In questi giorni mi capita di leggere (soprattutto perché ancora non sono guarito da quella malattia imbarazzante e invalidante che un tempo si chiamava ‟Twitter” e ora "X") cose scritte da gente che sostiene di aver studiato e di essere competente in questo settore, che dice che gli attacchi a Wildberries, alle raffinerie, alla logistica eccetera sono la prova che la strategia russa della guerra d’attrito è fallita e che, dato che l’Ucraina sta infliggendo danni pesanti alla Russia e sta sottoponendola al suo attrito, l’Ucraina ha vinto...
Io credo, piuttosto, che non abbiano idea di cosa significa ‟guerra d’attrito”: che non è prendere a schiaffi uno che non reagisce ma, al contrario, prendere uno a schiaffi ed essere pronti a riceverne in cambio parecchi. Impostare, per scelta o per necessità, un conflitto sull’attrito significa mettere in conto di subire perdite, anche molto pesanti, in un confronto che si protrarrà nel tempo ma che alla fine, almeno secondo i propri calcoli (che possono essere sbagliati, per carità), porterà l’avversario alla sconfitta per esaurimento di uomini o di materiale o volontà politica (una ulteriore precisazione per i nostri amici studiati: ‟esaurimento” non significa che il 100% dei tuoi uomini o il 100% dei tuoi mezzi o il 100% della tua economia siano stati distrutti, ma che ne è stata eliminata una quota consistente che non ti permette più di attaccare o difenderti in maniera coerente e organizzata. Perché pure mi è capitato di dover leggere che l'Ucraina può reclutare ancora un paio di milioni di uomini e quindi le cose alla fine non vanno male: questo detto da gente che sostiene di amare l'Ucraina e di volere il suo bene, attenzione), o perché gli sponsor esterni, se ce ne sono (ce ne sono) non saranno più disposti a pagare il conto, che diventerà progressivamente troppo salato per loro a fronte di un ritorno incerto e non troppo conveniente (gli investitori, se sono un minimo accorti, si sganciano PRIMA che l'affare vada in perdita).
Nella guerra d’attrito, che non a caso è il tipo di conflitto più brutale e costoso, da ogni punto di vista, che si possa combattere, non conta il territorio, non contano le perdite, non contano i costi: conta solo restare in piedi un po’ più a lungo dell’avversario. Per cui ci sta che i nostri amici studiati non lo capiscano proprio, il concetto, perché le guerre dell’occidente, ovvero le uniche guerre che valga la pena di studiare, chiaramente, sono tutte veloci, chirurgiche, hi-tech e indolori (indolori per noi, ovviamente) e se davanti ti trovi uno che invece reagisce vai al manicomio e giri 200 film su quanto terribile è stata quella guerra in cui si sono permessi di rispondere al fuoco invece di stendersi e morire, come era giusto che facessero. Che poi è il motivo per cui la nostra guerra di attrito la stiamo facendo combattere a quelli là, che non sono troppo diversi da quelli contro cui li facciamo combattere. A Bruxelles sono scemi ma fino a un certo punto, e a Washington non sono scemi per niente.
Francesco Dall'Aglio
P.S.: Non è semplice valutare le perdite in una guerra d’attrito, perché il problema non è tanto perdere un uomo, un carro, un aereo, il problema è quanto velocemente puoi rimpiazzarlo. Il problema sono le riserve, tattiche e strategiche, il problema è la base industriale, la catena logistica, la produzione. E oltre alle perdite subite contano soprattutto le perdite imposte. E questo è il motivo per cui mi piacerebbe davvero molto che la nostra stampa, sempre così attenta alle perdite russe da inventarsele, se necessario, non dimostra invece la stessa attenzione per quelle ucraine. Ho una mezza idea del perché...