venerdì 23 ottobre 2015

Michele Rallo... alla ricerca del "cuore" perduto...


Destra e Sinistra: vecchie etichette che un po’ tutti continuano ad accettare per semplice consuetudine, per pigrizia mentale, perché è il sistema più semplice per “catalogare” una formazione politica con un ragionevole margine di approssimazione. In verità, si tratta di etichette non vecchie ma stravecchie, risalenti ad oltre due secoli fa, agli “stati generali” che precedettero la rivoluzione francese. Ma non è della Destra e della Sinistra che voglio parlare, bensì di un oggetto misterioso che viene chiamato “Centro”. Invano se ne cercherà traccia negli annali di storia della politica, che nulla al riguardo ci dicono, almeno fino a pochi decenni fa.

Quando nell’anno di grazia 1789, infatti, due contrapposti gruppi di rappresentanti del “terzo stato” andarono ad occupare due opposti settori dell’emiciclo, si schierarono di qua o di là, a destra o a sinistra. Nessuno scelse di stare né di là né di qua, né a destra né a sinistra, ovverossia in quella sorta di “isola che non c’è” che avrebbe potuto chiamarsi (e non si chiamò, giacché non esisteva) “Centro”. Ecco perché, se le odierne e pur decadute Destra e Sinistra possono vantare antiche origini blasonate, il Centro non ha una sua storia. 

In Italia, per esempio, i primi vagiti di un qualunque Centro si ebbero soltanto dopo il fascismo, con la Democrazia Cristiana, nuova creatura politica “centrista” che – abusivamente, a parer mio – si dichiarava erede del Partito Popolare di don Sturzo; formazione – quest’ultima – che nel panorama politico pre-fascista era stata piuttosto una delle componenti della Sinistra italiana. Collocazione completamente diversa rispetto ad altri “popolarismi” europei degli anni Trenta e Quaranta, nettamente schierati a Destra, talora alla Destra estrema: fra questi, il popolarismo austriaco, dalle cui fila – peraltro – proveniva l’ex cittadino austrungarico Alcide De Gasperi.

Attenzione, non voglio assolutamente dire che Destra e Sinistra siano le uniche realtà della politica, e che tutto il resto sia solo apparenza. Al contrario – per qual che vale il mio modesto parere – soprattutto oggi Destra e Sinistra sono semplici etichette, che servono soltanto a collocare masse importanti di cittadini-elettori nelle schiere di questo o quel partito. Nel presupposto – sbagliatissimo – che un individuo che abbia una posizione conservatrice o progressista (e perciò “di destra” o “di sinistra”) riguardo ad una determinata materia, debba per forza mantenere il medesimo orientamento in relazione a tutti gli altri aspetti della vita politica e sociale. Ovverossia, tu scegli – magari per un fatto emotivo – se considerarti di destra o di sinistra, e ti troverai automaticamente legato mani e piedi a scelte preconfezionate e omnicomprensive: nel campo politico e in quello sociale, in àmbito civile e in àmbito religioso, sullo scenario interno ed in quello internazionale; ti accorgerai che altri hanno già deciso quale debba essere il tuo pensiero sulle materie più diverse, dall’immigrazione alle cellule staminali, dalla contrattazione sindacale alle nozze gay. Chi rifiuta questa omologazione viene considerato quasi un disadattato della politica, ovverossia – e da qui il titolo di questa rubrica – un “eretico”.

Ma, se non ha senso ricondurre ogni cosa alle contrapposizioni manieristiche Destra-Sinistra, ancor meno lo ha scegliere di non scegliere, rifiutando di assumere una posizione netta su qualunque argomento e ricercando invece l’intesa a tutti i costi, la mediazione centellinata, l’equilibrismo da funamboli, purché ci sia un piccolo spazio per se stessi, per il Centro delle non-decisioni, delle non-scelte, del non-coraggio. Non destra o sinistra sulle privatizzazioni – per esempio – ma centro-destra o centro-sinistra. E poco importa se centro-destra e centro-sinistra andranno ad assumere – sulle privatizzazioni o su qualsiasi altra materia – delle posizioni assai simili tra loro, per non dire uguali. Anzi, la cosa sarà valutata positivamente, come una prova del prevalere di forze che “si adeguano ai tempi” e che sono perciò rassegnate a subire mansuetamente tutte le porcherie che il Centro dei Centri – quello dei poteri forti – vuole imporre ai popoli: la globalizzazione economica, la fine dello Stato sociale, l’immigrazione selvaggia, il dissesto ambientale, la perdita della sovranità economica, la subordinazione ad una-e-una-sola Potenza planetaria.

Ma questo è ancora un altro discorso, non è il centrismo, è la conseguenza del centrismo. Anche se – guarda caso – tutti gli schieramenti centristi sono alfieri della NATO, della moneta unica, delle riforme peggiorative, dei “sacrifici necessari”, eccetera, eccetera, eccetera.

Così pure – con qualche piccolo aggiustamento – i loro derivati di centro-destra e di centro-sinistra, che si sforzano di camuffarsi da Destra e da Sinistra al solo scopo di raccogliere quanti più voti possibile, di vincere le prossime elezioni: Berlusconi vorrebbe una “unione dei moderati” con dentro la Lega, Fratelli d’Italia, l’NCD e chiunque altro capiti, pur di ottenere una qualsiasi maggioranza che gli consenta di tornare a governare; Renzi vorrebbe un “partito della nazione” cucito addosso a lui, su misura, e si sforza di costruire un sistema elettorale che gli consenta di conservare il potere.

Ma costoro – dicono i centristi DOC – sono falsi centristi, i centristi veri siamo solo noi; noi che vogliamo rientrare in parlamento per poter poi scegliere se aggregarci al centro-destra o al centro-sinistra. A patto, naturalmente, che fra tante poltrone ci sia uno sgabellino anche per noi. Ci accontenteremo di poco: due o tre Ministeri e una modesta pattuglia di Sottosegretari.

Ed eccoli, così, gli Alfano, i Verdini, gli Abrignani, i figliocci di Monti, i nipotini di Casini e tutti gli altri “centrini”, intenti a tessere ogni giorno nuove trame di incredibili alleanze, a sognare che dall’unione di tante debolezze possa nascere una forza.


Film già visto. In Italia ha trionfato ai botteghini per mezzo secolo, con il titolo di “Democrazia Cristiana”. Ma i protagonisti di allora erano grandi attori: De Gasperi, Scelba, Tambroni… e poi Fanfani, Moro, Andreotti… Con un cast del genere, un Alfano o un Verdini avrebbero potuto aspirare, come massimo, a un ruolo di semplici comparse.

Michele Rallo

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