lunedì 31 agosto 2015

Gli USA insegnano: "Come favorire le migrazioni e guadagnarci sopra"



Obama bacchetta l’Europa. La stampa dichiara il fallimento dell’Europa. Motivo: la faccenda brutta dell’invasione di africani e medio orientali.

C’è da allibire. Ho avuto modo di recente di riportare quanto pubblicato da un organo di stampa austriaco, vicino ai Servizi Segreti dell’Esercito Austriaco. Persone serie, come sempre.

Ebbene, senza peli sulla lingua viene detto che ogni “passaggio” sui barconi costa dai 7.000 ai 15.000 euro. Caduno. Ovvio che i "profughi" non hanno tali cifre. Chi paga, allora? La pubblicazione lo dice a chiare lettere: sono onlus ed organizzazioni statunitensi i finanziatori del traffico di invasori. 

La motivazione è strategica: gli americani vogliono snervare Paesi terzomondismi, sui quali si allungano le mani adunche delle criminali multinazionali: un Paese con perdita di giovani non ha organizzazione, senza organizzazione non ci sono istituzioni, e senza istituzioni non può esserci esercito, ordine sociale, società civile. 

Quindi facili prede dei criminali di cui sopra, le multinazionali, i cui bilanci e profitti spesso superano i bilanci di due, tre, quattro stati messi insieme.

Ma non solo.

Con l’invasione dell’Europa, gli SUA ottengono un secondo vantaggio. Destabilizzano il Vecchio Continente, che è e rimane lo storico avversario, il nemico vero, la realtà con la quale fare i conti. Che prima o poi si faranno.

Non mi stupirebbe quindi lo scoppio di una deliziosa guerra nel Mediterraneo.

Questo è il quadro che ci troviamo a vivere.

Ora ditemi voi se gli yankee possano recitare una tragica farsa come quella andata in scena nei giorni scorsi. Obama, il suo portavoce, la stampa ammaestrata, criticano e sgridano l’Europa di non voler accogliere i "migranti". 

Sono gli artefici dell’invasione, sono i promotori dell’esodo biblico e fingono lo scandalo, la sorpresa indignazione. 

Quousque tandem Catilina, abuteris patientia nostra…?” (Fino a quando, oh Catilina abuserai della mostra pazienza, disse Cicerone in Senato).

Bhé, mi sembra che l’Europa dia sempre più spesso manifesti segni di insofferenza. Di ribellione ai diktat dell’impero yankee.

Non viene detto in televisione. I giornali linguetta non lo scrivono. Nell’Italia serva e sotto tutela, le televisioni, i giornali continuano a sottolineare i casi commoventi, mostrando i –pochi- bambini, i tanti morti. Ubbidienti alla voce del padrone. Ma Inghilterra (!), Francia e per altri versi anche la Germania (ma in questo caso il discorso è lungo e difficile, e lo ho già detto.  Atre vie, una strategia lungimirante), la Spagna, i Paesi Baltici, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia cominciano a brontolare e anche di più. Non ne possono più dell’arrogante ipocrisia americana.

Solo l’Italia e la Grecia, due non-stati, recitano la pantomima dei buonisti. Paesi a sovranità limitatissima.

Ma la “base”, il Popolo comincia ad organizzarsi. Comitati spontanei,  gruppi di protesta…. Sono gli apripista della ribellione. Il popolo, anche se sembra assopito, alla lunga si desta. E gli Italiani, pazienti e cinici, menefreghisti e scettici, quando si arrabbiano sul serio provocano dei ribaltoni mica male. 

La casta, asservita, ubbidiente, intrisa di chiesa, america e portafoglio, leccapiedi pubblica per interesse privato, finge e recita la sua parte della tragicommedia.

Attenzione: i conti si faranno. E saranno salati. 


Fabrizio Belloni

domenica 30 agosto 2015

A Roma non si corre... in bicicletta - Piste ciclabili da un metro di carreggiata



Anni di lavoro, tante risorse (anche finanziarie) e tanta persone che ci hanno messo la faccia per produrre il PQC del comune di Roma Capitale; programmi a periodi brevi, medi e lunghi; tempi scaduti e "pochissimo arrosto" (zero, se si esclude l'opera compensativa di km. 5,4 di pista vera, efficiente ed efficace realizzata dalla FS).Ti paracadutano il "G124" (da Parigi, dove il TP in ferro regna sovrano) per impedire o neutralizzare - a Roma - un po'  di TP in ferro (la tranvia Fidene-Laurentina) ed il GRAB mentre gli impegni del PQC vengono disattesi e dimenticati. NON BASTANO. 

Il modello Roma, con la sua misericordia, ci regala la PISTA CICLABILE LEGGERA, TANTA  LEGGERA che entro l'8 dicembre 2015 ne faranno ben 21 - VENTUNO - 21 (oppure 22) e in una rete ciclabile (?). 

Niente di CIVILE E DI UMANO: CONTINUA L'AGGRESSIONE ALLA MOBILITA'  DEGLI ESSERI UMANI. 
 
Ed ecco la lista delle 21 - VENTUNO - 21 "PISTE CICLABILI LEGGERE"**, modello "Roma, città dell'auto": se riuscirete ad individuare qualcuna di queste 21(22) piste che OCCUPERA' 1 solo metro di carreggiata, segnalatela all'ADP. 
NON DIMENTICATE CHE LA MATERIA che verra' utilizzata sarà la PITTURA di vari colori che, differirà da quella usata per gli attraversamenti pedonali (CHE DURA SETTE GIORNI), in quanto avrà una durata misericordiosa di qualche mese; e, giacchè il Giubileo dura un anno, verrà data una rinfrescata. (Ciò che è misconosciuta nel caso degli attraversamenti pedonali: è il modello "Roma, città dell'auto".)
 
** In verità la lista contiene N. 22 linee: la n. 15 è "doppia".
 
1) piazzale Ostiense-viale Aventino-Colosseo;
2) piazza Cavour-piazza dei Tribunali;
3) viale Regina Margherita-viale Regina Elena;
4) Tiburtina-Santa Bibiana-Regina Elena;
5) stazione San Paolo-Giustiniano Imperatore;
6) stazione San Paolo-via Ostiense-Piramide;
7) Campo Boario-via Ostiense;
8) stazione Quattro venti-via Ettore Rolli-circonvallazione Gianicolense;
9) viale delle Milizie-via Lepanto-Matteotti;
10) via Guido Reni;
11) viale Marconi, dall’incrocio con via Cristoforo Colombo, al lungotevere Pietra di Papa;
12) circonvallazione Ostiense-cavalcavia Spizzichino;
13) viale delle Milizie-viale Angelico;
14) via G. Gaudini;
15) via Ottaviano-Piazza Della Rovere;
15) piazza Della Rovere-corso Vittorio-largo Argentina;
16) viale XXI aprile;
17) ponte della Scienza-cavalcavia Spizzichino;
18) via Portuense, fino a via Majorana;
19) piazzale della Radio-lungotevere Gassman;
20) dalla pista di monte Ciocci alla metro Battistini attraverso via della Pineta Sacchetti;
21) dalla pista di monte Ciocci a via Igea attraverso via Trionfale. 
 
Se riuscirete ad individuare qualcuna di queste 21(22) piste che OCCUPERA' 1 solo metro di carreggiata, segnalatela all'ADP. 
 
Cordialmente.
 
 
Vito De Russis
n.q. presidente ADP 

sabato 29 agosto 2015

Porcherie vaticane - Un po' di storia recente non guasta


Papa Luciani, prese il nome di Giovanni Paolo Primo, nei 33 giorni del suo pontificato , fece in tempo a documentarsi sullo IOR, a informarsi su imminenti importanti nomine ed a ricevere l’arcivescovo di Cracovia.
Dopo la sua ‘strana’e improvvisa morte, l’Arcivescovo di Cracovia, che si beava del totale sostegno della chiesa (guidata dal Cardinale Marcinkus , ..quello di Calvi e Sindona), del Governo e dei servizi USA, divenne Papa e prese il nome di Giovanni Paolo Secondo (chissà cosa si dissero in quel colloquio e come si lasciarono…).

Da Papa si distinse nel sostegno politico e finanziario verso i movimenti antisovietici dei paesi dell’Est. In primis, per quantità e intensità, il sostegno e i finanziamenti (attraverso i banchieri vaticani Sindona e Calvi) andarono al sindacato Solidarnosh e al suo leader Lech Walesa. Non fu una gran scelta, visto che Walesa fu trovato con le mani in pasta per le sue ‘dimenticanze’ di girare al sindacato ed ai suoi collaboratori politici, i soldi che riceveva dal Vaticano e dai servizi NATO.

Ma il nuovo Papa non toppò solo con il laico Walesa.
Nella sua Polonia individuò anche un prelato su cui puntare: Monsignor Józef Wesołowski, l'arcivescovo deceduto oggi in Vaticano, dopo essere stato ridotto allo stato laicale perchè riconosciuto colpevole di cntinaia di violenze e stupri su minori .
Ma non fu l'unico pedofilo e violentatore benvoluto e protetto da Walesa.
Meno nota la storia del sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado
Fernando Rossi

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Articolo Collegato:

Giovanni-Paolo-II-con-padre-Maciel-fondatore-dei-Legionari-di-Cristo-510Pochi in Italia conoscono la contorta e discutibile gestione del potente sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, da parte della Santa Sede. Eppure c’è chi afferma che abbia inciso sulle dimissioni di Benedetto XVI e paradossalmente sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II, avvenuta a tempo di record il primo maggio 2014. Il decennale della morte di Karol Wojtyla (2/4/2005) e della ascesa al soglio pontificio di Joseph Ratzinger (19/4/2005) è l’occasione per riportare in luce una vicenda scarsamente indagata dai media nostrani ma che ha segnato in profondità entrambi i loro pontificati e l’ultimo mezzo secolo di storia “politica” della Chiesa di Roma: il caso Maciel, pedofilo e violentatore seriale, protetto di Wojtyla e amico del primo segretario di Stato di papa Ratzinger, card. Angelo Sodano.
di Federico Tulli
«Padre Maciel è molto caro al Santo Padre e ha fatto molto per la Chiesa. Quindi, mi dispiace, ma non è prudente riaprire un’inchiesta». Quando il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, spedisce queste poche righe al vescovo di Coatzacoalcos in Messico, monsignor Carlos Talavera Ramírez, sono passati 48 anni dalle prime accuse per abusi “sessuali” trasmesse in Vaticano nei confronti del padre fondatore (nel 1941) della congregazione dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Siamo nel 1996. Ratzinger guida l’ex Sant’Uffizio e Karol Wojtyla è Giovanni Paolo II. Ramirez aveva scritto a Ratzinger sollecitato dal sacerdote Alberto Athié, una delle vittime delle violenze di Maciel quando negli anni 50, minorenne, era un seminarista dei Legionari. La sua denuncia rimane lettera morta, come del resto tutte le altre giunte in Vaticano a partire dal 1944.
Ma Athié non si scoraggia. Insieme a Fernando M. González, sociologo e psicanalista, e José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, raccoglie in un libro 212 documenti vaticani riservati, segreti e inediti su Maciel, dai quali emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane, a cominciare da Giovanni Paolo II e dal futuro Benedetto XVI, con il potente sacerdote messicano.
Il volume che difficilmente vedremo in Italia, i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori, è stato pubblicato nel marzo del 2012 in castigliano, con una tiratura di poche migliaia di esemplari, con il significativo titolo “La volontà di non sapere. Ciò che veramente si conosceva su Maciel negli archivi segreti del Vaticano dal 1944”. Gli autori
affrontano da tre punti di vista l’esame dei documenti desecretati (tutti consultabili online): González, autore di un altro volume su Maciel, ne svolge l’illustrazione e la ricostruzione cronologica, offrendo considerazioni sull’atteggiamento e la reazione istituzionale della Chiesa cattolica; Athié presenta la propria esperienza personale, spirituale ed ecclesiastica che lo ha condotto ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel e in generale degli abusi sui minori nella Chiesa; Barba riferisce l’iter di denuncia alla Santa Sede dei crimini di Maciel da lui personalmente seguito dal 1996 in poi.
L’uscita del libro a marzo 2012 non è casuale. Avviene in coincidenza con il viaggio pastorale di Benedetto XVI in Messico ed è lui il primo destinatario del messaggio di denuncia in esso contenuto. Da qualche anno all’interno delle Mura Leonine le spalle di Maciel non sembravano più tanto coperte ma la sua immagine pubblica continuava ad apparire praticamente immacolata. Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare al 2006. «Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio, la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico». Con questa laconica nota la sala stampa vaticana annunciava il 19 maggio 2006 che Ratzinger, divenuto un anno prima Benedetto XVI, aveva deciso di togliere le prerogative pastorali a Marcial Maciel Degollado. Il potente deus ex machina dei Legionari ha 86 anni e la sospensione a divinis è la sola “condanna” che sconterà dopo una vita vissuta da pedofilo, concubino, violentatore e morfinomane. Comportamenti che però non vengono citati nella nota, la quale infatti non specifica in alcun modo le motivazioni della “sentenza”. Tutti sanno ma nessuno lo dice. L’obiettivo della Santa Sede è far cadere l’imbarazzante storia di Maciel e dei Legionari nel dimenticatoio preservando l’immagine di Joseph Ratzinger e del futuro santo Karol Wojtyla il cui iter di beatificazione era stato appena avviato, appunto, da Benedetto XVI.
Di cosa si è macchiato Degollado è presto detto. Ecco una rapida sintesi delle sue gesta pubblicata nel 2002 da Sandro Magister su L’Espresso, confermata anni dopo dall’inchiesta vaticana e dalla documentazione originale pubblicata in “La volontà di non sapere”. Scrive il vaticanista: «Le prime accuse sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba, accompagnati dall’avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato».
Le amicizie potenti, la ragion di Stato, la falsa morale di cui è intrisa la religione cattolica nei confronti dei crimini pedofili e “sessuali” e la conseguente predisposizione dei gerarchi vaticani a valutarli come dei peccati da condannare con qualche preghiera, a Maciel hanno garantito incolumità, e alle sue vittime una vita di sofferenze e solitudine. Degollado è morto nel 2008 a Miami, in Florida. Due anni dopo la “sua” congregazione dei Legionari verrà commissariata da Benedetto XVI. A metà 2010, diversamente da quanto accaduto nel 2006, la Chiesa ammette infatti pubblicamente che Maciel ha violentato decine di bambini e seminaristi e che ha avuto tre figli da due donne diverse. Ma fa cadere sulla Legione la colpa dell’impossibilità di intervenire prima e di compiere accertamenti sulle accuse, avendo creato «meccanismi di difesa» intorno al fondatore rendendolo di fatto «un intoccabile». Le cose per i Legionari si mettono decisamente male. A ottobre 2010 il delegato pontificio per la congregazione, cardinale Velasio De Paolis, costituisce due commissioni: una per la raccolta delle denunce di abusi nei confronti di Maciel e di altri confratelli Legionari, e l’altra per lo studio e la revisione della situazione economica della congregazione. Secondo la Santa Sede occorre fare piena luce sia sugli abusi che sulle insistenti voci di una gestione economica e finanziaria poco cristallina.
Nel 2004, anno in cui il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, aveva iniziato a indagare su Maciel per conto della Cdf, i Legionari di Cristo avevano a bilancio 650 milioni di dollari di liquidità e un miliardo di dollari in beni per le attività delle scuole, dei seminari e delle opere in America Latina, Europa e Nord America. Grazie al sostegno economico costante di ricchi donatori appartenenti all’oligarchia borghese e della destra estrema latinoamericana, nell’arco di mezzo secolo i legionari erano infatti cresciuti fino a diventare la congregazione più ricca e forse più potente dell’intera Chiesa cattolica, forti di un esercito di 3mila seminaristi e 600 sacerdoti dislocati in 145 collegi, 21 scuole superiori e nove università direttamente controllate. Oggi tutto questo patrimonio è a serio rischio.
A confermare la tesi della Santa Sede riguardo la cortina protettiva innalzata intorno a Maciel dai suoi accoliti vi sono dei documenti resi noti durante un processo a Rhode Island negli Stati Uniti, proprio nei giorni a ridosso dell’abdicazione di Joseph Ratzinger da pontefice, avvenuta l’11 febbraio 2013. Secondo gli avvocati dell’accusa queste carte dimostrerebbero che i Legionari di Cristo hanno nascosto informazioni sulla vita “sessuale” del loro fondatore a una ricca vedova che negli ultimi 20 anni ha donato all’ordine circa 30 milioni di dollari. L’accusa è di frode e come racconta Jason Barry, il cronista del National Catholic Reporter (NCR), che per primo a fine anni Novanta indagò e riuscì a ricostruire le vicende criminali di Maciel dando voce a decine di vittime e rompendo il muro d’omertà clericale, «le migliaia di pagine di testimonianze, dati finanziari e religiosi, offrono una visione incredibile sulla cultura propria dei Legionari e del loro fondatore messicano, Marcial Maciel Degollado». Secondo Barry, Maciel ha costituito una centro di potere a Roma istituendo una delle più grandi raccolte fondi della Chiesa moderna: «Si è garantito il supporto incondizionato di papa Giovanni Paolo II che lo aveva definito “guida efficace per i giovani” e lo aveva pubblicamente lodato durante solenni cerimonie, anche dopo una denuncia del 1998 che vedeva Maciel indagato per abusi sessuali sui seminaristi della Legione». Il Vaticano non è coinvolto al processo di Rhode Island, ma le decisioni di Woytjla e Ratzinger permeano la lunga cronistoria che emerge dai documenti resi pubblici su ordine del giudice. La figura del papa emerito appare più che centrale in tutta la vicenda, almeno negli ultimi 25 anni.
Come osserva il filosofo della politica Tommaso Dell’Era, unico in Italia ad averrecensito La volontà di non sapere, «non ci si può non domandare cosa spinse il cardinale Ratzinger a passare dal disinteresse mostrato nel 1996 di fronte alle accuse di monsignor Ramirez, all’incarico assegnato nel 2004 a Scicluna di indagare su Maciel e i suoi». La risposta secondo cui a ottobre 2004 Giovanni Paolo II è ormai prossimo alla morte e non più in grado di impedire un’inchiesta sull’uomo che «ha fatto molto per la Chiesa» non è soddisfacente. Se l’atteggiamento di Wojtyla è stato sempre reticente, quello di Ratzinger, anche dopo aver preteso le dimissioni di Maciel nel 2006 è rimasto quanto meno ambiguo. Ad esempio, tornando al processo di Rhode Island, un capitolo chiave della documentazione riporta l’ammissione del cardinale sloveno Franc Rodé, che aveva dichiarato al NCR e al Global Post di aver visto nel 2004 «un video di Maciel con una donna e un figlio che lui presentava come suo». Secondo Barry, Rodé non mai ha interrogato l’amico Maciel riguardo la sua paternità, ma il cardinale dal canto suo afferma, sempre nei documenti citati, di aver ordinato ai canonisti vaticani, sottoposti del cardinale Ratzinger, di investigare sulle accuse di pedofilia. Le spiegazioni arriveranno solo nel 2010, dopo l’indagine vaticana sui Legionari che ha prodotto nuovi report sull’ordine certificando che Maciel aveva una figlia e che la Santa Sede, quindi Ratzinger, lo sapeva dal 2005. Sebbene in Italia non ne sia giunta voce, non c’è dubbio che i file del processo di Rhode Island, pubblicati due giorni dopo l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, aggiungono un ulteriore capitolo agli scandali che Ratzinger teneva ben presenti nella sua ultima messa pubblica da papa, quando ha parlato del volto della Chiesa «talvolta sfigurato».
Restano le domande: perché il Vaticano pur sapendo dei figli di Maciel dal 2005 non ha diffuso l’informazione o non ha spinto i Legionari a farlo quando Benedetto XVI lo ha sospeso nel 2006? Perché ha nascosto questa e altre informazioni fino al 2010? José Barba, (citato nella ricostruzione di Magister) che oggi è professore in pensione del Mexico City college, sostiene che la questione fondamentale per Benedetto XVI era proteggere la reputazione di Giovanni Paolo II. «Ratzinger voleva garantire la beatificazione di Woytjla», afferma Barba. Ma commise dei passi falsi. Su tutti spicca il significativo rifiuto di incontrare le vittime di Maciel durante il suo viaggio pastorale in Messico. Era una decisione coerente con la volontà di tenere il profilo basso sulla vicenda dei Legionari ma fu certamente una scelta “politicamente” errata pensando alle critiche che questa essa provocò. Solo allora Ratzinger, che da cardinale aveva eluso ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, si è trovato per la prima volta a fare i conti con l’imbarazzo per l’entusiasmo del papa polacco verso Maciel anche dopo le denunce del 1998.
Come detto, l’inchiesta vaticana è avanzata dopo la morte di Wojtyla. Ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005), Angelo Sodano, che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi anche sull’emerito papa tedesco. Ancora in settembre, otto mesi prima della sospensione inflitta da Benedetto XVI, Sodano – che oggi è il decano del Collegio cardinalizio – invitava indisturbato l’amico Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza. Secondo Barba, pressando il coperchio sulla vita segreta di Maciel, Ratzinger ha sperato «di difendere la causa di canonizzazione di Woytjla dalle accuse che costui ha protetto un maniaco». Proteggendolo a sua volta e quindi tentando di salvare se stesso.

venerdì 28 agosto 2015

L'inarrestabile ascesa della massoneria in Italia... con il sostegno vaticano



La Chiesa cattolica non è erede dell'Impero Romano. Questa Organizzazione si è inserita in posizioni di comando sfruttando un momento di grande debolezza della frazione occidentale di tale impero. Vi si trova abusivamente, è un impostore, e ne ha coscienza, tanto che ha dovuto inventare la donazione di Costantino (Ahi, Costantin! ) e non solo. 

Con grande abilità geopolitica s'inventò, d'accordo coi Franchi, alleati "naturali", uno Stato che tagliava a metà la Penisola. Questo Stato, allargato o ristretto nella Storia, ha sistematicamente bloccato il processo unitario italiano fino ai giorni nostri. Anzi, fu proprio  Valentino che elaborò una strategia di allargamento, che sarebbe stato il naturale sviluppo dello Stato Clericale, o teocratico che dir si voglia. 

E' peraltro interessante notare (Carlo Curcio: Dal Rinascimento alla Controriforma, Camera dei Deputati, 1934) come, e non a caso, la Controriforma si pose il problema ESSENZIALMENTE ideologico-politico irrisolto fino allora. 

E poiché la Chiesa, almeno fino a pochi anni fa, e prima del cosiddetto Vaticano II, insisteva ideologicamente proprio sulla Controriforma, ne deriva che l'aspirazione allo Stato Teocratico è insita nella Dottrina e nello Spirito del Cattolicesimo.

Tanto che il processo unitario italiano dell'800 fu avviato proprio dalla Chiesa. Innanzitutto attraverso l'opera culturale di intellettuali cattolici. Pochi finora hanno sottolineato che questo importantissimo aspetto. dal Rosmini, al Gioberti, al Balbo, Pellico, D'Azeglio, solo per citare alcuni nomi. 

La massoneria subentrò nel progetto unitario SOLO dopo la defezione di Pio IX nel 1848, defezione che generò anche la nascita di Repubblica cittadine e soprattutto la Repubblica Romana del 1849 alla quale con logica ideologico-politica noi laici continuiamo a fare riferimento. 

Il dissidio con la Massoneria nasce solo per questa ragione. Non è un dissidio ideologico e tantomeno culturale o religioso. Infatti, come ci illustra la Storia dei Roma, i monumenti egiziani che la ornano a tutt'oggi sono frutto di "importazioni" più o meno imperialiste ma la loro presenza documenta la sostanziale reciproca confluenza fra Massoneria e Chiesa in nome, si diceva nel Settecento, della comune matrice egiziana. 

Poi, se è vero che alcune frange di pensatori cattolici, quelle che noi maggiormente stimiamo ma che ci guardiano bene dal seguire, hanno combattuto ed ancora combattono lo spirito massonico, è ben vero che esistono eventi storici di rilevante portata che documentano una sostanziale affinità geopolitica fra queste due Entità a vocazione "globalista". 

La dimostrazione più evidente e STORICAMENTE DOCUMENTATA dell'accordo alla base della dominazione dell'Italia, è data dall'incontro incontrastato fra Pio XII, capo indiscusso dell'Ecumene cattolico, e Truman, capo indiscusso della Massoneria. Accordo confermato dall'Opera del "Papa Buono" di cui conoscono bene le opere e del suo erede naturale, quel Papa Montini sul quale non c'è molto da aggiungere. 

Questa è l'Italia d'oggi. Come ci ha ricordato tempo fa l'amico Antonio Pantano, il festeggiamento della "Liberazione" (liberazione del POTERE TEMPORALE in Italia) è fissato in un giorno che ai fini storici non ha senso, in Italy non è accaduto nulla,  mentre lo ha ai fini geopolitici. Infatti il 25 aprile del 1945 è la data dell'ascesa al trono di Truman negli USA.

Giorgio Vitali


Post Scriptum: Leggere il primo libro scritto da Mauro Biglino dal titolo approssimativo... Chiesa e Massoneria, Davvero così differenti? Ed. UNO

giovedì 27 agosto 2015

"Isis, ammennicoli vari... e la Nuova Roma!" - Su questi schermi...



L’isis proclama e produce video sempre più spinti sulla strada dell’orrore. Non può non farlo: è l’unica vera arma che ha. Come forza militare è irrilevante: l’Europa, anche senza SUA e Russia la spazzerebbe via in un amen. Ma non lo fa per varie regioni.

Prima considerazione: la vera base dei tagliagole è in Siria, più che in Iraq. Ed in Siria c’è un regime che gli Americani vogliono far fuori e che i Russi invece vogliono mantenere (hanno una base della loro Marina Militare, in Siria ed un'altra è prevista a breve). Se Russi ed Americani si mettessero d’accordo, l’isis farebbe una fine rapidissima ed ingloriosa. Così invece non se ne esce. Gli Americani dovranno e faranno un passo indietro, ed il siriano Assad, che già sta vincendo a casa sua, attaccherà l’isis. La Turchia, che ciurla nel manico, bombardando un pochino i tagliagole e molto i Curdi, dovrà far buon viso ed attaccherà gli scomodi uomini in nero.

Badate che quasi il 20/25 % dei "profughi" che stanno arrivando proviene dalla Siria, anche se via Libia, Turchia, Grecia e Italia.

Le ridicole minacce a Roma, sede del papa, e non capitale di uno stato da operetta, servono come carosello per scombiccherati giovani esaltati e delusi, facendo leva sul fatto che, a differenza di Osama Bin Laden, il cosiddetto califfato "pretende" di avere un territorio. Provvisorio, ma esistente.
Sullo sfondo c’è una deliziosa guerra per gli idrocarburi, acuita dal grande giacimento di gas scoperto nel Mare Mediterraneo (vedi: http://paolodarpini.blogspot.it/2013/06/causa-vera-della-guerra-in-siria-e-lo.html).

L’attacco alla Libia, per esempio, era tesa ANCHE ad impedire che l’ENI lucrasse col petrolio libico: oggi nel Paese che era in mano a Gheddafi impera la francese ERG. E noi abbiamo poche briciole.

L’isis è stata armata dagli USA, dall’Inghilterra e,  meno, dalla Francia. E resterà in piedi fino a che l’Europa non picchierà i pugni sul tavolo. La strategia nord americana, infatti, corre su un duplice binario. Distruggere alcuni Paesi poveri di cibo e ricchi di materie prime, per impossessarsene, e contemporaneamente creare più problemi possibili all’Europa che sta germanizzandosi. Che l’Italia, Paese a sovranità limitata, limitatissima (ricordate la teoria Breznev?) ne paghi un conto insostenibile, agli yankee non frega assolutamente nulla, anzi….. Hanno ancora sul gozzo Sigonella…..

Badate bene, se fossi un nord americano sarei ancora più carogna e cinico: gli yankee stanno combattendo per la loro sopravvivenza. Sullo sfondo c’è la Cina. E qui si apre un discorso complicato.

Ricordate la Muraglia Cinese? Si disse che era stata sacrificata una generazione, per costruirla, ma che ne aveva salvate cento.

Da tempo vado dicendo, con scandalo dei benpensanti, che la Cina è una tigre di carta, che anche in Africa è in ritirata, che è sprovvista del tutto di materie prime strategiche e carente di energia. Però i Cinesi mica sono fessi: conoscono i loro limiti e ci si sono adeguati. Hanno fatto incetta d’oro, che continuano a comprare e a produrre, E quando avranno equilibrato le loro riserve auree alla loro moneta, faranno un grosso marameo al dollaro e tutta la finanza finalmente scoppierà come un palloncino, lasciando giustamente il posto all’economia reale, persona più seria ed ammodo.

Quando, una quindicina di anni or sono, la Cina chiese di entrare a far parte del WTO (World Trade Organisation, per me una associazione a delinquere), di istinto pensai che i Cinesi avevano fatto una cazzata galattica. Poi cercai di capirne le motivazioni: hai visto mai che vogliono insinuarsi come un verme solitario nel mondo capitalistico? Mi chiesi. Invece bisogna sempre dar retta all’istinto: fu un errore grosso come l’avidità della casta italiana. 

Ora, con l’arretramento in Africa, non amati, e con una economia in recessione per calo dei consumi mondiali, il Celeste Impero, provvisoriamente camuffato di rosso, paga l’iscrizione ad un club di ladri, grassatori, usurai, assassini. Senza materie prime strategiche, inquinati oltre il lecito, non adusi alla mafia finanziaria da secoli affinatasi, i Cinesi rischiano un botto fragoroso e mondiale. Gli gnomi dalle orecchie lunghe e dai nasi adunchi si fregano le mani. Aspettano solo che gli occhi a mandorla mettano in atto l’antico detto “muoia Sansone con tutti i Filistei”…. E rileggono il talmud.

Tutto questo quadro sembrerebbe apocalittico e color nero inferno. Per me invece è colmo di speranza: rafforza ogni minuto di più l’asse inevitabile e già cresciuto fra Berlino e Mosca. Ci vuole tempo, prudenza e diplomazia. Ma se non io, di certo i miei figli vedranno sorgere la nuova Roma, forte, potente e libera...
Tornerò dall’inferno a farvi i gestacci, quando questo si realizzerà.

Fabrizio Belloni


mercoledì 26 agosto 2015

Kurdistan: "I turchi fanno terra bruciata" - Appello del Movimento ecologico della Mesopotamia per una delegazione internazione



Vogliamo rinnovare il nostro appello per una delegazione internazionale per indagare sugli incendi delle foreste nel Kurdistan del nord causate dall’esercito turco. E' sempre più urgente raccogliere testimoni internazionali in quanto nell’ultima settimana il numero di incendi forestali e foreste bruciate aumentano ogni giorno.

Circa dieci giorni fa attivisti del nostro movimento hanno svolto una prima indagine insieme ad un gruppo di attivisti ecologisti turchi in diverse zone del Kurdistan(un report verrà pubblicato nei prossimi giorni).In base a questo e a informazioni raccolte da gente del posto il numero di incendi boschivi ha superato il numero di 50 in almeno otto province:: Dersim (Tunceli), Çewlik (Bingöl), Amed (Diyarbakır), Mardin, Siirt, Şirnex (Şırnak), Çolemerg (Hakkari) e Bitlis.Il numero complessivo delle aree forestali bruciate nell’ultimo mese ha raggiunto i 10.000 ettari di terra.

Siamo preoccupati che tutto ciò sarà intensificato nelle prossime settimane fino a quando le operazioni militari dell’esercito turco continueranno.

Chiediamo di nuovo agli attivisti politici internazionali,ai movimenti sociali,alle ONG che lavorano sulle questioni ecologiche e ai partiti politici di venire nel Kurdistan del nord il prossimo mese. La tua / la loro partecipazione può avere un contributo per affrontare il problema di questi incendi boschivi a livello internazionale.

I partecipanti della delegazione dovrebbero essere in Amed (Diyarbakir) la sera del 9 settembre 2015. Nel tardo pomeriggio del 12 settembre il programma terminerà. Il 10 settembre la delegazione indagherà sugli incendi boschivi nella provincia di Amed. Il 11 settembre è prevista per un’altra provincia (Mardin o Şirnex).Il 12 porteremo assieme i risultati delle visite. Siamo in grado di offrire ed organizzare alloggio se richiesto.

Siamo lieti di accogliere ogni persona che aderisce a questa importante delegazione!

Ercan Ayboga
Movimento ecologico della Mesopotamia

UIKI ONLUS

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Articolo collegato: 

Sarebbero frutto di una strategia di guerra dell'esercito turco, gli incendi estesi alla zona montana del Kurdistan settentrionale. E' quanto sostiene l'associazione ambientalista Movimento ecologico della Mesopotamia. Il governo turco ha infatti unilateralmente interrotto l'armistizio con la guerriglia curda, sferrando un attacco in forze alle basi del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan)

Secondo quanto denuncia Ercan Ayboga, del Movimento ecologico della Mesopotamia, "L’esercito turco, in modo sistematico e pianificato, spara con munizioni e bombe che provocano incendi boschivi. In particolare nelle province di Dersim (Tunceli), Sirnex (Şırnak) e Amed (Diyarbakir), nelle sue operazioni contro l’Hpg l’esercito ha bruciato parecchie foreste ecologicamente molto sensibili. In tal modo l’esercito turco spera di limitare la mobilità delle Hpg. Questo metodo di lotta contro la ribellione curda di lunga durata è già stato ampiamente utilizzato già negli anni ’90 nel Nord Kurdistan. In quegli anni, nelle regioni contese è stata bruciata quasi ogni grande foresta".

L’esercito di Ankara avrebbe appiccato la maggior parte degli incendi nelle aree che il governo islamista turco ha dichiarato "zone di sicurezza" solo dopo aver ripreso la guerra contro i kurdi. "La popolazione locale e gli attivisti del nostro movimento – spiega Ayboga – sono stati ostacolati dall’esercito turco quando tentavano di raggiungere le zone colpite per cercare di spegnere gli incendi,  mentre le istituzioni governative responsabili non agivano.  Quindi supponiamo che abbiano ricevuto ordine di non intervenire. Diverse centinaia di ettari di foreste sono stati ormai bruciati nel Nord Kurdistan, dove il tipo di albero principale è la quercia».

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/59-uncategorised/4069-la-guerra-ambientale-di-edrogan-fuoco-alle-foreste-per-stanare-i-curdi.html

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Altro articolo:

Secondo Ercan Ayboga, del  Mezopotamya  Ekoloji Hareketi (Movimento ecologico della Mesopotamia), «con la ripresa della guerra nel Nord Kurdistan da parte dello Stato turco a fine luglio 2015, l’esercito turco ha iniziato a bruciare le foreste».

Gli estesi incendi di foreste nel Kurdistan turco sono infatti il frutto degli attacchi dell’esercito turco alle basi montane dei guerriglieri dell’Hgp, le forze di difesa del popolo del Pkk (Partîya Karkerén Kurdîstan) e anche a attivisti politici non legati direttamente alla guerriglia. La Turchia infatti, con la scusa di combattere lo Stato Islamico/Daesh sta fa settimane martellando i militanti kurdi con i quali ha interrotto unilateralmente le trattative di pace.

Ayboga nei giorni scorsi aveva denunciato che «L’esercito turco, in modo sistematico e pianificato, spara con munizioni e bombe che provocano incendi boschivi. In particolare nelle province di Dersim (Tunceli), Sirnex (Şırnak) e Amed (Diyarbakir), nelle sue operazioni contro l’Hpg l’esercito ha bruciato parecchie foreste ecologicamente molto sensibili. In tal modo l’esercito turco spera di limitare la mobilità delle Hpg. Questo metodo di lotta contro la ribellione curda di lunga durata è già stato ampiamente utilizzato già negli anni ’90 nel Nord Kurdistan. In quegli anni, nelle regioni contese è stata bruciata quasi ogni grande foresta».

Una tecnica che ricorda gli incendi delle foreste vietnamite con il napalm da parte dell’esercito Usa, ma qui l’esercito turco brucia foreste che il governo centrale di Ankara considera a tutti gli effetti parte indivisibile della Turchia, smascherando così il neocolonialismo che sta dietro questa guerra che doveva essere contro il Daesh ma che è in realtà contro l’autonomismo Kurdo, sia in Turchia che i Siria o in Iraq..

L’esercito di Ankara ha appiccato la maggior parte degli incendi nelle aree che il governo islamista turco ha dichiarato “zone di sicurezza” solo dopo aver ripreso la guerra contro i kurdi. «Ecco perché la popolazione  locale e gli attivisti  come quelli del nostro movimento – spiega Ayboga – sono stati ostacolati da parte dell’esercito turco quando tentavano di andare per le zone colpite per cercare di spegnere gli incendi. Queste iniziative sono state realizzate mentre le istituzioni governative responsabili non agivano Partiamo dal presupposto che siano stati istruiti dal governo a non intervenire. Ad oggi, diverse centinaia di ettari di foreste sono stati bruciati nel Nord Kurdistan, dove il tipo di albero principale è la quercia».

Il Mezopotamya  Ekoloji Hareketi rivolge un appello agli  attivisti politici internazionali, ai movimenti sociali e alle Ong che lavorano su problemi ecologici a partecipare ad una delegazione internazionale. Questa delegazione dovrebbe  approfondire la dimensione e gli impatti degli incendi boschivi delle ultime settimane, il successivo comportamento dei funzionari turchi, gli sforzi della gente del posto per spegnere gli incendi e, se esistono  incendi in corso e informare l’opinione pubblica internazionale sulla base delle loro osservazioni».

Ayboga conclude «Noi pensiamo che il comportamento estremamente distruttivo dello Stato turco in questa guerra sporca deve essere trattato anche a livello internazionale. Il termine per la delegazione internazionale è prevista dall’8 al 12 settembre 2015».

Fonte: http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/lesercito-turco-incendia-le-foreste-del-kurdistan-per-stanare-i-guerriglieri-del-pkk-video/

martedì 25 agosto 2015

"Quella fiumana di migranti che serve a cancellare i diritti dei lavoratori" - ...la verità di Marco Rizzo sulll'immigrazione forzata



"Questa fiumana di migranti serve a ridurre, se non a cancellare, i diritti dei lavoratori." (Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista)

E' una realtà nuda e cruda questa di Marco Rizzo. Mi permetto di sottolinearla perché ho sempre scritto contro di lui. Questa volta ha ragione (purtroppo).


Il 24 agosto u.s.  a LA7 sceneggiata di quel decerebrato, dal triste sorriso venduto,  di Parenzo, di Sgarbi (schierato come suo solito con il vincitore - in attesa dei pesi da novanta tipo Ferrara) e di altri "sperimentati" con cui hanno la bella pensata di fare l'affermazione idiota per antonomasia: per rimediare al problema della immigrazione bisogna aiutare quei popoli a trovare il modo di procurarsi da mangiare nelle loro terre.


Nessuno ha fatto notare che il problema immigrazione è andato alle stelle dopo che gli esportatori di democrazia hanno ucciso più di 100 mila persone in Iraq, buttando per aria tutta l'economia del paese pur di mettere le mani su 10 miliardi l'anno, e che l'uccisione di Gheddafi ha combinato lo stesso macello in Libia e lo stesso si sta facendo in Siria ed in numerosi paesi africani  vittime del "divide et impera" della politica occidentale (americana). 
 
Nel frattempo Israele continua a mantenere la zona medio orientale al caldo. 

Quindi è retorica pura quella dei "pacifinti", delle più vergognosa, perché è del tutto ovvio che quei paesi non vanno distrutti ! Parlare di aiutare i popoli a cui rovini l'esistenza è da vili bugiardi senz'anima, o da servi senza dignità.

Giorgio Mauri