martedì 25 ottobre 2016

Referendum - Quella scheda è una capanna dove renzie fa la nanna....


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Concepita per trarre in inganno i cittadini più ingenui o meno smaliziati, la scheda adottata per il referendum del prossimo 4 dicembre, rappresenta in tutta evidenza un tentativo truffaldino di carpirne la buona fede. La verità è che, malgrado le menzognere lusinghe in essa contenute, la riforma costituzionale proposta dal governo del mai eletto premier Matteo Renzi

non supera il bicameralismo, ma anzi lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato
non diminuisce i costi della politica, perché i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se davvero si volevano ridurre i costi si poteva dimezzare, ad esempio, i deputati della Camera, o dimezzare i compensi di tutti i parlamentari, come richiesto ufficialmente in Parlamento dal Movimento 5 Stelle, o addirittura fare entrambe le cose
azzera la sovranità popolare, perché insieme alla nuova legge elettorale (Italicum) già approvata espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare che solo grazie al premio di maggioranza si impossessa di tutti i poteri
è illegittima, perché è stata prodotta da un Parlamento eletto con una legge elettorale – il Porcellum - dichiarata incostituzionale.
non produce semplificazione, perché moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione
mortifica partecipazione diretta da parte dei cittadini, perché, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare
non è innovativa, perché conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari.
non è chiara e comprensibile, perché è scritta in modo da non essere compresa

Adriano Colafrancesco - acolafran@gmail.com


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lunedì 24 ottobre 2016

Cupole amare - Giunta Raggi: "No alle olimpiadi sì al mega stadio della Roma"


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Dalla Giunta Raggi l'inaspettato avallo a una gigantesca speculazione immobiliare e devastazione urbanistica. In calce le prime firme


Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere che l’amministrazione capitolina sta partecipando alla conferenza dei servizi della Regione Lazio per l’approvazione – in località Tor di Valle, al posto del vecchio ippodromo – di una mastodontica speculazione edilizia che in campagna elettorale il M5S aveva decisamente contrastato. Il progetto va sotto il nome di Stadio della Roma e comprende una pluralità di volumi edilizi per un totale di circa un milione di metri cubi di cui solo un quinto riguarda lo stadio e altre funzioni connesse alle attività sportive. Il resto sono tre grattacieli alti più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali privi di rapporto funzionale con lo stadio ma destinati a compensare il costo delle opere infrastrutturali necessarie alla fruibilità dell’impianto sportivo. Il tutto su un’area in un’ansa del Tevere che il piano regolatore destina a verde sportivo attrezzato. Con il pretesto dello stadio si aggiunge insomma alla capitale un nuovo centro direzionale, non lontano dall’Eur, per iniziativa di un privato costruttore. Tra l’altro, senza che nessuno abbia spiegato che fine fanno lo stadio Olimpico e il vecchio stadio Flaminio ormai abbandonato. Per non dire della difficoltà a negare lo stesso trattamento a un eventuale richiesta di altri costruttori apparentati alla squadra della Lazio o ad altre società sportive.


All’origine dell'affare non c’è una organica “legge sugli stadi”, ma un comma inserito forzosamente all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 (147/213, c. 304) nell’ambito del tradizionale maxiemendamento e quindi approvato solo grazie alla decisione del governo (Letta) di imporre il voto di fiducia. Il comma prevede che il Comune, se d’accordo con il proponente, dichiara “il pubblico interesse della proposta”. L’approvazione definitiva spetta alla Regione Lazio a seguito di un’apposita conferenza dei servizi. 


Il proponente è il presidente della Roma James Pallotta che, tre mesi dopo l’approvazione della legge di stabilità, ha presentato il progetto dello stadio. L’intervento dovrebbe essere realizzato dalla società Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi proprietario anche dell’ex ippodromo. Il 22 dicembre 2014 l’assemblea capitolina, con il voto favorevole della maggioranza che sosteneva il sindaco Marino, deliberò l’interesse pubblico dell’intervento fra le proteste del M5S, del comitato Salviamo Tor di Valle dal cemento e di altri. Nel giugno scorso Pallotta ha consegnato a Comune e Regione il progetto definitivo, ma la sindaca Virginia Raggi, invece di revocare come ci si aspettava la deliberazione di pubblico interesse, ha concordato con la Regione l’avvio della conferenza dei servizi, vincolandosi a un esito pressoché scontato di approvazione. Nello sconcerto di coloro, come chi sottoscrive quest’appello, che o speravano nel radicale cambiamento promesso da Raggi o che, pur non avendo votato M5S, auspicavano che insieme alle Olimpiadi venisse accantonato, subito e per sempre, anche il nuovo stadio.

Firmatari al  23 ottobre 2016: Edoardo Salzano, Paolo Baldeschi, Piero Bevilacqua, Sergio Brenna, Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Maria Pia Guermandi, Anna Marson, Carlo Melograni, Giancarlo Storto. Maria Pia Robbe, Salvatore Settis,  Tomaso Montanari, Flavio Cogo, Piero Rovigatti, Claudio Canestrari, Paolo D'Arpini


Inviare le adesioni a presidenza@eddyburg.it

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sabato 22 ottobre 2016

"Parigi brucia?" - Quel che sta avvenendo in Francia è contagioso...


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In questo articolo che segue Maurizio Blondet   torna sull’argomento dei conflitti in corso in Francia, che potremmo definire di odio verso lo stato ed i loro primari rappresentanti in divisa e senza, cioè i poliziotti e gli insegnanti, che sono sempre più presi di mira non solo da minacce ed intimidazioni, ma da veri e propri atti deliberati di tentativo di omicidio, come il lancio di molotov, accoltellamenti, pestaggi. 

L’autore nella prefazione indica anche quali siano le cause, neanche tanto remote, di questi fenomeni, quali siano i veri responsabili, impuniti e dotati di immunità, che paradossalmente sono pure ammirati e premiati, con i media mainstream che li inneggiano a paladini della democrazia, che dovremmo finalmente definire per quella che è realmente, un’oligarchia criminale. 

Se pensate che simili fenomeni rimarranno delimitati nei soli confini francesi siete degli ingenui, l’intera Europa sarà coinvolta, suo malgrado, con modalità e tempi differenti e differiti, ma il risultato finale sarà un aumento smisurato della conflittualità interna ed esterna ad ogni stato, fino a sfociare in guerre regionali a vasto raggio, innescati dal tentativo di incanalare la violenza e la frustrazione sociale verso nemici artatamente confezionati, come i russi. 

Che in verità sarebbero vittime, non certo indifese, ma pur sempre vittime, capri espiatori. I motivi sottesi a queste pianificazioni politicamente e militarmente criminali sono ovviamente economici, ma non saranno certamente i mass media a rivelarvelo, dovrete capirlo da soli documentandovi in rete, ci sono fior di inchieste in proposito, sia in video che tramite report scritti, cercateli e dedicatevi. Direi che ci sono abbondanti motivi per preoccuparci ed essere insonni. 

Claudio Martinotti Doria


HOLLANDE E’ UN ASSASSINO, E PARIGI IN FIAMME

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Il presidente francese s’è preso per Obama: ha ordinato almeno quattro assassini mirati, fra cui quello del capo somalo degli shabab Ahmed Godane, a  settembre.  Per di più, l’ha anche raccontato   a due giornalisti  che stavano preparando un libro  celebrativo della sua presidenza,  Un président ne devrait pas dire ça, https://francais.rt.com/opinions/27626-president-ne-devrait-pas-dire-ca-francois-hollande

Per suo ordine le persone da uccidere sono state localizzate dal DGSE (i servizi esteri)  che poi hanno passato i dati a droni Usa, che avevano eseguito il lavoro.

Il punto è che  la Francia – al contrario di Washington che se n’è  ben guardata  –  ha riconosciuto il Tribunale  Penale Internazionale (art,52-2 della Costituzione) ,  che quindi può trarre in giudizio il capo della Stato francese  di aver ordinato l’esecuzione capitale di persone non prima sottoposte  a processo, ossia senza  inchiesta, senza procura d’accusa, senza avvocato difensore; e ciò nel contesto di un conflitto armato (con l’armata francese presente nella zona) , il che configura un crimine di guerra. La Corte può ovviamente trarre in giudizio capi di stato e di governo.
(Qui per lo statuto della Corte: http://www.cirpac.it/pdf/testi/Statuto%20di%20Roma%20della%20Corte%20Penale%20Internazionale.pd)

Immediatamente   l’ex leader del Fronte della Sinistra Jean-Luc Mélenchon ha rilevato in interviste: “Spero che smentirà quel che è scritto nel libro, perché gli assassini mirati sono   materia da Tribunale Penale Internazionale”.  Pierre Lellouche, deputato della LR, ha dichiarato che   su Hollande “si pone ormai la questione dell’articolo 68”: ossia della destituzione del capo dello Stato “in caso di mancamento ai suoi doveri manifestamente incompatibile col suo mandato”;   Lellouche ha apostrofato: “Come si può immaginare […] che il presidente della Repubblica, capo delle armate, si faccia commentatore in tempo reale delle decisioni più segrete in materia di impiego della forza?”. Dunque il deputato non se la prende con Hollande come assassino, ma per aver spifferato segreti di stato. “Ha violato apertamente l’obbligo del segreto”.  Effettivamente è difficile immaginare un De Gaulle, o anche un Mitterrand, confidare a giornalisti i sanguinosi segreti degli “arcana imperii”.   La storia recente della Francia  (basta pensare all’Indocina, all’Algeria, alle operazioni nell’Africa) è probabilmente piena di cose inconfessabili;  ma appunto, ad un capo dello Stato il minimo che si chiede è che non ne parli;  esibendo in pubblico i suoi intimi interrogativi, stati d’animo, tergiversazioni – il libro su Hollande ne è pieno.
Non so come si svilupperà la cosa. 

 Ma che Hollande abbia raccontato quei delitti senza rendersi conto dell’enormità dei fatti,  non dice solo  il livello infimo della persona; dice anche lo “stile di governo” che l’America  in questa fase terminale ha reso – col suo esempio – plausibile  per questo piccolo figurante al potere a Parigi. Barak Obama, il Nobel per la Pace, ha commesso più assassini mirati di chiunque altro, tre al giorno in media. L’omicidio ad Abbottabad in Pakistan,   il 2 maggio 2011,  di Bin Laden (o chiunque fosse) non fu affatto tenuto segreto, anzi fu mostrata  la stanza della Casa Bianca dove Obama, HillaryClinton,  ministri e militari seguivano in diretta, da teleschermi, la lontana esecuzione che avevano ordinato, ed avveniva dall’altra parte del mondo.


Il governo americano assistette ufficialmente  agli assassini plurimi  –  i Navy Seals ammazzarono anche tre uomini e una donna,   innocenti, danni collaterali nemmeno contati.  Da quel momento  fu chiaro che commettere omicidi extragiudiziali, come torturare o incarcerare indefinitamente senza processo, erano cose che “si possono fare”, che il governo della democrazia può ordinarle e nemmeno in segreto, ma farlo e parlarne con disinvoltura,   senza infingimenti.  Da qui nascono le esultanze di Hilalry Clinton  su Gheddafi, “ Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”, o le ultime minacce dei capi della Cia o del Pentagono, e loro gallonati, ai russi di “fargli rimpatriare soldati” russi nei “sacchi mortuari”, o la mail a John Podesta in cui Hillary , irritatissima dalle rivelazioni di Assange, chiede: non  abbiamo un drone per costui?
E’ la spontaneità  dei gangster,  tanto abituati all’assassinio, che nemmeno si rendono conto di rivelarsi appena aprono bocca per quel che sono:  gente del crimine organizzato. La novità è che questo “stile”  cominci a diffondersi in Europa e suggestioni una figura da nulla come Hollande. Possiamo da qui misurare, spero, il  livello di barbarie a cui l’America ultima ha fatto scadere l’Occidente, e ciò che  continua a chiamarsi (pretendersi), democrazia.

E accusa Putin di crimini di guerra

E’ lo stesso Hollande che poche ore fa voleva inasprire le sanzioni contro la Russia accusandola di “crimini di guerra”  in Siria; senza una prova e  con quella disinvoltura che è appunto propria delle coscienze incallite dei criminali abituali. Attenti perché  anche i giornalisti stanno dando sempre più prova di avere le coscienze incallite di fronte alla Siria, con sdegni selettivi e complicità reali di omicidi occidentali, o insensibilità di fronte a quel che fanno in Yemen. Ebbene: questo  incallire generale delle coscienze è uno dei sintomi, temo, preparatori alla guerra. Si potrebbe dimostrare che stessi calli sulle coscienze collettive si svilupparono nel 1914, nel 1939.

Eppure Hollande   dovrebbe preoccuparsi di ben altro che della guerra in Siria.   Nella notte fra il 17 e il 18 ottobre, sui Champs Elisées, mezzo migliaio di agenti di polizia hanno manifestato contro il governo, e contro il loro capo (Falcone, un corso) , mentre manifestazioni del genere accadevano a Marsiglia, Tolosa, Nancy; le notti seguenti altre manifestazioni, del tutto illegali. Ce l’hanno col capo “che non li copre”, coi politici, coi  magistrati di manica larga verso i delinquenti.
La loro è esasperazione ma anche paura.  L’8 ottobre, a  Viry—Chatillon, un borgo dell’Essonne, quattro agenti che stavano sorvegliando una telecamere per fare le multe presso un semaforo, sono stati aggrediti di sorpresa da un folto gruppo: con bottiglie Molotov, una violenza inaudita e una volontà omicida chiarissima.  Un poliziotto  è morto, un altro è in fin di vita per le ustioni.  “Ci hanno rotto i vetri dell’auto”, ha raccontato un agente superstite, hanno bloccato le portiere, “hanno dato dei pugni per non fare uscire i colleghi, e gli hanno gettato le Molotov sulle ginocchia”.

Da dopo l’estate, il numero di attacchi ai poliziotti con bottiglie incendiarie o armi atte ad uccidere  sono divenuti di colpo  numerosissimi: durante manifestazioni sindacali dell’estrema sinistra   a Bastia, durante una protesta separatista, o nelle banlieues. “Ciò è divenuto  consueto, così come l’aggressione per bande: a Lione,  due settimane fa, due poliziotti in abiti civili sono stati identificati a margine di una manifestazione e  aggrediti da una ventina di persone”,  così racconta l’avvocato Thibault de Montbrial, penalista e  consulente del governo per la sicurezza interna. “E il pericolo non cessa più, per gli agenti, con la fine del servizio  – aggiunge.  Il 13 giugno un capitano di polizia è stato accoltellato a  Magnaville da un maghrebino islamista : “Quello è il momento dopo il quale gli incidenti, quasi mai mediatizzati, si moltiplicano: poliziotti riconosciuti per la strada e seguiti, minacciati, talora aggrediti,;eventi che conoscono una crescita esponenziale”. Ogni agente è sotto “una usura psicologica formidabile, ciascuno sa che tutto può succedergli, in ogni momento”.

Anche gli insegnanti  vengono sempre più spesso aggrediti, picchiati, schiaffeggiati dagli allievi; interi corpi insegnanti sono intimiditi,  edifici scolastici incendiati con le Molotov.

“Una popolazione in guerra con la polizia”

“Si deve constatare  che la funzione di poliziotto, come quella di maestro, e più generalmente di  persona depositaria dell’autorità pubblica, non è più rispettata assolutamente. Al contrario: esiste oggi una disinibizione assoluta ad impiegare la violenza contro le forze dell’ordine, in servizio o fuori, e le altre figure che rappresentano le istituzioni dello Stato”.  V’è, aggiunge l’avvocato, “una popolazione che è in guerra contro la polizia”.

E se gli si chiede chi è questa popolazione, risponde: “Queste violenze si fondano essenzialmente su derive comunitariste, a volte etniciste, alimentate da un odio incredibile per la Francia. Bisogna esser ciechi per non essere inquieti per la coesione nazionale”.

I poliziotti che hanno manifestato sui Champs Elisées si sono poi radunati sotto l’ospedale Saint-Louis, dove giace il collega ustionato dalle Molotov  nell’assurdo attacco gratuito nell’Essonne. Hanno intonato la Marsigliese, come soldati superstiti di un’Indocina che già si agita, omicida, nelle banlieues. Consapevoli di essere l’ultimo freno a una violenza totale e corpuscolare, che non si può chiamare né guerra civile né rivoluzione, nemmeno rivolta, o insurrezione…, ma è odio allo stato , e ai bianchi, nella forma primaria.   “Noi agenti siamo in ginocchio”, ha detto uno di loro al giornalista di Le Monde, “ma se la polizia  cade, sarà l’anarchia in questo paese”.

Naturalmente al vostro apocalittico cronista vengono a mente le parole del veggente bavarese Alois Irlmaer (1894-1959) su Parigi: “La grande città con l’alta torre di ferro è in fiamme;  ma questo è stato fatto dalla propria gente, non da quelli che sono venuti dall’est. Posso vedere esattamente che la città è rasa al suolo  –  e anche in Italia sta andando selvaggiamente”.

venerdì 21 ottobre 2016

L'uscita di scena di Obama, il nobel per la pace col vizietto della guerra

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Tutto iniziò negli anni ’90 del secolo scorso, quando gli unici veri vincitori della seconda guerra mondiale – quelli che comunemente chiamiamo “i poteri forti” – decisero che si poteva ormai fare a meno dell’esistenza di un avversario-schermo come l’Unione Sovietica. Ne venne decretata allora la dissoluzione, facendo ben attenzione a porre alla guida della Russia e dei Paesi ex-satelliti un gruppetto di pretoriani di sicuro affidamento; con il còmpito (da taluni accettato anche in buona fede) di “fare le riforme” e di gestire la svendita dell’intera economia di quei Paesi a pro delle multinazionali americane.
A Washington, al tempo, regnava il Clinton-marito (1993-2001); e a Mosca, messo da parte l’ingenuo sognatore Gorbaciov, imperava Boris Nikolaevič Eltsin, alias Corvo Bianco (1992-1999). È soltanto la mia “opinione eretica”, naturalmente, ma entrambi – consapevoli o meno – erano due modesti ingranaggi del grande progetto di un “governo mondiale” della finanza da realizzarsi sulle ceneri degli Stati nazionali, USA compresi. Il primo step di quel disegno prevedeva la fine della potenza (politica, economica, militare) della Russia, la neutralizzazione delle potenzialità europee (l’Unione cosiddetta Europea nasce nel 1992) e l’emergere degli Stati Uniti d’America come unica superpotenza dell’intero globo. Il passo successivo sarebbe stato, probabilmente, la liquidazione anche della potenza USA (ostaggio di un debito pubblico al cui confronto il nostro sembra uno scherzo) e l’ufficializzazione del governo mondiale della finanza. Fantapolitica? Non credo proprio.
Ma torniamo alla Russia. In quegli anni – e questa non è un’opinione più o meno eretica ma la storia documentata – la sua economia era massacrata, derubata dagli oligarchi e dalle privatizzazioni, la macelleria sociale era al parossismo, i pensionati chiedevano materialmente l’elemosina agli angoli delle strade (li abbiamo visti tutti nei telegiornali del tempo), gli impiegati statali e i militari restavano senza stipendio, e chi poteva vendeva al mercato nero ciò che riusciva a rubare (compresi gli armamenti e la componentistica nucleare).
Poi, verso la fine del 1999, uno di quelli che una volta si chiamavano “gli accidenti della storia” aprì le porte del Cremlino a un ex funzionario del KGB, Vladimir Vladimirovič Putin, e la musica cambiò immediatamente. Per farla breve: oggi la macelleria sociale è soltanto un ricordo, i pensionati arrivano a fine mese, lo Stato paga gli stipendi e gli ufficiali non si sognano più di mettere in vendita piccole atomiche “tattiche”. E non solo questo: la Russia ha ripreso gradualmente un ruolo dignitoso sulla scena mondiale, impedendo che gli Stati Uniti assurgessero al ruolo di unica superpotenza e bloccando così il ruolino di marcia del “nuovo ordine mondiale”.
Di fronte a un tale delitto di lesa maestà (la maestà del denaro, s’intende), alcuni settori della politica e della finanza mondialista hanno reagito nel modo peggiore: alzando il livello dello scontro e moltiplicando le provocazioni. L’obiettivo dichiarato è quello di “contenere” l’attivismo del Cremlino. L’obiettivo reale – a modesto parere del sottoscritto – è quello di provocare una reazione russa che possa giustificare la “risposta” militare di una NATO che è ormai soltanto il paravento del colonialismo americano in Europa. I più attenti fra i miei lettori ricorderanno forse un articolo da me scritto per “La Risacca” nell’ottobre 2011. Si intitolava – tanto per non restare nel vago – “Qualcuno prepara la terza guerra mondiale”, e vi si affermava fra l’altro: «Secondo taluni analisti, l’unico mezzo che gli USA hanno per sovvertire questa situazione è quello di provocare una guerra di vaste dimensioni che possa portare ad un generale rimescolamento di carte in alcuni “teatri” di vitale interesse: il Medio Oriente, innanzitutto, al confine tra Africa ed Asia; il Mediterraneo, al confine tra Europa ed Africa; ed il Caucaso, alla periferia della sempre temibile Russia.»
E continuavo: «Al centro del mirino, in questo momento, c’è la Siria. (...) Ma l’obiettivo vero è l’Iran. (...) È a quel punto che si aprirebbero gli scenari più pericolosi: Russia e Cina, infatti, non potrebbero assistere passivamente alla distruzione dell’Iran – loro importantissimo alleato e partner commerciale – e potrebbero essere spinte ad intervenire. Ecco l’evenienza che potrebbe preludere ad una terza guerra mondiale.» Certo, quell’analisi è “datata”. In questi ultimi cinque anni la mina iraniana è stata in parte disinnescata; ma, in compenso, un’altro micidiale focolaio è stato acceso in Ukraina: qui gli Stati Uniti hanno finanziato una rivolta armata che ha destituito il Presidente filorusso – democraticamente eletto – e portato al potere il solito gruppetto di “democratici” filoamericani. Poi c’è stata la Libia e, infine, il tentativo di dare il colpo di grazia alla Siria, anche a costo di favorire la creazione di un “califfato” terrorista che si ritagliasse una generosa porzione di territori siriani e iraqeni. Ma l’intervento della Russia ha sparigliato le carte, costringendo gli americani a fare anche loro qualcosa per contrastare i tagliagole. Salvo – naturalmente – a “sbagliare”, bombardando i siriani e favorendo la difesa dell’ISIS, com’è avvenuto qualche giorno fa.

In tutto ciò, il povero Barack Hussein Obama – 44° Presidente degli Stati Uniti agli sgoccioli di un modestissimo mandato nonché incredibile Premio Nobel per la Pace – vede ogni giorno di più la propria immagine appannata, sfocata, malferma. Ha chiuso la sua carriera con la sconfitta in Siria, con l’affronto della Brexit e con la bocciatura del suo progetto di imporre all’Unione Europea un trattato-capestro di cosiddetto libero scambio. L’ultimo colpo basso lo ha ricevuto dai compatrioti della rivista “Forbes”, massima autorità mondiale in materia di ricchi e famosi. Fino ad ieri, nella graduatoria degli “uomini più potenti del mondo” il Presidente degli Stati Uniti era immancabilmente al primo posto. Oggi al primo posto c’è Putin, al secondo Angela Merckel, e lui – il povero Premio Nobel – solamente al terzo. Potete controllare voi stessi, digitando su Google “più potenti forbes”.
È questo il clima in cui è maturata l’ultima provocazione: quella dell’annunzio di una “guerra cibernetica” contro la Russia. Mosca ha risposto che gli Stati Uniti “scherzano col fuoco”. Speriamo che ci si fermi agli scherzi, se così vogliamo chiamarli. Speriamo che Putin – come ha fatto finora – mantenga i nervi calmi e non cada nella trappola di rappresaglie e controrappresaglie. Perché il pericolo di una guerra mondiale è tutt’altro che remoto. Peraltro, la linea del fronte non sarebbe in America, ma qui, in Europa.

E noi, in aggiunta, siamo tanto coglioni da mandare i nostri soldati a partecipare ai giochetti provocatori della NATO ai confini della Russia.

Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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giovedì 20 ottobre 2016

States - Renzie premiato con una cena di stato per la sua fedeltà all'impero

(Anche Maurizio Blondet riceve mail da amici americani. Diversi da John Podesta però.  Quindi posso rendere pubblica l’ultima, dell’amico U. Pascali:
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Vedi lista of State Dinner per Renzi. Vedi Mae Podesta la figlia del Rasputin di Hillary John Podesta il quale e’ anche il tramite tra Wall Street e Obama (ha guidato il team di transizione quando Obama e’ stato eletto presidente). John Podesta e’ quello del “catholic spring”.
Mae, la figlia ha lavorato a lungo per la Clinton Foundation e ne e’ stata a capo della parte africana.    
E’ 20 anni che non c e’ uno state dinner per un primo ministro italiano. Lo stanno veramente pompando come quello che e’ leale e coraggioso  e sa anche mettersi contro il suo popolo pur di ubbidire a washington e Wall Street.
Lo vogliono leader dell’Italia ma anche (dice Biden) dell’Europa. Biden ha detto che Renzi e’ coraggiosissimo con i temi di piu’ grande attualita’. E ha citato i principali problemi del mondo dove Renzi si e’ distinto, in ordine di importanza: ”accoglienza dei rifugiati che hanno quasi messo in trouble l’italia, LBTG, donne nel governo, matrimonio gay…”

(Dunque nozze gay, LGBT, accoglienza immigrati senza limiti sono ordini “americani”. Da far ingollare ai popoli occidentali, lo vogliano o no. Interessante, ndr)

“Ho visto tutti i discorsi al pranzo oggi al Dipartimento di stato con il segretario di stato John Kerry e il vice presidente Joe Biden (che precede la cena alla Casa Bianca) ed e’ chiaro che quello che chiedono a Renzi e’  1) di portare il voto degli italoamericani a Hillary.
Il cretinoide si e’ genuflesso in maniera ignominiosa, Ripetendo frasi come ”Gli Stati Uniti sono il nostro punto di riferimento e il nostro chiaro leader… La presenza degli USA nel nostro destino e’ un dono…” E poi ha fatto riferimenti velenosi contro Trump: “lottiamo insieme contro la cultura dell’odio. la cultura della mancanza di rispetto… Gli Stati Uniti sono il modello in questa lotta. e abbiamo bisogno di fare un nuovo sforzo IN QUESTO PARTICOLARE MOMENTO…”
Vomitevole…

Renzi:  “And we consider United States of America as our point of reference, our clear leader, and we will continue to work together. But the real challenge today is not simply to create a common value to work together in international issues. It’s fight together against the culture of hate, against the culture of intolerance, against the culture of lack of respect. United States are a model in this fight, and I think we need a new efforts in this particular moment, because we risk not only out of our borders, a deviation, a deviation from our ideals and from our identity. For that reason, I think the presence of great country as United States in our destiny is a gift…”


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Aggiungo solo una  notaMatteo  Renzi non  può  essere andato a baciare il culo nero di un presidente  morto,  che fra un paio di mesi non ci sarà più.   Il vice Joe Biden, grande gaffeur che quindi spesso  dice senza volere delle verità, lo vuole “in Europa”.  Sembrava sicuro della durata del Sistema oltre le votazioni di novembre.


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mercoledì 19 ottobre 2016

Lite in famiglia M5S - Tra Fico e Di Maio... non mettere il Grillo


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... (...) Che tra i due, il napoletano Di Maio  e il giovane Fico di Pomigliano d’Arco, le distanze politiche fossero ormai enormi era chiaro, ma i contenuti, i personaggi, le frasi sprezzanti, e tantissimi dettagli inediti della rivolta in corso sono adesso rivelati nel terzo e ultimo capitolo di lancio di Supernova. 

Come è stato ucciso il Movimento cinque stelle (il libro di Nicola Biondo e Marco Canestrari, il primo per un anno e mezzo capo della comunicazione M5S alla Camera, e assai stimato da Gianroberto Casaleggio, il secondo web developer che ha lavorato 4 anni in Casaleggio, e era l’uomo che accompagnava fisicamente Grillo nei primi Vday. Il libro uscirà tra due mesi e si finanzia in crowdfunding sul sito www.supernova5stelle.it).  

Insomma, per la prima volta è in corso un’operazione politica che vorrebbe riportare il Movimento a qualcosa dei suoi esordi e della sue premesse. L’apparente ritorno in campo di Grillo - dalla kermesse di Palermo in poi - è stato solo una recita, che provava a ricompattare truppe ormai molto divise. Sono tante, le facce della rivolta, anche di aree politiche molto diverse e quasi incompatibili, all’apparenza; da Fico, il leader integro, alle ex talebane Paola Taverna e Roberta Lombardi, messe da parte e accantonate, alla pasionaria Carla Ruocco, di fatto una portavoce informale di Grillo, molto delusa per gli andazzi e i comportamenti del giro Di Maio. Soprattutto, la Rivolta anima tanti parlamentari del nord, alcuni tra i più seri militanti e tra i parlamentari più competenti. Il punto debole è la loro eterogeneità: cosa li tiene insieme? Hanno un disegno?

Secondo Biondo e Canestrari, Grillo è ormai «solo una statuina di questo presepe, ma la trinità è un’altra». Ossia: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista (che, nonostante l’apparente differenza caratteriale da Di Maio, opera ormai in simbiosi totale con lui) e Davide Casaleggio, il figlio di Gianroberto che ha ereditato le chiavi dell’azienda e, soprattutto, fonda (a suo nome) e gestisce l’Associazione Rousseau, alla quale è intestato il blogdellestelle (che non è più, neanche terminologicamente, il blog di Beppe Grillo). Di fronte a questa triade e alla sua smania di potere, scrivono i due autori, «per la prima volta succede che nel Movimento vengono a galla malumori. E non sono lamentele solitarie. Molti parlamentari, anche agli antipodi tra loro, cominciano a vedersi e a riunirsi, scoprendo di avere in comune un malessere che non può essere più taciuto».

Nell’ex direttorio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia praticamente non si parlano più con Di Maio e Di Battista (che, leggiamo in Supernova, si conquista il soprannome di Gallo Cedrone da parte dei suoi colleghi parlamentari). Nel mirino finiscono gli incontri di Di Maio con ambasciatori, direttori, lobby. «“Io vorrei sapere - accusa un deputato del nord - una cosa: Luigi ha mai informato qualcuno dei suoi incontri? Li organizza a titolo personale? Chi lo aiuta? Questo non è il Movimento, è diventato un trampolino di lancio personale…”». Un altro parlamentare si sfoga, raccontando che ormai imbarazza anche il gruppo parlamentare il livello di acquiescenza di tanti media verso i cinque stelle: «Ma è possibile che prima avevamo tutti i giornalisti che ci criticavano e adesso nessuno dice niente di fronte certe cose?».

Il riferimento, spiegano gli autori, è al caso clamoroso di Vincenzo Spadafora, uno degli uomini per cui Di Maio è più attaccato: «Ma chi è questo Spadafora, chi lo ha portato qui? L’avete letta l’intercettazione che lo riguarda? In altri tempi Grillo questi personaggi qui li prendeva per il culo sul palco e adesso invece ce li prendiamo noi…», sbottano i rivoltosi. Spadafora era spuntato intercettato, anche se non indagato, anche con Balducci ai tempi delle indagini sulla Cricca. E Di Maio che fa? Lo prende e ne fa uno degli uomini più potenti del suo staff. Nella Rivolta c’è chi critica i soldi usati dal vicepresidente della Camera, apprendiamo dal libro: «E i centomila euro in tre anni rendicontati da Luigi come “eventi sul territorio”? Questa è costruzione di una corrente altro che attività politica, e pure con i soldi pubblici…”».

Cene, riunioni quasi assembleari ma anche al chiuso delle stanze dei rivoltosi. Dentro il gruppo parlamentare M5S Di Maio è in un momento di massima debolezza. Leggiamo nel libro: «Troppe bugie, troppe fughe in avanti per continuare a fare da semplici comparse. Luigi che non condivide nulla dei suoi incontri e delle sue conoscenze. Luigi che non affronta i problemi territoriali, da Quarto a Pizzarotti. Luigi con una struttura di comunicazione parallela e uno staff personale. Ecco perché il Direttorio va in frantumi. Perché quando arrivano le difficoltà, quelle vere, il patto del silenzio viene meno e i nodi vengono al pettine».

Tutti guardano a Roberto Fico, perché lui è il Movimento originario, è uomo disinteressato, un militante vero, antico, e con un rapporto diretto con Grillo. Ma Fico è scorato, perché già si è rivolto a Grillo, ma ottenendo questo magrissimo e elusivo contentino: «Sapete cosa mi ha risposto Beppe? - confessa agli amici più cari - Ci riuniamo in una stanza tu io e Luigi, voi vi dite le cose che vi stanno sullo stomaco e poi riprendiamo a lavorare». 

Eppure Roberto è deciso ad andare avanti, scrive Supernova. Non vuole vedere il Movimento trasformarsi in quello che diceva di non essere: un partito, e nelle mani di comportamenti arrivisti e gruppi di pressione esterni, e opachi. È così che il presidente della Vigilanza Rai, in una delle riunioni della Rivolta, si spinge a dire:«Comunque vada, non mi ricandido. Non ho fatto l’attivista dal 2005 per vedere il Movimento trasformarsi in questo modo. Devo fare il possibile...», confessa ai suoi. E in ogni caso, chiarisce, «qui dopo due mandati andiamo tutti a casa». Segno che c’è stato eccome - scrivono Biondo e Canestrari - chi ha pensato e tentato di mettere in discussione quella regola, che è il totem del Movimento.

Grillo diventa ago della Bilancia. Certo, le foto in cui si mostra al funerale di Dario Fo accanto solo alla triade Di Maio-Davide Casaleggio-Di Battista non sembrano un viatico incoraggiante per i rivoltosi M5S. Il capitolo si chiude così: «Fino a che prezzo Grillo è disposto a tollerare questa “rivoluzione a metà”, per usare le parole di Fico? Quanto è prigioniero della leadership di Luigi Di Maio? Da quale parte si schiererà?»

Iacopo Iacoboni

(Fonte: http://www.lastampa.it/)


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Articolo collegato: 

martedì 18 ottobre 2016

La metà della popolazione USA è ormai convinta di essere governata da criminali ... Per tenere a bada il popolo i neocons scateneranno una guerra


Risultati immagini per USA elezioni truccate

La metà della popolazione USA è ormai convinta di essere governata da criminali e che le elezioni sono truccate. Il problema è che è tutto vero. All’élite neocons USA non rimane che scatenare una guerra pretestuosa (siamo già a buon punto), una volta scatenata, la popolazione volente o nolente, restia e contraria, sarà suo malgrado coinvolta e continuerà a subirne la dominazione. 

Al tempo stesso gli alleati riottosi saranno rimessi in riga, ed i problemi finanziari e monetari saranno per l’ennesima volta sospesi e/o rinviati (la situazione debitoria istituzionale e privata negli USA ha raggiunto livelli parossistici e deliranti), essendo il temporeggiamento l’unica strategia di cui ormai dispongono, essendo la popolazione sempre più scettica e consapevole, avendo raggiunto un livello di massa critica non più controllabile e manipolabile con la propaganda, la disinformazione e la mistificazione mediatica, e questo grazie ad internet. 

L’Italia tra le colonie americane è quella messa peggio, con il peggior sistema mediatico disinformativo d’Occidente, con una classe politica di parassiti pusillanimi ed inetti, sarà il paese che, per la sua collocazione geostrategica nel Mediterraneo, subirà le maggiori ripercussioni delle ciniche e devastanti scelte bellicistiche americane. Perché come sapete gli USA le guerre le fanno sempre a casa d’altri, e l’Italia farà loro da maggiordomo e da trampolino di lancio, per la sua conformazione e la sua leadership di yesman. Spero non vi illuderete che rimarrà illesa? Che tutti ci amino e ci ammirino? 

Claudio Martinotti Doria


Articolo in sintonia: 

TRUMP VINCE. ECCO PERCHE’ SARA’ GUERRA

18 ottobre 2016
In modo sempre più incalzante, Donald Trump concentra la sua oratoria sul tema: le elezioni saranno truccate (rigged).
Una parte notevole dell’opinione pubblica  americana ormai sa – dai blog alternativi – che Smartmatic, la ditta che fornisce le macchine per votare  a 16 stati della federazione, è posseduta da un agente operativo di Soros, il britannico  (e Lord)  Mark Malloch-Brown.
https://www.linkedin.com/pulse/smartmatic-sgo-malloch-brown-soros-operative-buys-election-cj-wilson


Elezioni truccate, ma non basterà

Un sondaggio di  Politico/Morning Consult Poll   ha confermato che il 41 per cento dei cittadini che si sono registrati per votare dichiara che le elezioni possono essere “rubate”. Fra i cittadini repubblicani, la percentuale sale al 73%.
Ma una cosa importante è accaduta: Donald Trump,  in quest’accusa, non può essere più dipinto come un isolato folle che vede fantasmi .   Pezzi molto grossi del partito repubblicano – un partito che per la sua campagna  non ha stanziato nemmeno un dollaro, in una ostentata manifestazione di ostilità – hanno denunciato i brogli e le distorsioni mediatiche della campagna.

Newt Gingrich
Uno è stato Newt Gingrich.   Dirigente nazionale del partito, speaker della Camera bassa durante la presidenza di Bill Clinton,  già  vicino ai  neocon che poi ha abbandonato  accusandoli della dissennata politica di  destabilizzazione in Medio Oriente, pelo sullo stomaco quanto basta,  qualche scappatella sessuale che ha fatto sì  che il partito gli chiedesse di dimettersi,  inopinatamente si è convertito al cattolicesimo nel 2009 (è uno dei conservative converts), oggi tutti gli riconoscono la saggezza del politico sperimentato, che le ha viste tutte ed è fuori dalla politica attiva.
Ebbene:  qualche sera fa,  intervistato dal presentatrice Martha Raddatz della ABC News, alla donna che prendeva in giro l’idea fissa di Trump sui brogli possibili, Gingrich ha lasciato basita la presentatrice:
“Quello che accade oggi in Usa è un colpo di stato in corso”,  ha scandito. “Se i media lavorassero normalmente, Trump avrebbe 15 punti di vantaggio e vincerebbe a valanga”.  Aggiungendo: “Trump è la sola figura nella politica americana contemporanea, che ha attaccato frontalmente questo meccanismo corrotto e colluso”.
L’altro è Rudolph Giuliani,  il duro e discutibile sindaco di New York quando avvenne l’11 Settembre, tutt’altro che una mammola.
Ebbene:  alla CNN ha sibilato: “se mi volete far dire che le elezioni a Chicago e Philadelphia saranno limpide,  sarei un idiota”.  I democratici, ha spiegato, “portano   pullman  di persone da un  seggio elettorale all’altro dove votano  quattro, cinque,  sei, sette otto, nove volte…Lasciano gente morta negli elenchi, e poi pagano delle persone per votare al posto di questi morti quattro, cinque, sei, sette…..nove volte. I morti generalmente votano per i Democratici”.   Una precisa accusa alla amministrazione Obama.
Come abbiamo già spiegato, in 19 Stati (dove abita il 38% della popolazione)  non è  richiesto un documento d’identità  con foto per votare.  Ma   se ben ricordo (potrei sbagliare) mai prima l’assurdo, disonesto sistema elettorale è stato così  denunciato da personaggi politici di questo livello, che sanno benissimo come funziona, e  ne hanno pure approfittato loro. Se lo fanno adesso, vuol dire che la dimensione dei brogli messa in atto dai democratici per far vincere Hillary è scandalosa (“un colpo di stato in marcia”),  ma anche per un motivo, credo, più profondo.

Qualcosa è cambiato nei cuori dell’America

Un cambiamento epocale dell’opinione pubblica americana.  “Questa elezione non è solo su Donald Trump. E’ sullo scontento verso la nostra democrazia, e come  gli risponderemo…chiunque vinca avrà a che fare con questo scontento”: così  Stephen Hadley, che è stato, ricordiamolo, un consigliere di sicurezza nazionale di Dubya Bush. E precisa il motivo di questo scontento: “La globalizzazione è stata un errore”, e “le classi dirigenti hanno portato ciecamente gli Usa in pericolo”. Invece del benessere, la deindustrializzazione ,  il degrado della classe media, i trilioni (migliaia dimiliardi) spesi nelle guerre lontane, mentre   il 62%  degli americani  non hanno in banca nemmeno mille dollari, e 35% hanno debiti non pagati da sei mesi; e la mancanza di crescita economica reale, ormai da un decennio.
Tutto ciò ha minato la – come definirla? – lealtà dell’americano verso il sistema.  E’ una  lealtà che ho avuto modo di constatare dopo l’11 Settembre:  allora  quando mi capitava di dire a un americano che a fare l’attentato erano stati “loro”, il Pentagono,  l’Amministrazione  Bush, i neocon, me ne facevo un nemico.
La reazione era di revulsione eccessiva: non volevano ascoltare. Non perché non credessero, ma proprio perché temevano fosse vero – io credo. Agiva in loro, fortissima, la Civic Religion americana, la credenza religiosa nella grandiosità e impeccabilità  delle istituzioni. Non erano  pronti a riconoscere che la democrazia americana, la “città luminosa sulla collina”, la “più grande democrazia”, la “nazione favorita” da Dio, l’Impero del Bene –   era in realtà uno stato criminale, capace di massacrare i suoi stessi cittadini per fare guerre sotto falsi pretesti.
Oggi, invece, almeno 44 americani su cento sono pronti a riconoscere: sì, siamo governati da criminali, corrotti fino al midollo.  Quando Trump proclama che Hillary dovrebbe essere in galera, parla a questo cuore profondo della nazione che si sente tradita  nella sua relazione civile: e   questa parte della nazione lo applaude.  E’ uno spirito di rivolta o di rivoluzione, che l’Establishment sente di non saper manipolare.

Sentono il cappio al collo

Questo spiega il panico  paranoico, e il terrore, che ha suscitato Trump  in quei precisi circoli: il terrore di gente che sa di rischiare  non il posto di potere ben pagato, ma il nodo scorsoio per i suoi delitti atroci e l’alto tradimento,  a cominciare dall’11 Settembre.  Una presidenza Trump “può significare  la fine dell’Occidente come lo conosciamo”, ha strillato Anne Applebaum, columnist ebreo-polacca del Washington Post,  custode orwelliana del verbo neocon nel grande  quotidiano: “la fine della  NATO, la fine dell’Unione Europea, forse la fine dell’ordine liberista occidentale”, ossia della globalizzazione dei commerci:  vi si riconosce il tono  spaventato di chi sente il nodo scorsoio al collo.
Per questo i media sono così monoliticamente,   con una foga paranoica e persino ridicola,   schierati con la  Clinton, sopprimendo informazioni per gli elettori.  Non possono permettere che   l’opinione pubblica sia messa al corrente di  email come la  seguente, spifferata da Wikileaks:
[Qatar] would like to see WJC [William Jefferson Clinton] ‘for five minutes’ in NYC, to present $1 million check that Qatar promised for WJC’s birthday in 2011.”
— Ami Desai, director of foreign policy for the Clinton Foundation, wrote in a 2012 e-mail.
Traduzione-esplicazione del testo telegrafico: “Il Katar vuol vedere Bill Clinton ‘per cinque minuti’  a  New York, per omaggiarlo dell’assegno di  1 milione di dollari che il Katar aveva promesso per  il compleanno di Bill Clinton”:  l’ha scritta Ami Desai, direttore della politica estera per la Fondazione Clinton, in una mail del 2012. Allora Hillary era ministra degli esteri. A che scopo il Katar omaggiava il  marito con un milione di dollari, se non per storcere la potenza americana a proprio favore, grazie all’influenza della coppia?
Il punto è che  questa e le altre mail incriminanti –  ciascuna vale un processo per alto tradimento  –   sono state pubblicate. Dal New York Post, e dai blog alternativi. Hanno “bucato” ormai  il muro dell’omertà mediatica…

L’errore di Obama, per terrore

Dev’essere stato il terrore a far commettere ad Obama un errore fondamentale   nel campo mediatico: egli  ha alluso (senza nominarlo) a Alex Jones  e agli attacchi che costui ha rivolto al presidente e alla Clinton. “Ha detto che io e Hillay siamo demoni. Sentite odore di zolfo? Andiamo, ragazzi…”.
E’ un’uscita che il New York Times ha disapprovato: così, il presidente  “ha legittimato”, e ha riconosciuto l’esistenza, di una non-persona,  un  complottista che per comune accordo media e politici avevano concordato di non parlare mai, di lasciar ammuffire nel silenzio.

Milioni di followers, e non-persona
E’ una tecnica che il vostro redattore-complottista ha subito in proprio. Alex Jones, come complottista, è più veemente che preciso.  Ma il New York Times  rivela che la non-persona non ufficialmente esistente è una potenza mediatica: “L’Alex Jones Show è ritrasmesso da 160 stazioni radio, ma la sua influenza è forse ancor più forte su internet”, lamenta il grande giornale: “Oltre 1,6 milioni di persone  han sottoscritto il suo canale su YouTube,in cui i suoi video sono stati guardati un miliardo di volte dal 2008. Un altro 1,2 milioni di persone hanno dato il ‘like’ alla sua pagina Facebook e oltre 470 mila lo seguono su Twitter  (..) Il presidente Obama può ridere delle vulcaniche farneticazioni di mr. Jones, ma molta gente non ne ride.  Egli è una figura conservatrice influente, anche se di frangia, le cui trasmissioni radio, video e i siti web forniscono  teorie del complotto d un pubblico di milioni”.
Milioni che il New York Times nemmeno si sogna, tra parentesi.
Dunque Obama ha commesso un “errore di  comunicazione”  grave nel ‘sistema di comunicazione’ corrotto dalle censure e  dai silenzi collusivi dei media ufficiali col Sistema;  ha suscitato a vita mediatica un avversario  che i media s’erano accordati ad affondare nella clandestinità, semplicemente non rispondendo alle sue accuse e informazioni perché “complottiste”.  Inutile dire che  Donald Trump è stato spessissimo ospite di Alex Jones.

Mettono Mosca spalle al muro (L’han già fatto con Tokio).

Mai e poi mai questi lasceranno entrare Trump alla Casa Bianca: temono per il proprio collo, sanno che rischiano un processo di Norimberga 2.0 . E  non bastando nemmeno i brogli e la manipolazione dei “grandi elettori” pro Hillary (Giuliani ha detto: “Se non viene eletto, sarà un bagno di sangue”) , la guerra alla Russia  pare a loro la via d’uscita possibile. Sanno che la potenza Usa, enormemente superiore, può vincere una  guerra totale, mentre sta perdendo la guerra parziale in Medio Oriente.
Attenzione alla escalation degli atti di ostilità bellica –   ultimi, il conto bancario di Russia Today (la tv che trasmette in inglese, estremamente pericolosa per lorsignori) nella Royal Bank of Scotland; il taglio dell’accesso internet a Julian Assange nell’ambasciata dell’Equador (di cui s’è sparsa la notizia della morte) per ordine degli Stati Uniti, che ha minacciato l’Equador di “gravi conseguenze” altrimenti; e i movimenti di terroristi pagati dagli occidentali sia da Dabiq in Siria (dove sono evacuati senza colpo ferire) e  presto da Mossul per concentrarli a rinforzare le forze anti-Assad in Siria.  Aggiungiamoci pure il  concentramento  di forze NATO ai confini baltici della Russia.

Sono tutti atti di gravità crescente e irreversibile. Mirano a rendere impossibile ogni de-escalation  –  essendo comunque la de-escalation di tali tensioni   il compito più difficile per ogni diplomazia – onde mettere la Russia con le spalle  al muro.   E’ una tecnica storica, che gli Stati Uniti hanno sperimentato più volte contro stati che intendevano incenerire.  Il Giappone imperiale, oggi lo sappiamo, offri segretamente a Roosevelt di uscire dall’Asse se gli Usa alleviavano le sanzioni  (vedi nota 1) , specie le petrolifere. Roosevelt  rispose bloccando i conti giapponesi in Usa, come oggi la Gran Bretagna ha fatto alla RT.  Il Giappone restava con sei mesi di carburante:  i militari convinsero l’imperatore che non restava altra speranza   che un colpo di mano.

Obama farà lo stesso. Potrà  proclamare che le elezioni di novembre sono state falsate dagli “hacker di Putin”, adesso nemici bellici, ed annullarle – instaurando le stato di emergenza con la dittatura di fatto della legge marziale.  La satanizzazione mediatica di Putin è ovviamente parte della strategia.