domenica 23 luglio 2017

Roma... e l'acquedotto a secco


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Quindi nella terra che per antonomasia è stata, nei millenni, famosa per la capacità dei suoi abitanti di costruire acquedotti e portare l'acqua da bere e per l'igiene personale ovunque nel mondo conosciuto, ci si prepara a razionare l'oro blu! 
Gentaccia da niente, dove eravate negli ultimi trent'anni quando quanto sta per avvenire era prevedibile e previsto? Il presidente della Regione Lazio, il quasi per bene (la questione "Capitale non Mafiosa ma criminale" ha toccato suoi fedelissimi collaboratori) Zingaretti, negli ultimi trent'anni ha fatto il politico di professione e di queste ipotesi ha sentito parlare accoratamente da ogni cittadino competente in materia senza riuscite/volere/sapere fare nulla perché quanto sta per succedere non arrivasse a succedere. 
Non ha fatto nulla di serio e ora ce lo viene anche a raccontare televisivamente in attesa di chiederci voti per i prossimi anni per garantirci in cambio "gestione delle emergenze alla Zingaretti", appunto. L'acqua come la salute, la gestione dei rifiuti, le scelte energetiche, la viabilità sono attività complesse che non possono essere più lasciate in mano a mestieranti della politica né, tantomeno, a gente che, pur onesta, si improvvisa solutrice di tali complessità. 
Siamo ai famosi nodi che vengono al pettine e senza tanta, tanta, creatività, passione, intelligenza, visone strategica, il caos prevarrà e con il caos le soluzioni autoritarie.  La democrazia è messa in discussione da questa incapacità di pre-vedere il prevedibile. 
Vi ci voglio vedere, nella città delle mille fontane, stare con l'acqua razionata.
Oreste Grani/Leo Rugens
acquedotti-romani

venerdì 21 luglio 2017

Aumentano gli eremiti, anche a causa della Fornero... - Da Calcata a San Vittorino alle montagne pistoiesi


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L'eremita Mario Dumini di San Vittorino

“...ecco i primi benefici effetti della riforma Fornero? Aumenta il numero degli eremiti che tornano a vitalizzare le vecchie baite e ruderi in alta montagna, a stretto contatto con la natura, favorendo gli ecosistemi e la biodiversità, presidiando e manutenendo il territorio, esercitando meditazione e contemplazione, elevando la propria spiritualità e senza alcun onere per la collettività (essendo privi di assistenza sanitaria e sociale). Chissà quanti effetti positivi di questa preziosa ed ingiustamente vituperata riforma potremo ancora scoprire negli anni a venire …”  –  (Claudio Martinotti Doria) 

Dovrei raccontare anche la mia esperienza eremitica, vissuta  in diversi anni di ritiro nelle grotte e nelle capanne del Tempio della Spiritualità della Natura di Calcata.  Ricordo  a questo proposito  Mario Dumini, che conobbi a Roma nel 1974, quando  facevo vita eremitica in Via Emanuele Filiberto (vivendo senza luce elettrica né acqua corrente, un'esperienza durata un paio d'anni),  fu Mario stesso che mi indicò Calcata come luogo di ritiro stabile.  Successivamente Mario si stabilì in una grotta di San Vittorino, dove ancora risiede, facendo vita solitaria  (vedi:  http://marioduminieremita.weebly.com/chi-e-leremita.html)

Ricordo anche il caso di Marco, fuggito dalla società dei consumi, arrestato il 23 agosto dello scorso anno con l’accusa di coltivazione abusiva di canapa sui monti di Sambuca Pistoiese. E’ lì che da quasi quindici anni aveva scelto di vivere come eremita questo quarantatrenne originario della provincia di Varese. E’ un laureato alla Bocconi di Milano dove discusse la tesi “Metodologie di valutazione ambientale e sviluppo sostenibile”. Una mente brillante e una famiglia benestante alle spalle che lo hanno portato a diventare un product manager dell’Italaudio, storico distributore nazionale del gruppo Yamaha fino al 2001 quando, come lui stesso ha raccontato, mentre si trovava all’Holiday Inn di Manhattan  maturò la decisione di staccare la spina e a giugno dello stesso anno era in mezzo ai boschi delle montagne Pistoiesi, senza carta di credito in tasca, senza auto ma soprattutto senza il ritmo frenetico che imponeva il lavoro e l’azienda. Un ritmo e un lavoro che, racconta l’ex manager, servivano solo per soddisfare bisogni secondari, indotti dal sistema. Marco invece ha scoperto di voler vivere in mezzo alla natura seguendo i suoi tempi, quelli delle stagioni, e diventando un vegetariano…  

E questo sembra il destino di tutti gli eremiti, ovvero: diventare vegetariani. Ma è normale che sia così, poiché vivendo nella natura e rinunciando alla società dei consumi le erbe selvatiche sono il cibo più accessibile (a questo proposito segnalo un mio scritto storico sulla conoscenza erboristica fatta a Calcata: 

Paolo D'Arpini

    Nella capanna di Calcata


mercoledì 19 luglio 2017

Generale Fabio Mini: "La repubblica Italiana non esiste... è semplicemente una colonia USA..."


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Finché a fare certe affermazioni sono individui comuni e di basso profilo è facile screditarli tacciandoli di essere faziosi, filorussi, ideologizzati, prevenuti, ecc., anche quando si dicono ovvietà, cioè cose che dovrebbero essere note a tutti gli italiani, concetti e argomenti che in questa newsletter sono stati ripetuti più volte e ben esplicitati. Questa volta a fare le stesse affermazioni, addirittura con maggior veemenza e severità del sottoscritto, è un personaggio molto qualificato, competente e di grande prestigio ed esperienza (diretta non mediata), che essendo in quiescenza e avendo raggiunto una venerabile età, può permettersi di dire esattamente quello che pensa, senza compromessi politically correct. 

Ma anche in questo caso rimane un problema insormontabile: che la cosiddetta “opinione pubblica” italiana non ne prenderà atto, perché semplicemente non esiste, perché per farsi un’opinione occorrerebbe leggere, documentarsi, analizzare, confrontarsi, ecc., attività che esulano dalle capacità ed abitudini di almeno i due terzi della popolazione italiana (vedasi le varie ricerche sulla gravissima ignoranza degli italiani, in primis quella di Tullio de Mauro di una decina di anni fa). 

Pertanto, se anche le affermazioni del generale Mini fossero miracolosamente riportate su tutti i media nazionali per una settimana, nella migliore delle ipotesi arriverebbero solo a un terzo della popolazione italiana, gli altri due terzi continuerebbero a cazzeggiare occupandosi di sport (calcio in primis), ricette di cucina, quiz, serie tv (che hanno sostituito le telenovela), previsioni meteo, vacanze dei vip, l’ultimo modello di smartphone, l’ultimo metodo rivoluzionario per perdere peso, gossip, sistematica diffamazione e denigrazione di tutti coloro che la pensano diversamente o che semplicemente “pensano”, ecc.. 

A questa poco lusinghiera ma realistica descrizione degli atteggiamenti e comportamenti abituali di una cospicua percentuale di italiani, dovremmo aggiungere che sono pure dotati di memoria corta, a causa della televisione, che per decenni li ha bombardati di immagini, abituandoli al recepimento passivo di informazioni perlopiù superficiali, inutili e fuorvianti, atrofizzando i processi cognitivi, rendendoli incapaci di compiere connessioni, analogie, associazioni, correlazioni, visioni d’insieme, senso critico, ecc.. 

Pertanto non sono in grado di individuare e memorizzare tra i milioni di input che ricevono quelli che sono importanti e prioritari, per cui finiscono per non sapere nulla di quello che conta veramente. 

Provate a chiedere ai cittadini italiani medi se sanno quante basi militari straniere vi siano in Italia e quanto ci costino, quante bombe nucleari vi siano e in quali basi, quanti soldati americani vi siano, se essi commettendo reati nel nostro paese vengono puniti dalle nostre istituzioni preposte o se hanno l’immunità (come fossero diplomatici) e vengono semmai trasferiti o giudicati negli USA, se i nostri servizi segreti sono veramente autonomi o se sono asserviti agli USA, se la nostra classe politica dispone di autonomia e conti qualcosa a livello internazionale o se esegue semplicemente le disposizioni che riceve dall’UE e dagli USA, ecc.. fate loro queste domande e vi renderete conto di quale distanza siderale vi sia rispetto alla consapevolezza manifestata dal generale Mini, che vi propongo in alcune estrapolazioni nell’articolo sottostante.

Claudio Martinotti Doria
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Per contatti: claudio@gc-colibri.com 


Il generale Fabio Mini (su Limes) spiega perché l’Italia è una colonia da 70 anni

di Stefano Verdad - 15/07/2017
Il generale Fabio Mini (su Limes) spiega perché l’Italia è una colonia da 70 anni

Nella nostra tribù, il chiacchiericcio confuso che mischia truci slogan con fastidiosi borborigmi sostituisce, more solito, un’analisi lucida e approfondita delle cause ultime della catastrofica situazione in cui versiamo.  Il polverone alzatosi dopo il 1989, e l’illusione che quella data segnasse davvero la fine di un interminabile dopoguerra, ha offuscato l’unica, triste verità, ovvero che Italia e Germania, e quindi l’Europa, sono nazioni sconfitte ancora occupate militarmente dai vincitori. 

Ovviamente, per affermare pubblicamente questa dura verità, ci voleva una voce esterna, autorevole e indipendente, come quella del Generale Fabio Mini, che, sugli ultimi due numeri di Limes ha spietatamente affondato il bisturi nel bubbone della cruda realtà, raccontandola senza falsi pudori o pelose reticenze. Mini, consigliere scientifico del mensile del gruppo Espresso-Republica, è generale di Corpo d’Armata, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Scrive su “Repubblica” e l’”Espresso” e i suoi libri sono pubblicati da Einaudi e il Mulino. Stiamo quindi parlando di un “esperto” certamente non accusabile di simpatie nostalgiche o dilettantismo superficiale. 

Sul n. 4-2017 della rivista italiana di geopolitica, dedicato  A chi serve l’Italia, il contributo del generale Mini è intitolato “USA-Italia, comunicazione di servizio”, e prende spunto dalla svolta politica del Nuovo Mondo inaugurata dall’amministrazione Trump, che, in nome di un “nazionalismo nostalgico” di reaganiana memoria pretende -come gli altri presidenti, a dire il vero- che tutto il mondo serva gli interessi degli Stati Uniti, e, oltretutto, che tale servitù sia resa con sorridente gratitudine. Per quale motivo? Perché, secondo il generale, gli USA sono convinti che quasi tutti i paesi del mondo, comunque quelli di tutta l’Europa in particolare, debbano qualcosa agli Stati Uniti. (…) 

Un debito permanente e inestinguibile (…) che diventa così una sindrome patologica che toglie qualsiasi autonomia e dignità agli individui e sovranità agli Stati”.  Come i Blues Brothers, insomma, gli USA sono in missione per conto di Dio, per difendere o imporre la loro democrazia, e “la riconoscenza dovuta per tali liberazioni è impagabile. Nella pratica, però, (…) solo l’Italia ha dovuto e voluto accettare un debito infinito rifugiandosi nella sindrome della riconoscenza”, con un’unica, drammatica conseguenza: “la politica italiana è da oltre settant’anni vittima consapevole e felice dell’ingerenza degli Stati Uniti ed è stabilmente al servizio dei loro interessi”. Parole durissime e concetti chiari, che spiegano molti episodi oscuri smontando parecchie versioni retoriche, come l’episodio di Sigonella, che per Mini, invece di uno scatto di dignità nazionale, fu l’ennesima sceneggiata di cui i politici della Repubblica italiana sono maestri: Craxi si scusò con Reagan e poi concesse le basi per l’attacco contro Gheddafi.

Per non parlare, poi, della presenza di truppe straniere sul territorio nazionale: i militari americani sono circa 14mila, le installazioni oltre 110, quasi tutte senza la copertura atlantica, risultando così, secondo Mini, “la naturale continuazione delle esigenze militari delle forze di occupazione statunitensi e alleate in Italia. (…) Per settant’anni abbiamo obbedito ai consigli, alle imposizioni, alle ingiunzioni e alle minacce degli Stati Uniti nella politica, nell’amministrazione, nella giustizia e nella sicurezza senza chiedere e ricevere nulla in cambio, se non il fatidico ombrello di protezione, che proteggeva i loro assetti, e la pacca cordiale di solito riservata ai cagnolini. (…) Abbiamo accettato una divisione politica interna innaturale e deleteria che ha consegnato il potere centrale a politici succubi e corrotti, il potere periferico a formazioni filo-sovietiche e l’opposizione a eversivi nostalgici, fascisti, comunisti e frammassoni. Tutti gestiti e manovrati dai “liberatori” americani e sovietici impegnati in una guerra fredda che da noi è sempre stata calda (… ) Non siamo mai stati così apertamente velleitari nel seguire le istruzioni americane alla Nato e al di fuori di essa come nei periodi di governo delle sinistre. Non abbiamo discusso di niente e obiettato su niente, neppure sulle guerre intraprese in aperta violazione del diritto internazionale. Ci siamo accontentati di cambiarle il nome”.  

Le conclusioni tirate dal Generale sono inequivocabili: “Tutti noi europei e in particolare noi italiani non dobbiamo assolutamente niente, anzi (…) in tutti questi anni l’Italia ha già dato abbastanza pagando un caro prezzo anche in termini di tempo sprecato, risorse buttate e intelligenze massacrate da settant’anni di acquiescenza”.
Il discorso, durissimo, prosegue sul numero successivo, il 5/2017, intitolato USA-Germania duello per l’Europa, nel quale il generale Mini, con la scusa di immaginare un ipotetico futuro, nel suo contributo intitolato “3 ottobre Ultimo Valzer a Berlino” immagina ulteriori rivelazioni di Wikileaks, mischiando fantasia (poca) e realtà (quasi tutta) per dimostrare come la Germania sia tutt’ora un territorio occupato militarmente.

“La Germania non era libera e indipendente e non lo era mai stata dalla fine della Seconda guerra mondiale (…) quando il Piano Morgenthau, elaborato nel 1944, fu applicato per i primi due anni cdi occupazione postbellica e in alcune parti per qualche decennio. Il piano prevedeva la riduzione della Germania a paese agricolo e pastorale, lo smantellamento di tutto il complesso industriale e l’appropriazione degli impianti da parte dei vincitori a titolo di risarcimento dei danni di guerra”. La guerra fredda costrinse a un mutamento di prospettiva, e così “il Piano Marshall dei cosiddetti aiuti alla ricostruzione (…) girava attorno al progetto di opporre gli stessi europei all’eventuale espansione sovietica e di riarmare in un modo o nell’altro la Germania”. Le truppe straniere trasformarono di fatto la Germania occidentale “in un enorme feudo anglo-americano”, nel quale “i tedeschi sapevano benissimo di essere le prime vittime sacrificali di un eventuale conflitto tra blocchi, ma non vedevano alternative (…): in realtà erano prigionieri, e questo diventò palese soltanto dopo il crollo del Muro di Berlino”.

L’impietosa analisi storica del Generale Mini arriva sino ai giorni nostri, con dettagli politici e militari che rivelano la drammatica situazione di un Continente privo di qualsiasi autonomia o residuo di sovranità. Nella finzione narrativa, la conclusione dell’articolo ipotizza per l’anno prossimo un tentativo di uscita dalla NATO, immediatamente seguito da un’impressionante serie di attentati false flag, di cui gli statunitensi sono diventati maestri. 
E lascio al lettore curioso la fatica di recuperare gli articoli originali per documentarsi seriamente sulle cause ultime della nostra crisi, che affondano nella sconfitta militare, politica e umana di settant’anni fa.

Fonte: Barbadillo




Festival di Spoleto - Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde - Recensione


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FESTIVAL DI SPOLETO 60/2017
Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde
di Moises Kaufman
Traduzione Lucio De Capitani
Regia scene e costumi Ferdinando Bruni  e Francesco Frongia
Produzione Teatro dell’Elfo

AUDITORIUM DELLA STELLA
SPOLETO
14 luglio 2017 h20.30

LA STAGIONE DEL DOLORE



Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore
Oscar Wilde, De Profundis


         La formidabile pièce di Moises Kaufman, “Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde”, in questa prima all’Auditorium della Stella di Spoleto, si apre sui dolenti passaggi di quel “De profundis” che il poeta irlandese (qui, un intenso somigliante Giovanni Franzoni) scrive verso la fine della sua prigionia: questa, iniziata nel 1895 nel carcere di Reading con la condanna per perversione sessuale, segna “la morte civile dell’uomo e dell’artista” e si conclude dopo due anni di regime durissimo e di lavori forzati. La morte vera del poeta, genio e artista meraviglioso inesorabilmente distrutto nel fisico, dimenticato e in miseria, costretto a vivere sotto falso nome, avverrà in una fredda Parigi nel novembre del 1900, a soli tre anni dalla scarcerazione. Dodici persone seguiranno il funerale dell’artista che 20 anni dopo sarebbe stato “l’autore inglese più letto dopo Shakespeare”.

         La “narrazione” dei tre processi ad Oscar Wilde è nel testo di Kaufman trascinante ricostruzione polifonica: la tragedia ne emerge con le voci e le differenti visioni dei personaggi che l’hanno vissuta, travalica i confini storici del moralismo vittoriano, diviene epitome della ferocia di tutti gli oscurantismi e ipocrisie sociali.

         Dal processo intentato da Wilde contro il marchese di Queensberry - padre del giovane amatissimo Alfred Douglas - per averlo diffamato riferendo del suo “atteggiamento sodomita”, e conclusosi con l’assoluzione del marchese, scaturiscono come effetto boomerang gli altri due processi, stavolta contro Wilde stesso, che verrà condannato al massimo della pena (che il giudice ritiene inadeguata) per atti osceni e sodomia in “violazione del Comma 10 Sezione 2 della Riforma del Codice Penale”. La rovina si abbatte sull’artista: bruciati i libri, messa all’asta ogni sua proprietà, spezzati i legami famigliari, della sua vita non resteranno in breve che macerie.

       “Sta crollando tutto, e con che fragore… Pensavo solo di difenderlo da suo padre…”: così Wilde guarda precipitare la vita - occorre un orribile coraggio per affrontare tutto ciò - eppure la sua figura piegata resta titanica nello spazio claustrofobico dell’aula di tribunale, nudo contenitore teatrale il cui perimetro si riduce con le sbarre che gli attori gli stringono intorno; qui i nove interpreti consumano le tappe della tragedia, di volta in volta personaggi, narratori ed anche “coro”, voce collettiva della strada (“Ammazzate quel finocchio!”) aizzata da cronisti senza scrupoli e da un giornalismo scandalistico e bacchettone.

       “Non so rispondere a prescindere dall’arte”, dirà Wilde all’avvocato che lo incalza intimandogli di rispondere. E  lui che ha fatto "dell’arte una filosofia e della filosofia un’arte”, che ha “cambiato la mente degli uomini e il colore delle cose”, risvegliato l’immaginazione del suo secolo, sulla scena del tribunale è l’esteta beffardo e prodigioso il cui genio trionfa sulla miseria dei suoi accusatori, ed è infine l’uomo annientato alla lettura della sentenza (E io?... Non posso dir nulla?).

        “Le vere tragedie della vita avvengono in maniera così inartistica”, scrive, e tuttavia la sua figura di artista che “reclama all’arte uno statuto di libertà assoluta” giganteggia sull’accanimento di legulei che nell’ossessiva lettura delle sue pagine cercano le prove di perverse deviazioni sessuali, si erge nella coerenza soave del proprio sentire che nulla concede ad ipocrisie e apparenze, si staglia nitida negli squarci poetici che spezzano l’azione concitata, che stemperano il pathos quando giunge al suo acme.

         La domanda da cui muove la ricerca teatrale di Moises Kaufman – come può il teatro raccontare la Storia – trova dunque risposta nell'appassionata ricostruzione di un’aberrazione giuridica che muove dagli atti originali del processo (la cui trascrizione è comparsa in maniera fortunosa da non molti anni) e in sapiente montaggio lega atti processuali, lettere, scritti di protagonisti e comprimari, articoli giornalistici, componimenti e memorie dello scrittore. Impianto complesso, straordinariamente unitario e coerente pur nella pluralità di voci e nell’intersecarsi di piani narrativi e temporali.

         Dalla “povera luce sporca” che passa dalle sbarre di quella sua cella, da quel suo tempo imprigionato dove “per noi non c’è che una stagione, quella del dolore”, la figura di Wilde ci parla e c’interroga ancora: gli straordinari interpreti e la regia che l’hanno resa viva sulla scena per oltre due intensissime ore l’hanno restituita intera alle nostre distratte coscienze. 
Lasciandoli, ci chiediamo se nel tanto che nel tempo è cambiato, tutto sia davvero cambiato, e se scorie di quell’oscurantismo, dell’ottusità di quei poteri, della ferocia moralistica di una società e di un’epoca, non sopravvivano ancora in troppi anfratti, non sempre nascosti, del nostro vivere odierno.



18.7.2107                                                             Sara Di Giuseppe
                                                               faxivostri.wordpress.com       letteraturamagazine.org     

martedì 18 luglio 2017

L'invasione voluta - La scellerata scelta di un partito detto "democratico"


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E’ proprio vero: anche quelle che sembrano istituzioni forti ed incrollabili, anche quegli scenari che sembrerebbero animati dai più nobili ed incrollabili intenti, finiscono poi con il rivelare qualche umanissima defaillance, e finire con l’essere vergognosamente smascherati. Così è stato per l’attuale dittatura italiana, mal celata sotto le vesti di un ripugnante catafalco ideologico radical-chic-buonista. 

Giorni addietro, in un impeto di ardore misto ad un’ ingenuità che ha dell’incredibile, la immarcescente onorevole Bonino ci ha candidamente comunicato che, guarda un po’, gli sbarchi dei clandestini/migranti/invasori, sarebbe stata etero diretta verso i porti della nostra penisola , grazie ad una specifica richiesta (chiaramente mai resa pubblica, sic!) da parte del nostro amato governo. 

Apriti cielo! Da una parte l’indignazione e lo sdegnoso diniego del fronte pseudo-buonista dall’altra i grillotti che hanno subito colto l’occasione al balzo, per erigersi a quanto mai improbabili paladini dell’identitarismo, con dichiarazioni ed accuse, volte solo a ricuperar voti e consensi in picchiata.

 Da altre parti invece, reazioni tiepide ed in ordine sparso, del tipo “ma era una cosa risaputa”…E invece no! 

Il fatto è tanto più grave, in quanto coinvolge un paese ed un popolo oramai costretti a subire passivamente e senza nulla poter dire, la costante e silenziosa invasione di migliaia di individui delle più disparate nazionalità, che appresso si portano solo miseria, sudiciume, malattie, problemi e, non ultimo, il silente virus della violenza terroristica e che, per questo bel servizio, debbono pagare di tasca propria, un prezzo esorbitante sia in termini di esborso di denaro pubblico che, di significativo abbassamento del tenore di vita e dell’occupazione, grazie al sempre più massiccio ricorso ad una mano d’opera straniera, malpagata e senza alcuna copertura, mentre uno stuolo di giovani e non più giovani connazionali, fugge all’estero in cerca di più remunerative soluzioni di lavoro. 

La scellerata scelta degli ultimi governi italioti in fatto di invasione migratoria, attraverso la messa a disposizione dei nostri porti, non è però frutto di una scelta unicamente nostrana, bensì risponde alla logica di un progetto globale di lungo termine. I decenni immediatamente susseguenti all’ultimo conflitto mondiale, sino agli anni ’90 del Novecento, hanno visto coloro che, da quel conflitto erano usciti sconfitti (Germania, Italia e Giappone), ricuperare vistosamente le posizioni in ambito economico, sino ma raggiungere i primi posti nella classifica delle nazioni più industrializzate al mondo. L’Italia, in particolare, ha, per lungo tempo, mantenuto una invidiabile quarta posizione immediatamente a ridosso delle tre grandi potenze industriali di quegli anni, cioè Giappone, Usa e Germania, il tutto alla faccia di quei paesi come Francia e Gran Bretagna che, invece, si ritrovarono a vedersi surclassati proprio da coloro che avevano sconfitto. 

Non solo. Mentre gli Usa e l’allora Unione Sovietica, si trovavano costretti ad intraprendere spese militari per migliaia di miliardi, in nome della corsa agli armamenti, finendo con il divenire loro stessi vittime di endemici problemi di bilancio ed indebitamento sia interno che estero, l’Europa Occidentale e l’Italia, nella fattispecie, riuscivano a mantenere un invidiabile tenore di vita che, né terrorismo, né crisi petrolifere varie, (tutti evidentemente pilotati nel tentativo di destabilizzare il Vecchio Continente) avrebbero scalfitto, anzi. Di fronte a tutto questo andazzo, sicuramente sempre più anti economico e sconveniente per ambedue i grandi protagonisti del quadro geopolitico di allora, cioè Usa ed Urss, le grandi centrali del Potere Finanziario Mondiale decidevano di innestare un graduale processo di dismissione dell’intero sistema dell’equilibrio del Terrore, partendo verso la metà degli anni ’80 con la fine delle grandi dittature Latino Americane, sino ad arrivare alla gorbacioviana “glasnost” ed all’abbattimento del Muro di Berlino. 

Il tutto al fine di permettere la rimozione di quelle barriere politiche, ideologiche ed economiche che limitavano fortemente l’espansione dei mercati economici e finanziari. Nell’ambito di un progetto di espansione dei parametri economici e finanziari occidentali a livello globale, non ci si poteva certo permettere di consentire ulteriormente l’esistenza di contesti nazionali “chiusi”, caratterizzati da un elevato tenore di vita, animato e sorretto da una forte coscienza dei propri diritti, che di fronte alle pretese di un mercato che per espandersi richiedeva flessibilità, aleatorietà e minimo investimento in termini reddituali e previdenziali sulle risorse umane, avrebbe potuto opporre senza problemi tutte quelle barriere ideologiche, ma anche politico-legislative ed economiche, che caratterizzavano lo status quo sino ad allora vigente. 

Il demandare via via le funzioni della cosa pubblica ad organismi sovranazionali nel ruolo di tutori degli interessi dei mercati e ad accordi in tal senso redatti, non era però sufficiente e, per questa ragione, veniva incentivata l’apertura delle frontiere a flussi migratori organizzati, proprio al fine di diluire, debilitare e deprimere le coscienze dei singoli contesti nazionali, andando a sostituire gradualmente la mano d’opera locale, con quella, molto più a buon mercato e facilmente pilotabile, d’ “importazione”. E che la cosa non sia, come invece vorrebbe la vulgata ufficiale, casuale o frutto di disperata necessità, è dimostrato dal fatto che tutti, ma dico proprio tutti, i flussi migratori verso il Bel Paese, sono frutto di un orientamento preventivo. 

Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché, tanto per fare un esempio, noi siamo terra di migrazione per i filippini e non per i cambogiani o per gli indonesiani. O il perché della straripante presenza di cittadini del Bangladesh, piuttosto che dell’India o del Senegal, della Nigeria e del Congo, piuttosto che della Tanzania o del Madagascar o dello Zimbabwe, ove, comunque, sussistono altrettante situazioni di disagio, miseria ed instabilità. Diciamo che, in base a sottaciuti accordi, i flussi migratori vengono orientati, indirizzati ed incentivati in loco da rappresentanti di organizzazioni finto-umanitarie che svolgono un’opera di mefitica ed ipocrita propaganda presso gli abitanti di quei paesi, paventando la possibilità di inesistenti paradisi europei,con il risultato di mandare allo sbaraglio centinaia di migliaia di disperati e di far lucrare la copiosa schiera di paladini del nostrano buonismo d’accatto. Poi c’è l’imbecille di turno che ti viene a dire che anche noi siamo stati immigrati. Inutile dire che, l’immigrazione europea nelle due Americhe fu fenomeno totalmente differente dall’attuale ondata umana. 

Lì, sospinti dalla necessità si andava in terre la cui densità di popolazione era ridotta al minimo; immense e sconfinate lande selvagge che potevano benissimo accogliere l’impatto di quelle ondate migratorie. Qui invece le ondate umane si riversano su realtà territoriali ridotte, sovrappopolate, la cui composizione etnica, cosa da non sottovalutare assolutamente, nonostante invasioni e sovrapposizioni è, da più di tre millenni e passa, inalterata. Pensare di stravolgere tutto questo, con una forsennata e idiota politica dell’accoglienza significa fingere che la storia europea non esista e preparare il terreno a nuovi e devastanti conflitti etnici. Quando un popolo subisce un’invasione di qualunque tipo, prima o poi, se non è completamente abulico, reagisce. 

I vari risorgimenti europei, le due guerre mondiali, la decolonizzazione, le stesse guerre etniche di fine ’900, e non ultimi, i vari attentati di matrice islamica in Occidente, dovrebbero averci insegnato qualcosa…. E invece nulla, si gira la testa dall’altra parte e si continua con una politica folle e suicida. Intanto, una prima ondata di malcontento ha dato voce e sostegno ai movimenti cosiddetti “populisti” di mezza Europa. Paesi come l’Italia, immiseriti dalle varie crisi globali e sull’orlo di un inarrestabile declino grazie alle politiche ottuse dei vari governi e governicchi (non eletti, sic!) degli ultimi anni, cominciano ad essere attraversati da un crescente malcontento e da una diffusa insofferenza verso il lerciume buonista. Lo slittamento del varo dello “ius soli” dovrebbe, a riguardo, essere esemplificativo. Il governo non eletto Gentiloni ( leggi Renzi-bis), comincia a preavvertire attorno a sé il peso del malcontento popolare ed il rischio di una sonora debacle alla prossima tornata elettorale ed allora con una coincidenza niente affatto casuale, ecco, come in un vecchia e malconcia rappresentazione teatrale, uscire da un infeltrito e sporco cilindro, il solito e spelacchiato coniglio antifascista, ammuffito e stantio, logorato da decenni di tristi sceneggiate. 

Ecco apparire strani gestori di stabilimenti balneari con effigi del Ventennio, ecco le cronometriche uscite dell’On. Fiano, con altrettante ammuffite e stantie proposte di legge, ecco la Presidente della Camera Boldrini, tutta impegnata nel suo ruolo di novella Giovanna d’Arco di un antifascismo dal retrogusto della provocazione pre elettorale. Tutte cose buone solo a far focalizzare il dibattito su cose futili ed a distrarre l’attenzione della gente dai veri motivi di un giusto malcontento. In soli tre giorni, sono sbarcati sulle nostre coste, con il silenzioso beneplacito della nostra classe politica e con l’inanità delle nostre forze (dis) armate, più di ottomila cosiddetti migranti (leggi invasori) stranieri. 

Ospitati e foraggiati con il denaro di un popolo, quello italiano, sempre più impoverito, non dimentichiamolo mai. Mentre quegli stessi che ci parlano di buonismo, di solidarietà, ma anche tanto lesti a mettere le mani nel portafoglio degli italiani, continuano a fruire di prebende e privilegi (stipendi, pensioni, nomine, vitalizi) tali, da rappresentare un vero e proprio insulto a quei cinque e più milioni di italiani, oggidì viventi in una situazione di totale disagio economico e sociale. E qui la sinistra italiana getta la maschera e mostra il suo vero volto, ipocrita, egoista, incompetente, dittatoriale, fautore di un’idea di Stato governato da un’oligarchia di illuminati progressisti, lì a far da contraltare ad un’informe massa di poveri diseredati, senza né radici, né coscienza, né identità.

Umberto Bianchi

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lunedì 17 luglio 2017

Perché il governo italiano sostiene l'immigrazione clandestina?


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In breve, come mai c'è l'immigrazione clandestina, sostenuta dal governo?
Il governo non ha soldi suoi da usare in modo indipendente, non ha strumenti per affrontare la disoccupazione sempre crescente assieme alla deindustrializzazione pure sempre crescente, essendo stritolato dalle regole dell'euro e dell'unione europea minuscola, da cui non ha il coraggio né la volontà di svincolarsi.

Pertanto ha deciso non solo di accettare ma anche di amplificare l'immigrazione intercontinentale imposta dall'unione minuscola allo scopo di ricevere finanziamenti di soldi che sono nostri (poiché l'Italia è contributore netto dell'unione, ovvero dà più soldi di quanti ne riceviamo) da impiegare per salvare cooperative al fallimento (sono moltissime) riciclandole come cooperative di accoglienza.

Di modo che salva occupazione non qualificata (perché le cooperative al fallimento prima si occupavano di tutt'altre attività)  e l'industria del cibo economico preconfezionato.

Senza vincoli per le coop, che non hanno obbligo di pubblicazione di bilancio (un emendamento in commissione di FdI lo dimostra, chiedendo che sia introdotto), talché gli immigrati clandestini hanno due o tre euro al giorno, mangiano ciò che gli viene fornito, stazionano di qua e di là dove vengono spediti, e questo l'unica iniziativa economica di cui il governo è capace per gli italiani: se sei una coop fallita puoi renderti disponibile a sistemare un gruppo di sconosciuti dalla identità ignota poiché autocertificata senza documenti, ricevere dei soldi, usarli come ti pare, tanto c'è l' "emergenza" creata dalla tratta umana organizzata e non devi rendicontare niente a nessuno.

Tanto diversamente ti rimane la prospettiva della disoccupazione, con tanti saluti, compresi gli auguri per sopravvivere all'ulteriore abbassamento del costo del lavoro, cioè della tua possibilità di reddito, visto che alla delocalizzazione industriale e alla liberalizzazione di movimento dei capitali (perfino Andreotti era capace di impedirlo in tempi di crisi !) si aggiunge la concorrenza al ribasso dell'esercito industriale di riserva importato dalle colonie.

Il neocapitalismo globalitario sta costruendo una devastazione mai vista prima a memoria d'uomo, finché qualcuno non lo fermi.

E poi qualche burlone usa indignarsi ipocritamente quando viene citato il piano Kalergi.....il quale è talmente vero e attuale che gli corrisponde persino un preciso premio europeo, già assegnato a Junker, Merkel e Bergoglio.

O il popolo si solleva e rivolta ora, o finirà per non essere neanche più un popolo.

Visto che nel frattempo continua la distruzione dello stato sociale in ogni ambito assieme alla costruzione continua di progetti legge autoritari.


Vincenzo Zamboni


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domenica 16 luglio 2017

Viterbo e Rosa - "Ohi quanto ci costò ... l'averti amata!" (Grillini malcontenti)


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Forse qualcuno dovrebbe dirlo al Sindaco di Viterbo, Michelini, che il trasporto della macchina di Santa Rosa arriva ogni anno la sera del 3 settembre ormai da secoli, qualcuno dovrebbe ricordargli che ogni anno, nello stesso giorno sempre da secoli, più di 100 uomini vestiti di bianco (i facchini) con uno strano copricapo (il ciuffo) per amore della Santa e della città di Viterbo, prestano gratuitamente i loro sforzi per trasportare da San Sisto alla cattedrale di Santa Rosa una torre alta 30 metri. 

Eh sì.…qualcuno dovrà pur ricordargli che il compito di un amministratore è quello di programmare e se nessuno lo fa, Signor Sindaco, lo facciamo noi del Movimento 5 Stelle. Già lo scorso anno avevamo spulciato tutte le spese relative al trasporto, ricordandole che un evento che si ripete ogni anno la stessa sera, può essere programmato con largo anticipo, ma Lei sembra sordo, Lei non ascolta quei rompiscatole dei “grillini” e quest’anno ha continuato a perseverare..( ci riferiamo al servizio di realizzazione delle tribune). La sua giunta, Signor Sindaco, in data 6 luglio 2017 con delibera 221 ha decretato l’urgenza di reperire 100.000,00 € prelevandoli dal fondo di riserva. Ci spieghi Signor Michelini: cosa c'è di urgente in una manifestazione che si ripete ogni anno? Cosa c'è di urgente che non poteva essere previsto prima? 

Controllando poi il documento scopriamo che sul prezzo dei biglietti c'è un aumento di 10 €. A cosa è dovuto? Ce lo spieghi Lei, perché a noi sfugge il motivo di tale rincaro.

Signor sindaco, per il prossimo anno Le consigliamo di fare una bella cura a base di fosforo, Le consigliamo di mangiare tanto pesce e così, forse, potrà ricordare la data della più bella e sentita festa di tutti i viterbesi...anzi ripensandoci...lasci perdere Signor Sindaco, tanto Lei il prossimo anno non ci sarà più ad amministrare questa città!

Grilli viterbesi

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Emanuele Rinaldi - 3931286343
Massimo Erbetti - 3333508202