"C'era una volta..." non è solo l'incipit delle fiabe che ascoltavamo da bambini, ma una formula che ricorda come le favole -con la loro morale, le loro metamorfosi e il loro potere di unire le persone- abbiano sempre accompagnato l'essere umano per dare senso e colore al cammino...
Altra favola lunga, ma tanto avete tre mesi di vacanza, che tenete da fare...?
Capita abbastanza spesso che amici, conoscenti e contatti mi scrivano chiedendomi cosa possono leggere ‟per capirci qualcosa”, e di consigliare loro qualche titolo, qualche autore, qualche autorità in materia. È una domanda che mi lascia sempre molto avvilito, perché la mia risposta di solito è ‟niente”. Rispondo così un po’ perché si tratta di eventi molto recenti e ancora in corso, ma soprattutto perché, sebbene ci siano articoli e analisi a bizzeffe e alcuni di eccellente livello, non ci sono testi organici che contestualizzino le vicende e che non sembrino scritti dall’ufficio stampa della NATO, quando non direttamente dall’Abwehr (eccezioni: Katchanovski, Sakwa, Minolfi). Perché le autorità, gli esperti, quelli che il Ministero chiama se vuole sapere qualcosa di Papua Nuova Guinea o di Krasnodar, in linea di principio si sono allineati, fin dal primo minuto del conflitto, alla versione ufficio stampa e non hanno contribuito sostanzialmente mai alla comprensione degli eventi, ma solo alla rappresentazione di una linea politica (‟EH MA ANCHE IN RUSSIA FANNO COSÌ E ANCHE PEGGIO”, dirà qualcuno. Certamente, ma noi non viviamo in Russia: anche se a parecchi ‟sinceri democratici” spiace, viviamo in paesi democratici dove la stampa e l’accademia dovrebbero essere prive di condizionamenti. Questo, almeno, è quello che ci raccontiamo e il motivo per cui siamo disposti a mandare i figli, quelli altrui ovviamente, nelle steppe del Don). Del ‟tradimento dei chierici” parlava già Julien Benda nel 1927 (non casualmente, la prima edizione italiana è del 1946), e sarebbe da ingenui figurarsi l’Università come il luogo della ricerca pura, lontano dalle umane miserie.
Ma tutti teniamo famiglia e a tutti piace andare in televisione ed essere chiamati dal galoppino del Ministro, per cui cerchiamo di fare in modo che se lo hanno fatto una volta, magari nel 1988, continuino a farlo: chiudi in bottiglia ‟quei fiori di neve” e chiamali elisir di giovinezza, tanto l’autorità sei tu. Chi può dirti niente, non sei tu che vai in televisione, che scrivi sul giornale? E allora.
Di ‟tradimenti dei chierici” ne abbiamo visti a bizzeffe, sempre, ma come negli anni passati credo raramente nella storia umana, almeno nei ‟paesi democratici” dove nessuno ti viene a prendere a casa alle tre di notte (ma non ti fanno più scrivere su Foreign Policy o sul Washington Post, che forse è pure peggio): e quanto più è necessario serrare le fila, tanto più troverai chierici disposti a rendersi ridicoli pur di non perdere il ruolo di autorità. E siccome è tornato il momento di serrare le fila, nell’ultimo periodo mi è capitato di imbattermi in tre autorità che non si sono fatte problemi nel ‟tradire” il senso del loro mestiere scrivendo cose nella migliore delle ipotesi discutibili. La prima l’ha scritta il 25 giugno sulla sua pagina Facebook Timothy Snyder, che insegna a Yale ed è tra i massimi esperti mondiali di storia dell’Europa orientale contemporanea, oltre che dell’Olocausto (cercherete invano, inutile dirlo, una sua presa di posizione sul conflitto palestinese analoga per forza e intransigenza a quella che assume sul conflitto in Ucraina).
Riflettendo sulla polemica, chiamiamola così, tra Polonia e Ucraina riguardo alla questione della glorificazione dell’UPA, Snyder cerca di mettere pace sostenendo (link 1 e foto 1) che la vicenda non può essere letta al di fuori del contesto ‟di quasi quattro anni e mezzo di guerra” (come se la vicenda non fosse MAI stata tirata in ballo nei decenni precedenti), perché è una cosa ‟che produce emozioni che sono difficili da capire per l’Occidente (ma certamente non per lui, che è un esperto). L’Ucraina, dice, pensa all’UPA della ‟terza fase”, quella della guerra contro l’Armata Rossa dopo il 1945 (fase nella quale, naturalmente, non c’è stata alcuna ingerenza occidentale e nessun desiderio di utilizzare, tipo come oggi, l’Ucraina come grimaldello per scardinare il Nemico Eterno, che fosse sovietico o russo), mentre i polacchi, poveretti, pensano invece all’UPA della prima fase, quella dei massacri dei civili in Volinia, ma dimenticarsi ‟il resto della storia” sarebbe un errore (curiosamente nel ‟resto della storia” non c’è, né da parte polacca né da parte ucraina, il minimo accenno ai massacri di ebrei, che sarebbe la ‟fase zero” dell’UPA, quando ancora formalmente non esisteva. Ma sono quelle terribili tragedie della storia che ogni tanto avvengono, che ci vuoi fare).
Magnanimamente concede che ‟ci sarebbe parecchio da dire sull’UPA”, ma la cosa importante alla fine ‟è focalizzarsi sulla guerra in corso e trattarla come la fonte primaria dei simboli, della memoria, e dei discorsi nazionali dell’Ucraina”. La conclusione, ovviamente, è che bisogna smetterla di interrogarsi sulla memoria, che è una cosa straordinariamente complessa (‟e non tutti gli ucraini capiscono quanto è complessa”, ma per fortuna c’è l’Esperto Occidentale che spiega ai poveri nativi quello che devono capire, pensa la fortuna) perché altrimenti, manco a dirlo, la guerra sulla memoria la vincerà la Russia.
Il secondo ‟tradimento” è di qualche giorno dopo, il 29 giugno, ad opera di Norman Davies, altro Esperto Occidentale che conosce la storia dei nativi meglio dei nativi, ora felicemente pensionato dopo avere insegnato storia della Polonia alla School of Slavonic and East European Studies a Londra e poi al Wolfson College di Oxford. Ah direte voi, ma quel Norman Davies che nel 1986 ha fatto causa all’Università di Stanford per tre milioni di dollari sostenendo di essere stato discriminato per le sue opinioni politiche, ovvero il suo minimizzare il ruolo dell’antisemitismo polacco nell’Olocausto, perdendo miseramente in tribunale? Eh, lui. Le sue trattazioni della storia polacca, inutile dirlo, sono state sempre molto apprezzate in Polonia (o almeno in certi ambienti della Polonia), tanto da fruttargli una serie impressionante di onorificenze: l’Ordine della Polonia Restituta, la Gran croce di prima classe dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia e, come Zelensky, l’Ordine dell’Aquila Bianca.
Uno dunque si aspetterebbe, viste le sue posizioni e le sue entrature nell’establishment polacco, una sostanziale adesione alla posizione di Nawrocki e una critica all’Ucraina: ma come abbiamo detto, è arrivato l’ordine di serrare i ranghi. E così, in una intervista alla testata polacca Onet (link 2 dietro paywall, link 3 sintesi in inglese di Euromaidan) si è lanciato in un’appassionata difesa dell’UPA, sostenendo che ‟non si trattava di un’organizzazione criminale”, che certamente sono stati commessi dei crimini ‟che rientrano nella categoria del genocidio”, ma che ogni organizzazione segreta della seconda guerra mondiale ha i suoi ‟capitoli oscuri”, che il loro obiettivo era ‟combattere contro gli occupanti”, che il 90% dei suoi aderenti non ha commesso alcun crimine e poteva mai Zelensky rifiutarsi di onorare quel 90%?, e che per gli ucraini sono degli eroi perché hanno combattuto i sovietici fino agli anni ‛60, cosa della quale immagino dovremmo essere loro grati anche noi (con quello che ci sono costati, soprattutto). Inoltre, dice, bisogna considerare che se alcuni ucraini ignorano che ci sono stati diciamo degli eccessi è colpa dei sovietici, che hanno ‟soppresso” la memoria di ciò che è accaduto in Volinia.
E poi insomma, anche i polacchi hanno deportato gli ucraini, prima e dopo la guerra (verissimo, per carità) e quindi bisogna prendere in considerazione tutti gli aspetti della vicenda, un po’ la questione dei ‟ragazzi di Salò” ma sulla Vistola. La conclusione non è diversa da quella di Snyder: bisogna certamente costruire una memoria condivisa ed entrambe le parti devono impegnarsi, ma non adesso perché altrimenti (già l’avrete capito) la divisione va a vantaggio della Russia, e la Polonia si pentirà di tutta questa storia perché ‟la memoria degli ucraini è lunga” (mi verrebbe da aggiungere anche ‟confusa”, ma quale memoria nazionale non lo è) e a guerra finita ‟se lo ricorderanno”. Prendiamo atto.
Il terzo ‟tradimento” è quello forse meno grave, ma visto che lo ha commesso un medievista la prendo sul personale, anche se lui da tempo è migrato nella Global History (oltre che nella gestione di una catena di alberghi di lusso, cose che succedono quando sposi Jessica Sainsbury, quella dei supermercati) e di medioevo non si occupa più, e forse, diciamo, meno male, visto che la recensione che Thomas Madden ha fatto al suo libro sulla prima crociata era così pessima che se l’avesse fatta a me avrei cambiato nome e me ne sarei andato a vivere su un’isoletta greca affittando scooter ai turisti. Ma lui problemi non ne ha avuti, altra conseguenza non solo dell’aver sposato Jessica Sainsbury ma anche di altri marginali dettagli tipo poter rintracciare le origini della sua famiglia al 1200, avere un bisnonno che nel 1875 ha ospitato a casa sua l’imperatore Francesco Giuseppe e una sorella che ha sposato Lord Nicholas Charles Edward Jonathan Windsor, di quei Windsor lì. Sto parlando, forse l’avrete capito, di Peter Frankopan (nome completo Peter Doimi de Lupis Frankopan Šubić Zrinski) che sempre il 25 giugno ha pubblicato un op-ed su Foreign Policy (link 4, dietro paywall ma se vi registrate avete una settimana di articoli gratis, e foto 2, che l'illustrazione mi piace molto) nel quale, intendiamoci, scrive molte cose interessanti e condivisibili (è pur sempre un medievista per formazione) ma, per il resto, fornisce una compilation di luoghi comuni con dei picchi che chi si è addestrato a leggere e interpretare le fonti non può, semplicemente, prendere per buone.
La prima è letteralmente senza senso, specie dal punto di vista aritmetico che anche un ex-medievista dovrebbe considerare: ‟Una volta mandati sul campo di battaglia, i soldati russi sopravvivono in media dai 20 ai 35 minuti”. Non solo peggio che a Stalingrado, quindi, ma secondo lui, visto che parla dei soldati russi in generale, non in un particolare settore o in una particolare circostanza, ogni giorno ogni postazione di prima linea, e ce ne sono parecchie, o è vuota e non si capisce allora come mai gli ucraini non la occupino, oppure perde CINQUANTASETTE soldati, che moltiplicato per tutto il fronte fa, diciamo, un po’ troppo. Il punto focale, ad ogni modo, è la supposta perdita di controllo sugli eventi da parte di Putin, che il nostro paragona nientemeno che a Nicola II per il suo ‟micromanagement” della guerra (non ci viene detto in che modo Putin ‟micromanagerebbe” il conflitto, ma vabbè), per le sue ‟lunghe assenze” (sta sempre in giro) e per le ‟bizzarre apparizioni pubbliche”.
E quali sono queste ‟bizzarre apparizioni”? Eh, mentre i droni ucraini devastano la Russia, lui va a prendere la sua vecchia insegnante di scuola per andarci a cena (11 maggio): ma Peter, quella è Vera Gurevich, appunto la sua insegnante di scuola alla quale lui ha sempre attribuito un ruolo fondamentale nella sua formazione, per averlo tirato via da una gioventù turbolenta, e che ha incontrato un sacco di volte, per cui più che ‟out of touch with reality”, come scrivi tu, serviva a dimostrare rispetto per gli anziani, per le istituzioni, continuità tra le generazioni, tutte cose che ai russi, che sono dei sentimentaloni, piacciono parecchio e infatti nessuno l’ha criticato. L’altra ‟bizzarra apparizione” invece è stata a Perm, il 30 aprile, quando stando sempre a Frankopan Putin è andato a discutere con le autorità locali della ricetta dei crauti salati con l’orzo perlato. Cosa che ha effettivamente fatto, parecchio in dettaglio e devo dire con parecchia cognizione di causa, per ben tre minuti: ma all’interno di un discorso di tre ore nel quale è stata affrontata l’intera situazione della regione di Perm, da poco colpita da un attacco di droni, discutendo in eguale dettaglio i piani di potenziamento della produzione militare e della manifattura chimica e meccanica nella regione, i progressi sulla sostituzione delle importazioni occidentali nel settore della tecnologia civile e dell’industria estrattiva, e i nuovi corridoi di trasporto per deviare l’export verso l’Asia aggirando le sanzioni europee.
Ma di tutto questo, ovviamente, l’orzo perlato da cuocere coi crauti è l’unica cosa importante, visto che ci mostra il tiranno impazzito che non ha più contatto con la realtà e parla di come si cuociono i crauti mentre la Russia precipita nel baratro.
Questo è lo stato dei grandi Esperti Occidentali. Di quelli italiani, che pure non hanno mancato di far sentire la loro voce, spesso tonante, sulla questione russo-ucraina, rilevo uno strano silenzio, una strana ritrosia a discutere l’incidente diplomatico tra Ucraina e Polonia, specialmente di uno. Mi chiedo a cosa sia dovuto, questo silenzio, e non so darmi risposte.
Francesco Dall'Aglio
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