venerdì 26 ottobre 2012

Discorso sull'eutanasia e sull'accanimento terapeutico


Paolo D'Arpini, "allettato"



Mi chiede I. P.: "Mmmhhh... Sei pro o contro l'eutanasia? ...O meglio cosa ne pensi?"

Il discorso si può dire  che inizia con Socrate e con la sua decisione di non fuggire alla condanna inflittagli dagli ateniesi (per avvelenamento con la cicuta).  Ai suoi tempi alcuni dei discepoli stretti gli consigliarono di non accettare la sentenza e di salvarsi la pelle scappando da Atene ma il filosofo imperterrito suggerì: “Prima o poi la morte arriva comunque, ora se io fuggissi per amore della vita negherei il valore della democrazia e del verdetto popolare liberamente espresso, inoltre non conoscendo ciò che mi attende nel  “post mortem”  la curiosità innata del ricercatore che è in me  mi spinge a non scantonare da questa esperienza,  che  viene spontaneamente. Se dopo la morte non vi è più nulla  potrò godermi un meritato riposo se invece vi è ancora coscienza ed esistenza allora potrò    finalmente corrispondere con spiriti nobili ed elevati ed avere una interessante condivisione sul significa dell’Essere. In entrambi i casi perché preoccuparsi?” Con queste parole serene Socrate bevette l’infuso mortale e se ne  morì descrivendo dettagliatamente le sue esperienze  fisiche e psichiche in ogni momento del processo di dipartita.
Dal punto di vista etico, l’eutanasia  volontaria  ha una sua  dignità morale, non solo nella cultura occidentale ma anche in oriente, ove è accettato il “suicidio” onorevole, vedi il caso  dell’auto sbudellamento (harakiri) in Giappone, o l’ascesa sulla pira degli asceti ancor vivi in India (ed a questo proposito ricordo la storia del guru prelevato da Alessandro Magno  nella piana gangetica e che si  immolò sul fuoco ardente poco prima della morte di Alessandro stesso).  Anche in Cina e nella cultura indioamericana la “morte sacrificale” viene accettata come un fatto normale, addirittura nella storia mesoamericana si narra che la creazione del mondo avvenne proprio in seguito al “sacrificio” di due importanti Dei (uno brutto ed uno bello) che si gettarono volontariamente nel fuoco primordiale e da ciò fecero nascere la vita sulla terra.
Allo stesso tempo, sempre da epoche immemorabili, viene posto l’accento sulla gravità del suicidio come atto di regressione karmica, ad esempio nella tradizione cristiana ai suicidi è comminato un girone infernale pessimo e persino in India ed in Tibet ai suicidi vengono riservate numerose reincarnazioni espiative (come ciechi o malati gravi).  Ma in questo caso si parla di atti di suicidio in cui si vuole sfuggire dal proprio dovere karmico, non si ha il coraggio cioè  di affrontare le prove che la vita ci manda e quindi queste prove devono essere riportate davanti all’anima. Insomma c’è sempre il dubbio che  la morte auto indotta sia una specie di fuga o noncuranza  verso la vita (come nel caso di morte causata da eccessi e vizi), ma  in tal senso persino la persecuzione terapeutica -che tiene in vita il malato a “tutti i costi”-  potrebbe esser vista come una forma karmica espiativa.

Lasciando  da parte la “morale” resta comunque aperto il discorso  del diritto umano,  in Italia come nel resto de mondo  il legislatore dovrebbe decidere (in teoria) su base  razionale e quindi la decisione legale normativa  resta  aperta.

Ovviamente non sono  d'accordo sull'accanimento terapeutico, il che significa che non accetterei di farmi ricoverare in un ospedale per essere tenuto artificialmente in vita.  E se non potessi io stesso oppormi  chiederei che i miei eredi possano farlo a mio nome.


Non volendo comunque correre rischi inutili, sentendomi prossimo alla morte,  personalmente accetterei di esaurirmi per inedia.


Paolo D'Arpini


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Replica di I. P.: "Vediamo se ho capito, dunque nella realtà positiva uccidersi potrebbe essere generare per alcuni versi un giudizio negativo, mentre per altri un fragoroso applauso, mentre dal punto di vista karmico il medesimo gesto invece sembrerebbe produrre l'effetto contrario...
Come è possibile far coincidere le due Realtà?
Ad esempio, cosa sarebbe accaduto se Socrate, al centro dell'occasione, come un protocristiano non si fosse lasciato avvelenare? 
Se non avesse rispettato la volontà del popolo e avesse lasciato libera quella croce occupata V secoli dopo dall'uomo Gesù?
Io non lo so, ma per alcuni aspetti sembrerebbe quasi che in questa dimensione meramente terrestre, l'individuo essere umano nato con un destino preciso alla fine sia sempre sacrificato dal mondo e non dal cielo, che tutti abbraccia.
Il mondo negativamente parlando non è morto, e positivamente parlando è ancora vivo... è questo il vero problema?
Ci sono esseri che non "vivranno" mai, o almeno mai si scopriranno a sperimentare l'imponderabilità dell'armonia universale... 
...Per questo, anche se tutto è perfettamente come doveva essere, molte cose inevitabilmente sarebbero dovute andare diversamente... 
La medicina tradizionale è in questo caso l'unica cura possibile...

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Mia risposta: "Non si può tornare indietro e congetturare su qualcosa che avrebbe potuto accadere se...
Il fatto, il significato implicito, è che non si può cambiare nulla di quel che avviene... quindi anche decidere sulla base di una ipotetica scala morale o di convenienza umana è  una pretesa esagerata.
Accontentiamoci di seguire la corrente e di rispondere adeguatamente alle occasioni favorevoli o contrarie che si presentano al momento... finché morte non ci separi (da questa vita sognata)"

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Pensiero poetico finale

Adattamento alla vita non significa supina accettazione delle condizioni imposte... Va sempre considerata la capacità di adattamento in una reciprocità. L'ambiente può essere modificato senza snaturarlo o distruggerlo in modo da assecondare le necessità vitali. In fondo la vita è un aspetto dell'ambiente. Poi c'è il discorso delle conseguenze, causa effetto. Ma tutto ciò ha valore solo dal punto di vista della manifestazione, del divenire. Il divenire nel suo complesso è influenzato da tutti gli aspetti vitali ad esso connessi ma questo processo non può essere scisso in specifiche cause ed effetti, il tutto è sempre in gioco nella sua totalità” (Saul Arpino)


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