Visualizzazione post con etichetta deficit di bilancio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta deficit di bilancio. Mostra tutti i post

giovedì 25 agosto 2011

Verità fotocopia... Tra coglioni, milioni, tra miliardi e bugiardi non c’è più religione… nel fronte comune accorpato...

"Difetti della carne... esposti al pubblico ludibrio" (Saul Arpino)
Godi Libia mia stagion lieta è codesta della “libertà del dollaro”, altro dirti non vo ma la tua festa della dittatura del debito che ancor non vedi, canco tardi a venir non ti sia grave…… (Leopardi mi perdonerà).

Rimpiangeranno Gheddafi come gli “ebrei” (inventati dopo tra l’altro) rimpiansero l’Egitto e il pane secco (ma non a debito). E quando i curdi scappati dall’Irak, vorranno dire la loro tra tripolitani e cirenaici ci sarà da ridere, ma tutto ciò succederà quando gli invasori democratici si saranno spartiti petrolio, banche e fondi sovrani libici, dando qualche spicciolo al politico che si è venduto e subito diventato nuovo leader. Il popolo ancora fra cinque anni non avrà capito niente, ma quando cominceranno anche li le politiche di tagli, di aumenti, e di svendite sarà troppo tardi… addio Libia.

Adesso anche il papa dice che bisogna pagare il pizzo legalizzato al banchiere. Quale alleanza si nasconde in un messaggio di gestione delle masse di codesto conoscitore di Auriti, forse la paura di aver perso le briglie del controllo dei poveri, cervelli fritto fedeli, che vivevano nel terrore del peccato e della vergogna.

Quale paura si nasconde ? Forse scoprire che il primo evasore è proprio il vaticano con tutti i suoi immobili, senza dimenticare l’otto per mille, più quelli che non scelgono che va ripartito. Quale onore quindi fu leso per aiutare i fratelli maggiori in fede talmudica in arte banchieri a tenere questa inutile Europa unità? Un aiutino forse alla Merkel perché anche tu tetesco?

Chavez che chiede indietro l’oro del Venezuela alle banche di Londra che rispondono: um!! Al momento non lo abbiamo!!! Che aiuto al crak. Ron Paul che scopre che la FED non ha più oro (e ho dubbi anche su quello italiano tenuto dalla privata BANKITALIA SpA.

Ma cosa altro deve succeder per capire che siamo oltre ogni ragionevole dubbio governati da un branco di pazzi folli maniaci e………. qui mi fermo, altro che “esportiamo la democrazia”.

Ora due cose sul “fronte comune”, la cosa che mi sta dando disturbo e anche al movimento a cui facci riferimento (albamditerranea) è che nonostante in diversi ci stiamo sgolando a far capire la situazione ancora non si comprende (o non si vuole comprendere) il punto. Questi signori, non so come classificarli, imbecilli, deficienti, duri di comprendonia, non lo so, ma continuano a perdere tempo e a farci perdere tempo.

Noi abbiamo detto che c’è una economia mondiale, europea ed italiana, che ha due malattie, una è il raffreddore e l’altre è il cancro. Siamo oltremodo stufi di continuare a dire che il raffreddore al momento non ci interessa e NON E’ IL PROBLEMA, e dobbiamo assolutamente curare la metastasi del cancro.

Continuiamo a sentire, anche tra i contro economisti, che tocca tagliare i parlamentari, tagliare le provincie, togliere le auto blu, accorpare i comuni, e menate del genere , ecco stiamo parlando di raffreddore ossia il 5/10 % del debito pubblico, oltre la fatto che tagliare provincie accorpare comuni significa fare il loro gioco, ossia continuare a distruggere lo “stato vicino al cittadino”.

Lo si vuole capire che stiamo parlando di ordini di grandezza differenti, 500 milioni di euro (bene che vada) contro 55 miliardi d euro (bene che vada). Quindi se nel fronte comune ci sono ancora soggetti a cui piace perdere del tempo (oppure lo fanno a posta per distrarre) facciano pure, ma stanno giocando con la libertà e la vita di tutti. Lo stato è alleato con il nemico, e quando lo stato si allea con il nemico, al cittadino non resta che difendersi da ciò che non è più il suo stato. Noi non siamo disposti a perdere tempo con i raffreddori

Date alla BCE quello che è della BCE e ridate all’uomo quello che è dell’uomo.
L’uomo deve tornare ad essere il sacerdote della sua vita è deve celebrare la sua vita nella libertà.

Oggi invece è costretto ad eseguire una vita fotocopia. L’uomo è diventato un copia ed incolla.

Se lo stato non serve l’uomo (e lo stanno smontando pezzo per pezzo apposta) allora non serve più questo stato. Ogni forma di associazionismo che copre esigenze della collettività, non è un bene, ma è solo l’ennesimo fallimento dello stato verso il cittadino, e del suo stato sociale, più associazioni sotituiscono lo stato più vuol dire che è ora di riformare lo stato.

Ormai da diverse parti e da diverse organizzazioni anche da quelle che credevano in questo sistema arrivano segnali di una forte e un rinnovamento. L’ora della rivoluzione è nell’aria se non si mette mano alla riforma monetaria seria.
A settembre ci saranno belle sorprese....

Ci si rimprovera che siamo prolissi, quindi chiudo qui.

Giuseppe Turrisi (alba mediterranea)

venerdì 15 luglio 2011

Attacco speculativo finanziario all'Italia e la democracy building all'americana...




L'attacco della speculazione che a partire dai primi del luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% (8 luglio) pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.

Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi.

Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.


L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.

L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":

"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody's e Standard&Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook(previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.

La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).
Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

"Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato.Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).

Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

"Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).

Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.


"A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, province e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistonoattori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

"C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via perriscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

Gaetano Colonna

(Fonte: Clarissa)

mercoledì 2 marzo 2011

Daniele Carcea: "American default... coming more and more near!"



"Ma l'America quanto è lontana?" - "....Taci e nuota!"

E' ormai un anno che non si parla d'altro che del debito pubblico dei Paesi europei, ormai tutti sanno cosa sono i Piigs (maiali con due i), acronimo di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Sono all'ordine del giorno le tensioni per il collocamento dei titoli nelle aste pubbliche, con gli spread (differenziali) che si allargano rispetto ai titoli di Stato tedeschi (bund).

Gli spread si allargano perché devono essere offerti tassi di rendimento più appetitosi per i mercati e per le banche, a causa dell'aumento del rischio investimento nei loro titoli di Stato, dovuto alla crisi economica-finanziaria, che ha comportato un generale peggioramento dei conti pubblici.

Questo aumento di deficit annuali di bilancio e monte del debito pubblico, accompagnato dai puntualissimi interventi, tramite i rating, delle tre agenzie sorelle Standard & Poor's, Moody's e Fitch Ratings, che periodicamente affossano l'immagine di questi Paesi, costringe ad alzare la somma di interessi che essi devono versare al mercato e alla speculazione per evitare i rischi di default.

Per alcuni di questi Paesi si parla di bancarotta, di ristrutturazione del debito, di uscita dall'area Euro, insomma scenari foschi. Degli Stati Uniti invece se ne parla poco e viene da chiedersi come mai? Il deficit annuale (differenza di bilancio) fra entrate ed uscite è pari al 10% del Pil, il debito pubblico Usa si avvicina al 100% del Pil, cioè 15.000 miliardi di dollari di debito pubblico contro 15.000 miliardi (15 trilioni) di prodotto interno lordo, il 20% dell'intera produzione mondiale.

Ma non è tutto, al debito Federale si devono sommare i debiti dei singoli Stati, così come si fa ad esempio con il debito pubblico italiano, dove si sommano il debito statale a quello di tutte le pubbliche amministrazioni. Il debito dei singoli Stati si aggira intorno ai 3.000 miliardi di dollari, pertanto se si somma il debito federale e i debiti statali si arriva ad un rapporto debito pubblico/pil del 120%.

Niente male!! Il debito Usa è uguale a quello italiano anche in termini percentuali di rapporto debito/pil debito (118%), e di gran lunga superiore al debito complessivo area euro che è attestato all'84% del Pil e presenta un deficit medio del 6,35% contro il 10%degli Stati Uniti.

Se poi il discorso viene allargato all'intero indebitamento del sistema a stelle e strisce, allora ci troviamo di fronte ad una vera e propria bomba innescata, il totale dei debiti pubblici (stato federale e singoli stati), più le famiglie, più le imprese e infine le banche ammonta a 57.000 miliardi di dollari, per un rapporto indebitamento/pil che si aggira intorno al 400%, una cifra pazzesca, se si tiene conto che è la stessa cifra a cui ammonta l'intero pil mondiale 60.000 miliardi.

Questa situazione in realtà dall'altra parte dell'oceano è ben presente, tant'è che si inizia a parlare per alcuni Stati americani di bancarotta controllata, nello specifico per California, Arizona, New York e Illinois, (Cani), ma anche Ohio e New Jersey non sono messi bene. I fondi pensionistici presentano buchi irreparabili, e la spesa per i dipendenti pubblici e per la sanità è fuori controllo.

La città di Prichard in Alabama ha bloccato il pagamento delle pensioni, contravvenendo alla legge statale in vigore e scioccando i pensionati. Ma la cosa più grave è la fuga dei risparmiatori dalla finanza locale: ogni settimana una media di 3 miliardi di dollari viene riscattata, ci si può facilmente rendere conto cosa significhi un trend del genere. Da Davos qualcuno ci prova a raccontare che stiamo uscendo dalla crisi, ma gli effetti positivi che si riscontrano ora, non sono che l'effetto drogato dell'aumento dei debiti pubblici tramite l'immissione di moneta aggiuntiva (quantitative easing), che hanno salvato le banche e le continuano a salvare.

I risvolti nefasti di questa politica si stanno iniziando a vedere in tutto il mondo, con l'inflazione, l'aumento del prezzo delle materie prime e dei beni di prima necessità; il collegamento con la disperazione di alcune popolazioni che stanno dando volta a delle rivolte impensabili fino a tre anni fa è d'obbligo. Alla fine saranno per primi i più poveri a pagare l'azzardo morale della finanza che non guarda in faccia a nessuno e l'impotenza della politica incapace a porre un freno a questo casinò mondiale, perché in mano e/o complici, dell'oligarchia finanziaria.

Gli Stati Uniti fino ad ora hanno evitato gli effetti peggiori della crisi del debito grazie all'inesauribile, forse non ancora per molto, riserva di fiducia di cui godono sui mercati, e di cui godono i propri titoli di Stato, grazie anche al fatto che il dollaro continua ad essere la moneta di riserva mondiale, ma i debiti sono debiti e prima o poi vanno pagati, ristrutturati o consolidati, non c'è alternativa. Con molta probabilità siamo solo all'inizio della crisi.

Daniele Carcea - carceada@interfree.it