lunedì 4 novembre 2013

L'altra faccia della storia... rappresaglie, morti e vilipendio.... - Il parere di Filippo Giannini


L'oscuro mentore


Ho più volte scritto che l’inumana rappresaglia delle Cave Ardeatine (e le altre rappresaglie) sono marcate: NAZI-COMUNISTE. E provo a spiegarmi.

.....Solo per capire a che grado di infamia siamo stati precipitati, facciamo un po’ di storia.
È noto e accettato anche dagli eroi, che la rappresaglia compiuta alle Cave Ardeatine fu una conseguenza per l’attentato compiuto dagli eroici partigiani a Via Rasella. Iniziamo con il considerare: chi erano i partigiani?
Per prima cosa una puntualizzazione: contrariamente a come si vuol far credere, Roma non fu mai “città aperta” perché se la proposta venne accettata dal comando germanico, fu rifiutata dagli “angeli del bene”, infatti questi continuarono a volare vomitando bombe sulla “Citta’ Eterna”.
Anche se poco più che bambino ricordo perfettamente che la popolazione romana, come altrove, anche se stanca della guerra non nutriva astio né verso i tedeschi né verso i fascisti. Questo stato di cose non era gradito ai vertici del Cln i quali, dopo aver constatato che gli attentati messi in atto nei mesi precedenti, pur avendo causato morti e feriti fra i soldati italiani e tedeschi, non avevano determinato rappresaglie di massa degne di nota, decisero di predisporre un attentato di così grandi proporzioni da rendere inevitabile una adeguata rappresaglia. A tale scopo fu scelta la data del 23 marzo 1944, e non a caso: infatti quel giorno coincideva con l’anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento.
Pertini, Bauer e Amendola, il vertice, cioé, del Cln, inizialmente fissarono come obiettivo la manifestazione dei fascisti che era in programma; ma questa idea fu scartata perché, giustamente, qualsiasi fosse stato il danno arrecato ai fascisti, questi mai avrebbero risposto con una rappresaglia di grandi dimensioni come era nei desiderata del Cln. La mira fu allora spostata sui tedeschi i quali, proprio per la loro ottusità teutonica, caddero nella diabolica trappola. Quindi, per essere più chiari, si può affermare che alle Cave Ardeatine fu una mano tedesca a premere il grilletto, ma le cartucce furono caricate dalle mani dei vertici del Cln.
Il resto è più o meno noto, ma sono poco noti (ovviamente) gli sforzi fatti da Mussolini e dai piu’ alti vertici del suo governo per dissuadere i tedeschi dall’effettuare la rappresaglia. È pure poco noto che Amendola, dopo l’attentarto, si incontrò con De Gasperi dal quale ricevette le congratulazioni per “il grande botto”. Ma c’e’ qualche altra cosa da aggiungere per rendere il fatto (se possible) ancora più disgustoso: ancora oggi qualcuno accusa Bentivegna, la Capponi e gli altri “eroi” dell’impresa di Via Rasella per non essersi presentati e salvare così la vita ai 330 (335) ostaggi. Non avrebbero potuto (anche se lo avessero voluto) perché, consegnandosi avrebbero vanificato quanto i capi del Cln avevano progettato, cioé ottenere quella grande carneficina sulla quale l’antifascismo faceva grande affidamento.
Quindi tutto rientra nella norma: gli stalinisti, che della politica demoniaca sono maestri, da quel “grande botto” tutt’ora ricavano le loro fortune avendo accanto anche, come complice, quel partito che dovrebbe ispirarsi alla pietà cristiana.
Il notissimo Giorgio Bocca, fascista e antifascista, nel suo Storia dell’Italia partigiana ha scritto, fra l’altro: "Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce"

Anche il democristiano Benigno Zaccagnini non è da meno di Giorgio Bocca; infatti ha scritto: “La rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e antifascista, e quindi si giustificava”. O ancora: il giornalista Luciano Moia (“Il Giornale” del 1° settembre 1993) ha osservato che . Risulta difficile non intervenire e far osservare che è facile scrivere “suscitare spirito di rivolta” o che “si suscitava maggiore spirito di rivolta…”, quando gli autori di questi atti di eroismo si nascondevano magari nei conventi, come accadeva, e facevano coinvolgere nelle rappresaglie dei cittadini che erano assolutamente innocenti. E fra questo, osservo, che anche quei militari ai quali era imposto di far parte dei plotoni di esecuzione, erano vittime di quelle sciagurate azioni.
A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò, il 1° agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva che qualora quelle “azioni” fossero continuate di aver “impartito alle proprie truppe i seguenti ordini:
1) iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …
2) costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio”.
Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: “Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre (…) si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti. Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra (…).
Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura. Lo stesso dicasi per i “sabotatori””.
Sempre dal “Diritto Internazionale”, voce “Rappresaglia”: “La rappresaglia si qualifica innanzitutto come “atto legittimo” (…). La rappresaglia condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente una “sanzione”, cioè una reazione all’atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito (,,,), Poiché la rappresaglia si pone come “risposta” ad un atto illecito, per essere legittima deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la riparazione (…). Non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed elementari esigenze di umanità (…). La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno (…). Compiuto inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà, uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità che abbiamo sopra esposte (…). La rappresaglia è, cioè, un atto di violenza isolato nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita, sì che possa cessare appena riparata l’offesa. La nostra legge di guerra, approvata con R.D.8-VII-1938 n. 1415, regola poi la materia delle ritorsioni e delle rappresaglie in tempo di guerra con gli art: 8-9-10”.
È bene a questo punto ricordare che nel 1983, l’allora Presidente più amato dagli italiani, Sandro Pertini, uno dei responsabili delle cercate rappresaglie, in occasione del trentottesimo anniversario dell’eccidio avvenuto a Pedescala per opera dei tedeschi, sempre a seguito di un attentato compiuto dai partigiani, si recò, dicevamo in quella cittadina per consegnare la consueta medaglia che però venne sdegnosamente rifiutata con la seguente motivazione: “Sparavano, poi sparirono. Rifugiandosi sui monti, dopo averci aizzato contro la rabbia dei tedeschi, ci lasciarono inermi a subire le conseguenze della loro sconsiderata azione. Per tre interminabili giorni guardarono le case e le persone bruciare sotto di loro, ma non si mossero. Con quale coraggio oggi proclamano di avere difeso i nostri morti e pretendono di ricevere una medaglia davanti al monumento che ricorda il loro sacrificio?”.
Per completare quanto scritto ed evidenziare ancora più di quale mostruosità giuridica ci si sia macchiati con la persecuzione a danno di un centenario, vogliamo ricordare che tutti i partecipanti al secondo conflitto mondiale si avvalsero di quanto attestato nelle Convezioni di guerra allora esistenti; solo pochi esempi: gli inglesi nel paragrafo 454 del British Manual of Military Law, oppure gli americani al paragrafo 358 dei Rules of Land Warfire, attestati che prevedevano il diritto di rappresaglia. A Berlino, l’Armata Rossa che la occupava minacciò la fucilazione di ostaggi nel rapporto di 50 a 1. Il testo del comunicato era il seguente: “Chiunque effettui un attentato contro gli appartenenti alle truppe di occupazione o commette attentati per motivi di inimicizia politica, provocherà la morte di 50 ostaggi> (Testo pubblicato sul quotidiano Verordnugsblatt di Berlinio del 1° luglio 1945). Abbiamo sotto gli occhi un documento che riguarda un manifesto rivolto alla popolazione tedesca della città di Tuttlingen con il quale il 1° maggio 1945 il comando militare francese annunciava: “Avis a la Popolation!” tradotto avvertiva che “per ogni soldato francese ucciso dai cecchini o partigiani tedeschi sarebbero stati fucilati 50 (cinquanta) ostaggi”. In merito il signor Benedetto Anselmi osserva: “Nel 1957 questo manifesto era esposto nel museo storico della città di Tuttlingen (Baden Wuerttemberg), ma nel 1998, dopo che un giornalista interessato al caso Priebke lo aveva fotografato, venne rimosso”.
Se facciamo la proporzione fra le minacce di fucilazione di ostaggi fra gli angeli del bene (gli alleati) e i crudeli nazisti, non possiamo non osservare che questi ultimi erano, almeno, più umani.
Se tutto ciò è vero, perché tanto accanimento contro Priebke? La risposta è ovvia: Priebke faceva parte di coloro che avevano perso la guerra…
Per i fatti dello scempio avvenuto il 24 marzo 1944 alle Cave Ardeatine fu intentato un processo a carico di Herbert Kappler (di cui sarebbe semi-comico parlare della sua fuga dall’ospedale Celio di Roma; ma lo spazio stringe e dobbiamo evitare di addentrarci più di tanto), Tenente Colonnello delle SS tedesche e comandante della polizia di sicurezza della città di Roma. A dicembre 1945 il procuratore militare di Roma promuoveva azione penale contro “Kappler e altri”. Fra gli “altri” c’era anche il capitano Erich Priebke. Kappler, stando alla sentenza operò “in concorso con circa cinquanta militari tedeschi a lui inferiori in grado e da lui dipendenti”. Nel leggere la “Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948, anche un profano di legge comprende immediatamente che si è voluto colpire e indicare un colpevole, non il VERO COLPEVOLE , cioè chi fu la causa dell’eccidio alle Cave Ardeatine. Nella Prefazione di detta sentenza si legge chiaramente: “(…). Dalle ormai note vicende giudiziarie del Capitano nazista Erich Priebke, implicato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine in Roma (…)”. IMPLICATO, come esecutore di un ordine, non il BOIA, come certi eroi lo hanno accusato. Ma la sentenza non può ignorare altri fatti, come ad esempio riconoscere: “Stabilito che l’attentato di Via Rasella costituì un atto illegittimo di guerra (…)” e: “(…). Deriva che in conseguenza dell’atto illegittimo di Via Rasella, lo Stato occupante aveva il diritto di agire in via di rappresaglia”.
Allora, brevemente. Perché fu condannato Herbert Kappler? Nella confusione del momento a seguito dell’attentato e della ricerca delle vittime sacrificali, furono uccisi 5 ostaggi in più. Leggendo gli atti della sentenza risulta che Kappler fu condannato all’ergastolo per questa dolorosa circostanza: cinque vittime in più furono sacrificate alla falce e martello, ma gli esecutori furono i nazisti, vestiti di stupidità teutonica. Ecco di seguito la parte della sentenza: “Difatti, è risultato pienamente provato che 330 persone furono uccise in conseguenza all’attentato di Via Rasella, mentre le altre cinque furono fucilate per errore (…)”.
Prima di terminare, ma ci sarebbe tanto da aggiungere, non possiamo non ricordare quanto avvenne nel corso del processo e dopo nel caso del criminale di guerra Erich Priebke. Proviamo a ricordarlo, avvalendoci di quanto ha scritto il signor G.F.S..
L’Italia non ha mai saputo un bel niente di Priebke, fintanto che lo scoop di un giornalista americano non ha rivelato la sua residenza a San Carlos de Bariloche in Argentina. Il governo italiano, da quel momento, ha cominciato a sprecare i soldi dei contribuenti, cedendo alle pressioni e inginocchiandosi davanti ad una nota lobby che impartì l’ordine di chiederne l’estradizione al governo argentino per poi estradarlo in Italia e processarlo, sempre a nostre spese. Un processo dal quale Priebke fu assolto, ma la nota lobby, dopo la lettura della sentenza, sequestrò il tribunale con dentro giudici, magistrati, avvocati e carabinieri. Un atto criminale che se fosse stato eseguito da cittadini non membri di questa lobby, sarebbero stati arrestati e incarcerati. L’allora ministro della Giustizia, un certo Flick, si inventò un ri-arresto di Priebke e alla fine l’agnello fu sacrificato ed ottenne l’ergastolo.
Per quanto riguarda la lobby citata osserviamo che si fa riferimento alla Judenaktion avvenuta a Roma il 16 ottobre 1943, cioè la deportazione degli ebrei romani dal ghetto. Non si dimentichi che questo avvenne grazie alla caduta del Fascismo (sostituito dal cosiddetto Governo del Sud di Badoglio). Mussolini, fintanto che fu al potere, non consegnò mai nessun ebreo ai tedeschi, nonostante le loro insistenze e pressioni. Anzi, gli ebrei provenienti dai territori occupati dalle truppe germaniche venivano a decine di migliaia in Italia o salvati, per ordine di Mussolini, dalle truppe italiane, in un momento in cui in Italia vigevano le leggi razziali. Su questi fatti c’è una esaurientissima documentazione sui nostri volumi Uno schermo protettore e Mussolini, il fascismo e gli ebrei.
Prima di concludere, alcuni particolari non di secondaria importanza. Se il diritto di rappresaglia, come abbiamo visto era consentito nel corso del Secondo conflitto mondiale, oggi pochi sanno – o fanno finta di non sapere – che “l’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 (attenzione alla data, nda), in deroga a quanto prima era consentito dall’articolo 50 dei Regolamenti dell’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto”. Per maggiore chiarezza: quegli eserciti che si avvalsero (certamente disumano) del diritto di rappresaglia, quando questo era consentito dalle Leggi di Guerra, nel dopoguerra vengono perseguiti e condannati. Si vada a vedere quel che è accaduto, o tuttora accade, in Corea, in Vietnam, in Cecenia, in Afghanistan, in Irak da parte degli americani o dei sovietici, senza dimenticare le rappresaglie che quasi giornalmente gli israeliani compiono contro i civili palestinesi, ripetiamo azioni tassativamente proibite dal lontano 1949!
Torniamo per un attimo a quel 23 marzo 1944, cioè all’attentato di Via Rasella. Questo, contrariamente a quanto si vuol far credere, non fu compiuto a danno delle SS, ma contro militari altoatesini, quindi cittadini italiani, i quali prima dell’8 settembre avevano indossato divise italiane con tanto di stellette e dopo quella fausta data vennero incorporati dai tedeschi nella compagnia Bozen. È bene rammentare che a seguito dell’eroica azione non morirono trentatre tedeschi, ma a questi vanno aggiunti altri nove che si spensero nelle quarant’otto ore successive a causa delle ferite riportate. Ma, anche se la storiografia ufficiale non lo ricorda, a seguito dell’eroica azione, perirono anche alcuni civili; i loro nomi vengono ancora oggi celati, di certo possiamo ricordare: Fiammetta Baglioni, di 66 anni, Pasquale Di Marco di 34 anni e il piccolo Piero Zuccheretti di 13 anni che era talmente vicino al luogo dell’esplosione che fu, in pratica, maciullato.
Quando un giornalista chiese agli attentatori perché non si fossero presentati e salvare così la vita a 335 infelici, questi risposero: . Più che giusto, no?
NON DOVEVANO PRESENTARSI, perché se lo avessero fatto addio Cave Ardeatine, addio lacrimuccia versata dal Presidente più amato dagli italiani e dai suoi predecessori e successori, quando senza ritegno alcuno vanno ad offendere con la loro presenza, una volta di più, le vittime da loro volute, che riposano nel Sacrario senza pace e senza Giustizia.
Riteniamo giusto riportare quanto attesta lo storico Pierangelo Maurizio a pag. 98 del suo Via Rasella cinquant’anni di menzogne ( I nomi citati sono gli autori dell’attentato): “(…). Il 23 marzo ’50 alcuni di loro (degli attentatori) furono premiati. Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei e Mario Fiorentini con la medaglia d’argento al valor militare, medaglia d’oro per Carla Capponi. Le proposte per i riconoscimenti non erano state avanzate dal ministro della Difesa. Si era trattato di una proposta “politica”, presentata e avallata con un proprio decreto dall’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi, lo stesso che poco dopo l’attentato si era incontrato con Giorgio Amendola, mostrando – secondo la ricostruzione dell’esponente comunista – “un ammirato stupore”. Alcuni parenti delle vittime delle Ardeatine trascinarono nel tribunale civile gli attentatori, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carlo Salinari e Carla Capponi, oltre ai membri della giunta militare del Cln: Riccardo Bauer, Sandro Pertini, Giorgio Amendola. Ma i giudici – appunto civili – del tribunale di Roma con sentenza del 26 maggio ’50, un mese e mezzo dopo che De Gasperi aveva decorato i gappisti, stabilirono che si era trattato di “un atto legittimo di guerra” (?), e quindi “né gli esecutori né gli organizzatori possono rispondere civilmente dell’eccidio disposto a titolo di rappresaglia dal comando germanico” (…).
Signori lettori: stabilite Voi… Quindi nessuna meraviglia su coloro che saranno gli ispiratori degli eroi che poi si sarebbero scagliati coraggiosamente contro la salma dell’ormai centenario Erich Priebke, fatto avvenuto nel corso del suo funerale a ottobre del 2013.
(In)giustizia è fatta! A Via Rasella è morta la Giustizia ed è seppellita alle Cave Ardeatine!

Filippo Giannini

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