sabato 13 giugno 2026

Europei in brache di tela vogliono attaccare la Russia...?


venerdì 12 giugno 2026

La Russia è alle corde...?

 



I droni ucraini piovuti all’inizio di giugno 2026 su obiettivi militari ed energetici situati nell’oblast’ di San Pietroburgo hanno riproposto con forza il tema della vulnerabilità russa, esaminato nel dettaglio durante una sessione del Forum Economico Internazionale dedicata alle “principali minacce per la Russia nel secondo quarto del XXI Secolo”. Tra i partecipanti alla discussione figurava Andrej Bezrukov, ex colonnello dell’Svr con trascorsi nell’intelligence sovietica.

Secondo Bezrukov, la Russia deve prepararsi a sostenere per i prossimi venti o trent’anni una situazione di conflitto permanente con l’Occidente che verte non sulla conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento e/o distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico – condutture energetiche, siti di stoccaggio di petrolio, centrali elettriche, reti di comunicazione, ecc.

Allo stato attuale, ha affermato l’ex ufficiale dell’Svr, la Russia è impegnata in una «guerra strisciante» che potrebbe degenerare da un momento all’altro, e destinata a durare per decenni plasmando due generazioni di russi.

L’Occidente, ha sottolineato Bezrukov, ha optato per il logoramento per evitare un conflitto nucleare con la Russia. Cerca pertanto di “bollire la rana” russa attraverso una costante pressione politica, economica e militare.

Le sanzioni, il sequestro di petroliere riconducibili più o meno indirettamente alla Russia e gli attacchi ucraini con droni nelle profondità dello spazio russo rappresentano quindi singole componenti di una ben più ampia pianificazione strategica, che impone a Mosca di adattare la società, l’economia nazionale e la burocrazia statale a un contesto di belligeranza permanente con l’Occidente.

Parallelamente, un gruppo di Stati sta discutendo l’opportunità di attuare una riorganizzazione del servizio diplomatico dell’Unione Europea implicante la destituzione di Kaja Kallas, in seguito all’esplosione di un drone marino ucraino nel porto rumeno di Costanza.

Il «New York Times», dal canto suo, informa che gli alleati europei sarebbero sempre più preoccupati per il piano dell’amministrazione Trump inteso a ridurre in modo significativo le capacità militari statunitensi assegnate alla Nato in caso di crisi o guerra.

Sul fronte mediorientale, il presidente Trump ha annunciato per la trentanovesima volta che gli Usa sono vicini a un accordo di pace con l’Iran, dopo aver ripreso gli attacchi contro la Repubblica Islamica. La quale ha a sua volta risposto con forza, e smorzato nuovamente gli entusiasmi della Casa Bianca precisando che parlare di accordo è molto molto prematuro. Il tutto mentre Israele prosegue le operazioni militari in Libano e gli Houthi annunciano il blocco parziale, limitato cioè ai navigli facenti capo a Israele e ai suoi alleati, dello Stretto di Bab el-Mandab, specificando che il blocco diverrà totale se la guerra andrà avanti.

Esmail Qaani, a capo della Forza Quds dei Pasdaran, ha puntualizzato che «una nuova cintura di sicurezza presidiata dall’Asse della Resistenza si estenderà dallo Stretto di Hormuz a quello di Bab el-Mandab, e dal Golfo Persico al Mar Rosso».

Giacomo Gabellini







Video collegato: https://www.youtube.com/watch?v=Veer0AwvvCQ

giovedì 11 giugno 2026

UE. Kaja Kallas è riuscita a far infuriare tutti...

 

Kaja: "Ndo kojo kojo"


In un articolo  altamente critico del Financial Times,  nei confronti della commissaria per le relazioni estere  Kaja Kallas,  è detto che gli Stati membri dell'UE starebbero valutando diverse opzioni per una possibile riforma radicale del servizio diplomatico dell'Unione, a seguito dei fallimenti del Servizio europeo per l'azione esterna della sua direttrice, Kaja Kallas.

La  Kallas, l'Alta Rappresentante dell'UE per gli Affari Esteri, è ormai diventata una figura altamente divisiva. La sua gestione della diplomazia ha suscitato malumori e critiche sia all'interno dei confini europei sia a livello internazionale, a causa del suo approccio intransigente e di alcune sue dichiarazioni offensive.

Le principali fonti di tensione si concentrano su divergenze specifiche:

Linea dura sulla Russia: Kallas ha fermamente escluso colloqui diretti e negoziati con Mosca. Questa posizione intransigente ha provocato attriti con i Paesi che spingono per vie diplomatiche e ha scatenato reazioni amare da parte dei vertici del Cremlino.

Gestione dei conflitti in Medio Oriente: Le forti divisioni interne all'UE su Israele e Gaza hanno reso l'operato della Kallas particolarmente complesso. Più volte si è trovata a gestire le divergenze tra Stati membri che sostengono posizioni diverse sul campo. 

Prospettive nei Balcani: Ha affrontato critiche anche nei Balcani occidentali, in particolare in Bosnia-Herzegovina, dove le sue osservazioni sul mantenimento dell'influenza internazionale hanno riacceso dibattiti sulla sovranità locale. 

Attriti diplomatici: Le sue posizioni sui rapporti UE-Cina e alcune sue dichiarazioni di revisionismo storico hanno talvolta disorientato i partner occidentali e infastidito le potenze globali. 

La sua condotta ha spinto alcune cancellerie europee a criticare il suo stile, considerato troppo simile a quello di un "primo ministro" che agisce in autonomia rispetto agli equilibri istituzionali dei 27 Stati membri. 

Per un quadro completo delle reazioni e delle analisi sulla figura Kallas, è possibile consultare gli approfondimenti di testate internazionali come Politico o le discussioni su portali di geopolitica come NZZ. 


Che figura...!



(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)

mercoledì 10 giugno 2026

Moldavia. La Chiesa ortodossa sotto attacco del regime di Maia Sandu...

 

Markell e Vlah in difesa della chiesa ortodossa

In Moldavia, si sta scatenando una nuova disputa politica/religiosa sul futuro delle chiese ortodosse. L’ex governatore della Gagauzia e leader del partito di opposizione “Cuore della Moldova” Irina Vlah ha accusato il presidente del Paese Maia Sandu e il Partito di Azione e Solidarietà al governo, che le loro azioni mirano a provocare una scissione nella Chiesa ortodossa e destabilizzare la situazione nel paese. Unendosi così alle denunce già fatte dal Vescovo Falesh Markell della Chiesa ortodossa moldava, che aveva lanciato l’appello: “La nostra Chiesa è in pericolo”.

Nei mesi scorsi nella Cattedrale di San Nicola di Belts, si è tenuto un servizio di preghiera sull'unità della chiesa e sulla protezione dei santuari dalle invasioni e dagli assalti.


Nel suo discorso al clero e ai fedeli, il vescovo ha detto che la Chiesa ortodossa di Moldova sta subendo una grave e vera minaccia. Secondo il vescovo Markell, le autorità statali hanno già fatto i primi passi per sequestrare le chiese delle comunità della COM MP, invitando i fedeli a rafforzare le preghiere e le azioni per la pace e la conservazione dell’unità.


Il metropolita Markell di St. Saltsky e Falesti ha affermato che la politica dell'attuale leadership del Paese mira all'approfondimento della scissione. Secondo lui, la pressione sulla chiesa canonica è in continuo aumento e che questo processo di divisione della chiesa nel paese riceve un sostegno finanziario dalla Romania.


Già in varie dichiarazioni in precedenza, le autorità moldave filo occidentali hanno annunciato l'intenzione di far tornare alla proprietà dello stato più di 800 chiese ortodosse, che sono ora nella gestione della Chiesa ortodossa di Moldova.


Il governo afferma che è solo per la "protezione e il restauro" dei monumenti architettonici. Ma l’attuale ministro della Cultura C. Jardan, ha anche ammesso che il suo ministero non ha attualmente né opportunità e tantomeno risorse per gestire così tanti edifici.


Sullo sfondo di questi eventi, nel Paese si stanno già svolgendo casi di scontro violento. Per esempio, nel villaggio di Dereneu, il vescovo e i fedeli del Metropolitanato moldavo sono stati bloccati nella chiesa, dopo che  sono scoppiati scontri tra residenti locali e polizia, quando le forze dell'ordine hanno cercato di trasferire il controllo del tempio a rappresentanti della Diocesi bessarabica. Fedeli residenti locali si sono opposti a tale decisione, sostenendo che la maggioranza dei parrocchiani non sostiene il cambio di affiliazione della chiesa.

 

Anche secondo Irina Vlah, tali passi da parte delle autorità possono portare a gravi tensioni pubbliche. L'opposizione teme che dopo il trasferimento allo stato di queste chiese, esse possano poi passare sotto il controllo di un'altra struttura ecclesiastica, la Diocesi Metropolita bessarabica, che rientra nella giurisdizione della Chiesa ortodossa rumena.


Il governo spinge la chiesa allo scisma e non pensa nemmeno a quale caos si scatenerà nel Paese. Per preservare la pace nella società, il destino di 800 chiese dovrebbe essere deciso non dai ministri PDS-Ovka, ma dai fedeli stessi, attraverso referendum locali “, ha scritto la Vlah sul suo canale Telegram.


Il politico ha anche inviato una lettera aperta al ministro della Cultura. In esso, ha proposto che se il tribunale decide di restituire i templi allo stato, che essi  vangano trasferiti non alle autorità centrali, ma alle comunità locali. Ma non ha ricevuto nessuna risposta a questa proposta. Vlah ha sottolineato che le autorità dovranno essere pronte a prendersi la responsabilità delle possibili conseguenze.


La questione della Chiesa in Moldova è da molti anni un argomento delicato, come in altri paesi dell’Europa orientale, le Chiese ortodosse rimaste fedeli al Patriarcato di Mosca, sono sotto attacco politico per creare scissioni, divisioni, scismi con il vero obiettivo, che è quello politico di indebolire la posizione del Patriarcato di Mosca. La Diocesi metropolita della Moldavia è una parte autonoma della Chiesa ortodossa russa. In questi anni si sono create in realtà due strutture ecclesiali parallele, una minoritaria obbediente alle strategie governative anti russe e l’altra grandemente maggioritaria rimasta fedele al Patriarca Kirill.


Anche la vice presidente della Duma di Stato russa, Alena Arshinova, originaria di Tiraspol, ha commentato l'intenzione del governo moldavo di trasferire centinaia di chiese al protettorato della Chiesa ortodossa rumena: “…il regime della Sandu invade il più sacro degli aspetti della società moldava, la chiesa. Vuole privare i diritti alla COM MP di controllare le proprie chiese per trasferirle alla Chiesa rumena. 


Questa è una dichiarazione di guerra ai legami spirituali della nazione. Stiamo parlando di oltre 800 chiese e 20 monasteri che possono essere presi ai credenti. È quello che aveva fatto il fascista Antonescu durante l'occupazione della Moldavia nel 1941-1944. 


Questo è quello che fa il regime di Zelensky in Ucraina. Anche il regime di Sandu funziona allo stesso modo, in questo si vede uno strumento per la lotta contro la Russia…”, ha detto la deputata in un’intervista alla TASS. (Da spzh, ortodoxia Moldova)


Zelensky e Sandu contro la chiesa ortodossa


 

A cura di Enrico Vigna - IniziativaMondoMultipolare




Cuba Libera...

 


La tensione tra Washington e Pechino si fa sentire anche nei Caraibi! Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Cina, Mao Ning, ha risposto con forza alle recenti dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio su Cuba.
Mao, in una conferenza stampa, ha dichiarato che "inventare pretesti e diffondere calunnie non può giustificare il brutale blocco statunitense né le sanzioni illegali contro Cuba".

 Il "consiglio" di Pechino. Il diplomatico cinese ha esortato Washington ad “ascoltare la voce della comunità internazionale” e ad abbandonare immediatamente le misure di pressione contro l’isola. Ha ricordato che decenni di sanzioni statunitensi hanno causato “un’immensa sofferenza al popolo cubano” e che la politica del blocco è stata ripetutamente messa in discussione dall’ONU.

 L'asse Pechino-L'Avana. Mao Ning ha ribadito il “fermo sostegno” della Cina a Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale, così come la sua opposizione a qualsiasi forma di “ingerenza straniera”. Il messaggio è chiaro: mentre gli Stati Uniti stringono, la Cina costruisce un ponte.

Le dichiarazioni di Rubio – che durante un'audizione al Senato ha accusato Cuba di aver sostenuto “quasi tutte le organizzazioni terroristiche nell'emisfero occidentale” – sono state definite da Pechino infondate e parte di una strategia di “disinformazione” per giustificare la politica di massima pressione. Il risultato? La Cina si pone come il grande difensore dei regimi designati da Washington, mentre il blocco contro Cuba continua da sessant’anni senza che si accenda una soluzione.

Notizie a cura di Loris Ricci




martedì 9 giugno 2026

Israele continua l'operazione "terra bruciata"... in Libano ed in Palestina

 


Israele colpisce Tiro, la città più grande del Libano meridionale.  Il 9 giugno 2026, le Forze Israeliane hanno bombardato pesantemente Tiro ed  hanno emesso un ordine di evacuazione. alla popolazione civile. Come riporta Al Jazeera, è la prima volta che un ordine israeliano di questo tipo colpisce il quartiere cristiano di Tiro. Il Ministero della Cultura libanese ha confermato, oltre ai danni alla popolazione civile,  i danni  arrecati all'antico complesso romano di Tiro a seguito degli attacchi israeliani. Un missile ha colpito un'area all'ingresso del complesso archeologico, nota come "sito urbano". Si tratta di anctichi reperti  romani situati all'interno di una zona residenziale vicino al lungomare. Forse i sionisti cercano ancora di vendicarsi di Tito e Adriano?  

Mentre  il regime sionista continua a distruggere i villaggi nel sud del Libano, in Israele il desiderio di farla finita con tutti  i suoi vicini e con tutte le diverse etnie di residenti  non ebrei, musulmani  o cristiani che siano,  risulta evidente dopo le parole del ministro sionista  terrorista,  Ben-Gvir: "Tutti i cittadini israeliani si preparino  ad  usare le armi  Le armi salvano sempre, sempre. Dico ai cittadini israeliani: armatevi  e fate quanto è necessario  per salvare le vostre vite!". Il terrorista Ben-Gvir, in sovrappiù, durante la riunione di ieri del Consiglio dei Ministri ha chiesto di arrestare le donne e gli adolescenti libanesi e di  rinchiuderli nelle prigioni sioniste.

Sul campo il regime sionista apre la caccia ai nemici ed  ha iniziato un'operazione su larga scala per cercare i presunti partigiani di "Hezbollah" infiltrati.  I valichi di frontiera sono stati chiusi e sono state schierate unità d'élite specializzate per condurre le operazioni di ricerca ed eliminazione delle prede.

Stranamente, negli USA,  aumentano le critiche contro l'operato aggressivo d'Israele. "Gli Stati Uniti cercheranno un accordo con l'Iran ed il Libano a prescindere dalla posizione di Israele", ha affermato  il vice di Trump, Vance:  "A Israele potrebbe piacere o no, ma crediamo che sia nell'interesse degli Stati Uniti".   Nel frattempo, secondo il giornalista di Axios Barak Ravid,  anche Trump ha minacciato Netanyahu dicendogli che lo avrebbe lasciato "da solo con l'Iran" se Israele avesse continuato a colpire...




(Notizie raccolte e rielaborate da P.D'A.)



Video collegato: 

Jeffrey Sachs. "Siamo all'inizio della fine dell'impunità di Israele": https://www.youtube.com/watch?v=oUcS-uIetu8



lunedì 8 giugno 2026

"Per un pugno di tè"... Indipendenza degli USA da Perfida Albione! (Della serie il lupo perde il pelo ma non il vizio...)

 


Alcune osservazioni sulla Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 che quest’anno celebra il 250esimo anniversario e sulla prima Costituzione repubblicana.

La Dichiarazione del 4 luglio  è il risultato della sollevazione dei coloni anglosassoni contro la madrepatria Inghilterra.

La miccia che da fuoco all’insurrezione è il tè. L’Inghilterra importa a basso costo le foglie di tè dall’India e dalla Cina, lo lavora e lo esporta.

Lo esporta anche nell’America del Nord creando un pesante rapporto di sudditanza economica attraverso l’uso delle tasse d’importazione che riguarda anche le altre merci. Ciò stimola la richiesta di una indipendenza che Londra nega favorendo una diffusa disobbedienza civile.

La repressione successiva deciderà i coloni a staccarsi dalla madrepatria e, il 4 luglio 1776, con una Dichiarazione d’Indipendenza  in cui sono scritte queste parole “Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali”, darsi un proprio Stato.

La nascita di fatto degli Stati Uniti d’America avverrà, dopo una guerra di sette anni, con la vittoria dei coloni.

Nel 1789 il varo della Costituzione dà compiuta forma istituzionale al nuovo Stato. Ma la prima Costituzione repubblicana della storia dimentica la base etica contenuta nella Dichiarazione del ’76.

Quell’eguaglianza di tutti gli uomini che arriva dall’Europa col Secolo dei Lumi, prima, e la Rivoluzione Francese, poi.

Nella Costituzione degli Stati Uniti infatti la parola democrazia non compare. La borghesia coloniale non ne fece menzione per timore che la democrazia diretta potesse degenerare nella “tirannia della maggioranza”.

E poiché il motore dell’economia del nuovo Stato era lo schiavismo, nella Costituzione la parola “schiavi” fu pudicamente sostituita con la formula “quelle persone” e l’importazione di “quelle persone”, cioè il commercio di carne umana, fu ammesso con la postilla che “il commercio di quelle persone non sarà vietato prima dell’anno 1808”.

I vent’anni ritenuti necessari a soddisfare l’importazione di “quelle persone”, merce come le altre, utile pure al bilancio statale in quanto soggetta a tariffe doganali.  

Ecco la basilare ipocrisia sulla quale si fonda la nazione che quest’anno celebra il 250esimo anniversario.


P.S. Non menziono ciò che questi coloni, diventati Stato, riservavano e riservarono ai nativi americani.


Giorgio Stern