dichiara di avere ‘lasciato’ la fede e solo il 67% della popolazione adulta si identifica ancora nella chiesa nazionale. La situazione italiana si rispecchia in parecchi altri Paesi. Nelle 25 nazioni prese in considerazione dalla ricerca Pew, gli ‘ex-cattolici’ che non si identificano più con la Chiesa in cui sono cresciuti a circa il 10% della popolazione.

James Hansen 



Oro nero e horror vacui!


 

Horror vacui

Le riserve strategiche di petrolio  degli Stati Uniti sono a soli 9 milioni di barili dal punto in cui il Paese si troverebbe a vivere alla giornata, con un'insufficiente fornitura di benzina e distillati.

Qualsiasi interruzione o improvviso taglio della produzione nelle raffinerie provocherebbe lunghe code ai distributori di benzina in tutto il Paese... e non solo!  Questo coincide con il picco della domanda estiva e la stagione degli uragani.

Fino a pochi anni fa il bau bau delle industrie che reggono il mondo era il  "picco del petrolio" (Peak Oil), che  indicava il momento storico in cui l'estrazione di greggio avesse  raggiunto  il suo massimo, per poi iniziare un declino inarrestabile.
 
Per decenni gli esperti hanno temuto questo momento, poi a forza di scavare dappertutto ed in tutti i modi  furono scoperte nuove riserve sotterranee, esauribili anch'esse e tuttavia sufficienti a lenire la carenza temuta, allontanando per un po' la paura che la "civiltà" basata sui depositi  fossili crollasse da un giorno all'altro.  

Il petrolio, comunque, non serve solo per ricavarne benzina e nafta ma per tutta una serie di prodotti assolutamente necessari per la tecnologia moderna, a cominciare dalla plastica! 

Ora il crollo della nostra "civiltà" si ripresenta in forma di guerre per l'energia.  In particolare queste "guerre per le risorse" e conseguenti tensioni in ogni parte del mondo hanno dimostrato che il vero "picco" è  quello basato sulla domanda. Le crisi geopolitiche hanno ripetutamente accelerato la transizione energetica, rendendo la questione cruciale.

Lo possiamo vedere, ad esempio, nella stretta connessione tra il petrolio e i conflitti, a cominciare da quelli in Libia, in Iraq, in Venezuela, Nigeria... ed in particolare nel Golfo Persico e contro la Russia (via Ucraina). 

La teoria classica del picco del petrolio, originariamente prevedeva un'estrazione in costante aumento fino all'esaurimento delle scorte. Nella realtà dei fatti la crisi si pone  a causa del sistema finanziario basato su "prezzo e offerta". I vari conflitti (in particolare le recenti tensioni e gli scontri che coinvolgono il Medio Oriente) hanno causato  carenze di offerta, facendo schizzare i prezzi del greggio ed aumentando la tensione del mercato. Il terrore della carenza fa ribaltare il tavolo!

I nefasti risultati delle guerre da approvvigionamento, vedasi  i recenti attacchi contro l'Iran (di cui gli USA si sono fatti capo) e la guerra strisciante contro la Russia (anch'essa iniziata dagli USA e passata da Trump in carico alla NATO e UE) sono due bubboni pronti a scoppiare. Oggi apertamente si parla di conflitto nucleare alle porte...

Intanto il "profilo" di Donald Trump scende sempre più nei sondaggi USA. Il tasso di approvazione di Trump è sceso a un minimo storico, rendendolo il presidente americano più impopolare di sempre. Secondo The Economist il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è attualmente al -24%, con un ulteriore calo di 1,9 punti percentuali nell'ultima settimana.  Ad oggi, solo il 31% dei cittadini approva le politiche di Trump, mentre il 63% esprime insoddisfazione e un altro 6% degli intervistati è indeciso.
Ave atque vale!

(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)