martedì 9 dicembre 2014

Altra Italia, ricchi e poveri



I ricchi e i poveri non li puoi separare. La manovalanza deve essere povera. Non puoi competere coi cinesi con gli stipendi italiani o tedeschi. L'Italia in certi comparti produttivi (al 50 % se non oltre in nero) è competitiva coi cinesi, meglio e più di Francia o Germania. I tedeschi usano noi e quelli dell'est come i loro "cinesi". L'area di Napoli, e la Puglia, sono tra le realtà più produttive del pianeta. Se non ci credi, siediti in certi punti della nostra rete autostradale e conta quanti camion al secondo fluiscono pieni da sud a nord. 

Tutto in nero, lo sa l'intera Europa e fa finta di niente, hai interi distretti industriali che nemmeno compaiono sulle carte stradali. Il porto di Napoli è stato definito "il più grande porto della Cina": una decina di chilometri di moli dove i container cinesi arrivano, vengono smistati senza alcun controllo doganale e da qui prendono le strade di tutta europa. Nessuna azienda tedesca sarebbe così scema da farsi rifornire di semilavorati o di pezzi da assemblare tramite Amburgo (dove i controlli doganali ci sono). Chiudi il nostro sud, e chiude l'Europa intera. Oppure resta aperta, però a patto che la si faccia finita con la farsa ipocrita di Amburgo ariana e cristallina, e che anche lì i container passino la dogana clandestinamente in massa. 

L'ENI è la 22esima multinazionale più grande del mondo, dopo la Gazprom è la seconda del comparto gas. E' più grande della General Electric (quella che fa le lampadine e le centrali nucleari di mezzo mondo), e sta pochi posti dietro la Apple (15esima). Controlla giacimenti in Kazakhistan, Africa centrale, mediterraneo orientale. E' il principale fornitore europeo di gas. Il petrolio finisce tra una trentina d'anni. Il gas tra 200. L'italia, che ha ormai fatto sparire dalla sua produzione elettrica il petrolio (il comparto ormai funziona a gas o rinnovabili), è molto avanti rispetto a paesi che hanno il colossale problema di uscire sia dalla dipendenza dal petrolio, sia dal nucleare (chiudere una centrale costa un'enormità o è impossibile, e però ormai le centrali cominciano ad esser vecchiette). Col risultato che stiamo diventano lo snodo del rifornimento energetico del continente. 

Un italiano è alla guida della banca centrale europea, ed ha appena detto gentilmente ai tedeschi: si decide a maggioranza, e quindi si fa come dico io. Uno schiaffo così non lo prendevano dai tempi di Patton. E però, se se lo devono ingoiare come sembra che faranno, delle ragioni ci sono: quello gli ha messo davanti l'insostenibilità anche per loro della loro politica. 

Il problema non è il nostro ruolo in europa, che è pure troppo pesante per i miei gusti. Il problema è che l'intera struttura si sta avvitando attorno ad alcuni problemi insolubili. 

Primo problema: l'ingestibile debito delle banche, ormai tutte quelle grosse sono esposte fino al collo per aver sovvenzionato progetti faraonici ed improponibili. Che invece sono stati proposti ed approvati, sia al sud che al nord d'europa. Oggi chi va ad amministrare una banca come prima cosa trova sistemi per dirottare i quattrini di quella verso qualche affare che lui controlla. Un bel progetto infrastrutturale è il sistema più semplice. Come le banche, tutte le grosse società di servizi. Una somma di debiti privati che fa impallidire quelli pubblici, che nessuno rimborserà mai, che invece che fermarsi continua la sua rincorsa folle, e nella quale i nordici non sono messi meglio di noi. Di queste storie, la più grottesca che conosco riguarda l'Areva, la società che gestisce il nucleare francese, la più potente corporation mondiale del settore nucleare. Decine di miliardi buttati per comprarsi un pezzo di Centrafrica ricco d'uranio, una invasione militare da cui non si riesce più a tirarsi fuori, un progetto industriale colossale. Lì c'era e resta il deserto, lontano da ogni cosa utile di questo mondo. A salvare l'Areva dal crollo sono intervenuti i Cinesi, che però l'aiuto se lo faranno politicamente pagare. La CEO di Areva è sotto processo in Francia.  

Secondo problema, la burocrazia. Da Bruxelles è calata una fila di cedolizzazioni di ogni aspetto della vita lavorativa e persino privata di uomini e realtà che la nostra burocrazia tradizionale non se la sognava nemmeno. Tutta la vita di un intero continente viene ridotta ad una interminabile serie di certificazioni di qualità, che sostituiscono la competizione di mercato ad ogni livello. Prima se eri proprietario di due panetterie chiudevi quella che vendeva meno, ora chiudi quella che ha il fattore di qualità più basso. Un sistema di incentivazioni ti porta a fare questo, perché l'obiettivo di ogni governo non è più il benessere di un paese, ma le statistiche relative a questo benessere, che poi vengono confrontate in sede comunitaria. 

Cosicché l'economia di un intero continente viene distorta alla soddisfazione di queste statistiche. Inevitabile che ne sia schiantata l'economia legale, e ne prosperi quella illegale, nella quale qualche tradizionale vantaggio competitivo rispetto al resto d'europa ce l'abbiamo. 

Potrei dire tante altre cose, ma il vero sunto è: ogni volta che ad un problema trovi una soluzione semplice, ripensaci: è sicuramente sbagliata. A questo mondo, di semplice ci sono solo le favole che raccontano i media. 

Andrea

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Commento di Franca Oberti: "Ho preso sul serio tutto il discorso sull'Europa e ringrazio Andrea per la brillante descrizione di un dramma mondiale. 
Tra amici, gente comune e vicini, si sono persi i buoni costumi, quindi ritengo che ad oggi, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, è difficile trovare persone disponibili al "sì" incondizionato. Credo sia più logico rispondere. "se potrò, ben volentieri!" che mi sembra più realistico. Poi è la persona che ha dentro la generosità, tutta sua, di aiutarti o meno. A volte rimani "fregato", ma se accetti anche questo, tutto fila via e ti dimentichi... non porti rancore." 

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