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venerdì 3 febbraio 2012

Europa/Italia - Dalla democrazia al totalitarismo mascherato da democrazia - Lettera di Anthony Ceresa

Il sogno segreto degli italiani...


Prima o poi doveva succedere, la pseudo Democrazia Europea non era altro che una forma iniziale di Unione presentata su un piatto d’argento, studiata falsamente per migliorare la qualità della vita della Comunità, mentre sotto all’immagine di facciata, “la papera” covava il preludio al Totalitarismo Europeo.

Creare l’IMPERO d’EUROPA sotto al dominio della Germania o della Francia, con noi mezze cartucce vendute da Commissionari Mercenari.
E’ ben chiaro dall’evolversi della Politica di imposizioni, riportata in modo sfumato dai giornalacci del 31 Gennaio 2012, con il titolo in lettere cubitali: "INTESA UE DEI 25".

Da queste poche lettere si può capire che quella minuscola parte di persone con la cioccolata in testa al posto del cervello, le quali prepotentemente formano i 25 Stati della Comunità, fanno e disfano a piacere, senza alcuna considerazione per i Cittadini che nella realtà non contano più nulla.

Continuano con arroganza a guidare il destino dei popoli, senza considerare che il mondo dei pecoroni sta cambiando un po’ per volta, in modo lento ma consapevole, a causa della confusione organizzata e sostenuta dai vari settori mediatici di interesse, in supporto alle Politiche di grandezza che mirano ad una guida Europea Totalitarista.

Analizzando la situazione attuale del nostro Paese, condivisa da tutti i Partiti della Maggioranza, ma anche dell’Opposizione, incluso i Sindacati e le maggiori Organizzazioni in difesa dei diritti umani, sono tutti in appoggio alla distruzione definitiva del nostro Paese, in cambio di chissà quali promesse di Gloria.

Il percorso è stato lungo ma ben programmato iniziando con il progressivo accrescere del debito pubblico, imporre la Globalizzazione e l’Euro con il Signoraggio, per indurre il paese ad una situazione di recessione costruita nel tempo, e farla scoppiare al momento propizio, cogliendo l’occasione della collaborazione di persone irresponsabili al limite dell’età senile, con promesse di gloria eterna nell’aldilà.

Nel frattempo, nel Paese la Mafia Istituzionalizzata trova il terreno fertile per crescere con una Giustizia inesistente, mettendo in serio pericolo anche la millenaria supremazia della Fede Cristiana, coltivata e cresciuta all’ombra e alla pari dei Poteri Forti, incuranti delle riflessioni negative prodotte dai fedeli che assistono alla degradazione certamente non esemplare della Chiesa.

Nel frattempo assistiamo all’avanzata dei seguaci di Maometto, i quali sono riusciti ad introdursi e diffondersi numerosi in tutta l’Europa, indebolendo il potere assoluto della Chiesa, la quale aveva impostato in nome di Dio tutte le filosofie di grandezza, soggiogando Popoli e Nazioni per la gloria del Potere.
Bisognerebbe rivolgere l’attenzione alle ultime sparate ideologiche dei grandi uomini, fra i quali il precedente Guru in Economia, Dottor Professor Onorevole Tremonti, “gli Italiani sono ricchi e nel peggiore dei casi, possiamo sequestrare i Conti Bancari”

Questa uscita da invertebrato, certamente non degna di un Politico, ha indotto gran parte degli Italiani a ritirare le loro economie dalle banche e metterle al sicuro in altri stati più seri e sicuri.

Nel frattempo, nel Paese le Ditte continuano a chiudere, peggiorando il livello di disoccupazione che sta crescendo artefatto dall’informazione.
Dalle parole e pensieri nel nuovo inquilino senza scrupoli di Palazzo Chigi, veniamo informati che il posto fisso non c’è più, il Diritto non c’è più, la Giustizia non c’è più, e fra non molto chi pronuncerà il Buon Giorno, verrà multato per ripagare il mostruoso debito pubblico creato dalla Politica.

La maggiore preoccupazione nel Paese ormai perduto, è rivolto ai nostri figli, nipoti e a tutti i giovani senza una visione credibile su un futuro di dignità, di lavoro e di famiglia.

I pochi fortunati a godersi il bel panorama di povertà che si sta sviluppando a macchia d’olio, saranno sottomessi agli ordini del Regime di imposizioni impostate su una politica mangia tutto. Il ritorno allo schiavismo.

Tanto per citare qualche bravata: l’Agenzia delle Entrate deve ancora rimborsare alle imprese 5,5 miliardi di euro di crediti Iva annuali maturati nel 2010. Il Fisco avrebbe dovuto versare i soldi entro il 31 dicembre 2011, ma non ce l’ha fatta. E difficilmente riuscirà a pagare tutto il debito quest’anno. Anche perché buona parte delle somme (3,7 miliardi) che ogni anno l’Agenzia utilizza per rimborsare imprese e contribuenti è stata prelevata dal governo per pagare i debiti commerciali della pubblica amministrazione. Le imprese dovranno attendere tempi più lunghi per ottenere l’Iva anticipata allo Stato.

Il rapporto che la Commissione Europea stilata su basi mensili parla chiaro: multe, richiami e contestazioni inviate ai paesi europei, dipinge, per noi, un quadro sconfortante, perché nel contesto Europeo l’Italia è la prima della classe a non obbedire ai regolamenti e di conseguenza paghiamo le sanzioni.

Per non avvelenarci la vita, conviene darci alla Poesia.

L’Infinito di Giacomo Leopardi
Sempre caro mi fu quest’ermo colle/ e questa siepe e questa terra,/ e questo mare che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude/ Ma sedendo e mirando, interminati/ spazi di là da quella, e sovrumani/ silenzi, e profondissima quïete/ io nel pensier mi fingo; ove per poco/ il cor non si spaura. E come il vento/ odo stormir tra queste piante, io quello/ infinito silenzio a questa voce/ vo comparando: e mi sovvien l’eterno/ e le morti stagioni, e la presente/ e viva, e il suon di lei o Patria mia./ Così tra questa immensità s’annega il pensier mio/ e naufragar m’è dolce in questo mare... (di mierda)

Anthony Ceresa

giovedì 2 febbraio 2012

Come il "turismo di massa" può distruggere una comunità... succede nel "terzo mondo" e forse è successo (in parte) anche a Calcata..



Globalizzazione del putridume ad opera dell'omuncolo più miserabile: il "turista"

Negli ultimi anni, con le tariffe aeree "low cost" e la nascita di Resort e villaggi turistici nelle più belle località del Terzo Mondo, è stata creata una situazione paradossale quanto inquietante.

Attraverso il turismo di massa, le persone già svantaggiate e depauperate da secoli di colonialismo, vengono ulteriormente danneggiate, e in molti casi ridotte a schiavi o a merce.

Secondo l'Organizzazione Mondiale del Turismo, nel 2010 sono state un miliardo le
persone che hanno fatto viaggi turistici all'estero. Dunque il turismo è un mercato
in crescita. E' emerso che i turisti appartengono a 20 Paesi, tutti nel Nord
del mondo. Chi vive in un Paese povero non può viaggiare, se non
clandestinamente, rischiando la vita. E in quel caso non si tratta di turismo.
Gli abitanti dei paesi poveri non soltanto non fanno turismo, ma a causa del
turismo sono costretti a subire regimi dittatoriali e miseria. Infatti, nei
paesi del Terzo Mondo, la ricchezza portata dal turismo finisce quasi
completamente nelle tasche degli imprenditori stranieri e dei dittatori dei
regimi-fantoccio.

La quantità di europei che si recano nei cosiddetti paradisi turistici è in
aumento. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di persone che ignorano
completamente le condizioni politiche, sociali ed economiche dei paesi in cui
vanno.

Dalle statistiche risulta che l'Italia è uno dei paesi che più pratica il
turismo sessuale. Sembrerebbe che ogni anno centinaia di migliaia di
pensionati, padri di famiglia, impiegati, imprenditori, e altre persone del
tutto insospettabili, si rechino nei paradisi del turismo sessuale per avere
rapporti sessuali con ragazze giovanissime, talvolta bambine di 12 o 13 anni.

I governi di questi paesi sanno benissimo cosa accade, e perché c'è un flusso
così alto di turisti, ma, anche quando approvano leggi che proibiscono la
pedofilia e la prostituzione, chiudono entrambi gli occhi di fronte al turismo
sessuale. Si tratta di governi-fantoccio, che permettono lo sfruttamento delle
risorse da parte dalle grandi imprese straniere, costringendo la maggior parte
della popolazione a vivere in condizioni di miseria tali da essere costretta
allo sfruttamento lavorativo o sessuale.

La propaganda occidentale nasconde o mistifica la vera situazione del turismo
di massa, e parla di "globalizzazione" e di "sviluppo delle aree povere".
Gli europei sono indotti a credere che il turismo nei paradisi turistici sia
tutto sommato conveniente per le popolazioni indigene, che non possono non
trarre vantaggio, dato che i turisti portano denaro. La parola "colonialismo"
non viene affatto associata al turismo, eppure se si analizza bene la
situazione di questi paesi si comprende come tale termine spieghi esattamente
la situazione in cui queste popolazioni vivono.

A partire dalla fine degli anni Settanta dello scorso secolo, il Fondo
Monetario Internazionale ha imposto le "ristrutturazioni", che miravano a
sfruttare le bellezze naturali di questi luoghi, sviluppando il turismo.
L'obiettivo principale era quello di indebitare i paesi e costringere le
autorità locali ad approvare leggi che dessero alle imprese straniere il potere
di costruire alberghi e Resort, sapendo di poter avviare un lucroso turismo,
senza pagare tasse, e potendo sfruttare le risorse naturali. Si tratta, in
altre parole, di saccheggio coloniale, che mira a privare le popolazioni dei
loro diritti e, impoverendole, costringerle a lavorare per salari da fame o a
prostituirsi. La globalizzazione ha seminato miseria e ha rafforzato regimi
dittatoriali senza scrupoli. Il processo di globalizzazione non è altro che un
modo "legale", utilizzando il perverso meccanismo del debito e imponendo
condizioni favorevoli soltanto alle imprese. Per molti anni in Occidente i mass
media hanno fatto credere nella menzogna che l'Fmi e la Bm agissero per
incrementare lo sviluppo economico dei paesi poveri, mentre invece facevano
tutto il contrario.

Spiega l'economista Joseph Stiglitz:
"Oggi, pochi difendono l’ipocrisia nel pretendere di aiutare i paesi in via di
sviluppo nel forzarli ad aprire i loro mercati ai buoni e avanzati paesi
industriali i quali d’altro canto mantengono protetti i loro prodotti,
politiche che rendono i ricchi più ricchi e i poveri più poveri e incrementando
la rabbia.... (i funzionari dell'Fmi) cambiano il mandato e gli obiettivi,
mentre dovrebbero starsene tranquilli, in modo sottile, dal servire gli
interessi economici globali, sono passati a servire gli interessi della finanza
globale... La mentalità coloniale – la certezza di conoscere cosa sia meglio
per i paesi in via di sviluppo - persiste... La globalizzazione oggi non sta
lavorando per i poveri del mondo. Non si sta occupando molto dell’ambiente. Non
sta lavorando per la stabilità dell’economia globale."(1)

I paradisi turistici sono tali soltanto per i turisti occidentali, mentre per
la maggior parte della popolazione locale sono luoghi in cui si vive come
all'inferno.

Le mete più ambite sono proprio quelle in cui ci sono feroci regimi mascherati
da democrazia, e in cui molti bambini e ragazzine sono costretti a prostituirsi
per poter mangiare. Fra queste mete troviamo l'arcipelago delle Maldive, la
Thailandia e le isole dell'arcipelago di Capo Verde. Il turismo sessuale, che è
in crescita, viene praticato anche nell'Est europeo e in America Latina.

In questi paesi, la globalizzazione ha distrutto le economie locali, e
costretto alla miseria e alla fame milioni di persone, facendo aumentare ancora
di più il divario fra Primo e Terzo Mondo, e inducendo gli abitanti del Primo
Mondo a sfruttare ulteriormente le persone più povere, considerandole alla
stessa stregua di oggetti. Il più povero diventa un oggetto privo di diritti, e
le aree del turismo sessuale diventano luoghi in cui c'è la possibilità di
superare i normali tabù, in cui anche la depravazione più criminale, come la
pedofilia, diventa lecita. Tutto ciò avviene nella rivendicazione di una
presunta superiorità dell'uomo bianco occidentale, atavico conquistatore e
sfruttatore di schiavi.

In molte di queste località il popolo è stato ulteriormente impoverito
dall'arrivo delle grandi imprese straniere, che si sono appropriate dei loro
beni e sfruttano le risorse locali con enormi agevolazioni legali e fiscali.
In molti di questi paradisi turistici i bambini non hanno scuole e non ci sono
ospedali per la popolazione.

Le persone che vivono in questi luoghi vengono considerate prive di valore, e
i governi-fantoccio, per avvantaggiare gli investitori, sono disposti a
qualsiasi cosa.

Alle Maldive, molte persone percepiscono che il nuovo assetto li vede privi di
valore: "non valiamo niente, siamo solo un fastidio... Dio quando ha creato le
Maldive è stato generoso, ma ora sono un paradiso solo per voi, per noi invece
c'è solo fame, disoccupazione, disperazione, e se qualcuno protesta se la passa
davvero male"(2) , dicono. In Occidente viene diffusa una falsa percezione di
ciò che realmente è la globalizzazione e di cosa è accaduto nei luoghi in cui
sono sorti i paradisi turistici. In realtà le "democrazie" che gli occidentali
portano nei paesi del Terzo Mondo non sono altro che sistemi di dominio
economico-finanziario, mascherati dal pluralismo partitico. Le popolazioni
diventano "sovrane" soltanto nella scelta di un partito piuttosto che un altro,
e siccome tutti i partiti sono controllati dal gruppo egemone, la situazione di
governo vedrà comunque il prevalere degli interessi di pochi, mentre la
popolazione sarà tenuta sottomessa attraverso le forze militari o il
terrorismo. Nelle Maldive, da ben ventinove anni, c'è lo stesso presidente-
fantoccio, Maumoon Abdul Gayoom.

Nel 2003 Amnesty International, in un rapporto, ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani da parte del regime di Gayoom. In particolare, si tratta di torture, maltrattamenti nelle carceri, arresti arbitrari di intellettuali, militanti politici dell'opposizione e di persone che difendono i diritti umani. Nello stesso anno tre persone arrestate morirono misteriosamente in carcere, e la popolazione si sollevò. Gayoom, dopo questi fatti promise generiche "riforme", che non sono mai state attuate. Ad oggi la popolazione si ribella contro la dittatura mascherata da democrazia, e si sono avuti arresti in massa.

Così il capo della vera opposizione politica delle Maldive racconta la
situazione del paese:
"Mi hanno torturato più volte negli ultimi venti anni. Sono stato nelle loro
prigioni speciali sei o sette volte e ho trascorso cinque anni in carcere
semplicemente perché avevo espresso le mie opinioni a favore della
democrazia... In questo paese ci sono pochissime persone, non più di 50, che si
prendono tutti i soldi e beneficiano di tutte le ricchezze delle Maldive,
mentre la nostra gente vive nella miseria. Allora alcuni di noi, tempo fa,
avevano preparato una lista di Resort da boicottare, dove voi occidentali non
dovreste più andare perché sono di proprietà dei dittatori, e andandoci li
arricchite e consentite loro di restare al potere. Se continuerete ad andarci
sarete contro la nostra gente perché è una vergogna che voi veniate qua e
facciate il bagno nel nostro mare, vi sdraiate al sole sulle nostre spiagge
mentre nelle isole vicine noi siamo arrestati, torturati e massacrati. E' una
vergogna".(3)

L'arcipelago di Capo Verde, che comprende dieci isole e otto isolotti, si
trova nell'Oceano Atlantico, 450 km al largo del Senegal e 1200 km a sud delle
Canarie. Dal 1995, il Governo iniziò a fare riforme per avvantaggiare le
imprese straniere, su pressione degli organismi internazionali. Fra il 1995 e
il 2000 fu attuata una politica di liberalizzazione e privatizzazione della
maggior parte delle imprese pubbliche. Le imprese che si contendono gli affari
sono oggi principalmente spagnole, italiane, portoghesi, inglesi e
statunitensi.

L'isola di Sal è la più frequentata dai turisti occidentali, e a causa del
turismo di massa l'assetto economico è stato distrutto quasi completamente.
Racconta un cittadino capoverdiano:

"Il turismo porta ricchezza solo a pochi... alla gente di Capo Verde la
ricchezza non arriva perché c'è una politica che favorisce le imprese
straniere. Tutti gli alberghi... non comprano niente qua, anzi entrano in
concorrenza con le piccole imprese locali. Noi capoverdiani cominciamo ad avere
difficoltà a sopravvivere nel nostro paese... un umile lavoratore capoverdiano
non riesce a competere con le multinazionali del turismo, e così una parte
della popolazione sta pagando... per l'arrivo del turismo di massa".(4)

I turisti rimangono spesso chiusi nei villaggi, dando profitto soltanto alle
imprese straniere. I Resort, pur sfruttando le risorse locali, non pagano tasse
e sfruttano i lavoratori dando stipendi medi di 150/200 euro mensili.
Nel nostro paese esiste la Legge 269/98, che negli articoli 5 e 7 condanna e
punisce come reato il turismo con scopo sessuale, anche se praticato
all'estero. Eppure sono diverse le imprese italiane che si prodigano a
costruire villaggi e Resort nelle località del turismo sessuale, e sono
centinaia di migliaia gli italiani che ogni anno viaggiano per praticare lo
sfruttamento sessuale di ragazzine e bambini. Coloro che promuovono il turismo
sessuale o che praticano la pedofilia nei paesi poveri, hanno un senso di
impunibilità, dato che è assai raro che qualcuno venga perseguito dalla legge.
Le aree povere del pianeta sono considerate come zone in cui tutto è lecito, e
sono assai scarsi i controlli e le indagini da parte delle autorità
occidentali.

Alcune località della Thailandia sono diventate centri del turismo sessuale.
Ad esempio, il villaggio di Pattaya, fino ad alcuni anni fa un semplice
villaggio di pescatori, è stato trasformato in un centro di prostituzione in
seguito all'arrivo di soldati statunitensi in cerca di "svago".
Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie, soltanto in Thailandia ci
sarebbero circa 350.000 prostitute tailandesi e birmane, la maggior parte poco
più che ragazzine, che si esibiscono nei locali notturni, e per pochi euro
offrono i loro corpi ai turisti. Secondo alcune ricerche, almeno il 50% di
queste ragazzine sarebbe sieropositivo HIV. Quelle che si ammalano di solito
vengono fatte sparire nel nulla.

"Sono soltanto puttane" dice un turista europeo al giornalista Silvestro
Montanaro. "Ma lei ha mai parlato veramente con loro?" chiede il giornalista.
Risponde il turista europeo: "Non ne vale la pena... raccontano tutte le stesse
storie. Dicono che lo fanno per soldi... che qualcuno è malato, morto o in
ospedale".(5)

Le ragazzine raccontano storie di miseria, di ingiustizie, o di agghiaccianti
violenze.

Ad esempio, una ragazzina birmana raccontò:
"Sono venuta in Thailandia con mia madre, da noi non potevamo più vivere,
eravamo ridotte alla fame. Mamma si è trovata un lavoro ma la pagavano
pochissimo, e allora ho provato a cercare lavoro anch'io. Un uomo mi ha detto
che conosceva un bar in cui avevano bisogno di una ragazza. Ho chiesto se non
era un problema che fossi appena una ragazzina, lui mi ha sorriso e ha detto
'no anzi è ancora meglio'. (Disse) che cercavano una bambolina come me. Quando
sono arrivata lì ho visto tante ragazze seminude che intrattenevano i turisti.
Ho detto a quell'uomo che quel posto non mi piaceva, che mi faceva paura e
volevo andare via. Lui mi ha trascinata in una stanzetta e mi ha violentata.
Poi è andato via e ha chiuso la porta. Qualche ora dopo è entrato un uomo, era
un turista. Mi sono buttata fra le sue braccia (dicendo) 'mi aiuti la prego',
ma quello ha cominciato a toccarmi. Ho provato a scappare ma lui mi ha buttata
sul letto. Piangevo, urlavo 'sono solo una bambina'. 'Lo so' ha detto lui, ho
pagato tanti soldi per averti... Mi ha usata tutta la notte e credo sia andato
via soltanto quando sono svenuta... mi sono svegliata in uno strano ospedale,
tenuto da dottori amici dei miei padroni. Si perché ora ero una cosa, avevo dei
padroni. Dopo due mesi mi hanno riportata a quel bar, ho detto che non avrei
fatto più certe cose e i padroni hanno detto che potevo andare via. Anzi, uno
di loro ha detto che mi accompagnava, e invece mi ha portato in una casa dove
c'erano tanti uomini, dieci o forse di più. Ci sono rimasta tre giorni, tre
giorni da incubo. Ho passato un altro mese in ospedale e quando mi hanno
riportata in quel bar ero un'altra persona. Da allora faccio tutto quello che
vogliono loro. Vado con clienti, rido, li soddisfo. I turisti dicono che sono
brava, che sono sexy, la loro bambolina sexy. Giocano con il mio corpo ma a me
non importa più niente, tanto sono morta. Sono morta un venerdì di tre anni fa,
sotto nessun cielo, invocando mia madre, fra braccia violente e sconosciute che
pretendevano amore. Che schifo di amore, mentre il mio cuore si velava per
sempre di orrore".(6)

Sono queste le storie orrende che i turisti non vogliono sentire, per usare i
corpi delle ragazzine e continuare ad essere i paladini della "democrazia" e di
una presunta alta civiltà.

"Goditi la vita" è il motto di questi turisti. E alla domanda sgomenta di
Montanaro: "ma come è possibile godersi la vita sfruttando delle ragazzine?",
un anziano turista europeo rispose: "Perché no?... basta avere soldi... le
compro tutte, compro tutto ciò che voglio".(7)

Alcuni studiosi hanno ravvisato nelle persone che praticano il turismo
sessuale delle affezioni patologiche individuali e un notevole atteggiamento di
disprezzo verso le persone dei paesi poveri. C'è anche il pregiudizio dovuto
all'ideologia diffusa dalla cultura di massa, secondo la quale il valore delle
persone dipende dai soldi che hanno, e chi ha soldi può tutto.
Nessuno dei turisti del sesso si interroga su come la prostituzione distrugga
la vita di quelle ragazzine, e sul degrado morale e sociale che la
mercificazione del corpo produce in chi si vende e in chi compra. Quello che di
sicuro caratterizza queste persone è la doppia morale gravemente impregnata di
razzismo. Molte di queste persone hanno avuto figli, forse hanno anche nipoti,
e non vorrebbero di certo che qualcuno dei loro familiari vendesse il proprio
corpo per denaro, eppure senza alcuno scrupolo usano i corpi di ragazzine
straniere come fossero oggetti. Considerano quelle ragazze, per il semplice
fatto che non sono nate in Europa, in modo nettamente diverso rispetto alle
donne dei loro paesi. Le percepiscono "puttane", senza alcuna considerazione
per quello che esse raccontano: storie di miseria, sofferenza e violenza.
Vogliono che esse stiano zitte, per poter credere di essere quasi dei
benefattori, dando loro pochi euro, con cui compreranno da mangiare. Quelle
ragazzine con gli occhi a mandorla, sono per loro oggetti, private della loro
umanità e dignità, per offrire piacere sessuale senza rimorsi.
Fa parte del razzismo, più o meno inconscio, credere che in paesi non europei
siano così arretrati nei costumi da praticare comunemente la prostituzione o lo
sfruttamento sessuale dei bambini, e che dunque, dato che fa parte della
"cultura" del posto, diventi lecito per chiunque praticare questi crimini.

Alcuni turisti occidentali, cresciuti con l'idea che gli europei sono
moralmente superiori perché "portano democrazia e benessere", credono davvero
che ragazzine o bambine provino piacere a fare sesso con uomini europei, spesso
anziani, e credono che offrire loro denaro in quelle circostanze possa essere
un atto di generosità. Non si chiedono perché quelle ragazze sono costrette a
prostituirsi, né quale sia la reale situazione del loro paese, né chi ha la
responsabilità del degrado morale e materiale che, specie negli ultimi decenni,
ha colpito il loro paese. Non sono interessati a capire chi ha distrutto la
loro semplice economia, chi ha sottratto le loro ricchezze e ottiene lauti
profitti dalla miseria e dal degrado. Trovare risposte a tutto questo equivale
a scoprire gli altarini criminali di chi oggi impone il proprio dominio.
Significa scoprire che gli europei sono tenuti nell'ignoranza rispetto a ciò
che il gruppo dominante fa nei paesi del Terzo Mondo. Significa capire che i
mass media hanno l'obiettivo principale di stimolare le aree meno evolute del
nostro cervello, per indurci a credere che l'esistenza umana possa essere
ridotta al piacere sessuale mercificato o all'avidità. O che si debba credere
che il denaro possa essere l'arbitro dei destini umani, e costringere alcuni
alla sofferenza e altri alla sopraffazione.

Quelle ragazzine, come angeli feriti, hanno perduto il contatto con se stesse,
strette nel dolore della loro quotidiana, degradante esistenza. Hanno attivato
le difese che le estraniano da ciò che è lontano da quello che davvero
vorrebbero. Ma il degrado non riguarda soltanto quei popoli impoveriti e
assoggettati con la forza. Riguarda anche quegli occidentali che sfruttano
situazioni di degrado per soddisfare i loro istinti più bassi. Quegli
occidentali che credono che nascere in una determinata zona geografica possa
essere determinante nel decretare il rispetto dei diritti umani o il degrado a
merce senza valore. Queste stesse persone, a parole, ritengono importante la
loro cultura cristiana e i valori democratici, ma nei fatti non sono disposti a
rispettare la persona umana sempre e in ogni luogo, e si fanno complici di
gravissimi crimini contro l'umanità. La cultura di massa ha fatto credere loro
che si possa mercificare tutto. Questa cultura è distruttiva e degradante, e
contrastarla è dovere di ogni persona che crede nel rispetto dei diritti e
della dignità umana.

Antonella Randazzo - http://antonellarandazzo.blogspot.com/



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PER APPROFONDIRE

Beyala Calixthe, "Gli alberi ne parlano ancora", Epoché edizioni, 2007
. Canestrini Duccio, "Andare a quel paese. Vademecum del turista responsabile", Feltrinelli, 2003.
Dell'Agnese Elena, Ruspini Elisabetta, "Turismo al maschile, turismo al femminile. L'esperienza del viaggio, il mercato del lavoro, il turismo sessuale", Edizioni Cedam, 2005.
Miller Alice, "Il Bambino Inascoltato", Bollati Boringhieri, 1992. Monni Piero, "L'arcipelago della vergogna. Turismo sessuale e pedofilia", Edizioni Universitarie Romane, 2001.
Monzini Paola, “Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento.”, Donzelli, 2002.
O' Grady Ron, "Schiavi o Bambini? Storie di Prostituzione Minorile e Turismo Sessuale in Asia", Edizioni Gruppo Abele, 1995.

NOTE

1) Stiglitz Joseph , "Globalization and Its Discontents", W.W. Norton, New York 2002.
2) Montanaro Silvestro, "C'era una volta", RaiTre, novembre 2007.
3) Montanaro Silvestro, "C'era una volta", RaiTre, novembre 2007.
4) Montanaro Silvestro, "C'era una volta", RaiTre, novembre 2007.
5) Montanaro Silvestro, "C'era una volta", RaiTre, novembre 2007.
6) Montanaro Silvestro, "C'era una volta", RaiTre, novembre 2007.

martedì 9 agosto 2011

Luca Colombo sarà a Kerms (Austria), dal 16 al 21 agosto 2011 per il Forum Nyéleni Europa per la Sovranità Alimentare



Stanchi dell'inefficacia di ambiti politici come il G20 e altri consessi internazionali, gruppi e organizzazioni di tutto il Vecchio Continente stanno organizzando il Forum Nyéleni Europa per la Sovranità Alimentare, che si terrà dal 16al 21 agosto 2011 in Austria, a Kerms. Nyéleni è la città del Mali ove si svolse il precedente Forum nel 2007.

Il Forum si occuperà di cercare e trovare soluzioni reali ed efficaci ai problemi connessi ai modelli agricoli e alimentari dominanti a livello globale.

“Abbiamo visto i ripetuti tentativi di questi vertici tra ‘Grandi’ Paesi di affrontare problemi, come la volatilità dei prezzi o la speculazione, che il loro stesso sistema di globalizzazione guidata dalle multinazionali e a loro funzionale ha contribuito a creare – commenta Geneviève Savigny che per Via Campesina Europa è nel Comitato direttivo del Forum -. Le soluzioni esistono e vanno dalla protezione dell'agricoltura sostenibile, a conduzione familiare e di piccola scala alla tutela dell'ambiente, passando per la protezione e il sostegno agli agricoltori e alle persone, per la delocalizzazione dei sistemi alimentari, per il sostegno politico e scientifico alle pratiche di agricoltura sostenibile, per la lotta contro la speculazione sul cibo, per meccanismi pubblici di stabilizzazione dei mercati. E ancora, servono stabilità dei prezzi per gli agricoltori e prezzi ragionevoli per i consumatori, così come è imprescindibile porre fine al land grabbing e ai sussidi per i biocarburanti”.

Il Forum Nyéleni Europa riunirà oltre 500 rappresentanti di organizzazioni che lavorano sulla sovranità alimentare provenienti da tutta la regione europea composta da 50 Paesi. I preparativi per il Forum sono in corso da più di un anno, visto che gli organizzatori mirano ad assicurare trasparenza e vasta partecipazione popolare all'appuntamento del prossimo agosto in Austria.

"Ci sono persone che già lavorano sulle alternative pratiche e concrete per rafforzare la rete per la Sovranità Alimentare a livello europeo e mondiale. A Kerms verranno affrontate diverse tematiche, dai modelli di produzione alla delicata questione dell'accesso alla terra, ma si parlerà anche di biodiversità, ambiente e politiche pubbliche, PAC innanzitutto", aggiunge Luca Colombo, membro del Comitato di pilotaggio del Forum e Focal Point per il Comitato Italiano Sovranità Alimentare, che cura l'organizzazione della partecipazione italiana al Forum stesso.

Nel Belpaese il Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare (CISA) sta preparando la delegazione italiana che parteciperà al Forum di Nyéleni Europa, il focal point del Forum per l'Italia è Luca Colombo, coordinatore della Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica (FIRAB). Per informazioni e adesioni scrivere a l.colombo@firab.it

Per maggiori informazioni sul Forum di Nyéleni Europa www.nyelenieurope.net ; www.cisaonline.org


NOTA: Cos'è la Sovranità Alimentare?

Il concetto di Sovranità Alimentare è stato lanciato per la prima volta da La Via Campesina nel 1996, durante il Summit Mondiale sul Cibo della FAO che ebbe luogo a Roma. Un concetto elaborato anche come reazione all’inclusione di cibo e agricoltura nei processi di liberalizzazione della nascente WTO e che da allora ha assunto un ruolo sempre maggiore nel dibattito su cibo e agricoltura e nelle riflessioni sulle politiche alternative al neoliberismo. La Sovranità Alimentare, infatti, mette i contadini, i produttori e i cittadini al centro del dibattito e sostiene il diritto di ciascuno e di tutti i popoli a produrre alimenti locali e culturalmente appropriati, indipendentemente dalle condizioni del mercato internazionale.




venerdì 5 agosto 2011

Giorgio Vitali: "Globalizzazione invasiva e fronte comune individualista.."



"Per ogni Gaudenzio.. ci vuole un Sofferenzio!" (Saul Arpino)

Ho seguito con interesse vari interventi concernenti il progetto di “fronte comune”. Ho particolarmente apprezzato l’articolo di Umberto Bianchi, che ha posto l’accento l’importanza di combattere la globalizzazione (su cui dirò in seguito) e l’intervento “moderatore” di Ugo Gaudenzi, tendente a ridimensionare gli entusiasmi.

Perché di vari “fronti comuni” si progetta da tempo, senza però che qualche aggregazione concreta prenda il volo. La banale ragione, a mio sommesso parere, consiste nel fatto che, almeno finora, nessun fronte comune è esistito. Trattandosi per lo più di frontiere sparse e molto frammentate. E’ una storia che data ormai da ben oltre mezzo secolo. Esiste sicuramente un “comune sentire”, che consiste in molte variazioni sul tema sentimentale, ma non un fronte comune con prospettive comuni. Almeno a breve termine. A lungo termine l’incertezza regna sovrana.
Sorvolando sui non pochi tentativi messi in atto, fra cui alcuni proprio da Rinascita, mi limito a ricordare che il primo tentativo “serio”, con un progetto “non velleitario” ma con contenuti concreti, fu posto in essere dalla FNCRSI a metà degli anni sessanta. Rutilio Sermonti, che ha ancora una memoria formidabile, dovrebbe ricordarlo, perché lui vi partecipò in rappresentanza di O.N. Il documento conclusivo fu pubblicato sul bollettino della FNCRSI ed è ora reperibile nel sito: http://fncrsi.altervista.org.

[Prima digressione: Marco Tarchi, in una sua recente conferenza a Roma, ci ha detto che il suo libro: Contro l’americanismo, edito nel 2004 da Laterza, ha venduto pochissime copie. E questo per me è un elemento essenziale del discrimine fondamentale che ha caratterizzato finora qualsiasi possibilità di aggregazione tra movimenti essenzialmente o apparentemente antagonisti il sistema.]
SULLA GLOBALIZZAZIONE.

Giustamente Umberto Bianchi identifica nella “globalizzazione” il fenomeno principale che tutti gli altri riassume, ma proprio per questa ragione è necessario, se lo vogliamo battere, scomporre il fenomeno epocale nei suoi elementi costitutivi, nell’ottica della “analisi della complessità”.

Vista la massa di elementi da porre sullo scacchiere ( perché di scacchiere si deve parlare), è necessario fare, come primo atto, una selezione accurata degli elementi di debolezza di questo fondamento di gestione geopolitica del “globo”. Ma per poter capire occorre anche un excursus storico.

La globalizzazione non è un fenomeno nuovo, ma nasce almeno con la nascita della “geopolitica atlantica” ( con esclusione dell’Italia per colpa degli italiani e della politica della Chiesa, protesa a garantire il dominio ideologico sull’”ecumene”, da notare l’assoluta subordinazione delle politiche dei piccoli stati italici alle esigenze “universali” del papato.)

Dal 1500 data la guerra “mondiale” per il controllo dell’Atlantico, con lo spostamento, assai significativo, della see dell’Impero in Spagna.

Si tratta di guerre che vanno intese in senso geopolitico. Ovvero: il mare contro la terraferma, con alterne vicende che arrivano fino al presente. (Ecco perché, dal punto di vista della “guerra permanente”, la Meta eurasiatica è essenziale. Da non perdere mai di vista. Nel senso che occorre sempre capire dove va a parare una qualsiasi scelta politica economico-energetica-spaziale.)

Tornando alla Globalizzazione, essa non è che l’estensione della geopolitica delle cannoniere di anglosassone memoria, ove le Multinazionali elaborano strategie che si intrecciano con quelle del Neocolonialismo, dei progetti di Dominio economico e quindi politico della FINANZA apolide, centralizzata per ora in USA/GB/Israel, e de localizzata nei paesi succubi tramite uomini di paglia (in Italy: Napolitano, degno erede dei Savoia del governicchio di Brindisi-Salerno, Ciampi, De Benedetti, affossatore dell’Olivetti per conto di “Lorsignori”, Draghi, Amato, Prodi, Andreatta, Barucci, Monti…). Degni eredi dei viceré spagnoli del seicento, a sottolineare una continuità geopolitica di controllo del territorio italiano cui il sistema atlantico non può rinunciare, da cui, va da se che l’Italia da sola può fare ben poco, ma si deve appoggiare ad un forte epicentro terrestre, che non può essere altro che l’asse Francia-Germania-Russia, supportato dall’asse Turco-Iranico-Greco ( Impero Romano d’Oriente). Alternativamente avremo sempre personaggi scelti ad hoc ( per lo più “economisti”: vedi Protocollo VIII).

LO SCONTRO CHE, di volta in volta e nei secoli, ha visto confrontarsi il “Mare” e il “Continente”, deve essere interpretato secondo gli schemi della geopolitica, pena la totale incomprensione e l’incapacità di organizzare un qualsiasi fronte comune. (vedi: Maurizio Blondet: Stare con Putin, Effedieffe, 2006). Non a caso la vacuità di un qualsiasi “fronte comune” è stata dimostrata dalla cinquantennale presenza del M.S.I. il cui messaggio contraddittorio (e nella sostanza molto ambiguo) ha bloccato qualsiasi forma di “presa di coscienza” politica di rilievo nazionale. [ Organizzazione degli “opposti estremismi” e degli “anni di piombo” a parte…]

Ne consegue che la Globalizzazione, di per sé, fenomeno evolutivo della società umana, per poter essere combattuto, deve essere scomposto nelle sue molteplici tessere, (Vedi: Jean Prassard: Dominio, Ed Capire, Roma), come dimostrano:
1) Le origini del secondo conflitto mondiale.
2) Guerra in corso (IV conflitto mondiale)
3) Guerra di contrasto da parte di USA/GB/Israel dell’emergere del Multipolarismo, peraltro invincibile e presente già nel conflitto USA/Giappone del 1935-1945.

CONCLUSIONE (parziale):
La parola Globalizzazione è interpretata dai più, posto che la conoscano, come un allargamento dei confini delle vecchie organizzazioni statali, propiziata dal progresso tecnologico. (aviazione, treni super veloci, autostrade, corridoi intraeuropei, oleodotti e gasdotti, comunicazioni e messaggi virtuali, pervasività dei giochi finanziari propiziati da internet). In realtà si tratta di un’organizzazione del potere che si estende su tutto il globo conosciuto (foreste tropicali incluse.)

Nel suo libro recente: “Un anno un secolo. Il mondo dopo il 2010. Un diario globale.” Edito da Aragno, Torino, 2011, Aldo Rizzo cita un libro appena uscito: “ Zero-Sum World” di Gideon Rachman, chief columnist per la politica estera del Financial Times, nel quale si lamenta l’affermarsi di un mondo a “somma zero”, e cioè, in cui a guadagni di ciascuno corrispondono direttamente le perdite di altri. Ciò è l’esatto contrario del win-win-world, in cui tutti possono credersi vincitori a seguito della caduta delle barriere e dell’apertura di un mercato universale. Pertanto, l’ultimo decennio sarebbe stato il culmine della crisi della globalizzazione.

(NOTA FINALE: soltanto cretini integrali potevano credere al mito della globalizzazione se questa fosse stata realmente quella che offrivano alla credulità delle masse. Chiunque può comprendere che se c’è un vincente c’è anche un perdente. Salvo che le popolazioni “non integrate” non fossero calcolate alla stregua di “nulla”. Come nella mentalità di “lorsignori” che noi conosciamo molto bene, dimostrata anche dalla scarsissima considerazione sui milioni di morti causati dalle guerre di aggressione atlantiche in questi ultimi decenni Insomma: della globalizzazione resterebbero soltanto gli agghiaccianti nomi dati da genitori italici globalizzati a quelle povere bambine e giovanetti vittime della ferocia di una società senza pace, così come ci vengono riferiti dalle cronache televisive).

Giorgio Vitali

martedì 26 luglio 2011

Umberto Bianchi: "La globalizzazione è contro l'identità del luogo"




Il travagliato periodo di crisi, politica, economica, ma anche morale, che il nostro paese sta attraversando, sta riproponendo a tutti coloro che possiedono un minimo di coscienza antagonista, quella mai sopita e completamente abbandonata riflessione sul “che fare?” di leninista memoria.

Una riflessione che ha recentemente subito un’impennata, determinata dall’accelerazione della crisi del centro destra italiota e dall’insufficiente caratura politica del centro sinistra e quindi dalla prospettiva dell’apertura di nuovi spazi di consenso, precedentemente catalizzati attorno ai due grandi schieramenti politici nazionali. Ecco allora tutto un fiorire di iniziative, convegni e via discorrendo, tutti appunto incentrati su quel tanto travagliato “che fare” testè citato. L’appello dell’amico Mariantoni, le iniziative di Alba Mediterranea, la Confederatio, il Centro Studi Socialismo Nazionale, il raduno di questi giorni di Monte Livata, il Manifesto Fasciocomunista e via discorrendo, rappresentano in qualche modo il sintomo di un profondo disagio, la punta di un iceberg che però, se non sarà accompagnato da proposte concrete, rischia di rimanere nell’ambito del “tanto rumore per nulla” a cui certi ambienti ci hanno, da troppi anni oramai, abituato. Esiste una soluzione al paradosso di un ambiente che dell’azione pura ha fatto il proprio mito fondante e che, invece, vive da troppo tempo oramai, una fase di ristagno che ha tanto il sapore di un processo di epocale decadenza?

La soluzione si chiama chiarimento. Sui punti programmatici, innanzitutto, ed in conseguenza, anche sull’azione. Cominciamo con il dire che, accanto al rispetto per la specificità di ogni singola persona, gruppo o associazione con cui ci si trovasse ad interagire, vi sono alcuni “paletti”o punti fermi che dir si voglia, non oltrepassabili, pena lo snaturamento e l’annullamento degli obiettivi che ci si vorrebbe porre. Una sola parola sopra tutte: Globalizzazione. Se siamo in grado di dare, di tale termine, una definizione esaustiva e di comprenderne la piena portata, allora potremo essere in grado di agire di conseguenza. Se per Globalizzazione oggidì intendiamo l’occidentalizzazione forzata dell’intero orbe terracqueo, attraverso un processo volto a fare dell’economia l’unico leit motiv della vita dei popoli, attraverso l’imposizione a tappe forzate del liberismo economico, allora cominciamo a capirci. Se a base di questa Globalizzazione, inoltre, poniamo l’asserzione dell’incontrovertibile esistenza di astratti valori universali quali libertà, uguaglianza, pace, giustizia, etc., che vanno imposti urbi et orbi, attraverso la guida di alcune nazioni “elette”, portando per conseguenza all’omologazione universale ed al conseguente annullamento delle singole identità, allora avremo fatto un altro passo avanti.

E’ chiaro allora che, da tutte queste elementari considerazioni discendono a cascata tutta una serie di conseguenze.

O si è CON o si è CONTRO la Globalizzazione, non esistono soluzioni mediane. Quanto qui affermato implica il fatto che, chiunque si presenti all’edificazione di un progetto antagonista in questo senso, di qualunque eredità culturale o ideologica fosse portatore, dovrà aver compiuto quell’opera di necessario chiarimento al proprio interno, tale da poter procedere coerentemente, evitare in tal modo di venire a perdere il proprio tempo. Dunque, se un liberale, un marxista, un un cattolico o un destro positivo, ci si dovessero presentare animati dalle migliori intenzioni, dovranno sicuramente aver svolto quel necessario processo di autocritica e superamento dei propri orizzonti ideologici, considerando le proprie precedenti esperienze come dei validi spunti per un’azione nel presente coniugata, però, secondo altri parametri. L’idea di libertà individuale, tanto cara al liberalismo, non è in disaccordo con un progetto anti globale, se radicata all’interno di un ambito profondamente identitario e comunitario.

L’idea di giustizia sociale, tanto cara al marxismo, non è in disaccordo con un progetto anti globale, se svincolata dai criteri di materialismo di stampo economicista a cui è invece sottoposta nella dottrina marxista. La religiosità, se intesa come strumento di crescita ed arricchimento interiore, non è di per sé in contrasto con un progetto anti globale, se non va assumendo la connotazione di una forma di omologazione culturale universalizzante. L’idea di stato forte, fondata su un’idea di autorità garantita da una tradizione, posta a retaggio della continuità spirituale di un’intera comunità, propria della destra, non è in contrasto con un progetto anti globale, a patto che non si trasformi in un cieco autoritarismo quasi sempre al servizio di lobbies economiche e di vari potentati. Da quanto detto, discende che non ci può essere nessun percorso in comune con chi è fautore dell’odierno status quo internazionale, rappresentato dall’interventismo USA ed occidentale in genere. Quanto detto vale anche per tutti coloro che, nel nome di “universali principi” sostengono la necessità dell’avvento di una società multiculturale e razziale in Europa, facendo di fatto in tal modo, il gioco delle grandi lobbies finanziarie, interessate alla scomparsa dell’identità (e dei diritti, sic!) dei popoli europei.

Potremmo continuare in questo modo, all’infinito, ma la sostanza permane una sola: oggi siamo arrivati al banco di prova per un’intera area umana e politica. Di fronte alla presa di coscienza sul problema della Globalizzazione e di tutto quello che ne consegue, occorre ora iniziare a dare delle risposte concrete, a partire da una serie di iniziative pubbliche, che dovranno rappresentare il banco di prova per un’area che, sinora, su certi temi si era limitata alle parole. Organizzare per la fine di Settembre una manifestazione nazionale contro l’imperialismo anglo americano ed i suoi sostenitori, rappresenterebbe la linea di discrimine tra chi è “con” e chi è “contro”la Globalizzazione, questa volta senza “se” e senza “ma”. E’ da troppo tempo, oramai, che su certi temi determinati ambienti non solo si limitano alle parole ma poi, ancor peggio, intrattengono delle nemmeno tanto nascoste, connivenze con aree o ambienti politici totalmente estranei e manifestamente ostili a certe tematiche. E allora basta quindi con fratellanze, sorellanze e cameratismi vari.

Basta con i memento nostalgici sugli oramai trascorsi e decotti anni ’70. Non esistono né aree, né ambienti da unificare, bensì gruppi ed individualità da aggregare, coniugati all’insegna di un comune sentire che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non deve tradursi nella pratica della violenza. Il concetto di antagonismo politico non deve per forza far rima con illegalità o violenza, è bene ricordarlo. Se vi sono soggetti che la pensano diversamente, costoro fanno parte della schiera di chi, inconsciamente, lavora per la criminalizzazione di certe idee.

Certo, può essere che, quanto sin qui detto dia fastidio a chi vuole far mantenere il comodo status quo della letargia poltronaia, con cui si vorrebbe infettare un’intera generazione di italiani. Certo, può essere che molti si tireranno indietro e rimarranno per strada, sino a che certe istanze finiranno nelle mani di altri soggetti. Un rischio che, d’altronde, non si può evitare di correre se si vuole, in qualche modo, far decollare un nuovo sentire nell’oramai inaridito ambito della politica nostrana.

UMBERTO BIANCHI

Umberto Bianchi: "La globalizzazione è contro l'identità del luogo.."




Il travagliato periodo di crisi, politica, economica, ma anche morale, che il nostro paese sta attraversando, sta riproponendo a tutti coloro che possiedono un minimo di coscienza antagonista, quella mai sopita e completamente abbandonata riflessione sul “che fare?” di leninista memoria. Una riflessione che ha recentemente subito un’impennata, determinata dall’accelerazione della crisi del centro destra italiota e dall’insufficiente caratura politica del centro sinistra e quindi dalla prospettiva dell’apertura di nuovi spazi di consenso, precedentemente catalizzati attorno ai due grandi schieramenti politici nazionali.

Ecco allora tutto un fiorire di iniziative, convegni e via discorrendo, tutti appunto incentrati su quel tanto travagliato “che fare” testè citato. L’appello dell’amico Mariantoni, le iniziative di Alba Mediterranea, la Confederatio, il Centro Studi Socialismo Nazionale, il raduno di questi giorni di Monte Livata, il Manifesto Fasciocomunista e via discorrendo, rappresentano in qualche modo il sintomo di un profondo disagio, la punta di un iceberg che però, se non sarà accompagnato da proposte concrete, rischia di rimanere nell’ambito del “tanto rumore per nulla” a cui certi ambienti ci hanno, da troppi anni oramai, abituato. Esiste una soluzione al paradosso di un ambiente che dell’azione pura ha fatto il proprio mito fondante e che, invece, vive da troppo tempo oramai, una fase di ristagno che ha tanto il sapore di un processo di epocale decadenza? La soluzione si chiama chiarimento. Sui punti programmatici, innanzitutto, ed in conseguenza, anche sull’azione. Cominciamo con il dire che, accanto al rispetto per la specificità di ogni singola persona, gruppo o associazione con cui ci si trovasse ad interagire, vi sono alcuni “paletti”o punti fermi che dir si voglia, non oltrepassabili, pena lo snaturamento e l’annullamento degli obiettivi che ci si vorrebbe porre. Una sola parola sopra tutte: Globalizzazione. Se siamo in grado di dare, di tale termine, una definizione esaustiva e di comprenderne la piena portata, allora potremo essere in grado di agire di conseguenza.

Se per Globalizzazione oggidì intendiamo l’occidentalizzazione forzata dell’intero orbe terracqueo, attraverso un processo volto a fare dell’economia l’unico leit motiv della vita dei popoli, attraverso l’imposizione a tappe forzate del liberismo economico, allora cominciamo a capirci. Se a base di questa Globalizzazione, inoltre, poniamo l’asserzione dell’incontrovertibile esistenza di astratti valori universali quali libertà, uguaglianza, pace, giustizia, etc., che vanno imposti urbi et orbi, attraverso la guida di alcune nazioni “elette”, portando per conseguenza all’omologazione universale ed al conseguente annullamento delle singole identità, allora avremo fatto un altro passo avanti. E’ chiaro allora che, da tutte queste elementari considerazioni discendono a cascata tutta una serie di conseguenze.

O si è CON o si è CONTRO la Globalizzazione, non esistono soluzioni mediane. Quanto qui affermato implica il fatto che, chiunque si presenti all’edificazione di un progetto antagonista in questo senso, di qualunque eredità culturale o ideologica fosse portatore, dovrà aver compiuto quell’opera di necessario chiarimento al proprio interno, tale da poter procedere coerentemente, evitare in tal modo di venire a perdere il proprio tempo. Dunque, se un liberale, un marxista, un un cattolico o un destro positivo, ci si dovessero presentare animati dalle migliori intenzioni, dovranno sicuramente aver svolto quel necessario processo di autocritica e superamento dei propri orizzonti ideologici, considerando le proprie precedenti esperienze come dei validi spunti per un’azione nel presente coniugata, però, secondo altri parametri.

L’idea di libertà individuale, tanto cara al liberalismo, non è in disaccordo con un progetto anti globale, se radicata all’interno di un ambito profondamente identitario e comunitario. L’idea di giustizia sociale, tanto cara al marxismo, non è in disaccordo con un progetto anti globale, se svincolata dai criteri di materialismo di stampo economicista a cui è invece sottoposta nella dottrina marxista. La religiosità, se intesa come strumento di crescita ed arricchimento interiore, non è di per sé in contrasto con un progetto anti globale, se non va assumendo la connotazione di una forma di omologazione culturale universalizzante.

L’idea di stato forte, fondata su un’idea di autorità garantita da una tradizione, posta a retaggio della continuità spirituale di un’intera comunità, propria della destra, non è in contrasto con un progetto anti globale, a patto che non si trasformi in un cieco autoritarismo quasi sempre al servizio di lobbies economiche e di vari potentati. Da quanto detto, discende che non ci può essere nessun percorso in comune con chi è fautore dell’odierno status quo internazionale, rappresentato dall’interventismo USA ed occidentale in genere.

Quanto detto vale anche per tutti coloro che, nel nome di “universali principi” sostengono la necessità dell’avvento di una società multiculturale e razziale in Europa, facendo di fatto in tal modo, il gioco delle grandi lobbies finanziarie, interessate alla scomparsa dell’identità (e dei diritti, sic!) dei popoli europei. Potremmo continuare in questo modo, all’infinito, ma la sostanza permane una sola: oggi siamo arrivati al banco di prova per un’intera area umana e politica. Di fronte alla presa di coscienza sul problema della Globalizzazione e di tutto quello che ne consegue, occorre ora iniziare a dare delle risposte concrete, a partire da una serie di iniziative pubbliche, che dovranno rappresentare il banco di prova per un’area che, sinora, su certi temi si era limitata alle parole. Organizzare per la fine di Settembre una manifestazione nazionale contro l’imperialismo anglo americano ed i suoi sostenitori, rappresenterebbe la linea di discrimine tra chi è “con” e chi è “contro” la Globalizzazione, questa volta senza “se” e senza “ma”. E’ da troppo tempo, oramai, che su certi temi determinati ambienti non solo si limitano alle parole ma poi, ancor peggio, intrattengono delle nemmeno tanto nascoste, connivenze con aree o ambienti politici totalmente estranei e manifestamente ostili a certe tematiche. E allora basta quindi con fratellanze, sorellanze e cameratismi vari. Basta con i memento nostalgici sugli oramai trascorsi e decotti anni ’70.

Non esistono né aree, né ambienti da unificare, bensì gruppi ed individualità da aggregare, coniugati all’insegna di un comune sentire che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non deve tradursi nella pratica della violenza. Il concetto di antagonismo politico non deve per forza far rima con illegalità o violenza, è bene ricordarlo.

Se vi sono soggetti che la pensano diversamente, costoro fanno parte della schiera di chi, inconsciamente, lavora per la criminalizzazione di certe idee. Certo, può essere che, quanto sin qui detto dia fastidio a chi vuole far mantenere il comodo status quo della letargia poltronaia, con cui si vorrebbe infettare un’intera generazione di italiani. Certo, può essere che molti si tireranno indietro e rimarranno per strada, sino a che certe istanze finiranno nelle mani di altri soggetti. Un rischio che, d’altronde, non si può evitare di correre se si vuole, in qualche modo, far decollare un nuovo sentire nell’oramai inaridito ambito della politica nostrana.

UMBERTO BIANCHI