domenica 16 dicembre 2018

Notizie dal mondo di sotto: "La grande accozzaglia si prepara al grande ritorno" (e storie da(l) Vecchio (in)Continente)


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Mentre in Italia,
  • Tolosa, a Marsiglia, a Bordeaux, a Saint-Etienne, migliaia di Gilet Gialli manifestano,
  • Lione, gridano “Macron Dimission” e gli automobilisti suonano il clacson in appoggio,
  • a Nantes, piovono lacrimogeni,
  • Narbonne, lanciano carta igienica contro la Prefettura,
  • Besançon, si susseguono scontri,
  • a Parigi, cantano con orgoglio la Marsigliese.

Il tutto, come se non bastasse, mentre, sempre in Italia, Lilli Gruberberg ospita Andrea Verzon, il fondatore del nuovo partito paneuropeo, Volt Europa (*) – “un movimento paneuropeo e progressista che propone un modo di fare politica nuovo e più inclusivo” - nato come “reazione al crescere del populismo nel mondo e alla Brexit” (sic, Wikipedia) e presente, nel giro di un solo anno di vita già in 33 paesi del vecchio continente…..azzz!!!

Se non hai capito come hanno fatto non fa niente. Però, mi raccomando: passaparola e, soprattutto salut’me a Soros!

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(*) “Volt è un movimento paneuropeo e progressista che propone un modo di fare politica nuovo e più inclusivo. Vogliamo portare un cambiamento reale a tutti i cittadini d'Europa. Un nuovo approccio paneuropeo serve a vincere le sfide presenti e future: cambiamenti climatici, diseguaglianze economiche, immigrazione, conflitti internazionali, terrorismo, l'impatto della rivoluzione tecnologica sul lavoro. Limitati dai confini e dalle divisioni, i partiti nazionali non sono in grado di affrontare queste sfide: è invece necessario che noi Europei iniziamo a lavorare tutti insieme, come un solo popolo. Essendo un movimento politico transnazionale, Volt vuole allora aiutare gli Europei ad unirsi per creare una visione e un sentire comuni, condividere buone pratiche e sviluppare nuove politiche, insieme. Un nuovo modo di fare politica, per un nuovo millennio…..con gli stessi figli di Troika  di sempre, sul ponte di comando, che creano e manovrano marionette!

Adriano Colafrancesco

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sabato 15 dicembre 2018

Pubblicità - Il prossimo attentato terroristico in anteprima mondiale sul sito di Rita Katz


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C’è un gigantesco “buco nero” (per usare un eufemismo) nel sistema dell’informazione del nostro paese che si sperava (e ancora si vorrebbe sperare) ridimensionabile con l’avvento del nuovo governo. Ma poco finora, in tal senso, è accaduto. E la cosa, per la gravità del rinnovarsi monotono di eventi tanto tragici quanto opachi come le stragi terroristiche degli ultimi anni, è sempre più evidente.

Sia sulle reti pubbliche che su quelle private, litanie tele-giornalistiche di sfacciata e grottesca ipocrisia si susseguono nei tiggì di tutte le ore, sostituendosi a dovute analisi critiche, assolutamente necessarie e ovvie, in un quadro mortificante per l’intelligenza e il comune buonsenso, che legittima il sospetto ragionevole di vizi di “complicità di sistema” intollerabili.

Possono apparire espressioni forti queste, ma la partita in gioco le merita pienamente, se davvero abbiamo a cuore il valore della verità e dell’onesto spirito di servizio nel campo dell’informazione, per – senza esagerare - la sopravvivenza della vita democratica stessa nella nostra e in tutte le repubbliche del vecchio continente.

Manca una rubrica televisiva, un talk o una qualsiasi altra forma di servizio pubblico, veramente degna di questo titolo, alternativa alle becere trasmissioni “cairote e arcoriane”. Questo è il punto! E fino a quando dovremo continuare a tenere in piedi coi nostri soldi l’omissione di servizio pubblico della televisione di stato in uno scenario di finto pluralismo informativo, fondato su un disegno scientifico di tradimento e inadempienza, dovremo supplire con voci che, per fortuna, non mancano!

……Che noia, però!

Il terrorista solitario di Strasburgo è stato ucciso, quindi non racconterà come si è “radicalizzato”.

Che noia!  I suoi atti sono stati rivendicati da DAESH, che è un’organizzazione islamica creata dagli USA, e i suoi amici nella NATO, pagata dai sauditi per abbattere il governo di Assad.

La rivendicazione è avvenuta tramite il SITE di Rita Katz. Del resto il nome e l’identità del terrorista sono apparsi sui social   israeliani solo 3 ore dopo la strage. Come sempre, loro sanno già tutto “prima”.

Secondo il tedesco Bild, Cherif Chekatt era nel suo appartamento la mattina dell’attentato, quando la polizia francese andò ad arrestarlo per una vicenda precedente, un omicidio in seguito a rapina; ma lui è riuscito a prendere la fuga.

Evidentemente il suo appartamento, un HLM (Habitation à Loyer Moderé, casa popolare a canone assistito) non era il consueto mono o bilocale con cucina a vista di questo tipo di abitazioni; doveva avere saloni e una quantità di finestre nel retro, da cui il terrorista si sarà calato con le lenzuola. 

Altrimenti bisogna immaginare che DAESH, ossia la NATO, lo abbia fornito della tuta mimetica dell’invisibilità immortalata nel film Predator, e sia passato in mezzo ai poliziotti che erano sulla porta, guadagnando le scale.

Poi, la sera, compiuta la strage, il terrorista ha fermato un taxi ed è scappato. Piccolo particolare insignificante: i taxi hanno il divieto di entrare nella zona in cui l’avrebbe preso.  Come mostra la mappa del giornale locale Dernières Nouvelles  d’Alsace, dal 23  novembre la zona –    a causa dei mercatini di Natale – è pedonalizzata.
 


L’accès à la Grande Île sera uniquement réservé aux véhicules autorisés. Ils seront systématiquement soumis à des contrôles de sécurité pendant les horaires d’ouverture du marché de Noël. PHOTO Archives DNA – Jean-Francois BADIAS

Non solo entrano “solo i veicoli che dispongono di un’autorizzazione”, ma solo da “quattro varchi” dove i vigili urbani filtrano, ossia controllano “sistematicamente” che le auto abbiano l’autorizzazione.

L’uscita dalla zona è permessa solo e tassativamente da due varchi, parimenti controllati, le pont Saint-Nicolas e le pont du Théâtre.  Ovviamente la sosta di veicoli è parimenti vietata.

Invece il nostro ha trovato un taxi, e non ha ucciso il taxista, “salvo perché musulmano e devoto alla preghiera”, dicono i giornali. A lui il terrorista in fuga e forse ferito ha spiegato di aver «ucciso per vendicare i fratelli morti» in Siria.  E’ solo grazie alla testimonianza del taxista sulle chiacchiere che ha intavolato col terrorista, che quest’ultimo ha potuto essere identificato nel noto Tale dei Tali. Naturalmente del taxista non si sa il nome, quindi non è possibile ascoltarlo.

Il terrorista di Daesh poi non ha chiesto al taxista di portarlo in Germania, dove ha famiglia ed appoggi. No, si è fatto lasciare a Strasburgo, e nei pressi di un commissariato di polizia. E l’hanno trovato praticamente a casa sua dove l’hanno ucciso.

Che noia. Finché il popolo non capirà che è stato ingabbiato in una dittatura dispotica e falsa dal principio alla fine, non se ne esce.

Adriano Colafrancesco - adrianocolafrancesco@gmail.com

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venerdì 14 dicembre 2018

Douce France. Ai piani alti la fanno ancora fuori dalla tazza e l'uso del bidet è ancora ignorato... ma l'attentatore di Strasburgo è stato eliminato (comunque)

PARIGI, 12 DIC - Il segretario di Stato francese agli Interni, Laurent Nunez, si dice "indignato" per le voci che circolano sulla rete secondo cui l'attentato di Strasburgo sarebbe stato organizzato ad arte per sabotare la protesta dei gilet gialli in Francia. "Sono francamente indignato. Ma come si possono dire cose del genere? (...) E' chiaro che sono teorie del complotto", ha denunciato il responsabile del governo ai microfoni di France Inter, dopo che sui social sono fioccati commenti di questo tipo.(ANSA).
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...qualunque sia il bilancio di morti nell'attentato di Strasburgo (io spero il minore possibile), bisognerà sempre aggiungere un disperso: il movimento dei Gilet Gialli.

I consiglieri di Macron da tempo gli suggeriscono di decretare l'état d’urgence, cioè lo Stato d'Emergenza. Ora l'attentato di Strasburgo può fungere da catalizzatore.

Comunque vada, è difficile che ci sia  sia un'altra giornata di mobilitazione come le tre precedenti, perché il ricatto, anche solamente morale, sarà forte.

E agirà su tutta Europa! Forse anche per umiliare le velleità pseudo-sovraniste del governo Conte. Un'umiliazione rincorsa da Bruxelles per motivi prettamente politici, perché la finanziaria proposta dal nostro governo è totalmente compatibile con Maastricht e con l'austerità ordoliberista imposta da Berlino.

Io sto a vedere.

Qualcuno di voi intanto mi dirà che sono un complottista.

Non è vero. Non lo sono. Sto solo applicando un'analisi comparativa e differenziale con quanto è successo nel nostro Paese dalla strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre del 1972, alla strage di Bologna del 2 agosto del 1980.

Le lotte popolari furono contrastate con un attentato dietro l'altro e con la teoria degli “opposti estremismi”. All'epoca i jihadisti non c'erano. Era dai tempi di Gordon a Khartum che non c'erano. Non erano ancora stati resuscitati dagli USA e dai Saud in funzione antisovietica in Afghanistan. C'erano al posto loro i fascisti in combutta con i “servizi deviati”.

Quel 12 dicembre 1972 il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, legato ad ambienti statunitensi, era intenzionato a proclamare lo Stato d'Emergenza.

Lo frenò un democristiano di centro, il doroteo Mariano Rumor, all'epoca ministro dell'Interno, timoroso che quella mossa avrebbe potuto provocare un'insurrezione: il partito comunista, la sinistra extraparlamentare e i sindacati erano forti e i nemici erano solo interni. Non c'era nessun nemico alle porte.

Oggi, in Francia, con un “nemico” esterno, alieno, internazionale e una sinistra in difficoltà, confusa, nuovamente litigiosa e sindacati penosi, confusi e inerti, la tentazione di Macron e dei suoi consiglieri potrebbe essere più grande del rischio percepito o reale.

Chissà perché, per molte persone, specie quelle che “hanno fatto il Sessantotto” e che quindi quel periodo storico e politico dovrebbero averlo vissuto, quelle cose possono avvenire solo da noi, non in Francia, o negli USA, o negli UK, o in Germania. No! Solo nei Paesi che essi disprezzano, e il loro, cioè il nostro, è in cima alla lista, evidentemente.

Piotr




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Commento: 

"Avevo fatto una facile previsione. L'attentatore sarebbe stato "ucciso in un conflitto a fuoco". Ora non potrà essere interrogato. Tutto secondo copione. con applauso finale del pubblico (inconsapevolmente pagante). 
Guarda caso: la polizia aveva fatto irruzione a casa del "terrorista" la mattina PRIMA dell'attentato, trovando un arsenale di granate esplosive, ecc., ecc. Poi lui tranquillamente fa una strage e sfugge a tutti i tentativi di catturarlo..." (V.B.)


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giovedì 13 dicembre 2018

Terrorismo, funzionale al sistema


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Siamo sotto assedio e gli estremisti islamici ci attaccano inopinatamente, almeno stando agli strombazzamenti dei media e specialmente delle televisioni a reti unificate in tutto il continente.

E, di fatto, come conseguenza ovvia, le stragi e gli attacchi, da Charlie Hebdo in poi, hanno sprofondato l’Europa nella morsa della paura. E mentre i governi si affrettano a varare misure straordinarie, come nel caso della Francia in queste ore, i controlli si moltiplicano e le libertà personali diminuiscono in nome della sicurezza collettiva.

Ma viene da chiedersi, di fronte alle ultime cronache da Strasburgo: è un “puro caso” che l’ultimo giovanotto “radicalizzato in carcere”, si sia scatenato proprio nei giorni in cui la Nuova Rivoluzione Francese mette in discussione l’enfant prodige della massoneria che impera da mesi con grande arroganza nelle stanze dell’Eliseo?

Solo una semplice, sia pur singolare, coincidenza del tutto fortuita, si potrebbe obiettare, altro che dietrologie del Kaiser da inguaribili e impertinenti “complottisti” che osano chiedersi e chiedere “cui prodest, che senso hanno queste torbide vicende” e soprattutto: ”chi tira le fila di queste tragedie e a quale scopo?”   

Ma siamo davvero sicuri che sbaglino i complottisti?

Assistiamo a un fenomeno che subdolamente prende piede negli ordinamenti democratici: si tratta della “normalizzazione dell’emergenza” che, per definizione, è una situazione di extra-ordinarietà e, in quanto tale, dovrebbe essere affrontata con strumenti eccezionali e limitati nel tempo. Si osserva invece come lo stato di emergenza serva da fattore legittimante l’emanazione di leggi che sono speciali, poiché destinate alla regolamentazione di situazioni straordinarie, ma che risultano però prive del requisito di temporaneità, elemento indispensabile per conferire un senso concreto alla definizione formale di specialità. Accade così che la legislazione antiterrorismo non si affianca al sistema normativo ordinario, ponendosi come strumentale al superamento di uno stato di eccezione, ma si ripercuote sul diritto interno integrandosi nell’ordinamento in modo permanente e minando di fatto l’apparato di garanzie fondamentali che costituisce la base delle democrazie moderne e che perciò dovrebbe essere intangibile, indiscutibile e indiscusso” (1)

Non ci avevi pensato? .......noo? ....

Che dici: sono più pericolosi i complottisti o i fregnonisti?

Adriano Colafrancesco

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(1) Carla Bassu – Democrazia e terrorismo. Diritti fondamentali e sicurezza dopo l’11 settembre 2001, Editoriale Scientifica 2006 Napoli



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Ha stato Putin - Ecco la prova provata  fornita dalla Press:  

C'è il sospetto che Mosca sia dietro la rivolta dei gilet gialli.


Boom di condivisioni. Account misteriosi anti-Macron  creati in poche settimane. Fake news diffuse ad hoc. La protesta che sta infiammando la Francia potrebbe nascondere una regia russa... - Continua:    https://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/12/11/gilet-gialli-social-russia-troll/227205/ 


domenica 9 dicembre 2018

Clima. conflitti per il petrolio e più petrolio per nutrire la macchina della guerra


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C’è chi la chiama carbon bootprint: impronta climatica degli scarponi militari. E’ l’impatto climalterante di energivori sistemi d’arma, basi e apparati, aerei, navi, carri armati, eserciti; e soprattutto degli interventi bellici veri e propri. Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento globale World Beyond War alla vigilia della Conferenza sul clima di Parigi (2015): «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».


L’IMPATTO DELLE ATTIVITA’ MILITARI (non solo statunitensi, ovviamente) sul clima è negletto perfino dai movimenti, lamenta Ben Cramer, autore del libro Guerre et paix…et écologie. Sarà così anche alla COP 24 (Conferenza Onu sul clima) che si apre fra pochi giorni in Polonia? Eppure, il rapporto Demilitarization for Deep Decarbonization dell’International Peace Bureau (Ipb) spiega: «Ridurre il complesso militar-industriale e ripudiare la guerra è una condizione necessaria per salvare il clima, destinando le risorse risparmiate all’economia post-estrattiva e alla creazione di comunità resilienti».

Le spese militari mondiali (gli Usa fanno la parte della tigre) sono arrivate a 1,74 trilioni di dollari nel 2017, secondo il Sipri di Stoccolma. Trilioni traducibili in un’enormità di tonnellate di gas serra. Trilioni per distruggere. Meno male che si stampano petrodollari.

Aerei, navi, carri armati, bombe. Secondo il rapporto A Climate of War. The war in Iraq and global warming, i primi quattro anni di pesantissime operazioni militari in Iraq dal 2003 hanno provocato l’emissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente), più delle emissioni annuali di 139 paesi. Una stima al ribasso, avvertono gli autori.

Del resto, il bombardiere strategico B-52 Stratocruiser, fa notare la Citizen Climate Lobby, consuma all’ora circa 3.334 galloni di combustibile (un gallone: oltre 3,7 litri). Un carro armato beve meno: in compenso, compatta il terreno e questo non è che uno dei danni delle attività belliche. Non finisce qui: «Il Pentagono è una ragnatela di 1.000 basi all’estero, un arco nero dalle Ande al Nordafrica, dal Medioriente all’Indonesia, ricalcando la distribuzione delle principali risorse fossili e delle rotte commerciali» (Patricia Hynes su Truthout). Strutture ed edifici che coprono circa 10 milioni di ettari in giro per il mondo (ci dice www.energytoday.net, il sito della American Energy Society), e oltre a inquinare bruciano fossili in quantità.

Ecco perché il complesso militar-industriale statunitense è l’imputato principale. Solo 35 paesi al mondo consumano più energia fossile (e quindi emettono più gas serra) di quest’entità.

Pensiamo anche ad altri costi energetico-climatici. Per esempio per la produzione delle armi. O per la ricostruzione dalle macerie belliche (non certo con la bioedilizia): ricavare un chiletto di cemento significa aggiungere un chilo di gas serra al totale.

Eppure, la maggior parte delle emissioni legate al consumo di combustibili fossili usati dal settore militare è stata esclusa dagli obblighi di riduzione stabiliti dagli accordi sul clima. Un’esenzione che ha dell’incredibile e che è derivata dall’intensa lobby statunitense durante i negoziati per il Protocollo di Kyoto alla metà degli anni 1990. Per ottenere la ratifica da parte degli Usa (che poi non arrivò!), ne fu accettato il ricatto: «US exempts military from Kyoto Treaty», denunciava l’agenzia Inter Press Service nel maggio 1998.

CON L’ACCORDO DI PARIGI DEL 2015, le forze armate dei vari paesi non sono obbligate a tagliare le emissioni, ma almeno non è più prevista un’esenzione automatica di queste ultime. Ovviamente l’interpretazione degli Stati uniti è stata la seguente (come ha riportato il Guardian): «La decisione su che cosa tagliare resta agli Stati».

In realtà, benché il presidente Donald Trump abbia dichiarato che l’effetto serra è un inganno e un complotto dei cinesi, il Pentagono e i militari statunitensi non ignorano affatto gli effetti dei cambiamenti climatici. Come leggiamo su news.mongabay.com, «i militari Usa si preparano per i cambiamenti climatici, non certo per proteggere l’ambiente della Terra, bensì per mantenere l’efficienza operativa – la capacità di combattere». Così quando possibile si punta sulle energie rinnovabili: il Forte Hunter Liggett in California installa a gran forza pannelli fotovoltaici per non rimanere al buio in caso di black-out.

Nelle guerre, il trasporto di combustibile per carri armati, jet e navi è uno dei crucci logistici principali del Pentagono. Il National Defense Authorization Act (Ndaa) per il 2018 firmato dallo stesso presidente Donald Trump si preoccupa della «vulnerabilità delle installazioni militari ai prossimi eventi climatici» e la US Navy ha pubblicato un manuale, Climate Change Installation Adaptation and Resilience Planning, sulle tecniche di resilienza grigioverde. La base di Norfolk, in Virginia, la più grande base del mondo, finisce ormai regolarmente allagata, e uno studio della Union of Concerned Scientists (Ucs) prevede lo stesso destino per una ventina di basi americane costiere sparse in tutto il mondo.

MA DI CERTO LA MACCHINA DA GUERRA non diventerà verde e sostenibile: lungi dall’affrontare le cause vere del caos e giocare un ruolo nella riduzione delle emissioni climalteranti, il Pentagono gonfia i muscoli e prevede grandi aumenti nel settore militare (e quindi più emissioni), per affrontare meglio un mondo destabilizzato dagli eventi nefasti causati dall’eccesso di emissioni climalteranti, appunto.

Del resto, il Dipartimento Usa alla difesa già nel 2004 sottolineava come i cambiamenti climatici siano un «moltiplicatore di minacce alla sicurezza nazionale, suscettibile di aumentare frequenza, scala e complessità delle future missioni militari». Sempre più necessarie visto che, come si legge nella Quadrennial Defense Review (2010) del DoD, «il caos climatico contribuirà alla scarsità di acqua e cibo, aumenterà le spese sanitarie e potrebbe determinare migrazioni di massa».
Il libro The Secure and the Dispossessed. How the Military and Corporations are Shaping a Climate-Changed World (Pluto Press) curato da Nick Buxton e Ben Hayes spiega la «convergenza catastrofica fra militarismo, neoliberismo e cambiamenti climatici» illustrando le strategie del settore militare e delle multinazionali per gestire i rischi (anche con la geoingegneria che pretenderebbe di attenuare gli effetti del riscaldamento globale senza la necessaria drastica riduzione delle emissioni).

IL FINE E’ PROTEGGERE POCHI IN NOME della sicurezza escludendo i non privilegiati. In barba alla giustizia climatica, visto che (si veda sul sito www.globalcarbonproject.org) i grafici sulle emissioni cumulative di gas serra dal 1870 al 2016 indicano con chiarezza le schiaccianti responsabilità storiche dell’Occidente nel disastro climatico che sta minacciando la vita stessa sul pianeta Terra.

Marinella Correggia

(Fonte: Il Manifesto: 
https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/)