Il triangolo...
La guerra cambia marcia e se ne intravede l’orizzonte (non necessariamente pacifico). Dopo due giorni di speculazioni è emersa la ragione (ufficiosa) della visita del direttore della CIA a Mosca: si vorrebbe un incontro a 3, vale a dire Trump/Putin/Zelensky. Questo senza tuttavia corroborare la proposta di alcun contenuto sulle eventuali condizioni di pace il che sconcerta, sollevando più interrogativi di quanti non ne chiuda: perché mandare la testa dei servizi segreti americani nella tana dell'orso per comunicare poco più che nulla ?!
Perché non la più consueta e rapida telefonata Trump-Putin? La logica basilare ci dice che le ragioni sono di riservatezza, onde fare promesse che non si possono divulgare all’opinione pubblica, oppure per intimidire la Russia grazie alla presenza di un messaggero (tradotto in italiano: "ratto nel precipizio") che incarna il servizio spionistico più potente del globo (...).
Ebbene, supponendo che il messaggio di Ratcliffe fosse una delle due cose, allora dalla reazione del Cremlino che si legge da oggi, non sembra verosimile alcuna: Peskov ribadisce che l’incontro avverrà sì... ma solamente per stabilire la fine vera della guerra, cioè con un accordo già stabilito quindi non per facilitare stratagemmi come il cessate il fuoco, ed altro. Questo suggerisce che Mosca non ha ricevuto da Ratcliffe alcuna proposta di interesse (nemmeno in segreto) e al tempo stesso non si è fatta intimidire in alcun modo (se minacce vi sono state. Ergo siamo di nuovo daccapo.
No, appare sempre più chiaro che il significato più profondo dell’incursione della CIA a Mosca si cela nel contesto generale del conflitto russo/ucraino, il cui andamento reale è in gran parte OSCURATO da massima parte dei mezzi di informazione globale in una specie di circolo vizioso che ormai si perpetua da solo: la situazione generale sta deteriorando sempre più in fretta. Le fondamenta stanno iniziando a muoversi – siamo di fronte ad un mutamento STRUTTURALE della contesa militare in corso – senza che i media abbiano nemmeno facoltà di analizzare la cosa (anzi, peggio le cose vanno, meno le si potrà spiegare).
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Tanto per condensare in due grandi punti il quadro presente nella sua totalità.
A - Da quasi 100 ORE consecutive la capitale ucraina è bombardata chirurgicamente: le sirene della contraerea sono una litania continua – giorno e notte – da quasi 4 giorni. 1500 droni e missili in una singola settimana, di cui moltissimi non intercettati: un’intensità non vista sin dall’inizio del conflitto nel 2022. Il fatto non è certo casuale, ma l’indicatore critico di un vero e proprio cambio di marcia: il Cremlino ha deciso di accelerare il ritmo dell’intero conflitto, come V. Putin in persona si è espresso di fronte alla Duma il mese scorso e nei fatti tutto questo si concretizza indebolendo nell’immediato tutta la rete di comunicazioni ed energetica attorno alla capitale ucraina, stringendola d’assedio (via aria) più di quanto non si sia fatto via terra 4 anni orsono (...).
L’ondata di distruzione dalla capitale si estende anche ad altri centri rilevanti: tutta la fascia portuale rimasta all’Ucraina (Odessa in testa) al fine di tagliare i collegamenti marittimi rimasti (per ricevere armi dall'UE e vendere grano ucraino all'UE), più altre cittadine come Chernigov nel nord. Sembra che la parola d’ordine dello stato maggiore sia quella di ripetere la campagna aerea dell’autunno/inverno scorso, ma amplificata grazie al maggiore numero di missili disponibili nonché dalla minore capacità di resistenza che Kiev può opporre, visto l’indebolimento della propria contraerea che forse ha raggiunto il suo livello di efficacia più basso dal principio del conflitto: il tutto porterà alla disintegrazione delle strutture strategiche in Ucraina (e questa volta in modo quasi totale), più una riduzione sensibile dell’aiuto esterno. In generale un qualcosa che si avvicina a quella “transizione verso la rovina” dello stato nazionale ucraino che era stata evocata un anno fa a questa stessa epoca (...).
B – Ormai anche il ministero della difesa ucraino (citando fonti dell’intelligence militare) prevede una nuova mobilitazione in Russia: non una mobilitazione generale, ma una replica della mobilitazione parziale del 2022. Si richiameranno al principio 300'000 uomini per l’autunno (dopo le elezioni) e quindi altri 300'000 agli inizi dell’anno che viene: un totale di 600'000 uomini nello spazio di un semestre, il cui necessario addestramento avverrà nel corso di 3/6 mesi per ogni tranche di arruolamento, prima di essere operativi. Se ne ricava che a partire dalla primavera del 2027 si potrebbe materializzare un secondo esercito, parallelo a quello che già combatte ora in Ucraina (le forze russe ammontano complessivamente a 750'000 combattenti al momento presente, dei quali 100'000 nativi dello stesso Donbass). Cruciale come e dove verrebbe impiegata tale nuova massa di militari: improbabile vengano inviati nel Donbass (dove le forze russe sono già numerose e bene o male stanno già prevalendo) onde evitare di inzeppare inutilmente di personale tale fronte.
Detto questo, rimangono solo due opzioni... una sarebbe un corridoio meridionale verso Odessa e quindi alla Transnistria: variante altamente suggestiva (soprattutto per i nazionalisti russi), ma tuttavia assai complessa nella sua attuazione e di sicuro estremamente sanguinosa, pertanto problematica, rischiosa sul piano politico.
Rimane (come si era suggerito il mese scorso), la variante NORD, ovvero la fascia settentrionale dell’Ucraina – da Chernigov fino a Kharkov - che era già stata occupata nei primissimi mesi della guerra. Da parte ucraina si conferma, allarmisticamente, tale previsione arrivando a vedervi un possibile tentativo di invasione della capitale, anche se questo razionalmente è da ritenersi improbabile: un attacco a Kiev non avrebbe alcuna utilità, un alto costo (Lukashenko poi non parteciperebbe) ed è anzi probabile che dallo stato maggiore russo si lasci deliberatamente circolare tale spauracchio in modo da tenere forze ucraine incollate attorno alla capitale in attesa di un’offensiva che non vi sarà mai, distogliendole da altri fronti.
In breve: se già in Donbass le forze ucraine a malapena riescono a reggere (ed arretrando), l’apertura di un SECONDO fronte – all’altezza di Chernigov per dire - analogo per estensione ed intensità al primo, determinerebbe un’incapacità materiale di coprire il fronte da parte di forze ucraine le cui riserve di uomini sono pressoché azzerate.
CONCLUSIONE.
I punti A e B visti nelle righe sopra, combinati assieme, ci informano – in modo aritmetico - che per la primavera/estate del 2027 l’intera macchina industrial-militare ucraina entra in stato di paralisi, proprio nel mentre che Mosca raddoppia letteralmente il numero di risorse umane e materiali impiegate nella guerra: significa che non sarà più oggettivamente possibile puntellare il fronte come si è fatto sinora, salvo un intervento diretto dall’estero. Il profondo pragmatismo americano sa bene che i disastri vanno gestiti PRIMA che esplodano (lasciarli arrivare a quel punto è tardi) pertanto si industriano a farlo per tempo: in questo caso devono farlo adesso, immediatamente. Non aver raggiunto l’accordo l’estate scorsa in Alaska è costato il Donbas (la cui conquista si intravedeva già il settembre scorso col disastro di Pokrovsk e che sarà completata entro un semestre complice il collasso imminente dell’asse Kramatorsk/Slaviansk): non arrivare all’accordo nemmeno adesso avrà invece conseguenze fuori scala perchè al venir meno di una linea del fronte la fascia di territorio ucraino in mano a Mosca potrebbe levitare dal 20% fino al 40% in una manciata di mesi (dopo anni di interminabile attrito: come quando la Germania kaiseriana andò in tilt nel 1918. L’analogia è graffiante, perlomeno agli occhi degli strateghi del Pentagono).
Entro l’estate prossima o si è trovato l’accordo, oppure UE/NATO devono entrare in Ucraina in pieno assetto da combattimento (se potranno, perché saranno soli) onde salvare il salvabile: tertium non datur, opzioni ulteriori sono esaurite. La leadership di Kiev in stato di allucinazione, non se ne rende conto (probabilmente pensando che le potenze occidentali li terranno in vita anche a costo di sacrificare i propri bilanci nazionali), mentre quella di Washington – rapace ma ancora lucida – intravedendo gli sviluppi descritti suda freddo e cerca di anticipare i tempi onde evitare il panico dell’ultimo minuto.
Per questo il direttore della CIA si è recato in Russia sebbene lascia attoniti l’ipotesi che abbia tentato di intimidire qualcuno dall’altra parte, alla luce del quadro militare descritto fin qui. Lascia altrettanto perplessi Zelensky la cui pantomima di buona volontà per tener buono l’alleato americano (“occorre alternativa alla guerra”) assume a questo punto sembianze grottesche.
Questo che viviamo è l'ULTIMO anno di conflitto così come lo abbiamo visto dal suo esordio: non vi sarà un seguito (nel senso che o finisce in modo negoziato oppure inizia un'altra guerra, una diretta tra Mosca e l'Alleanza Atlantica)
Daniele Lanza
Suggerimenti e commenti:
"Per Chernigov ci sarebbe anche l'obiettivo diciamo "minimo" di eliminare il saliente e pareggiare la frontiera, sempre in prospettiva "fascia di sicurezza". Si potrebbe fare senza mobilitazioni soprattutto senza coinvolgere la Bielorussia..." (Francesco Dall'Aglio)
Risposta di Daniele Lanza: " si potrebbe e di certo l'hanno considerato, ma il problema è di ordine di grandezza superiore a questo punto: l'opinione pubblica in Russia inizia ad esprimere interrogativi (non opposizione, ma interrogativi). Una mobilitazione ha un elevato costo politico e sociale sì........ma anche tirarla per le lunghe (un ulteriore triennio, simile per andamento a quello già trascorso) ne avrebbe uno analogo arrivati dove siamo. Occorre realizzare che anche la Russia (seppur supportata da Pechino) ha un suo limite fisiologico e nessuno stallo del fronte d'altro canto può durare in eterno (il 1918 ha portato al collasso di uno dei due opponenti sul fronte occidentale e se non fosse stato quell'anno sarebbe stato quello dopo, perché ormai si era agli sgoccioli: l'importante per Mosca è non ritrovarsi ad essere il contendente che finisce giù)."
Commento aggiuntivo di Matteo Molignoni: "Potrebbe essere un punto (appunto minimo) negoziabile. Ovviamente nell’ottica attinente alla realtà (e non alle puttanate della propaganda) riferibile ad una Russia che sta “vincendo” rispetto agli obiettivi iniziali che si era prefissata di raggiungere".