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domenica 20 maggio 2012

Geopolitica - Il ruolo della Turchia nello scacchiere mondiale

Paolo D'Arpini che interpreta Chuang Tzu al teatro Cinabro di Calcata


Il ruolo della Turchia nello scacchiere mondiale – Scrive Joe Fallisi: “Consiglio vivamente, anche a coloro che conoscono poco l'inglese, di visitare l'interessantissimo canale youtube di Morris (http://www.youtube.com/user/108morris108?feature=watch), già tante volte da me segnalato, e di prestare particolare attenzione alla serie di video, uno più notevole dell'altro, che contengono le interviste allo sceicco Imran Hosein. Egli sostiene, così come lo stesso Morris peraltro, molte cose che penso, dico e scrivo io stesso. Vede lucidamente la situazione apocalittica in cui il mondo si trova, con i dirigenti pazzoidi dell'entità sionista in procinto di sferrare l'attacco finale. Esso dovrebbe condurre, attraverso l'ecatombe di Armageddon, alla sostituzione dell'impero americano ormai al tramonto con il dominio, da millenni agognato e preparato, delle tribù di Israele. Ma nuovi scenari, anche sotterraneamente, si stanno disegnando a contrasto di tale esito, niente affatto scontato né inevitabile. Chiave di volta di questi ultimi nel Vicino Oriente, secondo Hosein, sarà la... Turchia. Dove Istanbul-Costantinopoli potrebbe essere riconquistata dalle forze capaci, in alleanza con la Russia e con l'Iran, di contrastare e persino dissolvere il sogno mondialista sionista. Ciò avverrà, nel caso, solo attraverso una rivolta contro la Nato e il suo servo locale, l'obliquo dönmeh Erdogan. Chi vivrà vedrà”

Mio commentino: “Interessante... peccato che non posso vedere i video.. comunque già la tua spiegazione lascia intendere molto... Anche se di queste "profezie" in parecchi ambiti e da parecchio tempo se ne parla, personalmente continuo ad essere agnostico (non escludo però che possa accadere), pur che il mondo, diciamo i suoi abitanti, si è talmente rammollito in cinquantanni di consumismo e liberismo sfrenati che ho dubbi sulla capacità di ribellione.... Si dice in Cina che in tempi di crisi estrema solo la forza e la tenacia del Topo possono garantire la sopravvivenza, tu -tra l'altro- sei nato nell'anno del Topo di Terra...”

Replica di Joe Fallisi: "Capisco bene cosa intendi e anzi lo condivido. Per un "raddrizzamento" della situazione occorrerebbe un'umanità diversa. Non esiste. Tanto meno nei Paesi del cosiddetto primo mondo. C'è poi da dire che la visione escatologica dello sceicco Hosein è tutta interna all'Islam, ovvero che egli, come ogni buon musulmano, si sente parte della "famiglia abramitica" (per cui buona e santa la Torah, parzialmente degenerato il Talmud e così via). Purtroppo - ma è inevitabile - anche nel suo caso alla fine ci si ritrova sempre dentro la prigione, il delirio, il grande trucco degli ebrei e del loro arconte-demiurgo tribale. Gli uomini, le donne, gli animali, la natura tutta, per salvarsi, avrebbero bisogno di uscire da 'sto nero sortilegio e di tornare a respirare, finalmente, aria pulita. Siamo e rimaniamo viceversa infossati in questa foiba infame, vivendo di illusioni e falsa coscienza"

Mia rispostina: "Succederà spontameamente, come tutto è avvenuto spontaneamente nell'evoluzione umana.. passo dopo passo, come si conviene ad una passeggiata nel cosmo!"



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Commento di Maurizio Barozzi:

E’ indubbio che il sogno di un dominio mondiale sionista, configurandosi attraverso il passaggio mondialista di una Repubblica Universale con capitale a Gerusalemme, a prescindere se potrà o meno realizzarsi, data la complessità della natura umana e le reazioni storiche e geopolitiche (eterogenesi dei fini) prevede assolutamente il ridimensionamento, anche traumatico, della nazione che oramai da oltre due secoli rappresenta l’arma, dietro la quale, l’ebraismo internazionale ha potuto portare avanti i suoi progetti: gli Stati Uniti d’America. I progetti di dominio mondiale prevedono infatti che dopo un periodo, più o meno lungo, in cui le redini manifeste e pubbliche di questa Repubblica Universale sono tenute da “porta borse” o comunque da personalità non necessariamente giudaiche, a poco a poco dovranno subentrare le figure ieratiche dei figli di Israele.

Gli USA saranno quindi, prima o poi, annichiliti anche se è difficile prospettare come. Io penso che questo ridimensionamento del loro ruolo internazionale avvenga o attraverso una crisi finanziaria apocalittica (e qualcuno in America sta già preparando le forze repressive e gli scenari di eventuali rivolte) o attraverso uno scandalo di inaudite proporzioni, come ad esempio produrre, attraverso i mass media e la solita magistratura d’assalto, le prove che dimostrano l’auto attentato dell’11 Settembre. Sarebbe un impatto tremendo per l’opinione pubblica americana e coinvolgerebbe, travolgendola, tutta l’amministrazione USA in uno scandalo, di fronte al quale il Watergate era un giochetto.

Nella prospettiva di un potere sionista mondiale tutto e tutti devono essere ridimensionati, compreso il Vaticano che potrebbe, data la sua estensione planetaria e la sua natura “pacifista”, farsi catalizzatore di enormi masse di popolazione mondiale gettate allo sbando e alla disperazione se non travolte da una guerra apocalittica.

Tutte queste ovviamente sono previsioni teoriche, ma suffragate da un lavorio ininterrotto da secoli che, tramite Centri di potere mondialisti, punta proprio verso queste prospettive. Scettici o meno, bisogna comunque tenerle presenti.

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Commento di Fabrizio Belloni:

Non ce la faranno mai! Non ce la faranno a costruire il loro maledetto terzo tempio. Il primo lo distrusse Nabucodonosor. Il secondo, Tito, il figlio di Vespasiano, al comando (più nominale ed onorifico che funzionale. Il Padre Imperatore gli mise al fianco i tre "Legati", cioè generali delle tre Panzer Divisione Romane: la Quinta, la decima e la Quindicesima). Rasa al suolo Gerusalemme e fatto strame di Masala. Le ubbìe del terzo tempio lasciamole al popolo che, gravato da così ampi complessi, si è dovuto inventare "un'elezione" da parte del loro dio per auto giustificarsi. Non ce la faranno mai. Deo gratias. Anzi, grazie ad Odino!

venerdì 30 settembre 2011

La Turchia ed il nuovo ordine mondiale... Articolo di Maurizio Blondet con introduzione di Giorgio Vitali




Introduzione di Giorgio Vitali:
Questo articolo eccezionale deve essere letto e meditato. COME DA NOI previsto, esclusivamente sulla base di valutazioni puramente geopolitiche (la geopolitica è l'unica scienza obiettivamente predittiva) quanto da Blondet scritto corrisponde ad una verità lampante. Anche la questione relativa all'impossibilità da parte USA di controllare il mondo che pretende di dominare, CI RICORDA in maniera luminosa la crisi dell'Impero Romano, che cadde perchè NON era in condizione di controllare i confini, troppo estesi di fronte alle nuove potenze che stavano creando una MULTIPOLARITA' chiarissima. Solo personaggi del calibro dell'Imperatore Giuliano, nel tardo 300 era all'altezza di affronare questi problemi. Capace com'era di farsi a cavallo la traversata dalla Gallia (dove aveva annullato il rischio dell'invasione germanica) alla Persia. (Vedi caso: il teatro è sempre questo!!) ma poichè il personaggi rappresentava un grande rischio per il cristianesimo nascente fu ASSASSINATO mentrte combatteva proprio contro i persiani. RESTA il fattore TALMUD. Qui il fanatismo religiso gioca una carta che mette a repentaglio la pura esistenza della stessa NATURA VIVENTE. Mi auguro ( ci auguriamo) che questi fondamentalisti trovino proprio all'interno della loro CONGERIE il nemico più fermo. da molti segnali ciò appare con sempre maggiore evidenza.



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Corrispondenza...

«Egregio Maurizio Blondet,

Le scrivo per chiedere un Suo parere riguardo le ultime evoluzioni geopolitiche della Turchia, in particolare le dure prese di posizione di Erdogan contro lo Stato di Israele nonché la proposta di una leadership turca nel processo di democraticizzazione islamica, che potrebbe scompaginare i piani euro-americani in Africa e in Medioriente. Mi chiedo innanzitutto se questa recente virata della Turchia non possa essere un pericolo, in particolare per Israele, ed essere causa un domani (speriamo lontano) di uno scontro bellico di grande portata. È possibile secondo Lei che venga a crearsi un asse Iran-Turchia? Voglio dire: il sentimento anti-israeliano (oltre che anti-americano) è ben radicato nello spirito e nei cuori dei popoli arabi (come biasimarli), e basta una scintilla per fare esplodere una bomba di dimensioni enormi. Potrebbe venire dalla Turchia questa scintilla? Israele, secondo Lei, cercherà di trovare accordi diplomatici per evitare uno scontro del genere, oppure come al solito getterà benzina sul fuoco? In secondo luogo devo dirle che quando ho letto alcune dichiarazioni di Erdogan non ho potuto che trovarmi in completo accordo. Finalmente qualcuno che parla dei crimini e delle irresponsabilità di Israele apertamente, senza alcuna paura, e che è capace di far seguire i fatti alle parole, interrompendo i rapporti commerciali e militari con il governo israeliano. Mi chiedo però: dov’è la fregatura? Voglio dire, la Turchia è un Paese, come Lei mi insegna, fortemente influenzato dalla presenza ebraica, in particolare da quelli che un tempo erano chiamati ‘dunmeh’. Che fine hanno fatto? Come ha fatto Erdogan a sbarazzarsi dei suoi generali kemalisti? Bisogna fidarsi di questo ometto con i baffi? Infine le chiedo cortesemente: Secondo Lei siamo sull’orlo di una Nuova Guerra Mondiale

Stefano A».


Anche i commentatori occidentali mainstream si pongono la stessa domanda: fidarsi di questo ometto coi baffi? Erdogan mira ad una egemonia turca nel mondo islamico? Tutti imbarazzati al massimo grado dal suo atteggiamento verso l’intoccabile Israele. Qualcuno s’è persino chiesto: Erdogan è ormai prigioniero della sua stessa retorica?

Insomma al minimo, un esaltato, al massimo un sovvertitore, un pericoloso islamista en cachette. Nessuno, proprio nessuno che noti l’evidenza: la Turchia di Erdogan s’è levata contro Israele non in nome del diritto islamico, ma in nome delle norme del diritto internazionale, quel fondamento della civiltà che soleva chiamarsi Diritto Pubblico Europeo; quel diritto che l’Europa stessa dovrebbe invocare e applicare contro i trasgressori, e da cui invece, per paura e vile servilismo, esenta lo Stato sionista.

L’eccidio compiuto dagli assassini di Stato giudaici sulla Mavi Marmara, in acque internazionali, è un atto di pirateria, delitto internazionale secondo il diritto che la civiltà europea ha dettato al mondo, ricorda Erdogan ai nostri governanti europei ciechi e sordi. Ha chiesto le scuse e le riparazioni e, non avendole ottenute (Israele non deve chiedere scusa mai, essendo il Messia di Sé) ha ridotto al minimo i rapporti con lo Stato sionista, trattandolo cioè come merita uno Stato-canaglia, che pratica il terrorismo internazionale e che non accetta responsabilità di fronte al resto dell’umanità. Ciò è secondo il diritto europeo. Tant’è vero che il governo turco sta valutando di accusare Israele presso la Corte di Giustizia dell’Aja, che non adotta la sharia come codice.

L’indignazione furiosa che Erdogan mostrò in una memorabile apparizione su Al Jazeera, nel gennaio 2009, di fronte alla ferocia di Piombo Fuso contro i civili a Gaza, il massacro al fosforo e alle bombe al tungsteno, per di più esercitato dopo mesi e mesi di blocco dei seicentomila prigionieri palestinesi a cui Sion nega il cibo e i mezzi essenziali per vivere, corrisponde ad un riflesso di civiltà ancora più antico, ed ancor più europeo: il diritto delle genti, il romano jus gentium.

Era la ribellione in nome del semplice, elementare principio di umanità, la cui assenza – nell’Europa del tempo che fu – distingueva la barbarie dalla civiltà. Erdogan ricordò allora che nei giorni del breve conflitto tra Russia e Georgia per il Sud-Ossetia, «tutti sono intervenuti immediatamente, le Nazioni unite, l’America, la UE, la NATO, noi stessi. Ed oggi, perché non si vede nessuno muoversi per Gaza?». Era una domanda che doveva farci vergognare come europei, come pretesi portatori della civiltà cristiana e universale. (Outspoken US professors slam Palmer report, approve Turkey's position)

Il Rapporto Palmer, l’inchiesta ordinata dall’ONU per il delitto della Mavi Marmara, ha non solo assolto Sion dall’eccidio, ma ha definito il blocco e la messa alla fame di Gaza «legale», in vista della autodifesa di Israele. Non è difficile vedere da che parte stia la verità. Se mai, Israele può bloccare l’entrata di armi a Gaza, ma non del cibo, né le esportazioni verso l’estero. E a dirlo è stato il professor John Mearsheimer (il coautore con Walt del saggio sulla Israeli Lobby), rispettato giurista internazionale, ha ricordato che il blocco di Gaza e gli attacchi alla sua popolazione costituiscono un atto di punizione collettiva – evocatrice della colpa collettiva dei palestinesi che hanno scelto Hamas alle elezioni – illegale secondo le convenzioni di Ginevra, e per cui ci sono state le note impiccagioni a Norimberga.

Ora, lei si domanda: dov’è la fregatura? Erdogan ha un disegno egemonico, che la spaventa, come spaventa i giudei e gli americani?

Temo che una simile domanda riveli la subalternità alla degradazione del mostro talmudico armato, speculativo e globale, che ha usurpato il nome di Occidente, e per odio al mondo islamico si maschera da cristianismo crociato. Per questo mostro armato, che è subnormale anche filosoficamente e mentalmente, egemonia ha il solo significato di brutale oppressione, occupazione e violenza, guerra infinita. Ora, quella che Erdogan e il suo gruppo esprimono, è una egemonia dei principi universali, della legittimità e della sovranità (senza cui legittimità non esiste) e anche della verità (quella verità che non si osa dire sul sionismo terrorista), che – bisogna perlomeno riconoscerlo – ha qualità opposte rispetto alle egemonia del mostro: quest’ultima è devastatrice e da oltre un decennio destabilizza, saccheggia, trasforma in deserti umani e civili i luoghi umani dove si espande ed esporta la democrazia o il mercato. Quella del governo turco è strutturante, cordiale, e la sua forza è nel suo richiamare il mostro ai principii universali della civiltà tout-court.

Non voglio fare un ritratto angelista del governo turco. Voglio dire che, forse, Erdogan ha capito quel che i nostri politici, e il centro del potere di contro-civiltà globale che fa capo a Washington, a Wall Street e a Gerusalemme, non ha compreso: che il sistema egemonico d’oggi, pur gigantesco, è in via di autodistruzione, soffocato dalle sue corazze di armamenti e dai suoi debiti e soprusi, che lo costringono a vivere di spada e di menzogna. Penso che la nuova Turchia abbia fatto la scommessa politica che il Sistema di contro-civiltà si stia autodemolendo in una catena di crisi convergenti e mai viste, e che il futuro non gli appartenga. Che il futuro appartenga ad un mondo multipolare, dove sarà importante affermare le sovranità, la loro legittimità, la loro identità e la loro convivenza in un quadro di diritto.

Naturalmente, si teme invece (la propaganda loro ci è entrata dentro a tutti noi) che la nuova Turchia neo-ottomana voglia mettersi alla testa dell’Islam. Dopotutto, Erdogan è stato acclamato come una rockstar dalla piazza del Cairo, durante il suo ben organizzato tour delle primavere arabe, di cui palesemente vuol presentarsi come leader morale – nel senso però dell’esempio di un islamismo moderato, a suo agio nella modernità, senza complessi d’inferiorità, il solo Stato musulmano che vanti un successo economico stupefacente, con una crescita del 7% annuo, di cui può essere legittimamente fiero.

Anche ad Ankara, palesemente, le primavere arabe non erano state previste; ma solo Ankara ha potuto mostrare che non le considera un rischio, laddove gli occidentali sono inquieti, colti di sorpresa, imbarazzati dalle richieste di giustizia sociale e politica, diffidenti, pronti a giudicarle un pericolo come vuole Israele... per non parlare della vergognosa aggressione franco-inglese in Libia.
I temi sviluppati da Erdogan in Egitto, Libia e Tunisia hanno fatto appello alla volontà di emancipazione dei Paesi arabi, ma attento a non aderire a velleità pan-islamiste e di rivincita panislamica (con i pesi e le costrizioni legate a un regionalismo religioso, ad una sharia). Ha fatto appello al nuovo Egitto per una partnership che sia «un’àncora di stabilità» nella regione, non per un ritorno alla scimitarra e al turbante.

Ahmet Devatoglu
C’è un pensiero collettivo dietro la politica turca, la cui potenza intellettuale è stata colta dal New York Times: non a proposito di Erdogan ma del suo ministro degli Esteri, Ahmet Devatoglu: «Un intellettuale più che un politico, anche se con un dono diplomatico per gettare ponti», uno che è stato capace di parlare «ai ribelli libici a Bengasi – in arabo» (cioè senza interprete), e che ha detto ai tunisini appena liberatisi del loro caporione: «Non siamo qui per insegnarvi nulla, voi sapete cosa fare. I nipoti di Ibn Khaldoun meritano il miglior sistema politico».

Ibn Khaldoun fu il massimo filosofo del mondo arabo, e nacque a Tunisi nel 14mo secolo. Evocare il suo nome sarà stato una sorpresa per gli osservatori occidentali, ed anche, penso, per molti tunisini. Ai quali, nella loro pochezza odierna, Devatoglu ha detto, in fondo: «Tunisini, siate all’altezza della vostra storia, della vostra grandezza». Si attende con ansia, qui, un politico capace di una simile esortazione ad europei ridotti a volare basso nella dipendenza da USA e da Israele, perdenti dell’oceano della globalizzazione, culturalmente subalterni fino al ridicolo. (Turkey Predicts Alliance With Egypt as Regional Anchors)

Il lettore mi chiede come Erdogan sia riuscito a liberarsi dei generali kemalisti, appartenenti (lo ammette anche Wikipedia in inglese) alla setta cripto-giudea dei dunmeh, antichi seguaci di Sabbatai Zevi che, in talmudica doppiezza, professavano esteriormente l’Islam (l’Encyclopedia Judaica dichiara che lo stesso Ataturk era un ebreo dunmeh).

Probabilmente non è informato che i kemalisti – questi golpisti corrottissimi, cui i media e le diplomazie occidentali hanno sempre perdonato, se non lodato, i successivi colpi di Stato come «salvaguardia della laicità dello Stato» contro la religione islamica – sono oggi sbandati da un’iniziativa giudiziaria che ha smantellato il gruppo clandestino Ergenekon (una specie di Gladio dunmeh) accusato, con buoni motivi, di sovversione contro il governo eletto di Erdogan e del suo partito, AKP. Ritengo che i generali, molti dei quali incarcerati, non risorgeranno tanto presto. Sotto questo dominio, la Turchia era ovviamente l’antimurale dell’Occidente contro l’URSS; e i generali kemalisti facevano affari col complesso militare industriale americano, e molti altri, mano nella mano (e sottomano) con Israele, e con la lobby a Washington.

Ora, il rivolgimento geo-politico è stato nettissimo. Nell’agosto del 2008, quando la Georgia (armata ed istigata dagli israeliani) attaccò l’Ossetia del Sud attirandosi l’immediata risposta armata della Russia, Erdogan fu il primo a volare a Mosca per assicurare Putin del sostegno turco. Si sa che il discorso che Putin pronunciò nel febbraio 2007 a Monaco, di fronte agli alleati occidentali, aveva fortemente impressionato il governo turco.

«Oggi», aveva detto Putin, «vediamo nelle relazioni internazionali un iper-uso della forza militare praticamente illimitato, forza che getta il mondo in un abisso di conflitti permanenti (...). Assistiamo ad un sempre maggiori disprezzo per i principi basilari del diritto internazionali... Un solo Stato, e naturalmente prima e soprattutto gli USA, scavalcano i loro confini nazionali in ogni modo; ciò è visibile nei campi dell’economia, della politica, nella cultura e nell’istruzione che essi impongono alle altre nazioni. Azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto nessun problema, anzi hanno causato nuove tragedie umane, creato nuovi centri di tensione. Il dominio della forza nelle relazioni internazionali induce diversi Paesi a fornirsi di armi di distruzione di massa... Sono convinto che abbiamo raggiunto il momento decisivo in cui dobbiamo seriamente pensare all’architettura della sicurezza globale».

Mentre il segretario della NATO, l’olandese De Hoop, rispondeva accusando la «disconnessione fra la crescente partnership dell’Occidente» (sic) e le dichiarazioni di Putin, i turchi hanno capito che un’altra potenza faceva appello ai principii del diritto europeo e della legittimità, che l’Occidente calpesta da un decennio. Principii universali (eredi del diritto romano) non, ripeto, una sharia islamica – la quale non ha mai potuto concepirli.

Il massacro di inermi di Piombo Fuso e l’aggressione alla Mavi Marmara, poi, hanno convinto il nuovo governo turco che quei princìpi andavano difesi con intransigenza, e nello stesso tempo con partner e alleati di un diverso ordine mondiale. Ed essendo la Turchia «al centro di tutto» (come ha detto il suo presidente Gul), cerniera tra Europa ed Asia, fra nord russo-caucasico e sud mediterraneo, fra Islam e modernità, e (fatto non trascurabile) tra Iran e la contro-civiltà occidentale, sa approfittare di questa privilegiata situazione geo-politica con consumata abilità.

Insomma, il governo Erdogan gioca le sue carte. Nessuno può garantire che non commetta errori in questo attivismo non privo di rischi dove ha un nemico di cui conosciamo la potenza presso i goym, la ferocia e la paranoia (e la capacità di montare attentati terroristici false-flag); nessuno può assicurare che la popolarità non gli monti la testa, che evolva in neo-ottomanismo, in nasserismo o in bonapartismo (aggressivo, espansionista) islamista. Ma questa incertezza è inerente all’instabilità dei tempi, alla fine dei blocchi che non ci hanno lasciato strade tracciate e tranquillanti a cui avevamo fatto la (brutta) abitudine.

Quel che possiamo dire è che, per ora, Erdogan e il pensiero collettivo che gli è dietro si muove a difesa di principi alti, prima che per propri ottusi interessi. Che ha posto gli interessi della nuova Turchia nella scommessa di una restaurazione della legittimità e dignità, non solo la propria, ma quella degli altri, a cui la offre.

Questo è, oso dirlo, spirito europeo. Che allontana ancor più la prospettiva di entrata della Turchia in quest’Europa, dove le ostilità alla sua integrazione si espandono, con l’esibizione di «difesa dei valori cristiani», che va da Sarkozy ai neocon ed agli atei devoti di stampo giudaico, abili a manipolare un Papato giudaizzante e disinformato. Ma è la Turchia che ci guadagna da questa esclusione: «Entrare in Europa» adesso, sarebbe contribuire a pagare i conti dei debiti pubblici dei PIIGS, aderire ad una moneta rovinosa di incerto futuro, ad una politica servile verso “Usrael” e che lega le mani; entrare nella corrente destrutturante e dissolvente in atto di rivolgersi nella propria autodistruzione, di cui la UE fa parte integrante ancorché subalterna. Se c’è un difensore dei valori cristiani (di universalità, di diritto eguale, di cordiale offerta di dignità dei popoli) certo è più Erdogan che Sarkozy o Giuliano Ferrara, o popolazioni che di cristiano non hanno più nulla, nemmeno il ricordo storico.

Siamo sull’orlo della guerra mondiale?

Anche questo domanda alla fine il lettore. E ne dà quelli che gli paiono segni premonitori, nella parte della lettera che metto sotto in nota (1). Non tacerò che in ambienti americani, contigui al Pentagono e a quei centri neocon che stilarono il progetto Rebuilding the american Defense (quel programma di riarmo mostruoso per rendere accettabile il quale i Wolfowitz, Cheney, Kagan auspicavano «una nuova Pearl Harbor») (2), in questi mesi si sta valutando lo scatenamento di una grande guerra come opzione per far uscire l’impero dalla crisi. Visto che gli USA uscirono dalla Depressione innescata nel 1929 solo con l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale che rimise in moto il potente sistema industriale inceppato dalla scarsa domanda, aumentò prodigiosamente i consumi e garantì il pieno impiego – ragionano costoro – perché non riprovarci?

Il sito DoDBuzz, che riporta certe indiscrezioni dal Pentagono, ha recentemente rivelato che uno studio di fattibilità è stato condotto (commissionato da chi?) dal Center for Strategic and Budgetary Assessment, considerato il miglior think-tank (formalmente privato) per quel che riguarda la valutazione della potenza militare USA. Il suo sito può essere studiato con prefitto: http://www.csbaonline.org/

La conclusione dello studio, condotto da due tecnocrati del settore, Barry Watt e Tod Harrison, pare sconsolata: oggi gli Stati Uniti non sono più in grado di «innescare il grande sforzo industriale pari a quello che formò ‘l’arsenale della democrazia’ nella seconda Guerra Mondiale». (America’s hidden industrial ‘surge’ weakness)

E ciò non solo perché l’America di allora era la prima potenza industriale dell’epoca, le cui industrie in crisi poterono facilmente essere risvegliate, mentre oggi è una potenza de-industrializzata che conduce le sue guerre a credito e su scarponi Made in China; ma soprattutto perché il progetto stesso di una grande guerra, necessariamente mondiale e dai mezzi enormemente divoratori di ricchezza, si avvicina alla sua impossibilità industriale ed economica.

Già le attuali guerricciole contro nemici risibili e selezionati dagli USA per vincere facile, hanno mostrato che la superpotenza ha un bassissimo livello di riserve: «La US Navy ha sparato 200 missili da crociera Tomahawk nei primi giorni dell’intervento in Libia, ossia la quantità che il Pentagono acquista in un anno. Peggio: i sistemi di lancio verticale della Marina da guerra non possono essere ricaricati in mare, il che significa che se il vostro incrociatore spara tutte le sue armi, poi è fuori gioco finché non raggiunge un porto amico».

Durante la Seconda Guerra Mondiale, le industrie normali poterono essere facilmente riconvertite agli armamenti, la Ford dalla produzione di auto passò a sfornare componenti importanti del bombardiere B-24. Oggi, la specificità dei prodotti bellici, la loro altissima tecnologia e i metodi di produzione rendono impossibile tale riconversione, se non altro perché esigono una notevole manodopera di una qualità introvabile nel settore metalmeccanico.

Dagli anni ‘70, a cui risalgono gli F-15, F-16 ed F-18, il sistema americano non è più riuscito a completare un programma di produzione di aerei da combattimento. La messa in cantiere di quattro apparecchi, tutti a tecnologia invisibile (F-117, A-12, B-2 ed F-22) doveva concludersi con la produzione di 2.378 esemplari; la produzione dei quattro aerei ha raggiunto a malapena i 267 esemplari, e le restrizioni di bilancio rendono problematica la continuazione. Dell’F-35 non è nemmeno il caso di parlare, tante sono le difficoltà e i sovraccosti che incontra. Beninteso, la preparazione per la terza guerra mondiale potrebbe comunque essere tentata; ma, dicono Watts ed Harrison, a prezzo di una «politica industriale» radicale, che implicherebbe la nazionalizzazione del complesso militare-industriale e la trasmutazione dell’intera economia in senso socialista: il che, nel clima ideologico e di opinione corrente, è al disopra delle forze di un potere politico debolissimo, in mano agli interessi privati.

A vantaggio degli USA c’è il fatto che gli avversari nell’ipotetica guerra mondiale, essenzialmente Cina e Russia, non hanno lo stesso grado di sofisticazione bellica, né la stessa capacità di proiezione planetaria, essendo le loro forze dimensionate per il controllo della sicurezza nei rispettivi teatri regionali. Ma proprio questo le mette in posizione difensiva – più facile da reggere – mentre la sola potenza capace di portare la guerra a lunga distanza (gli USA) rischiano di degradare velocemente nell’impasse e nella impotenza. Gli avversari per contro hanno potenzialità di mobilitazione molto superiori. Si pensi che nel 2007, un progetto di fattibilità del Pentagono per un attacco di terra contro l’Iran (progetto ben più limitato che una guerra mondiale), valutò necessaria la mobilitazione di un milione di uomini, il cui addestramento ed equipaggiamento avrebbe richiesto due-tre anni.

La smetto qui. Ciò che ho detto basta a concludere che non solo l’idea di innescare una ripresa economica appiccando una guerra mondiale è assurda («Peggio che un delitto, una scemenza», avrebbe detto Talleyrand), ma che simili progetti possono essere seriamente studiati solo dal mostro talmudico, dalla contro-civiltà che si arroga il nome di Occidente. E che non ha ancora capito che l’aver puntato tutta l’egemonia sulla minaccia della unica superpotenza rimasta e sulla forza bruta, accusa la sua arretratezza politica e mentale, prima ancora che morale. In certo senso, la guerra e la ultra strapotenza bellica come unico mezzo delle relazioni internazionali è in qualche modo un ferrovecchio, che solo Israele (e il suo Golem a Washington) continuano ad agitare fuori tempo massimo.

La Turchia ha un potente esercito, e lo sta usando quando occorre (nei giorni scorsi i suoi aerei hanno bombardato installazioni kurde in Iraq; la sua Marina mostra i muscoli sui campi petroliferi di Cipro); ma – se è questo il senso della domanda del lettore – non vedo come si lascerebbe trascinare in un conflitto, dove il suo avversario più ostile (Israele) ha centinaia di testate atomiche, quando poi usa così bene e lealmente l’arma del diritto internazionale e della dignità nazionale – una forza troppo sottovalutata, la forza della verità.

Se terza guerra mondiale sarà, non sarà la Turchia a cominciarla. Il che non significa che non avverrà. Per le ragioni che abbiamo visto sopra illustrate da Watts e da Harris, a chi conserva l’opzione della guerra mondiale non resta altro mezzo che un puro e semplice – e breve – conflitto nucleare. Ovviamente, questa opzione scavalca completamente persino il calcolo cinico di uscire con il conflitto dalla crisi economica, perché non ci sarebbe un dopo che il vincitore possa godere.

Qui, si esula completamente dalla ragione; solo una classe dirigente di estrema instabilità psichica, o animata da messianismo paranoico, può esser tentata di sferrare una simile apocalisse. Sappiamo, ahimè, che esiste un simile Paese; che al fondo della sua dottrina militare cova l’esempio di Sansone che muore sotto le rovine del tempio di Dagon con tutti i filistei; e che di fronte al fallimento dei suoi deliri di superiorità messianica, cova il complesso di Masada.





1) La lettera così continua:

«Ci sono tanti elementi che possono fare intendere un esito di questo genere: la crisi economica irreversibile, in qualche modo ‘programmata’ già a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, da Bretton Woods a Camp David, fino all’Euro e alla moltiplicazione incontrollata dei dollari e dei debiti degli Stati sovrani; l’incredibile crescita degli armamenti, anch’essa cominciata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima con la strategia della tensione ‘fredda’, poi con la propaganda del ‘terrorismo globale’, che non ha subìto arresti nemmeno con la recente crisi economica; l’occupazione dell’Iraq, che è un avamposto militare perfetto nell’ottica di una guerra che impegni l’Occidente contro il Mediorente e magari un giorno anche contro la Cina, così come la vergognosa guerra libica, voluta dai francesi per assicurarsi in tempi difficili rifornimenti sicuri di oro nero. A questi elementi, se ne potrebbero aggiungere altri. Ma resta il fatto che lo scenario sembra essere sempre più chiaramente indirizzato a una guerra epocale. Aggiungo la famosa corrispondenza tra Albert Pike e Mazzini, nella quale più di un secolo e mezzo fa veniva tratteggiato lo scenario odierno in vista della Terza Guerra Mondiale. Cosa ne pensa? In fondo, se il motto è ‘Ordo ab Chao’ (ordine dal caos) e l'obiettivo è il ‘Nuovo Ordine Mondiale’, non c’è altra strada se non quella della guerra in Asia: Occidente contro Oriente. Probabilmente qualcuno l’aveva già programmato da parecchi decenni, se non da secoli. Spero tanto di sbagliarmi... ».

2) Il documento Rebuilding the American Defense, che si presentava come una documentata esortazione al futuro presidente americano, fu elaborato nel 2000 da una fondazione culturale o think-tank chiamato Project for a New American Century (PNAC) oggi chiusa avendo compiuto la sua missione. Fondata dai neocon ebrei William Kristol e Robert Kagan, la PNAC si dava come missione «la promozione della leadership globale americana»; in realtà premeva per la distruzione del regime iracheno e di quello iraniano, che preoccupano Israele. Il costoso programma di riarmo, diceva il documento del PNAC, non sarà accettato dalla popolazione americana «se non accade un evento drammatico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbor». Un numero impressionante di membri della PNAC e firmatari del documento Rebuilding the american defense passò nel governo Bush jr. Fra essi: Dick Cheney (vicepresidente), Donald Rumsfeld (ministro della Difesa), Paul Wolfowitz (vice ministro Difesa), rabbi Dov Zakheim (viceministro Difesa col compito di comptroller) Elliot Abrams, assistente speciale del presidente per i diritti umani e le operazioni internazionali, Richard Armitage (vice-segretario di Stato), John Bolton (vicesegretario di Stato per il controllo degli armamenti e poi ambasciatore all’ONU), Paula Dobriansky (sottosegretario di Stato), Aaron Friedberg (Deputy Assistant for National Security Affairs and Director of Policy Planning, Office of the Vice President), Robert Zoewllick (vicesegretario di Stato), Zalman Khalikzad (ambasciatore in Afghanistan), Lewis Scooter Libby (capo dello staff di Cheney), Richard Perle (presidente del Defense Policy Board, un comitato di consulenza inserito nel Pentagono), Eliot Cohen (membro del Defense Policy Board). Erano tutti al loro posto quando l’auspicata nuova Pearl Harbor ebbe luogo l’11 settembre 2001.



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mercoledì 21 settembre 2011

NATO e Turchia in Libano? - Nuovi scenari geomilitari e politici evocati da Maurizio Blondet




"In verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell'alternarsi della notte e del giorno, ci sono certamente segni per coloro che hanno intelletto" Corano III, 190


Se mai la forza d’interposizione ONU sarà posizionata in Libano, conterà un contingente turco.
Con quale spirito?
Un amico mi riferisce che molti negozi di Istanbul espongono cartelli che dicono: «Non serviamo israeliani».
E che uno degli scorsi venerdì, nella grande moschea Sulaymanya (di Solimano) ha ascoltato l’imam spiegare che Israele e l’America sono nemici dei turchi e di tutti i musulmani, e devono essere combattute come fanno palestinesi, hezbollah, resistenti iracheni: una novità che ha stupito i presenti, dato che le prediche degli imam sono in genere controllate (se non dettate) da funzionari governativi.
Ma anche i media cosiddetti «laici» e non pro-islamici sono tutti contro USA e Israele.

«Il telegiornale di una famosa TV laica ha mostrato la mappa del ‘Grande Israele’, in cui metà della Turchia era coperta della stella di David».
Del resto il capo del governo Recep Erdogan, islamico «moderato», ha così definito l’intervento israeliano in Libano davanti all’Organizzazione della Conferenza Islamica a Kuala Lumpur ai primi d’agosto: «E’ una guerra iniqua… la guerra d’Israele non fa che accendere odio… non è difficile vedere che ci attende una terribile guerra globale e un enorme disastro».

Ma l’esercito turco, è tutta un’altra cosa.
Esso viene generalmente presentato dai media occidentali, in un linguaggio convenzionale, come «il garante supremo della laicità della Turchia».
I suoi numerosi colpi di Stato, con cui nella storia ha abbattuto governi legittimi, sono stati non deplorati, ma invariabilmente giustificati in Occidente come un segno della «fedeltà alla costituzione di Ataturk».

Per chi ha l’orecchio giusto, queste frasi convenzionali hanno un inequivocabile odore massonico. I comandi militari turchi sono infatti coperti da «donmeh»: questa parola, che significa «apostati», indica i discendenti degli ebrei che, nel 1666, credettero nello pseudo-messia Sabbatai Zevi. Posto dal sultano di fronte all’alternativa di mantenere la sua pretesa messianica o venir decapitato, Sabbatai Zevi si convertì all’Islam.

E sul suo esempio si convertirono molti dei suoi seguaci, ma falsamente.
Assunsero nomi islamici e il venerdì frequentavano la moschea; ma il sabato celebravano nelle loro sinagoghe segrete, dove praticavano (si dice ancora negli anni ‘30) culti aberranti. (1)

Alcune generazioni più tardi, troviamo i discendenti dei sabbatei secenteschi diventati il nerbo delle categorie professionali «moderne» e «laiche» in Turchia (medici, avvocati, banchieri), e negli altri gradi dell’armata, spesso affiliati a logge, politicamente radicali.

Sono essenzialmente gli ufficiali «donmeh» la forza dietro alla rivoluzione nazionalista di Ataturk, ispirata al verbo di Mazzini, e su basi radicalmente laiciste. (2)

Non c’è quindi da stupire che, contrariamente ai sentimenti popolari, l’armata turca sia amicissima di Israele.

Come spiega il professor Michel Chossudosvky in un saggio illuminante (3), si tratta di una vera e propria alleanza militare.

Questa risale addirittura al 1958: allora, con l’attivo favore degli Stati Uniti, Turchia e Israele stipulano un accordo, anodinamente noto come «Patto Periferico», le cui clausole sono segrete: ma si ritiene comportino la condivisione delle informazioni d’intelligence e il mutuo soccorso in caso di «emergenze». (4)
Il patto è stato rinnovato e potentemente rafforzato nel 1994; allora i militari turchi stipulano con Israele un «Security and Secrecy Agreement» (SSA) che comprende anche addestramento congiunto delle truppe e sviluppo congiunto di sistemi d’arma, nonché «l’impegno garantito della segretezza delle informazioni di intelligence condivise».

Di fatto, Israele ha occhi e orecchie e influenza indiscussa nell’armata turca.
E ha usato largamente il patto SSA in funzione anti-Siria.
«La Turchia consente all’IDF (Israeli Defense Force) di raccogliere intelligence elettronico su Siria e Iran dal territorio turco», dice Chossudovsky.

Nel 1996, il SSA viene perfezionato da un «Military Training and Cooperation Agreement» (MTCA) e da un «Military Industry Cooperation Agreement», con cui Israele aiuta i turchi a modernizzare i loro carri armati, la flotta elicotteri e i vecchi caccia americani F-4 ed F-5.

Tra i progetti comuni, c’è lo sviluppo del missile antimissile Arrow II e del «Popeye» israeliano.

Dal ‘97 la cooperazione è coronata da una «Strategic Dialogue»: in cui due volte l’anno comandi supremi dei due Paesi, al livello di vice-capi di SM, si incontrano per «consultazioni» (Milliyet, 14 luglio 2006).

Nella guerra israeliana contro il Libano, i comandi turchi hanno visto l’occasione per strappare, con l’alleata Israele, «il controllo militare su un corridoio costiero che va dal confine israelo-libanese fino al confine tra Siria e Turchia nel Mediterraneo orientale».

Questa amicizia strategica comprende la fornitura di un altro materiale strategico per Israele: l’acqua potabile.

Con un accordo stilato nel 2004, la Turchia si impegna a venderne allo Stato ebraico 50 milioni di metri cubi l’anno per vent’anni, canalizzandolo attraverso una speciali pipeline turco-israeliana.

Con questi precedenti, si capisce bene come mai a volere la Turchia nell’Unione Europea, premendo con la forza delle sue lobby nei Paesi europei, sia soprattutto Israele.
E con la potente pressione degli USA.
La Turchia è per gli USA uno dei più potenti e fidati membri della NATO.
Ma anche Israele è stata introdotta alla chetichella nella NATO con un «security agreement» dell’aprile 2001, passato ovviamente sotto silenzio dai nostri media.
Questa manovra si è conclusa con successo nel 2004, quando è stata data vita alla «Istanbul Cooperation Iniziative».

Ambigua e alquanto innaturale «partnership militare» (alleanza) che vede la NATO inglobare Israele, e Paesi islamici satelliti (Egitto, Giordania, Algeria, Mauritania, Marocco e Tunisia) costretti volenti o nolenti a partecipare.
Partecipare a cosa?

Dice un testo NATO: a «contribuire alla sicurezza e stabilità regionale, promuovendo una maggiore cooperazione pratica… assistenza nella riforma della difesa, cooperazione nella sorveglianza dei confini, attuazione della inter-operabilità e contributo alla lotta contro il terrorismo».


Erdogan ed Ariel Sharon


Con questo patto di Istanbul, praticamente Israele (complice la NATO) non solo ha neutralizzato un bel numero di potenziali avversari nel mondo arabo, ma ha la possibilità di spiare a suo agio nelle loro faccende militari e interne.
Nel novembre 2004, a Bruxelles e sotto l’egida NATO, i rappresentanti militari dei Paesi islamici sopra citati sono stati convocati per ascoltare altissimi gradi di Israele che dettavano istruzioni e condizioni.

Israele si comporta già come fosse - e come è - non solo membro della NATO, ma il membro-guida dell’alleanza ex atlantica.

Dei «colloqui NATO-Israele» tenutisi a Tel Aviv nel febbraio 2005 hanno consolidato l’alleanza surrettizia di fatto.

Alleanza a senso unico, in cui Israele non s’impegna a nulla verso la NATO, mentre la NATO s’ìmpegna a difendere la sua sopravvivenza (notoriamente «sempre in pericolo»), e ad aprire alle spie israeliane i suoi segreti militari, se ancora ne ha qualcuno. (5)

E’ bene tener presente questi accordi occulti per capire in quale posizione si troveranno le truppe italiane che D’Alema e Parisi (con la benedizione dell’«americano» Napolitano) vogliono mandare come interposizione in Libano.
Da questi accordi, che andrebbero energicamente denunciati, evidentemente il governo dell’Ulivo si sente legato; come dice Napolitano, «non possiamo sottrarci».
Ciò significa che andiamo là non come forza neutrale, ma come alleati occulti d’Israele, esattamente come i turchi: donmeh onorari.
E’ in questo frangente che l’esercito turco si è dato come capo supremo un amico d’acciaio di Israele: il generale Yasar Bukuyanit, che entra in carica giusto in agosto.

Una nomina che il governo islamico-moderato di Erdogan non ha potuto che avallare.
Il generale Bukuyanit è un ospite fisso dell’American Enterprise, il centro di studi strategici neocon - ossia israeliano - che domina sul Pentagono, e di cui fanno parte Wolfowitz, Leeden, e i soliti noti.


Il Generale Yasar Bukuyanit


Israele è contentissimo di aver un simile amico in carica - e probabilmente ha tramato per imporlo: il generale Bukuyanit è un donmeh, e sotto il suo comando il contingente turco della forza d’interposizione è garantito sparerà, se c’è da sparare, dalla parte giusta.

Però si è verificato un imprevisto.

Il giorno in cui il generale Bukuyanit è stato nominato alla carica suprema, «qualcuno» ha misteriosamente inviato due milioni di messaggi SMS su altrettanti cellulari turchi: in cui si denunciava Bukuyanit come «un ebreo filo-israeliano, messo lì per fare la guerra all’Iran per conto di Israele».
Del fatto, clamoroso, la stampa occidentale non ha ovviamente parlato, e il nostro amico è in grado di indicarci articoli solo in turco. (6)

Ma la polizia «laica» turca è allarmatissima e sta compiendo febbrili indagini per scoprire i mandanti di quest’impresa.

Il sospetto è che venga da ufficiali turchi ostili ad Israele, o da una fazione islamica dentro l’esercito: il che sarebbe per sé un fatto inaudito, spiega l’amico, perché nell’armata turca se dimostri una minima simpatia per la fede, sei escluso da ogni avanzamento in carriera, e anzi rischi l’espulsione.
Ma potrebbero esserci dei «laicissimi» (massonici) generali che però non amano servire i giudei ad ogni costo.

Difatti, è convinzione comune che Bukuyanit, il dunmeh, inaugurerà il suo comando come capo di SM con una estesa «purga» negli alti gradi turchi, in vista di ripulire i comandi di ogni sentimento antisionista.
Il primo a cadere dovrebbe essere il generale Isik Kosaner, vice-capo di Stato Maggiore.

Costui ha rivelato i suoi sentimenti rifiutando di partecipare, a metà luglio, alla riunione semestrale dello «strategic Dialogue» turco-giudaico a Tel Aviv, il cui scopo è fornire a Israele le informazioni di intelligence dell’armata turca.

Ma meno facile è sondare i sentimenti degli ufficiali di grado minore, e dei soldati turchi - sicuramente qualche corpo di elite - che saranno mandati a fare interposizione in Libano.
Nessuno può garantire che i feroci soldati di Ataturk, posti di fronte all’alternativa di sparare contro musulmani per salvare Israele, facciano la scelta «giusta».
Rischiamo di assistere ad evoluzioni impreviste della semisecolare «fedeltà alla NATO» della Turchia?

Maurizio Blondet



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Note
1) Lo storico ebreo Gershom Scholem è la fonte principale su questa setta ebraica pseudo-islamica. I culti aberranti si spiegano con una «teologia» di tipo antinomico: essendo l’era messianica già qui, «non valgono più le leggi d’incesto», perché il messia libera gli ebrei da ogni legge. E lo dimostra proprio l’apostasia di Zevi: il messia stesso compie un atto aberrante, l’apostasia. Dunque, per i suoi fedeli, «la salvezza si ottiene attraverso il peccato», scendendo fino in fondo alle «porte d’impurità».
2) Sulla parte essenziale dei donmeh nella rivoluzione di Ataturk, si veda il mio «Cronache dell’Anticristo», Effedieffe.
3) Michel Chossudovsky, «Triple alliance: the Us, Turkey, Israel, and the war on Lebanon», Globalresearch, 6 agosto 2006.
4) L'artefice del patto segreto è stato Baruch Uziel (1901-1977), un ebreo greco di nascita, emigrati in Israele nel 1914 dove divenne capo del partito liberale.
5) Israele e Turchia hanno compiuto manovre congiunte minacciosamente davanti alla Siria agli inizi del 2005, subito seguite da manovre NATO-Israele coi Paesi arabi soggetti. Il segretario generale della NATO Japp de Hoop Scheffer, olandese, ha visitato Israele in quell’occasione e si è incontrato con Sharon e i più alti gallonati dell’armata di Sion, per cooperare «nella lotta al terrorismo e contro le armi di distruzione di massa».
6) Ibrahim Kiras, «Buyukanit neden 4 gun once atandi?», 8 Sutun, data imprecisata. Lo si può vedere al sito: www.8sutun.com/node/17496.

venerdì 21 gennaio 2011

Nord Africa e la ribellione che cova.. Il mondo islamico si prepara alla riscossa, mentre Erdogan (il "nuovo Ataturk") attua la strategia dell'acqua!


"Erdogan ha capito che l'acqua vale più del petrolio..." (Saul Arpino)

.....(...)... La sensazione che si trae da una analisi anche superficiale della situazione in Nord Africa è che siamo alla vigilia di una grande rivoluzione di cui è ancora difficile intravvedere forme e calendario. Sappiamo solo che l’innesco è stato dato in Tunisia da Ben Alì e consorte, mentre l’esplosivo è stato portato a pressione, dall’avidità congiunta delle lobby dell’agroindustria americana e delle classi dirigenti corrotte , scelte e protette dall’occidente.
Questi momenti ribellistici non sarebbero diversi dalle periodiche rivolte contro l’impero britannico nell ’800 se non ci fossero due fatti nuovi: uno politico a nome Ben Laden (nell’800 c’era il Mahdi che però durò e costò poco) e uno geostrategico a nome Turchia di Erdogan.

Turchia, Tunisia e Pakistan erano considerati tra i più fedeli e laicizzati alleati dell’occidente. Il Pakistan dispone già dell’armamento nucleare e la Turchia ( snobbata da qualche intelligentone della U.E.) ha un esercito di due milioni di uomini alle porte dell’Europa.

La Turchia, che da quindici anni ha tassi di sviluppo del 6-7% ha elaborato una strategia semplice come tutte le strategie.

Ha iniziato ad agglomerare attorno a se i paesi turcofoni ( Turkmenistan, Kirghisistan, ecc)che hanno fornito un mercato alle sue merci, quasi invendibili altrove, ed ha trovato convenienti forme di solidarietà politica con un altro paria della comunità occidentale, l’Iran.

Con l’impostazione di questo mini blocco, storicamente non sprovvisto di ambizioni egemoniche, la Turchia ha elaborato la strategia dell’acqua, che è “a monte” di quella del petrolio.

Senza petrolio si crolla dopo un periodo di tempo variante dai 30 ai 60 giorni – a seconda delle scorte - mentre senza acqua il periodo di resistenza si accorcia a due/tre gioni. E’ l’arma assoluta ed ha anche il vantaggio di poter essere presentata come parte di una riforma agraria ed un serbatoio di energia elettrica per lo sviluppo.

Tutta l’area del vicino oriente basa la propria ricchezza sul petrolio, ma la vita fisica di Siria, Irak e Giordania e Israele dipende da fiumi che nascono in Turchia.

Nell’ultimo decennio la Turchia ha creato un complesso di 32 dighe che regolano il flusso delle acque che scendono in Mesopotamia. Approfittando dell’indebolimento politico militare dell’Irak, l’Eufrate è stato “razionato” in maniera particolare. Gli esperti valutano che il flusso si sia ridotto del 40% negli ultimi due anni con danni enormi per l’Irak e minaccie concrete per la Siria.

L’Iran con la forza dell’influenza religiosa sciita e la Turchia con il dominio dell’acqua sono già oggi in grado di costituire una minaccia per l’area politicamente ed economicamente più sensibile del mondo.

L’armamento nucleare Pakistano oggi e Iraniano domani integreranno la forza militare turca che è già egemone nella regione.

A questo rebus geopolitico si aggiunge l’influenza della predicazione di Ben Laden che sta dimostrando nei fatti di essere capace di colpire e di non essere colpita; il suo discorso irredentista fa sempre più proseliti, ma inizia ad essere accettato anche da elementi moderati che vedono ormai con interesse la rinascita di un ideale e di un mercato pan arabo.

Adesso la scelta è tra due scelte “buone” e una “cattiva” . Le due “buone”:correre il rischio di vedere il vicino oriente condizionato dalla Turchia – a sua volta “coperta” dall’Iran che si “copre” con la crisi Afgano-Pakistana, oppure cambiare rotta e ammettere la Turchia nella U.E. incaricandola di controllare l’area per nostro conto. Per questo obbiettivo, il prezzo è salato: comporre il dissidio Afgano, recuperare l’Iran e ridimensionare le ambizioni dell’alleato israeliano.

La scelta “cattiva” è una sola: lasciare che il degrado sia crescente e accettare che Ben Laden e i suoi seguaci si impadroniscano dei paesi arabi ad uno ad uno in un gioco di domino che durerà un ventennio.

L’unico che per ora è corso ai ripari, è lo Sceicco del Kowait che ha già avuto delle disavventure con Saddam e teme il bis dall’interno: ha stanziato un “dividendo di cittadinanza” per tutti i Koweitiani (un milione e duecentomila persone circa), pari a 1000 dinari (2700 euro) e stabilito che per un periodo di 14 mesi siano distribuiti gatuitamente alla popolazione razioni di “viveri indispensabili alla sopravvivenza”.

Troppo poco e troppo tardi?

By antoniochedice

(Il Giornale della Collera)

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Commento di Giorgio Vitali:

"CONCORDO IN PIENO CON L’ANALISI DI ANTONIO. GIA’ DA TEMPO SI SAPEVA DEL GRANDE ATTIVISMO DEL GOVERNO TURCO, IL QUALE, GIUSTAMENTE, SFRUTTA UNA REALTà GEOPOLITICA. O MEGLIO: QUANDO SE NE HANNO I MEZZI E LE POSSIBILITA’ SI SCOPRE CHE LA MADRE DI TUTTE LE MADRI DELLA POLITICA è LA GEOPOLITICA. ED ALLORA LA TURCHIA giustamente RITORNA AL SUO PASSATO, CHE NON è ROBA DA POCO. AL SUO PASSATO ANTE 1918, che sta lì a dimostrare come geopoliticamente il ruolo di quel paese è rilevantissimo. Come aveva capito anche quel genio che si chiamava Costantino. Dipoi, la pressione dell ‘unipolarismo statunitense, in un momento del tutto inopportuno (come, inascoltato, ha sempre sostenuto Luttvak), associata alla lotta mediatica impostata su un mito del tutto idiota come quello dello “scontro di civiltà” (idiozia pari se non superiore a quella contenuta nel Mito della “fine della storia”) stanno facendo il resto. GIUSTAMENTE, ma NOI non possiamo far nulla e ci crogioliamo nella nostra impotenza beninteso solo di carettere operativo, Antonio accusa l’UE di non avere il coraggio di muoversi con decisione. Secondo il sottoscritto l’UE non è silente. L’UE è zoppa perchè deve fare i conti con una GB che continua a pensare il mondo come se fosse ancora ai vertici del suo impero marino ed a vedere l’UE secondo il criterio che ha determinato la sua geopolitica per qualche secolo. (Quella di allearsi con questo e con quello per frenare sul nascere qualsiasi tentativo di egemonia nel Continente).
Quando la GB capirà che il suo destino definitivo è DENTRO l’EUROPA UNITA, forse sarà troppo tardi..."