giovedì 28 maggio 2026

Leone XIV ha parlato...

 



Il 25 maggio 2026 papa Leone XIV ha firmato la prima enciclica del suo pontificato. Si intitola Magnifica Humanitas e parla d’intelligenza artificiale. Al fianco del pontefice, nella cerimonia di presentazione, non ci sarà un teologo del Dicastero per la Dottrina della Fede né un filosofo della scuola romana, bensì Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa il modello Claude. Pochi giorni dopo, a Roma arriverà anche l’amministratore delegato della società, Dario Amodei, con un’agenda di colloqui istituzionali e l’ipotesi, sempre più concreta, di trasferire in Italia una parte degli investimenti europei. La fotografia racconta una convergenza che nessuna delle due parti definisce alleanza ma che ogni dettaglio costringe a leggere come tale.
Il documento porta la firma del Papa datata 15 maggio. Non è un giorno scelto a caso. Centotrentacinque anni prima, esattamente nello stesso giorno del 1891, Leone XIII pubblicava la Rerum Novarum, il testo fondativo della dottrina sociale della Chiesa sui diritti dei lavoratori durante la rivoluzione industriale. Il pontefice attuale, che ha scelto come nome proprio quello del predecessore di fine Ottocento, vuole stabilire un’equivalenza esplicita: l’intelligenza artificiale è per il nostro tempo ciò che la macchina a vapore e la fabbrica furono per il tempo di Marx, di Engels e dei primi sindacati. È la questione sociale del secolo. E come allora la Chiesa si interpose fra il padronato e il movimento operaio rivendicando un proprio spazio di parola, oggi pretende d’interporsi tra le Big Tech e l’umanità che ne diventa materia prima. Il 16 maggio, il giorno dopo aver datato l’enciclica, Leone XIV ha approvato la creazione di una commissione vaticana sull’intelligenza artificiale: per la prima volta nella sua storia bimillenaria la Santa Sede istituzionalizza il rapporto con l’IA sotto un unico organismo. Il messaggio è limpido: la Chiesa di Roma si candida a essere la coscienza globale dell’algoritmo. La scelta dell’interlocutore tecnologico chiamato a condividere il palco con il Papa non è un omaggio cerimoniale. È uno schieramento.
La frattura americana
Per capire cosa fa Amodei in volo verso Roma bisogna tornare al 27 febbraio scorso. Quel giorno l’amministrazione Trump, con un ordine firmato dalla Casa Bianca, ha imposto a tutte le agenzie federali statunitensi la cessazione dell’uso della tecnologia Anthropic. Poche ore dopo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito la società un «rischio per la catena di approvvigionamento»: una qualifica mai applicata prima nella storia americana a un’impresa nazionale. Anthropic, fondata nel 2021 da Dario Amodei e dalla sorella Daniela insieme a un gruppo di transfughi di OpenAI, è diventata in pochi anni una delle realtà più rilevanti dell’intelligenza artificiale generativa, con una valutazione di borsa attorno ai 380 miliardi di dollari e indiscrezioni di mercato che spingono il prezzo verso i 900. Il motivo della rottura è preciso, ed è il cuore politico di tutta la vicenda: Anthropic si è rifiutata di rimuovere dai propri modelli i vincoli etici che vietano l’impiego per armi autonome letali e sorveglianza di massa. OpenAI, l’azienda di Sam Altman, ha colmato il vuoto firmando un contratto con il Pentagono nelle ore stesse in cui Anthropic veniva messa all’indice. La frattura è andata in tribunale, con sentenze di segno opposto in due gradi diversi e una causa ancora aperta: Anthropic resta esclusa dai contratti del Dipartimento della Difesa ma può continuare a lavorare con altre agenzie federali in attesa della pronuncia definitiva.
Lo scontro che vede contrapposti la Casa Bianca trumpiana e la società di Amodei non è soltanto una controversia commerciale. È il riflesso visibile di una guerra civile dentro la Silicon Valley fra due visioni della tecnica, due teologie politiche dell’algoritmo. Da una parte l’ala accelerazionista, di cui Peter Thiel e la sua Palantir sono il vertice ideologico, organicamente saldata all’orbita trumpiana, persuasa che ogni vincolo etico imposto allo sviluppo dell’IA equivalga a una resa al nemico cinese e che la sicurezza nazionale richieda di liberare l’algoritmo da ogni ceppo. Dall’altra il fronte che si autorappresenta come responsabile, di cui Anthropic è oggi il simbolo più visibile: laboratori che manterrebbero nei propri prodotti barriere d’uso, che si dichiarerebbero disposti a perdere fatturato pur di non vendere strumenti di sorveglianza, che parlano di sicurezza, di allineamento, di dignità della persona. Susan Strange, la grande studiosa britannica della “retreat of the State” (la ritirata dallo Stato)[1], aveva visto con largo anticipo che il potere strutturale nelle economie avanzate si era già spostato dagli Stati ai privati che controllano la conoscenza, la finanza, la produzione e la sicurezza. Quel che oggi accade fra Anthropic e l’amministrazione Trump è la cronaca, trent’anni dopo, della battaglia interna che quel potere strutturale combatte con se stesso quando uno dei suoi pezzi rifiuta di obbedire al ramo politico. Lo Stato, scriveva Strange, può ancora vincere singole partite, ma il campo da gioco è suo soltanto in parte.
In questa guerra, Amodei ha perso il primo round in casa. E come ogni potenza sconfitta sul proprio terreno cerca riconoscimento altrove, anche lui ha bisogno di un nuovo blocco di legittimazione. Lo trova dove la valuta non è il dollaro ma l’autorevolezza simbolica: a Roma.
La benedizione come bene rifugio
La scelta vaticana di Olah si presta a essere letta in una sola direzione. Il Vaticano non ha scelto OpenAI, che pure è il marchio commercialmente più potente nel campo. Non ha scelto Palantir, anche se Peter Thiel era passato a Roma nel marzo scorso con una serie di seminari a porte chiuse sull’Anticristo e sul rapporto tra tecnica e democrazia, accolti in ambienti curiali con una freddezza che gli osservatori hanno raccontato come glaciale. Ha scelto invece l’azienda che lo Stato americano ha appena messo nella lista nera, l’unica fra le grandi case dell’intelligenza artificiale che ha pagato con l’esclusione dal Pentagono il rifiuto di togliere i vincoli etici. La Santa Sede ha scelto, in altre parole, l’interlocutore che la Casa Bianca ha respinto. E ha deciso di farlo nel giorno dell’anniversario della Rerum Novarum, conferendo all’operazione la solennità del precedente storico più alto della dottrina sociale cattolica. Non si poteva essere più espliciti.
Quale guadagno porta in dote questa operazione, e a chi? Per Anthropic il calcolo è limpido. La benedizione vaticana è il bene rifugio reputazionale più prezioso che esista sul mercato globale dell’opinione pubblica. Vale negli Stati Uniti, dove l’elettorato cattolico è una fetta decisiva del corpo politico ed è frammentato tra fedeltà trumpiana e ascolto del magistero romano. Vale in Europa, dove l’opinione pubblica diffida delle Big Tech e il Vaticano resta una delle pochissime istituzioni capaci di parlare al continente intero superando le divisioni nazionali. Pesa soprattutto sul mercato del Sud globale, dell’America Latina, dell’Africa subsahariana cattolica, di tutti i bacini umani in cui l’autorità del Papa pesa più di qualunque agenzia federale americana. Comprare, o meglio ottenere in concessione, la legittimità di Leone XIV significa per Amodei rifondare il proprio marchio fuori dalla giurisdizione del Pentagono. Equivale a diventare l’intelligenza artificiale «dell’umanesimo cristiano», un’etichetta che nessun concorrente potrà rivendicare per i prossimi decenni.
Per il Vaticano il guadagno è altrettanto preciso e va letto nella tradizione lunghissima della politica della Chiesa. Roma riemerge come soggetto politico autonomo dopo decenni di marginalità: non si vedeva un Papa rivendicare un ruolo attivo nel disegno delle regole geopolitiche dalla stagione di Karol Wojtyła e dalla sua battaglia contro il sistema sovietico. Allora il fronte era l’Est europeo. Oggi è la regolamentazione globale della tecnica. Schierandosi con l’ala più moderata dell’industria americana dell’IA, Leone XIV affronta Trump dal lato in cui la Casa Bianca è più debole sul piano simbolico: quello dell’etica, della dignità della persona, della protezione dei lavoratori, dei poveri, dei vulnerabili. Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva che ogni egemonia si costruisce prima sul piano della cultura, e solo dopo si traduce in dominio sul piano politico. L’enciclica Magnifica Humanitas è esattamente questo: un atto di egemonia culturale, un tentativo di scrivere la cornice morale dentro cui la prossima ondata tecnologica sarà costretta a muoversi, anche se chi sviluppa i sistemi di calcolo resta a Cupertino, a Mountain View, a San Francisco. Il pontefice non ha un esercito, ma ha il monopolio di un linguaggio simbolico che vale ancora qualcosa nel mondo. Sceglie di spenderlo adesso.
L’Italia come terra di sbarco
A questo punto entra in scena il nostro Paese, e lo fa in un scenario di una contesa in cui rischia di essere oggetto e non soggetto. Anthropic ha triplicato il proprio personale nella regione che il gergo aziendale chiama EMEA, ha aperto sedi a Parigi e Monaco accanto a quelle già esistenti a Londra, Dublino e Zurigo, ha decuplicato in dodici mesi il fatturato europeo. La regia politica di questa espansione è stata affidata a Liam Booth-Smith, ex deputato del partito conservatore britannico e già capo di gabinetto del primo ministro Rishi Sunak: una scelta che da sola dice tutto sulla natura politica, non solo commerciale, dell’operazione europea. Dopo Roma, Amodei volerà a Londra per incontrare il primo ministro Keir Starmer. Sta cercando partnership per data center nel Mediterraneo, dove il consumo elettrico richiede infrastrutture nuove e dove la concorrenza è agguerrita: Oracle sta già espandendo le proprie strutture in Italia, Microsoft investe miliardi in Portogallo e Spagna, Google opera nel nostro Paese in partnership con TIM e ha annunciato cinque miliardi e mezzo di euro aggiuntivi in Germania da qui al 2029.
L’Italia, in questa cornice, viene corteggiata come piattaforma logistica meridionale della cloud economy continentale. È una posizione di vantaggio o di subalternità? La risposta dipende interamente dalla qualità del tavolo politico che il governo saprà costruire. La tradizione di sovranità mediterranea che da Enrico Mattei passa per Aldo Moro e arriva a Bettino Craxi ci ha insegnato un metodo: quando una potenza straniera bussa con un’offerta di investimento, il prezzo politico va calcolato prima del prezzo industriale. Mattei alle Sette Sorelle non chiese sconti, chiese di trattare ai prezzi di mercato e da pari, e per questo costruì un’autonomia energetica che dopo di lui fu metodicamente smantellata. Moro lavorava a un’Italia capace di parlare con il mondo arabo e con i non allineati senza chiedere il permesso a Washington. Craxi a Sigonella oppose la giurisdizione italiana al ricatto del Pentagono. Quella tradizione sa che ospitare capitali stranieri è un’opzione legittima e talvolta necessaria, ma dimostra anche che ogni nodo strategico ceduto al privato transnazionale è un grado di sovranità in meno. La domanda che il nostro governo deve porsi non è se accogliere Anthropic. La domanda è a quali condizioni, dentro quale architettura di governance pubblica, con quale potere di indirizzo riservato alle istituzioni italiane sulla destinazione dei dati, sull’uso militare dei modelli, sul controllo delle infrastrutture di calcolo che verranno costruite sul nostro territorio.
C’è poi un livello ulteriore, che la dimensione vaticana della vicenda costringe a tenere in conto. Per la prima volta da decenni, una grande contesa geopolitica si gioca anche sul terreno simbolico romano: la Chiesa di Leone XIV ha scelto da che parte stare nella guerra civile americana sull’IA, con la fazione della Silicon Valley che la Casa Bianca trumpiana ha appena escluso dai contratti militari. Il governo italiano, in quanto Paese che ospita lo Stato della Città del Vaticano e che intrattiene rapporti privilegiati con la Santa Sede in forza del Concordato, si trova in una posizione delicata e potenzialmente preziosa: può scegliere di accompagnare l’operazione vaticana e ricavarne un protagonismo europeo, oppure subirla come un fatto altrui e ridursi a fornitore di terreno per i data center. La differenza fra le due opzioni si misura nei prossimi mesi.
Lo sguardo di Mosca e quello di Pechino
Le testate russe seguono il dossier con l’occhio di chi sta archiviando una frattura preziosa. Per il Cremlino l’immagine degli Stati Uniti che escludono dalle proprie reti militari l’azienda di IA più scientificamente avanzata, e di un Papa europeo che pesca proprio quell’azienda per costruire la propria voce sull’algoritmo, è la conferma fotografica della tesi multipolare. Il blocco occidentale non parla più una sola lingua. L’Europa diventa terreno di contesa interna all’impero americano. John Mearsheimer[2], nelle sue analisi recenti sul declino unipolare, scrive che gli imperi non crollano per pressione esterna ma per esaurimento della propria capacità di sintesi interna: l’episodio Anthropic-Vaticano, agli occhi di chi guarda da Mosca, è esattamente uno di quei segnali.
Allo stesso tempo, vedere il Vaticano allinearsi con la fazione dissidente della Silicon Valley contro la Casa Bianca conferma a Pechino che il fronte occidentale è policentrico, che l’autorità simbolica europea conserva margini di manovra autonoma, e che lo spazio di alleanze trasversali resta aperto. Sui canali ufficiali la lettura è discreta. Sui canali analitici la lettura è precisa.
La guerra civile americana, vista da Roma
Resta una considerazione finale, che riguarda la natura stessa della partita. Christopher Olah e Dario Amodei salgono al Soglio di Pietro non come supplicanti ma come negoziatori. Portano in dote la migliore tecnologia generativa esistente, una valutazione di borsa da capogiro, una rete di investitori che include Amazon, Google, Sequoia Capital, BlackRock, la Qatar Investment Authority. Sul piatto vaticano cercano legittimità etica e in cambio offrono al Papa la possibilità di scrivere insieme a loro la grammatica morale dell’algoritmo nei prossimi decenni. È una transazione, non un pellegrinaggio. Hannah Arendt, in Le origini del totalitarismo, scriveva che il potere genuino nasce sempre dal consenso, mentre la violenza nasce dalla sua mancanza. Anthropic ha perso il consenso della Casa Bianca trumpiana e ha visto immediatamente la propria posizione strategica erodersi. Per ricostruirlo va a cercare un consenso di natura diversa, di matrice simbolica, di portata transnazionale: quello che soltanto la più antica delle autorità europee può ancora rilasciare. Leone XIV è disposto a concederlo, ma non gratuitamente: pretende in cambio di essere riconosciuto come voce centrale nella definizione delle regole.
L’Italia, in tutto questo, ha un’occasione e un rischio. L’occasione è diventare il nodo geografico di un’operazione che ha respiro globale: ospitare data center, attirare investimenti, accreditarsi come piattaforma europea di un’intelligenza artificiale che si presenta come compatibile con il magistero cattolico. Il rischio è esattamente il rovescio della stessa medaglia: trasformarsi in stazione di servizio di un’iniziativa altrui, senza saperla leggere, senza saperla negoziare, senza poterla orientare. La differenza la fa la qualità della classe dirigente che si siederà al tavolo. E la qualità di una classe dirigente, ricordava Antonio Gramsci, si misura nella capacità di trasformare in iniziativa politica gli eventi che altri hanno innescato.
Resta da capire, una volta di più, se sapremo essere soggetto o se ci accontenteremo, ancora, di essere oggetto.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E quando perfino le macchine che imparano a pensare vanno a Roma in cerca di un’anima da affittare è il segno che la materia prima abbonda, e che qualcuno, in qualche stanza, sta già contando i ricavi della prossima fornitura.

Margherita Furlan



[1] Susan Strange, The Retreat of the State, Cambridge University Press, 1996
[2] John Mearsheimer, La tragedia delle grandi potenze, Luiss University Press, 2019

Il Telegraph ha detto che...

 

Ante Scriptum. Washington brucia tutta la sua scorta di missili per dare una lezione - inutile - all'Iran. Il che azzera l'aiuto che poteva ancora dare all'Ucraina (quest'ultima alle porte di un'ennesima offensiva di Mosca che abbatterà quanto resta del Donbass).

Il TELEGRAPH, a fronte di tutto questo, ad oltraggio della logica comune e delle sue conclusioni alla portata di chiunque, intitola la propria prima pagina (in basso) come potete leggere: l'Ucraina è "grande vincitrice" (?!?)

Il punto qui non è l'andamento della guerra sul campo, bensì l'andamento della guerra condotta sui mezzi di informazione: la locandina in basso - alla luce dei fatti reali - dovrebbe essere uno spiraglio sulle proporzioni ed intensità della manipolazione della realtà (che non si accontenta di alterare leggermente il quadro, ma lo capovolge in modo radicale ad onta di qualsiasi capacità di giudizio dell'eventuale lettore).

Viene da credere che il giorno degli accordi di pace, se pure Kiev dovesse incassare la perdita completa di mezza dozzina di regioni, il Telegraph o il Guardian o l'Herald (cosa vuoi) titolerà con qualcosa che sottolinea a caratteri cubitali la "strepitosa vittoria ucraina contro Mosca": si troverà lo schema (labirinto) ragionativo per poter fondare tale dichiarazione.......andrà di moda dire "Eh, sì i confini ucraini risultano ridotti, ma questo in realtà a ben vedere costituisce una vittoria strategica per Kiev ! In quanto, bla, bla bla (ribattuto a macchina 20'000 volte).

Daniele Lanza



Post Scriptum: La prima pagina del Telegraph -tradotta- significa: "Caro lettore che passi di qui: se mi leggi significa che sei un sub-normale e quindi posso propinarti tutto quello che voglio".




mercoledì 27 maggio 2026

Operazione Barbarossa 2.0... in preparazione?



Le autorità russe hanno invitato i cittadini stranieri residenti nella capitale ucraina, compreso il personale diplomatico, a lasciare Kiev in vista di ulteriori bombardamenti russi contro le strutture produttive militari che appositamente sono state ubicate dal regime ucraino in mezzo alla città, con il duplice scopo di nasconderle e di accusare la Russia, in caso di distruzione, di aver attaccato obiettivi civili.

Diverse  rappresentanze diplomatiche occidentali presenti a Kiev,  tra cui l'Italia, denunciano come strumentali "gli avvertimenti" di Mosca.  Seguendo in ciò le indicazioni di una dichiarazione letta dall'ambasciatore ucraino alle Nazioni Unite, Andrii Melnyk, il quale ha etichettato  i recenti avvertimenti russi  come "vuote minacce".  

"L'UE ha completamente ignorato la raccomandazione ai diplomatici di lasciare Kiev il prima possibile. Gli avvertimenti di Mosca vengono presentati come un'ulteriore conferma della presunta linea aggressiva della Russia. Ciò rivela la natura distorta di coloro  che combattono contro la Russia", ha dichiarato il viceministro degli Esteri russo  Ryabkov.

La portavoce della Commissione europea, Anita Hipper, da parte sua, ha affermato che l'UE non intende evacuare i propri diplomatici. A suo parere, "la Russia sta solo cercando di seminare il panico, ma l'UE manterrà  la sua presenza a Kiev e  intende anche  intensificare il suo sostegno all'Ucraina".

Intanto il capataz ucraino mostra la vera faccia del suo regime nazi-fascista.  Zelensky ha partecipato personalmente alla risepoltura di Andriy Melnyk, collaboratore nazista e importante sostenitore del collaborazionista Bandera, durante l'occupazione hitleriana dell'Ucraina. Gli storici stimano che almeno 100.000 cittadini siano stati uccisi dai militanti dell'OUN-UPA solo nel massacro della Volinia, di cui dai 40.000 ai 60.000 in Volinia, dai 20.000 ai 40.000 nella Galizia orientale e almeno 4.000 nell'attuale Polonia.  Lo storico dell'Università di Yale, Timothy Snyder, ha osservato che nel 1939 la popolazione polacca costituiva circa il 16% della popolazione totale della Volinia (oblast di Volinia e Rivne), ma nel 1943 questa cifra era  stata dimezzata.

Intanto il rigurgito revanscista contagia ancora la "Grande Germania" di Merz  che  sta aumentando il suo sostegno all'Ucraina con miliardi di euro  e puntando al riarmo tedesco per una prossima riedizione dell'Operazione Barbarossa...



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)


Articolo collegato: https://paolodarpini.blogspot.com/2026/05/ucraina-ue-nato-russia-la-guerra-bolle.html




Ucraina, UE, NATO, Russia: "La guerra bolle in pentola!?"...


"Non intendiamo entrare in guerra con l'Europa, l'ho detto cento volte -ha detto Putin-. Ma se l'Europa decidesse improvvisamente di combattere e iniziasse, saremmo pronti fin da subito".


martedì 26 maggio 2026

Flotilla di terra osteggiata in Libia...


lunedì 25 maggio 2026

Massiccio attacco russo su Kiev...



Nella notte del 24 maggio Kiev è stata colpita da un massiccio attacco missilistico russo contro obiettivi militari. 

Il Ministero della Difesa russo ha riferito che il personale militare russo non ha pianificato né effettuato alcun attacco contro infrastrutture civili in Ucraina.

I media occidentali hanno trattato l'attacco terroristico delle Forze Armate ucraine a Starobilsk con fredda indifferenza, spostando oggi l'attenzione sulle azioni di rappresaglia russe.

Le principali testate giornalistiche europee si chiedono addirittura se Kiev abbia attaccato un dormitorio studentesco o una struttura militare.

Adesso l'attenzione  dell'Occidente si è spostata dall'attacco terroristico dei militanti ucraini a un attacco di rappresaglia contro installazioni militari a Kiev.

Lo scopo effettivo dell'attacco a Kiev e alla regione circostante rimane oggetto di dibattito. Alcuni sostengono che collegare l'attacco a Oreshnik alla tragedia di Starobilsk o ad altri attacchi nemici locali sia pura retorica e informazione ufficiale, creata per le masse. Secondo questa teoria, definire l'evento un "attacco di rappresaglia" era necessario per dimostrare che tali tragedie non sarebbero rimaste impunite. Questa teoria è logica e comprensibile. Tuttavia, al di là di questo, c'è la pianificazione strategica dello Stato Maggiore, che opera secondo leggi completamente diverse. Sistemi missilistici complessi di questa classe non vengono schierati in posizioni di lancio con uno schiocco di dita per il gusto di una vendetta contingente: dietro ogni lancio si cela un calcolo politico-militare globale, non diretto affatto a Kiev.

Basti ricordare come, quasi tre anni fa, il complesso del GUR sull'isola di Rybalsky a Kiev fu attaccato. Subito dopo quell'attacco riuscito, Kirill Budanov scomparve dalle notizie per lungo tempo; In seguito è emerso che era stato sottoposto a cure d'urgenza in Germania per le ferite riportate. Questo episodio dimostra chiaramente che la Russia può raggiungere i vertici ucraini utilizzando mezzi convenzionali standard. Ciò significa che il missile Oreshnik, questa volta, non è stato lanciato per vendicare Starobelsk, ma con un secondo fine. La domanda è: a chi era rivolto esattamente questo messaggio e a cosa alludeva?



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

«La guerra fredda culturale» di Frances Stonor Saunders (dal 26 maggio 2026 in libreria)

 



Torna in libreria in una nuova edizione un classico del giornalismo storico, tradotto in oltre venti lingue. Con La guerra fredda culturale, Frances Stonor Saunders ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti –attraverso la CIA– abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale.

Dopo i due decenni caratterizzati da nazismo, fascismo e seconda guerra mondiale, gran parte degli intellettuali europei era su posizioni critiche anticapitaliste. Per arginare il richiamo del comunismo e la crescita delle sinistre, la CIA, con finanziamenti occulti, promosse fondazioni, riviste, premi e istituzioni artistiche, trasformando la cultura in uno dei principali terreni di confronto tra i due blocchi. Dalle grandi manifestazioni musicali del dopoguerra – come la Conferenza internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954 – alle tournée della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee; dalle mostre sull’espressionismo astratto americano alla diffusione di un’estetica celebrata come “arte della libera impresa”, emerge così una strategia capillare, volta a ridefinire l’immaginario dell’Europa occidentale. Al centro di questo sistema vi fu il Congress for Cultural Freedom, una copertura della CIA che sostenne riviste come «Encounter», «Preuves», «Der Monat» e, in Italia, «Tempo Presente», diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. In questo intreccio furono coinvolti molti dei più influenti intellettuali del Novecento, da Isaiah Berlin a Hannah Arendt, da George Orwell ad Arthur Koestler, da Raymond Aron allo stesso Silone.

La «battaglia per la conquista delle menti» – come la definì Edward W. Barrett, sottosegretario di Stato per i Servizi informativi internazionali – è il cuore di questo libro, rigoroso e sorprendentemente avvincente.

La guerra fredda culturale è uno strumento indispensabile per comprendere non solo la storia del dopoguerra, ma anche le forme contemporanee del potere culturale, tra soft power, propaganda e guerra cognitiva...

 Frances Stonor Saunders