Dopo l’ondata di meme qualche riflessione sull’accordo del gasolio...
In primo luogo, non segnala né la fine dell’impegno statunitense nel conflitto a favore dell’Ucraina né la fine delle sanzioni statunitensi alla Russia, solo di quelle sulle esportazioni di diesel e solo per la quantità prevista dall’accordo, non in generale. La quantità prevista dall’accordo, poi, cioè 4.800.000 tonnellate, non è particolarmente alta (anche se a leggere il tweet notturno di Pina Picierno pare che lei, oltre ad aver capito che l’accordo è per 300.000 tonnellate quando invece si tratta solo della prima tranche, le consideri una quantità astronomica, che è il guaio di mettere in posizioni di vertice gente che, letteralmente, non sa quanto costa il pane): coprono più o meno il fabbisogno dell’Italia per due mesi e mezzo, e per gli USA sono meno di nove giorni di consumo. Come incasso per la Russia siamo intorno ai 4.5 miliardi di dollari considerando i prezzi correnti, che potrebbero scendere proprio a seguito dell’aumento di diesel disponibile. Per cui questo accordo non risolve sicuramente il problema del prezzo mondiale né riempie la Russia di soldi, come dicono invece liberali del Twitter che stanotte sono impazziti, né può essere considerato il preludio a un attacco statunitense contro l’Iran visti appunto i volumi che verranno mossi, che non risolvono di certo la situazione mondiale né pregiudicano le posizioni iraniane. Ma, sia per quanto riguarda il diesel che i miliardi di dollari, averne di più è certamente meglio che averne di meno, quindi un senso economico questo accordo ce l’ha sicuramente.
La dimensione diplomatica, ovviamente, è quella più importante. La telefonata tra Trump e Putin è stata piuttosto lunga, e se le dichiarazioni statunitensi si concentrano sulla questione del diesel, apparentemente l’unica cosa importante per Trump, quelle russe invece sottolineano che si è parlato di moltissime cose. Secondo Ušakov (link 1) la telefonata è stata organizzata il 7, quando è stato contattato da Witkoff che lo ha pregato di portare a Putin gli auguri di Trump per il suo compleanno e gli ha detto che Trump avrebbe voluto farglieli di persona: confrontando i rispettivi impegni si è deciso per il 9. Per cui la telefonata, che Ushakov ha definito ‟intensa e, direi, amichevole”, si è aperta con gli auguri e con complimenti reciproci; si è passati poi, da parte russa, a ringraziare Melania Trump per il suo impegno umanitario, in particolare per riunire i bambini alle famiglie dalle quali sono stati separati a causa della guerra. Poi sì, si è parlato di carburanti, argomento sul quale Ushakov ha glissato perché tanto era già stato comunicato dai presidenti, e naturalmente si è parlato di Ucraina. E se nella telefonata precedente si era parlato di riprendere i negoziato trilaterali dopo le elezioni russe, ora la posizione russa è cambiata a causa degli attacchi ucraini nei giorni delle elezioni, per cui bisognerà valutare come riprendere i negoziati, posizione che, a detta di Ushakov, Trump ha compreso e ha promesso di comunicare alla parte ucraina.
In conclusione si è parlato di Iran, dato che Putin aveva incontrato Pezeshkian il giorno prima, incassando l’apprezzamento di Trump per il coinvolgimento russo nei tentativi di risoluzione del conflitto, e di Aleksander Ovečkin e del suo contributo all’hockey mondiale (Ovečkin, per chi non lo sapesse, è l’ala sinistra dei Washington Capitals che detiene il record di reti segnate nella NHL e recentemente si è trovato esposto a critiche pesanti negli USA e non solo, per uno spot elettorale girato a favore di Putin che, nonostante le richieste ucraine, non ha avuto alcuna ripercussione sul suo contratto). Da qui in poi ho la netta sensazione che Ušakov abbia iniziato a prendere in giro i giornalisti, dicendo che i due non volevano chiudere la telefonata né agganciare il telefono per primi, e alla fine hanno chiuso insieme, nello stesso momento. Alla domanda più importante, però, ovvero se gli USA avessero fatto concessioni alla Russia in cambio del gasolio, Ušakov non ha risposto.
Ha commentato anche Peskov, molto più sinteticamente, prima enfatizzando il ruolo di Putin come portavoce delle posizioni iraniane, specificando che ha comunicato a Trump la posizione iraniana per una risoluzione pacifica del conflitto in accordo con quanto deciso insieme a Pezeshkian (link 2) e poi riferendo che la maggior parte della conversazione è stata dedicata all’Ucraina e che Putin ‟ha accolto con favore alcune proposte americane riguardanti misure volte alla de-escalation”, senza ovviamente specificare quali (link 3).
Insomma, le uniche due cose che avremmo voluto sapere Ušakov e Peskov non ce le hanno volute dire. Ma che l’accordo sul diesel non sia una cosa che è stata improvvisata ieri è ovvio, così come è ovvio che conviene ad entrambi, per motivi diversi. Che un ‟oil deal” fosse in discussione tra le parti era noto da tempo, ma non era chiaro se e come si sarebbe concretizzato. E perché si concretizzasse gli USA avevano fatto alcune pressioni sull’Ucraina perché smettesse di attaccare le raffinerie russe, cosa che non è avvenuta. Secondo la ricostruzione di Barak Ravid per Axios (link 4), l’Ucraina ha ignorato per sei volte le richieste statunitensi, e proprio questo ha portato all’accordo USA-Russia sul diesel. Witkoff e Kushner hanno così comunicato alla delegazione ucraina arrivata a Miami per un nuovo round di colloqui che Trump avrebbe di lì a poco sentito Putin e avrebbe tolto le sanzioni sul diesel, perché gli attacchi alle raffinerie ‟fanno male alla Russia, ma fanno male anche agli USA”. Secondo un anonimo diplomatico ucraino citato da Ravis, gli USA avrebbero anche minacciato di sospendere la condivisione di intelligence con l’Ucraina se gli attacchi non fossero cessati, cosa che è invece negata da un’altra fonte anonima, stavolta statunitense.
I colloqui, apparentemente, erano iniziati bene, con la discussione di una serie di misure per la ricostruzione dell’Ucraina e di garanzie di sicurezza reciproche per Ucraina, Russia e paesi europei, prima che la situazione precipitasse per la decisione di Trump. La delegazione ucraina ha lasciato quasi subito Miami, anche se era previsto un altro giorno di colloqui, per fare ritorno a Kiev e discutere con Zelensky i nuovi, inaspettati e sgraditissimi sviluppi. Lo stesso Ravid ha intervistato telefonicamente Zelensky (link 5), che ovviamente ha reagito con molta durezza: l’accordo ‟non è giusto e non è onesto”, perché non porta con sé, come voleva l’Ucraina, una tregua per gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Esprime debolezza da parte statunitense, ha continuato, e gli sembra una ‟Alaska numero due” che non aiuterà l’Ucraina e non aiuterà nemmeno gli USA. La preoccupazione a Kiev è palpabile, e non potrebbe essere altrimenti. Nonostante tutto, però, anche stanotte due raffinerie russe sono state attaccate, a Rostov e a Samara: segno abbastanza evidente che, ormai, l’Ucraina non ha più niente da perdere.
Francesco Dall'Aglio


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