lunedì 25 luglio 2022

Ingerenze nella politica italica (da parte di chi?)...

 

Di Maio: "Ha stato Putin..."

"Abbiamo sempre considerato l'Italia un Paese sovrano e indipendente. Se essa non viene considerata tale altrove, questo non ha nulla a che fare con la Russia". Siamo mica bravi a far colpi di Stato come voi: "A differenza degli ‘Stati che si  dichiarano democratici’ i cui rappresentanti ammettono spesso, apertamente e senza battere ciglio, di contribuire alla pianificazione di colpi di Stato in altri Paesi, la Russia è sempre stata e rimane ancorata al principio di non interferenza negli affari degli Stati sovrani, e le sue missioni estere rispettano rigorosamente le disposizioni della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche"...”

Maria Zakharova,  Portavoce Ministero degli Esteri Russo

 



Nota d'agenzia:  https://www.askanews.it/esteri/2022/07/20/zakharova-la-russia-non-centra-con-la-crisi-del-governo-in-italia-top10_20220720_120706/

sabato 23 luglio 2022

Il lavoro di draghi è "concluso"...

 


Draghi il suo lavoro l’ha giá fatto, comunque si voglia giudicare questo lavoro. Io lo giudico come il peggio del peggio: la continuazione del Britannia, delle privatizzazioni, della consegna della nostra economia reale agli stranieri. Certo, non é rimasto molto: i balneari, i tassisti, piccoli manrovesci sulle case degli italiani, e poco altro. Ma – come diceva Pierino – il pensiero é quello che conta.

Lui aveva sistemato (si fa per dire) le cose ancóra prima, quando si preparava al salto verso il Colle-piú-alto. Ce lo aveva comunicato col sorriso sulle labbra. Ricordate la sua conferenza-stampa? Il PNRR é giá incardinato, le “riforme” pure, e quindi poteva tranquillamente lasciare le redini del governo in altre mani.

Allora non gli andó bene. Invece gli é andata benissimo adesso. É stato bravo al Senato: li ha messi alle corde con grande abilitá, sia i grillini che il “centro-destra di governo”. Una sequela di attacchi ben calibrati, con calcolata arroganza, con spocchia da vero banchiere della Goldman Sachs. Fino a costringerli a staccargli definitivamente la spina.

Cosí ha ottenuto quello che voleva. Defilarsi prima che la situazione diventi esplosiva. Lui sa bene che l’Italia viaggia verso una crisi economica e sociale da brividi, una crisi dovuta alla politica suicida delle sanzioni e del prolungamento artificiale della guerra in Ukraina. Lo sa bene, ed ha preferito lasciare ad altri la patata bollente.

E speriamo che non sappia altro. Che non sappia – per esempio – che gli americani si apprestino a una escalation della loro guerra “per procura” contro la Russia, utilizzando i prestanome ukraini per provocare un incidente nucleare a Zaporižja o per tentare l’invasione della Crimea. O che, addirittura, non vogliano coinvolgere direttamente nel conflitto la NATO, e quindi anche l’Italia. Ma – lo sottolineo a scanso di equivoci – questa é soltanto fantapolitica. Mi auguro che rimanga tale.

In ogni caso, Sir Drake ha preso tutti in contropiede e si é tirato fuori dai pasticci. Da qui al giorno delle elezioni ne vedremo ancora delle belle. O, piú facilmente, delle brutte.

Michele Rallo




venerdì 22 luglio 2022

La caduta di super Mario... analisi e prospettive



Ѐ caduto (finalmente) il governo Draghi che avrebbe dovuto salvare l’Italia dalla crisi e la recessione economica, e dal problema dell’enorme debito pubblico, ma che ha lasciato una situazione più grave di quella lasciata dal governo precedente.

Il compito che il grande capitalismo italiano, l’Unione Europea, i mercati internazionali ed il “grande fratello” statunitense avevano affidato al super-tecnico Draghi, considerato come l’uomo giusto al posto giusto, era quello di tenere in pugno la situazione respingendo anche i parziali tentativi  di riequilibrio economico-sociale tentati dal precedente governo “populista” di Giuseppe Conte, che era riuscito comunque ad ottenere i finanziamenti europei di oltre 200 miliardi per il cosiddetto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

D’altra parte chi è Draghi? Ex direttore esecutivo della Banca Mondiale e Direttore Generale del Ministero del Tesoro negli anni ’90; ex “managing director” della grande banca privata statunitense Godman&Sachs dal 2002; ex governatore della Banca d’Italia dal 2005; presidente del Forum di Stabilità Finanziaria dal 2006 al 2011; presidente della Banca Centrale Europea dal 2011 al 2019. In quest’ultima veste dichiarò che avrebbe fatto “qualsiasi cosa” per sostenere l’Euro, ed infatti – a questo scopo - non esitò a mandare a fondo l’economia greca in accordo con la Germania.

30 anni orsono, il 2 giugno del 1992, è ricordato il suo noto discorso sul panfilo “Britannia” della regina  Elisabetta, in cui invitava la grande finanza inglese ed internazionale a venire a servirsi sul mercato italiano, acquistando a prezzi favorevoli le imprese pubbliche italiane nell’ambito di una massiccia campagna di privatizzazioni (fatto poi in gran parte avvenuto).

Nel corso della sua attività governativa ha parzialmente affossato precedenti provvedimenti economico-sociali del governo Conte, come il reddito di cittadinanza per le famiglie in difficoltà e lo sgravio fiscale del 110% sulle ristrutturazioni (cosiddetto “superbonus”), ed ha posto ostacoli all’introduzione del salario minimo chiesta dai 5stelle in un paese come l’Italia dove esistono tuttora contratti (legali, non in nero!) di 699 euro mensili e di 4 euro l’ora.

Ora tutti i grandi “giornaloni”, come “Repubblica”, la “stampa”, il “Corriere della Sera”, e le TV di stato e private faranno campagna elettorale contro Conte e i 5stelle per aver fatto cadere il governo di super-Mario (dopo averne bloccato anche l’elezione alla Presidenza della Repubblica). I 5stelle sono accusati anche di scarso atlantismo per aver semplicemente chiesto che il Parlamento fosse informato e potesse discutere sul tipo di armi inviate in Ucraina, fatto che ha offeso profondamente l’ultra-atlantista Draghi, fedele esecutore delle politiche internazionali degli USA e della NATO.

Tra i più accaniti sostenitori di Draghi è stato il PD, insieme ad altre piccole formazioni di centro come quelle di Renzi, Calenda e Bonino. Questo si presta ad interessanti considerazioni politico-sociologiche. Secondo un recente studio citato dal “Fatto Quotidiano” il PD è il partito con la più alta percentuale di funzionari del capitale, quadri tecnici e professionisti di fascia medio-alta che lo pone come partito liberal-conservatore, sostenitore del capitalismo e atlantista. Sul fronte opposto i 5stelle sono il partito a più alta concentrazione di disoccupati, sotto-occupati e precari, fatto che spiega le loro aperture “populiste” di “sinistra”, specie dopo essersi liberati dalla zavorra-Di Maio.

Non si tratta certamente di un movimento rivoluzionario verso il socialismo, concezione politica cui sono rimasti fedeli gruppi molto minoritari come Potere al Popolo o sindacati combattivi come l’USB che paga con persecuzioni ed arresti (vedi i 4 sindacalisti arrestati a Piacenza) le sue lotte radicali (mentre anche l’ex sindacalista “rivoluzionario” Landini ha difeso fino alla fine il governo Draghi perché “era necessario un governo forte con cui trattare”).

D’altra parte il movimento operaio ha fatto molti passi indietro. Il partito a più alta concentrazione operaia è diventato la Lega, che ha imbarcato molti operai del Nord delusi dagli ex partiti e sindacati di presunta “sinistra”. Fratelli d’Italia risulta invece il partito a più alta percentuale di lavoratori autonomi di fascia bassa, come molti di quelli a partita IVA, e componenti di quella piccola borghesia che si è enormemente estesa nell’ultimo secolo rendendo minoritarie anche le grandi concentrazioni di operai-massa, come si diceva un tempo. Le prossime elezioni dovrebbero vedere probabilmente una vittoria di queste formazioni populiste di “destra”, anche se la politica complessiva, regolata dal grande capitale internazionale occidentale, non dovrebbe cambiare molto. Questo impone a chi vuole lottare per una società più giusta una serie di riflessioni profonde sulla situazione reale. Intanto però la “vecchia talpa” continua scavare – come diceva Marx – ed oggi si manifesta con il sorgere di nuovi centri di potere internazionali (Cina, Russia, India, ecc.) che contestano il predominio del capitalismo statunitense-occidentale indebolendone la posizione, con conseguenze tutte da studiare e valutare.

Vincenzo Brandi  



mercoledì 20 luglio 2022

Democrazia come vacca da macello...

 


C'è chi è disposto a vedere in questo processo qualcosa di fatale e forse persino benigno. Dopo tutto la democrazia è sempre stata un esperimento difficile, una forma istituzionale delicata, forse era tempo che il circolo si chiudesse e che si ritornasse ad una forma di potere autocratico (come è stato in prevalenza per millenni).

Purtroppo questa versione in qualche modo consolante è priva di fondamento.
Non c'è nessun ritorno indietro della storia,
Non c'è nessun circolo che si chiude.

La democrazia era nata dopo la Rivoluzione Francese come rimedio, come reazione collaterale (voluta soprattutto dai socialisti nella seconda metà dell'800) ad un cambiamento epocale nelle gerarchie di potere: con l'emergere delle forme di produzione capitaliste il potere economico era divenuto centrale nella gestione del potere, anche politico, e la democrazia era la risposta alla tendenza a sostituire accentramenti di potere a base ereditaria (nobiltà) con accentramenti di potere a base capitalistica (concentrazioni, trust, corporations). 

Oggi, se il modello democratico appassisce ulteriormente e dissecca, esso non verrà sostituito né da un feudalesimo a base teocratica, né da monarchie ereditarie, né da principati affidati a condottieri vittoriosi, né da niente di simile. 

A sostituirlo sarà qualcosa di inedito: un'autocrazia fondata sul potere finanziario e tecnologico, un governo autoritario le cui motivazioni traninanti non saranno né religiose, né politiche, né etiche, ma dipendenti da una visione che combina l'astrazione dell'interesse finanziario in un'astrazione al quadrato con una concezione dove il potere è l'ultimo dio, e il potere è la tecnologia.

Lungi da me idealizzare governi autoritari a matrice religiosa, etica o politica, e tuttavia tutte queste forme di governo avevano un limite interno al proprio dominio, che ne circoscriveva i danni possibili. Erano tutti sistemi guidati di principio da una visione organica ed ideale del mondo, una visione cui i regnanti venivano preparati, una visione paternalistica ma perciò anche responsabilizzante, una visione che veniva percepita anche come criterio di legittimazione a detenere il potere.

Ciò che ci aspetta se ciò che resta della democrazia sarà spento e sostituito dai nuovi modelli di autocrazie tencofinanziarie è un mondo nuovo, un mondo dove l'esercizio del potere non conoscerà limiti di principio, un mondo in cui il posto legittimo per chi non è parte dell'èlite potrà essere solo quello delle mucche da latte o da macello.

Andrea Zhok


martedì 19 luglio 2022

Colpi di stato nel mondo e guerra in Ucraina...




John Bolton è stato uno dei più noti esponenti del gruppo politico statunitense noto come Neocons (Nuovi Conservatori) che sosteneva il diritto degli USA di dominare il mondo con ogni mezzo. Ne hanno fatto parte il vice-presidente all’epoca di George Bush, Dick Cheney, il ministro della difesa Rumsfeld, il vice-ministro e poi presidente della Banca Mondiale Paul Wolfovitz, la segretaria di stato Condoleeza Rice, l’ambasciatrice all’ONU Jeane Kirkpatrick, Richard Perle, William Kristol, Robert Kagan e la moglie Victoria Nuland, vice-segretria di stato ed organizzatrice del colpo di stato in Ucraina del 2014, “scooter” Libby, ecc.

Bolton, già ambasciatore all’ONU e poi responsabile della sicurezza in epoca Trump - interrogato in merito all’organizzazione dell’assalto al Campidoglio dopo la sconfitta di Trump alle elezioni presidenziali del 2020.- ha arrogantemente rivendicato la promozione di numerosi colpi di stato da parte degli USA per colpire governi considerati non allineati agli Stati Uniti. Ha voluto esplicitamente parlare solo di un tentativo fallito che prevedeva il rapimento del presidente del Venezuela Maduro. Ma noi sappiamo che si potrebbero fare innumerevoli esempi, a partire dal defenestramento violento del presidente dell’Iran Mossadeq nel 1953, reo di voler nazionalizzare il petrolio iraniano e difendere l’economia nazionale, fino a giungere all’uccisione del presidente socialista del Cile Allende nel 1973.  .

Rimanendo al Venezuela, possiamo ricordare il “golpe” dell’aprile 2002 contro il presidente Chavez, prima arrestato dai golpisti e poi liberato a furor di popolo. Un altro golpe fu tentato nel 2019 nello stesso Venezuela ad opera del ridicolo fantoccio Guaidò, autoproclamatosi presidente e riconosciuto subito dagli USA, ma poi costretto a fuggire (ormai se ne sono perse le tracce). Il Venezuela ha la colpa di possedere una delle più grandi riserve di petrolio al mondo che il popolo venezuelano vorrebbe utilizzare in proprio. Un altro paese sudamericano, la Bolivia, ricchissima di Litio (elemento indispensabile per le moderne batterie) ha subito un colpo di stato nel 2019 organizzato dalla vice-presidente conservatrice Jeanine Anez contro il presidente Morales considerato troppo di “sinistra”. Anche questo golpe è poi fallito e la signora Anez si trova oggi in galera condannata a 10 anni.

Alcuni colpi di stato fatti per ragioni geopolitiche ci riguardano molto più da vicino e sono stati organizzati non solo dai “Neocons” ma anche quando vi erano presidenti “democratici” come Obama (naturalmente per difendere la “democrazia” e i “diritti umani”). Nel 2004 c’è stata una prima cosiddetta “rivoluzione colorata” promossa dagli USA e dai suoi alleati europei in Ucraina. Lo scopo era portare quel paese – che fino ad allora era vissuto in uno stato di perfetta tranquillità in quanto neutrale tra Occidente e Russia – nell’ambito della NATO e dell’Unione Europea. In seguito questa “rivoluzione” non ha dato gli esiti sperati e l’Ucraina è rimasta neutrale per altri 10 anni fino al 2014.

Contemporaneamente nel 2004 era avvenuta un’altra “rivoluzione colorata”, cosiddetta “delle rose”, in un altro paese ex-sovietico di grande importanza strategica, la Georgia. Era andato al potere un personaggio ultra-nazionalista, dittatoriale e fascistoide, Mikheil Saaskashvili, che ebbe la pessima idea di attaccare nell’agosto del 2008 la guarnigione russa che presidiava la regione indipendentista dell’Ossezia del Sud, sperando in un intervento a suo favore degli USA e della NATO. Tuttavia la NATO non se la sentì di intervenire e Saakashvili, rimasto solo, fu sconfitto in 5 giorni; perse prestigio e carisma e infine fu costretto a riparare in Ucraina. Qui il governo di estrema destra, che si era insediato nel frattempo a seguito del colpo di stato del 2014, gli riconobbe la cittadinanza ucraina e lo nominò governatore della regione di Odessa, una città che è sempre stata filo-russa e ribelle e quindi da tenere sotto stretto controllo. Dopo aver ricoperto anche altri incarichi in Ucraina, Saaskashvili ha cercato di tornare in Georgia dove è stato arrestato.

Certamente il colpo di stato che ha creato più problemi è stato quello del 2014 in Ucraina, organizzato dalla vice-segretaria di stato USA, Victoria Nuland, collaboratrice di Hilary Clinton, e dall’ambasciata statunitense. E’ andata al potere una coalizione di estrema destra comprendente partiti apertamente nazi-fascisti organizzati militarmente, che ha messo fuori legge i partiti di sinistra e attaccato militarmente le regioni di lingua russa che si erano opposte al “golpe”. Il filo-nazista Bandera, che guidò le bande che combatterono dalla parte dei Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e massacrarono centinaia di migliaia di Ebrei e comunisti, è diventato “eroe nazionale”. Un recente articolo di Enrico Vigna diffuso in rete(1) descrive dettagliatamente le persecuzioni, gli arresti e le sparizioni di migliaia di oppositori. La propaganda occidentale che parla di “democrazia ucraina” è una barzelletta, alimentata solo dal desiderio di far entrare l’Ucraina nella NATO in funzione anti-russa.

Qui non si vuole fare un esame della natura del governo russo. Magari può essere oggetto di un esame ragionato e di un altro articolo. E’ certo, però, che qualsiasi governo russo (di destra, di centro , o di sinistra) non poteva assistere senza reagire al pericolo mortale per la propria sicurezza costituito dall’entrata di un grande paese limitrofo, già legato alla Russia da molti vincoli economici e culturali, in un’alleanza ostile, la NATO, che già negli anni precedenti era avanzata fini ai confini russi, istallando basi militari e batterie di missili puntati sul cuore della Russia.

La Russia aveva proposto di venire ad un accordo ragionevole che prevedesse il mantenimento della neutralità dell’Ucraina ed il rispetto dei diritti delle popolazioni di lingua russa dell’Est del paese. Il nuovo presidente ucraino Zelensky era stato eletto sulla base di un piano di pacificazione e buon vicinato con la Russia, ma poi – come rivelato recentemente dal noto pacifista americano Chomsky – il piano è saltato per la pressione delle formazioni di estrema destra che hanno anche minacciato di uccidere Zelensky, che alla fine ha scelto di diventare la loro marionetta. La risposta negativa degli USA e del governo ultranazionalista di Kiev alle moderate proposte russe, che costituivano una “linea rossa”, ha fatto precipitare la crisi. Oggi tutti ne paghiamo le spese: crisi economica, inflazione alle stelle, pericoli di guerra mondiale. Ma chi ne soffre di più è proprio il popolo ucraino mandato allo sbaraglio per interessi che non sono suoi.

 Vincenzo Brandi



lunedì 18 luglio 2022

Popoli colonizzati

 


L'altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti "postcolonial studies".

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un'Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano "compreso" i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione. 

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un'identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come "essere umano pienamente riuscito", perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore. Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest'inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato. 

D'altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di "prima". 

Il passo finale decisivo era l'adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che "noi" fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.  Ma poi, d'un tratto, lo slittamento gestaltico, l'intuizione. 

D'un tratto ho visto che immaginarci come quel "noi" era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori. 

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che "noi" fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d'Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell'ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la "vita vera" fosse quella che ci arrivava come immaginario d'oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell'esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.


Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita. 

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore. 

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere "alleati" degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare "governi fantoccio" in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra. 

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli interessi della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi - salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri - oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza. 

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell'emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

Andrea Zhok



sabato 16 luglio 2022

La guerricciola contro la Russia si è conclusa... qualcuno lo dica alla UE

 


Mentre la guerricciola in Ukraina – anzi, a spese dell’Ukraina – fa lentamente il suo corso, la grande guerra globale mossa dagli Stati Uniti contro la Russia si é, di fatto, giá conclusa. Con la vittoria di Mosca su Washington o – se preferite – di Putin su Sleepy Joe, il bell’addormentato nel bosco della Casa Bianca. Dei volenterosi ausiliari europei (dalla donnetta di Bruxelles al draghetto nostrano e a tutto il resto dell’allegra brigada) non vale neanche la pena di parlare.

Intendiamoci: la guerra sul campo continua, e continuerá ancóra fino a quando gli ukraini (il popolo ukraino, intendo, non l’inquietante corte di Zelenskyi) non capiranno di essere soltanto carne da macello delle strategie atlantiste; o fino a quando i russi si stancheranno di questo tira-e-molla e decideranno – come ha minacciato Putin – di “fare sul serio”. Spero con tutto il cuore che una tale ipotesi non abbia mai a verificarsi, perché ció potrebbe significare – per esempio – il bombardamento massiccio di Kyiev e delle altre cittá ukraine; il bombardamento vero, tragico, quello che non distingue fra obiettivi militari e obiettivi civili, quello che non lascia scampo a nessuno; non le punture di spillo di oggi, quando i russi combattono con le stesse armi degli ukraini, senza fare ricorso ad armamenti ben piú potenti (e letali).

Certo é anche possibile che ció rientri nella strategia degli americani, che questi vogliano spingere la Russia a radere al suolo l’Ukraina, in modo da poter additare l’odiato Putin alla riprovazione del mondo civile. D’altro canto, questo é un metodo che gli USA hanno utilizzato giá altre volte, soprattutto come strumento per avere la giustificazione morale ad entrare in guerra. É giá avvenuto con la Prima guerra mondiale, quando hanno provocato i tedeschi fino a quando questi – stupidamente – hanno preso a silurare i mercantili americani che rifornivano l’economia e la macchina bellica inglesi. Fino all’affondamento del cargo “Vigilantia” e all’annegamento del suo equipaggio (marzo 1917).

Idem con la Seconda guerra mondiale: i giapponesi sono stati provocati a sangue, sino alla folle reazione di Pearl Harbor. Dopo di che, Roosevelt ebbe servito su un piatto d’argento il pretesto per venir meno al solenne impegno preso con gli elettori, secondo cui mai avrebbe mandato «i nostri ragazzi» a morire nella guerra europea.

Ma torniamo a oggi. Sul terreno – dicevo – la piccola guerra ukraina continua, alimentata dall’invio palliativo delle armi occidentali. Ma la grande guerra, quella che – secondo le strategie americane da scuola elementare – avrebbe dovuto mettere in ginocchio la Russia, é platealmente fallita. Anzi, é rimbalzata come un boomerang sul capo di chi la aveva promossa.

E non mi riferisco soltanto agli utili idioti dell’Unione Europea, mandati avanti come carne da cannone nella guerra delle sanzioni decisa a Washington. Mi riferisco soprattutto agli stessi americani, che apparentemente soffrono meno degli europei per l’effetto boomerang.

In realtá, i grandi sconfitti della guerra sono proprio loro, gli inventori della politica delle sanzioni, imposta agli alleati europei come prova di fedeltá alla religione atlantista. É proprio questa politica che é fallita, non riuscendo a “fare del male” alla Russia. Ha invece fatto del male, molto male proprio all’economia degli sfortunati alleati europei. Ma quella che é entrata in crisi – ancor piú clamorosamente – é la dittatura planetaria del dollaro e, con questa, l’egemonia unipolare che Washington voleva imporre al mondo intero.

Procediamo con ordine. Innanzitutto é fallita l’idea balzana – una vera e propria americanata – di assediare economicamente la Russia. Perché? Perché la Russia é uno Stato-continente che é pienamente autosufficiente sia dal punto di vista alimentare che da quello energetico. Inoltre, é il piú importante produttore di materie prime al mondo. Non ha quasi debito pubblico e, quel poco che ha, é pienamente garantito da una delle maggiori riserve auree del pianeta.

E qualche sciocchino – a Washington o a Bruxelles – pensava di metterla in crisi chiudendo i MacDonald? Le sanzioni potranno certamente dare fastidio a Mosca, potranno costringerla a non vendere piú gas e petrolio sui mercati “occidentali”. Ma l’unico disturbo per i russi sará quello di vendere al resto del mondo. Penso al “sistema” commerciale globale noto come BRICS, acronimo risultante dalle iniziali dei suoi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica; con Iran e Argentina che hanno recentemente chiesto di potervi aderire. Si tratta di una alleanza economico-politica di fatto, formata da 5 (fino a questo momento) grossi paesi in forte crescita economica e, soprattutto, ricchi di risorse naturali “strategiche”; e che ha tra i suoi obiettivi dichiarati quello di giungere alla “de-dollarizzazione” del mercato finanziario internazionale.

Orbene, il BRICS e in genere tutto il mondo che non sia “occidente” (il Global South) formano oggi un enorme mercato a disposizione di Mosca. Un mercato che non aderisce alle sanzioni occidentali, e che prosegue tranquillamente l’import-export con la Russia.

L’unico concreto risultato ottenuto dai clan del Democratic Party americano, fino a questo momento, é stato quello di far fare un ulteriore passo avanti ad un processo di de-dollarizzazione del mercato globale che, prima delle sanzioni, muoveva timidamente i primi passi. Adesso, invece, si é irrobustito e mira ben piú in alto: alla creazione di una nuova valuta mondiale “di riserva” alternativa al dollaro, che venga utilizzata nelle transazioni finanziarie internazionali e che fondi la sua forza nella produzione delle materie prime.

Dunque, mentre ad esser messa in ginocchio dalle sanzioni é – purtroppo – l’economia della colonia europea degli USA, il dominio globale del dollaro appare in fortissima difficoltá. E, con esso, l’egemonia planetaria degli Stati Uniti d’America, che proprio sul dollaro basavano la loro potenza.

Ecco perché, a prescindere dal lento andamento sul campo ukraino, la guerra Mosca-Wshington ha giá un perdente: l’America. Ma in Unione Europea non sembrano essersene accorti. E, giulivi come tante Vispe Terese, corrono saltellando incontro ad una crisi che potrebbe avere proporzioni catastrofiche. L’importante é fare un dispetto a Putin. Come quel certo marito che, per fare un dispetto alla moglie ...

Michele Rallo