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sabato 21 gennaio 2012

Volos, Grecia Libera - Come affrancarsi dai banchieri e dall'Euro con il TEM (Unità Locale Alternativa)

La nuova moneta gentile... TEM


Volos, Grecia – La prima volta che ha comprato uova, latte e marmellata in un mercato all’aperto utilizzando non l’euro, ma una moneta di scambio informale, Theodoros Mavridis, un elettricista disoccupato, era entusiasta.

“Mi sentivo liberato, mi sentivo libero per la prima volta”, ha detto Mavridis in una recente intervista in un caffè di questa città portuale della Grecia centrale. “Io istintivamente ho messo la mano in tasca, ma non ce n’era bisogno.”

Mr. Mavridis è il co-fondatore di una rete sempre più ampia qui a Volos che utilizza la cosiddetta Unità Locale Alternativa, o TEM in greco (una sorta di cambiale proletaria n.d.r.), per scambiare beni e servizi – corsi di lingua, baby-sitting, supporto informatico, pasti cucinati in casa – e per avere sconti da alcune aziende locali.

In parte moneta alternativa, in parte baratto, in parte mercato a cielo aperto, il network di Volos è cresciuto in modo esponenziale nell’ultimo anno, da 50 a 400 membri. Si tratta di uno dei numerosi gruppi che saltano fuori in tutto il paese, man mano che i Greci, spremuti dai tagli salariali, aumenti delle tasse e crescenti timori sul fatto se continueranno a utilizzare l’euro, cercano modi creativi per far fronte a uno scenario economico in cambiamento radicale.

“Da quando c’è la crisi c’è stato un boom di questi networks in tutta la Grecia”, ha detto George Stathakis, professore di economia politica dell’Università di Creta. Nonostante il forte settore pubblico in Grecia che impiega uno su cinque lavoratori, ha aggiunto, i servizi sociali del Paese spesso non sono all’altezza di aiutare le persone nel bisogno. “Ci sono così così tante enormi lacune che devono essere compensate da nuovi tipi di networks”.

Anche il governo ne sta prendendo atto. La scorsa settimana, il Parlamento ha approvato una legge promossa dal Ministero del Lavoro per favorire la creazione di “forme alternative di imprenditorialità e sviluppo locale”, compresi i networks basati sullo scambio di beni e servizi. La legge per la prima volta riempie in una zona grigia normativa, dando a questi gruppi lo status di no-profit.
Qui a Volos, i fondatori del gruppo sono convinti di lavorare in parallelo con l’economia regolare, ispirati più da un bisogno di solidarietà nei momenti difficili che da una spinta politica per l’uscita della Grecia dall’eurozona e il ritorno alla dracma.

“Non siamo rivoluzionari o evasori fiscali”, ha detto Maria Houpis, un’insegnante in pensione e una dei sei co-fondatori del gruppo. “Noi accettiamo le cose come stanno.”
“Eppure – ha aggiunto – se la Grecia avrà una svolta verso il peggio e alla fine esce dall’euro, reti come questa sono pronte a entrare nella breccia. In uno scenario immaginario – e sottolineo immaginario – saremmo pronti per questo.”

Il concetto del gruppo è semplice. Le persone si iscrivono online e accedono a un database che è una specie di lista per soli membri. Una unità di TEM è uguale in valore a un euro, e può essere utilizzata per scambiare beni e servizi. I membri iniziano i loro conti da zero, e accumulano credito offrendo beni e servizi. Si possono prendere in prestito fino a 300 TEM, ma si è tenuti a rimborsare il prestito entro un determinato periodo di tempo.

I soci ricevono anche dei libretti di vouchers della moneta alternativa se stessa, che assomigliano a buoni regalo e sono stampati con un sigillo speciale che rende difficile la contraffazione. Questi buoni possono essere utilizzati come assegni. Diversi uomini d’affari a Volos, tra cui un veterinario, un ottico e una sarta, accettano la moneta alternativa in cambio di uno sconto sul prezzo in euro.
Una rapida occhiata al database mostra persone che offrono lezioni di chitarra e di inglese, servizi di contabilità, assistenza tecnica per i computer, sconti presso parrucchieri e l’uso dei giardini privati per le feste. C’è un sistema di valutazioni per cui le persone possono descrivere le loro esperienze, al fine di mantenere un trasparente controllo di qualità.
(La rete utilizza software open-source ed è ospitata su un server olandese, cyclos.org, che offre bassi costi di hosting.)

Il gruppo tiene anche un mercato mensile all’aperto che è un incrocio tra una vendita di oggetti usati e un mercato contadino, dove il Sig. Mavridis ha usato il suo credito in TEM per comprare uova, latte e marmellata. I beni in questione provenivano da allevatori locali coinvolti nel progetto.

“Siamo ancora all’inizio” ha dichiarato Mavridis, che l’anno scorso ha perso il suo lavoro da elettricista in una fabbrica. “Nei prossimi mesi, il gruppo spera di avere uno spazio in un ufficio dove le persone senza computer potranno collegarsi alla rete più facilmente.”

Per la signora Houpis, la rete ha una dimensione psicologica. “La cosa più emozionante che si prova quando si inizia è questo senso di collaborazione”, ha detto. “Hai molto di più di quanto dice il tuo conto in banca. Hai la tua mente e le tue mani. ”

Mentre si affaccendava sul suo tavolo da cucito nel suo piccolo negozio nel centro di Volos, Angeliki Ioanniti, 63 anni, ha detto che accetta sconti per lavori di sartoria ai membri della rete, e scambia anche lavori di cucito per aiuto con il computer. “Essere in una piccola città aiuta, perché c’è fiducia”, ha detto. In cambio di euro e moneta alternativa, vende anche olio d’oliva, olive e sapone al profumo di bergamotto fatto in casa da sua figlia, che vive nella campagna fuori Volos.

Nel negozio di ottica della sua famiglia, Klita Dimitriadis, 64 anni, offre sconti ai clienti che utilizzano moneta alternativa, ma ha detto che la rete non ha veramente ancora preso piede o portato molti affari. “E’ utile, ma ancora non funziona molto, perché tutti stanno facendo sconti”, ha detto.

In una e-mail, il sindaco di Volos, Panos Skotiniotis, ha detto che la città segue la rete della moneta alternativa con interesse ed è generalmente di sostegno alle iniziative di sviluppo locale. Ha aggiunto che la città sta guardando anche ad altri modi di gestire la situazione economica, per esempio mettendo a disposizione del suolo pubblico per una fattoria urbana comunale dove i cittadini possano coltivare prodotti per uso proprio o da vendere.

Dopo anni di consumismo sfrenato e di credito facile, queste iniziative nascenti parlano del nuovo clima in Grecia, dove l’austerità imposta ha portato la gente a unirsi – non solo per protestare in massa, ma anche per aiutarsi l’un l’altro.

Iniziative simili stanno spuntando dappertutto in Grecia. A Patrasso, nel Peloponneso, nel 2009 è stato fondato un network chiamato Ovolos, dal nome di un’antica moneta Greca, e comprende una moneta locale di scambio, un sistema di baratto e una cosiddetta banca del tempo, in cui i membri si scambiano servizi come cure mediche e corsi di lingua. Il gruppo ha circa 100 transazioni alla settimana, e volontari per monitorare i servizi illegali, ha detto Nikos Bogonikolos, il presidente e socio fondatore.

La Grecia ha avuto per lungo tempo altre reti di scambio, in particolare tra i contadini. Dal 1995, un gruppo chiamato Peliti ha raccolto, conservato e distribuito gratis semi delle varietà locali ai coltivatori, e dal 2002 opera come rete di scambio in tutto il paese.

Al di là degli scambi, vengono fuori anche altri segni di collaborazione. Quando gli autobus e i dipendenti della metropolitana di Atene sono scesi in sciopero due settimane fa, gli Ateniesi hanno inondato Twitter alla ricerca di carpools, utilizzando un account fondato nel 2009 per aumentare la consapevolezza sui problemi del trasporto ad Atene. La diffusione di questa pratica ha fatto notizia, come un segno di qualcosa di impensabile prima che la crisi colpisse.

Con l’aumento della disoccupazione sopra il 16 per cento e l’economia che continua a diminuire, molti Greci si preparano al peggio. “Le cose andranno molto male l’anno prossimo”, ha dichiarato Stathakis, il professore di economia politica.

Christos Papaioannou, 37 anni, che gestisce il sito Web per la rete a Volos, ha dichiarato: “Siamo in un territorio inesplorato”, e spera che il gruppo si espanda. “Ci saranno un sacco di cambiamenti. Forse è l’inizio del futuro. “

(Fonte: http://www.stampalibera.com)

lunedì 9 gennaio 2012

Guido Viale: "Il decreto Salvaitalia non salverà l'Italia e il decreto Crescitalia non la farà crescere"



Un’analisi del disastro che ci stanno preparando, in Italia e in Europa, e l’indicazione dell’alternativa possibile.

L'Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L'unica possibilità che abbiamo per un'alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L'importante è cominciare. Al più presto

Il decreto "Salvaitalia" non salverà l'Italia e il decreto "Crescitalia" non la farà crescere. Sembra - quest'ultimo - il nome di un formaggio. Il sobrio Monti ha ereditato da Tremonti il gusto di sostituire espressioni consolatorie alla dura osticità delle cose; com'era la famigerata "Robinhood tax", nome che Tremonti aveva dato a due o tre cose diverse e mai realizzate; o «i conti sono stati messi in sicurezza» (e non lo sono): giaculatoria che Monti ha ripreso tal quale dal precedente ministro. È più probabile invece che da quei due decreti l'Italia esca ulteriormente depressa. Il paese non sta andando a nord-ovest (verso Bruxelles) come sostiene Monti; ma, per usare i suoi riferimenti logistici, a sud-est (verso la Grecia). Le misure adottate dal governo greco, prima e dopo il cambio della guardia, non l'hanno salvata da un primo default - anche se nessuno lo ha chiamato con il suo vero nome - e non la salveranno dal prossimo. E nessun economista serio vede come l'economia della Grecia, sottoposta a quella cura da cavallo, possa risollevarsi nel giro dei prossimi dieci e più anni. Ma l'Italia ha imboccato la stessa strada; che è poi quella "suggerita", cioè imposta, dalla Bce. Quanto all'equità, questa sì, verrà realizzata: equiparando al livello più basso lavoro fisso e precario e superando così «l'apartheid» che li divide (bella espressione, «apartheid»: come se i lavoratori a tempo indeterminato - e non i padroni, che in questi mesi li stanno mettendo entrambi sul lastrico a bizzeffe - avessero rinchiuso i precari dietro una cortina di filo spinato).

Anche le "riforme" si faranno, dato che sia questo termine che "modernizzazione" vengono ormai usati solo per indicare la sottomissione totale dei lavoratori alle imprese; e di queste alle banche; e delle banche - con i buoni uffici dei governi e della Bce - alla finanza ombra che domina l'economia globale. Quanto al "rigore" tanto caro al governo, non è che il rigor mortis di una compagine che al carnevale berlusconiano ha sostituito la "sobrietà", per continuare l'aggressione spietata contro chi lavora, chi è disoccupato, e chi lavora senza guadagnare; senza molto discostarsi da chi li ha preceduti. «Non ci occupiamo solo di questo», ha aggiunto Monti durante la conferenza stampa di fine anno, dato che aveva parlato solo di tassi, spread , debito, conti, bilanci, tagli, tasse. E ha precisato: «Sappiamo che gli uomini sono fatti di carne, ossa e...("anima", avrebbe detto qualcuno di voi; "spirito", o "mente", avrebbe pensato qualcun altro. No)... e denaro» ha concluso il premier.

Ecco: per Monti siamo fatti di denaro ("carne e ossa" sono incidenti di percorso); e, ovviamente, ciascuno conta per il denaro che ha; di cui "è fatto". Scava e scava: tutta la filosofia del liberismo, e soprattutto la sua "prassi", finiscono lì. Prendete Draghi, che lavora in tandem con Monti - e con molti altri - alla salvezza dell'Italia e dell'euro; cioè di chi gli euro li detiene. Ne sta distribuendo miliardi alle banche a man bassa (come Ben Bernanke ha distribuito e continua a distribuire alle banche, anche europee, miliardi di dollari; spiegando che se fosse necessario glieli farebbe anche piovere addosso - alle banche; non ai comuni mortali - gettandoli da un elicottero).

E perché? Per «metterle in salvo». E da chi? Da se stesse: dal fatto che hanno assunto, speculando, troppi rischi; sono piene di titoli tossici (in Italia, più provinciali, di immobili: di Ligresti, Zunino, don Verzé e compagnia); sono ingrassate con i titoli di Stato più redditizi, che ora perdono valore, e di cui non riescono a sbarazzarsi in tempo. E poi? Devono ancora decidere se piazzare quei miliardi in titoli di stato (magari al 7 per cento), o in crediti alle imprese (in Italia al 12-15 per cento), o prestandoli a chi specula in azioni, valute, materie prime o derrate alimentari (con guadagni ancora maggiori), avendoli presi in prestito all'1 per cento (con garanzia dei rispettivi Stati, a cui la Bce però non presta un euro perché sono "inaffidabili"). Nel frattempo quei miliardi se li tengono: anzi, li lasciano - in prestito, allo 0,25 per cento - alla Bce che glieli ha dati. Così le imprese soffocano, chiudono e licenziano; i governi annaspano sotto il peso degli spread e non possono spendere per sostenere redditi, servizi, riconversioni, ricerca, istruzione (o anche solo per offrire alle imprese in difficoltà quelle "garanzie" che concedono alle banche, senza averle nemmeno per se stessi); e le banche possono continuare a nascondere il loro stato comatoso; e la "finanza ombra" ingrassa in attesa di sferrare i prossimi colpi.

Queste vicende hanno qualcosa di surreale, ma alla generalità degli economisti sembrano normali, o addirittura sagge. Perché c'è una logica in tutto questo: quella di "non disturbare il manovratore": cioè l'alta finanza; perché si è accettato di essere completamente nelle sue mani: che non sono quelle di un demiurgo, né buono né malvagio; ma quelle di un meccanismo cieco e sordo che produrrà un disastro: che in prospettiva - ma forse anche in tempi brevi - può essere il crollo dell'euro; e con esso dell'intera costruzione europea e forse dell'economia del pianeta.

C'è un'alternativa a tutto questo? Certamente c'è; ma, per ora, non a livello di governo; né dalle elezioni potrebbe sortirne uno molto di diverso. Per ora l'alternativa c'è solo nella capacità di condizionarne le scelte con una piattaforma condivisa e una adeguata mobilitazione sociale. Ma si deve partire da molto lontano. Innanzitutto dalla capacità di mettere al centro le donne e gli uomini in "carne e ossa"; i nostri bisogni e le nostre aspirazioni; e, soprattutto, il rapporto costitutivo con il nostro prossimo - la solidarietà non è un lusso né un optional - e con l'ambiente fisico in cui viviamo. E non, invece, il denaro - e chi lo possiede o lo controlla - come arbitro insindacabile delle nostre vite.

Non è certo un caso che nella presentazione del suo governo Monti non abbia mai nominato l'ambiente; né la comunità (a parte la "comunità atlantica"). Come non è un caso che l'informazione e la discussione sulla crisi finanziaria abbiano completamente oscurato - per non dire azzerato - informazione e consapevolezza della crisi ambientale, ben più grave, e più carica di pericoli per noi e per le generazioni future, di quella finanziaria. Ma anche ciò che fornisce un filo conduttore: per affrontare i problemi economici a partire dai bisogni umani che l'economia non sa soddisfare; e, soprattutto, per non disperdere in produzioni e progetti senza prospettive, in castelli di carte, in "grandi opere" e nuovi disastri ambientali la dotazione e il potenziale di esperienze, di professionalità, di conoscenze, di impianti, di infrastrutture e di relazioni che questo scorcio di secolo ci lascia ancora a disposizione, prima che sopravvenga la grande notte delle tempeste climatiche.

Costruire un'alternativa significa dunque mettere al centro la conversione ecologica dei nostri consumi, dei sistemi produttivi e del modo in cui gestiamo e amministriamo entrambi. Il che significa certamente declinarli entro la gamma di possibilità che di volta in volta si dischiudono, rispettando - non se ne può fare a meno - i rapporti di forza esistenti. Ma senza sottostare aprioristicamente ai vincoli che l'attuale quadro economico e finanziario - che definisce anche il profilo politico e gli assetti sociali - sembra imporre. Guai a pensare che le attuali politiche adottate a livello nazionale ed europeo siano solo il frutto di una concezione errata dell'economia; e che un più corretto impianto teorico permetterebbe di correggerle.

Certamente il liberismo è arrivato a una resa dei conti, a un suo disvelamento come estrema versione della patafisica : quella disciplina che il suo inventore, Alfred Jarry, aveva denominato «scienza delle soluzioni immaginarie». Il liberismo fornisce un quadro falsato e mitologico del mercato, dove quello che nella realtà è l'incontro tra una formica e un elefante che "negoziano" su chi debba schiacciare l'altro sotto le proprie zampe viene spacciato per una libera contrattazione tra eguali. È incapace di auto-correggersi, perché per quanto evidenti siano i disastri provocati dalle privatizzazioni, li imputa sempre al fatto che non ne sono state fatte ancora abbastanza; e che bisogna privatizzare di più; magari vendendo la mamma o i propri organi. Propugna ricette per rimettere in pista la "crescita" che si riducono sempre e solo a tagli di reddito e occupazione per chi lavora; e mai di profitti. Ma dietro il velo di questa dottrina ormai screditata si nasconde la sostanza corposa di una subalternità totale ai poteri della finanza. E non, o non solo, per comunanza di interessi, o per appartenenza sociale, o per connivenza con chi detiene le leve del potere (cose che certo non mancano; e a volte sono vistose). Ma per un vincolo culturale, che è ormai diventato mentale e costitutivo della vita quotidiana di tutti: quello secondo cui all'attuale assetto di potere e alle scadenze e alle soluzioni che esso impone "non c'è alternativa". Questa tesi, di cui Margaret Thatcher è stata l'emblema, oggi si ripresenta come terrore della parola default . Che può voler dire tante cose: da una ristrutturazione del debito, come quello che Angela Merkel ha imposto alla Grecia, senza alcun beneficio, ahimé, per la sua popolazione, al ritorno a valute nazionali, se reso inevitabile dalla scomparsa dell'euro o da una crisi bancaria globale; passando ovviamente per cento soluzioni intermedie.

Eventualità del genere possono farci rabbrividire e paralizzarci. Oppure spingerci a costruire una via di uscita, facendo appello a esperienze e risorse cognitive oggi completamente escluse dal dibattito e dalla possibilità di influire sulle decisioni. Tanto che per discutere proprio di queste cose molti hanno ritenuto necessario occupare le piazze, in Spagna come in America. Come faranno anche in Russia e in Nordafrica, non appena le condizioni lo renderanno possibile (in Italia per ora ci è andata male per via dell'esito funesto del 15 ottobre); o affiancare quel dibattito agli scontri quotidiani con la polizia, come in Grecia; o farne una rivoluzione pacifica, come in Irlanda.. L'importante è cominciare. E se non ora, quando?

Viale Guido
(Il Manifesto)

domenica 6 novembre 2011

Fuga di massa dalla Grecia, che non esiste più... è solo un ammasso di rovine... ed ora tocca all'Italia

"Fuga a piedi.."

La Grecia si prepara a un'ondata di emigrazione di massa

Da 16 mesi abito ad Atene, e ho vissuto la drammatica situazione del posto. Ci si lamenta che i piani di risparmio non funzionano perché i redditi fiscali diminuiscono. Si rimette in discussione la volontà dei greci di fare economie. Ma diamo qualche cifra concreta:

- Riduzione degli stipendi e delle pensione fino al 30 per cento.

- Taglio dello stipendio minimo a 600 euro.

- Drastico aumento dei prezzi (gasolio e benzina, 100 per cento; elettricità, riscaldamento, gas, trasporti pubblici, 50 per cento).

- Un terzo delle 165mila imprese commerciali è fallito, un terzo non è più in grado di pagare gli stipendi. Ovunque ad Atene si possono vedere cartelli gialli con la scritta "Enoikiazetai" in rosso – "Affittasi".

- In questa miseria i consumi (l'economia greca è stata sempre molto incentrata sui consumi) si sono ridotti in modo catastrofico. Le coppie con un doppio stipendio (il cui reddito familiare arrivava fino a 4mila euro) si trovano improvvisamente ad avere solo due sussidi di disoccupazione di 400 euro, che per di più cominciano a essere versati con due mesi di ritardo.

- I dipendenti statali o delle imprese parastatali, come l'Olympic Airlines o gli ospedali, non sono più pagati da mesi e il versamento del loro stipendio è stato rimandato a ottobre o all'"anno prossimo". Il record è del ministero della Cultura: molti dipendenti che lavoravano all'Acropoli non sono pagati da 22 mesi. E quando hanno occupato l'Acropoli per manifestare (pacificamente), sono stati subito caricati e gassati dalla polizia.

- Tutti concordano nel dire che i miliardi dei versamenti dell'Ue ripartono per il 97 per cento direttamente verso l'Unione e le banche, per rimborsare il debito e i nuovi tassi di interesse. Così il problema è con discrezione rigettato sulle spalle dei contribuenti europei. Intanto le banche continueranno a incassare alti interessi fino all'eventuale bancarotta, mentre i crediti sono tutti a carico del contribuente. Di conseguenza non c'è ancora denaro per le riforme strutturali.

- Migliaia e migliaia di piccoli imprenditori, autisti di taxi o di camion, hanno dovuto sborsare migliaia di euro per le loro licenze, e per ottenerle hanno fatto dei debiti, ma oggi si vedono confrontati con una liberalizzazione che permette ai nuovi arrivati di non pagare quasi nulla.

- Si continuano a inventare nuove tasse. Adesso per sporgere denuncia alla polizia bisogna pagare 150 euro sull'unghia. La vittima deve tirare fuori il portafoglio se vuole che la sua denuncia sia presa in considerazione. Nel frattempo i poliziotti sono obbligati a pagare di tasca propria per fare il pieno delle macchine di servizio.

- È stata creata una nuova imposta fondiaria associata alla fattura dell'elettricità. In caso di mancato pagamento viene interrotta l'elettricità.

- Ormai da diversi mesi le scuole pubbliche non ricevono più i libri di testo. Lo stato ha accumulato un debito enorme con le case editrici e di conseguenza le consegne sono state bloccate. Gli studenti ricevono ormai dei cd e i loro genitori devono comprare dei computer per permettere loro di seguire le lezioni. Nessuno sa come le scuole, soprattutto quelle del nord del paese, potranno pagare le spese di riscaldamento.

- Tutte le università sono di fatto paralizzate fino alla fine dell'anno. Molti studenti non possono né presentare la loro tesi né sostenere gli esami.

- Il paese si prepara a un'ondata di emigrazione di massa e spuntano sempre più agenzie specializzate in questo settore. I giovani si rendono conto di non avere alcun futuro nel paese. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 40 per cento fra i giovani laureati e il 30 per cento fra i giovani in generale. Chi lavora lo fa per uno stipendio da fame e a nero (senza alcuna forma di previdenza sociale): 35 euro per dieci ore di lavoro al giorno nel settore della ristorazione. Le ore di straordinario si accumulano senza essere pagate. In questa situazione non rimane più nulla per settori come l'istruzione. Il reddito che il governo greco riceve dalle imposte è quasi nullo.

- Le riduzioni di massa di impiegati della funzione pubblica sono state fatte in modo del tutto antisociale. Si è pensato soprattutto a sbarazzarsi delle persone qualche mese prima del loro pensionamento, così da dover versare solo il 60 per cento di una pensione normale.

La domanda è sulla bocca di tutti: dove è finito il denaro degli ultimi decenni? A quanto pare non nelle tasche dei cittadini. I greci non hanno nulla contro il risparmio, ma ormai non ce la fanno più. E chi ha un impiego si ammazza di lavoro (cumulando due, tre o addirittura quattro lavori diversi).

Tutti i miglioramenti sociali degli ultimi decenni sulla protezione dei lavoratori sono stati cancellati. Lo sfruttamento è ormai senza regole; nelle piccole imprese è soprattutto una questione di sopravvivenza. E quando si sa che i dirigenti greci hanno cenato con i rappresentanti della troika [la Commissione europea, la Bce e l'Fmi] per 300 euro a persona, ci si può chiedere quando la situazione finirà per esplodere.

La situazione in Grecia dovrebbe rappresentare un importante campanello di allarme per la vecchia Europa. Nessun partito favorevole all'ortodossia di bilancio sarebbe in grado di applicare il suo programma, non sarebbe neanche eletto. Bisogna combattere il debito finché è ancora relativamente sotto controllo, prima che diventi una sorta di genocidio finanziario.


Günter Tews

Fonte: http://diepresse.com/

venerdì 21 ottobre 2011

Grecia come la Russia di Eltsin - Il diktat della troika provoca il genocidio in Grecia

"Angelo triste - Dipinto di Franco Farina"


Claudio Martinotti Doria: "quello che i mass media non dicono sulla Grecia e che la Scuola Economica Austriaca contiene nella sua Teoria: Quando il denaro muore la gente muore".


Un articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet rivela che i greci «perdono la vita» a causa dei tagli al sistema sanitario imposti dall’infame troika (Commissione Europea, BCE, Fondo Monetario Internazionale). Ciò che è stato documentato per la Grecia, tuttavia, è in programma per tutti i Paesi UE, a partire da Portogallo e Irlanda.

Intitolato Gli effetti sanitari della crisi finanziaria: presagi di una tragedia greca, lo studio del The Lancet è opera dei dottori Alexander Kentikelenis e David Stuckler, della Cambridge University, del professor Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine e di numerosi altri medici. I loro dati provengono dal governo greco e dalle statistiche UE sul reddito e le condizioni di vita, e coprono il periodo dall’inizio della crisi nel 2007 alla prima metà del 2011.

In questo periodo, i bilanci degli ospedali pubblici sono stati tagliati almeno del 40%! Visto che sempre meno persone possono permettersi cure sanitaria private, il numero di accettazioni in ospedali pubblici è aumentato del 24% solo nel 2010, seguito da un altro 8% nella prima metà del 2011. Di contro, le accettazioni a ospedali privati sono diminuite del 25-30%. Molte persone non possono neanche permettersi i 5 Euro di ticket per la degenza in un ospedale pubblico, e molte ditte farmaceutiche, incluso il gruppo svizzero Roche, hanno interrotto le forniture agli ospedali greci perchè non pagavano i debiti.

Médecins du Monde riporta un aumento drammatico (dal 3-4% prima della crisi al 30% di adesso) di greci che cercano cure presso le cliniche volontarie di strada che sorgono come funghi nelle grandi città, principalmente per le migliaia di immigrati irregolari. «Ci sono segnali del fatto che la situazione sanitaria sia peggiorata, soprattutto nei gruppi vulnerabili», scrivono gli esperti. Il numero di greci che definiscono «cattiva» o «pessima» la loro condizione sanitaria è aumentato del 14% tra il 2007 ed il 2009. Molti disoccupati non possono più permettersi farmaci speciali, inclusa l’insulina in caso di diabete.

Lo studio rivela che i suicidi sono aumentati del 17% tra il 2007 ed il 2009, mentre dati non ufficiali del 2010 citati al Parlamento parlano di un aumento del 25% rispetto al 2009. Soltanto nella prima metà del 2011 c’è stato un aumento del 40% rispetto allo stesso periodo del 2010, come riferisce il ministro della Sanità. Le infezioni di HIV sono aumentate del 52% nel 2010, e la metà dei casi sono da attribuire all’uso di droga con siringhe. L’uso di eroina è aumentato del 20% nel 2009, secondo una stima del Centro Greco di Documentazione e Monitoraggio Droghe. Un terzo dei programmi sociali del Paese è stato tagliato, costringendo molti tossicodipendenti al ricovero negli ospedali pubblici sovraffollati.

Fugando ogni dubbio sul fatto che i burocrati della troika siano degli assassini a tavolino il principale quotidiano greco Kathimerini (12 ottobre) intervista il rappresentante della Commissione Europea Matthias Mors, che in risposta a una domanda sul fatto che la troika abbia dettato queste misure al governo, sostiene che essa abbia solo definito gli obiettivi di bilancio.

«Quali misure prendere è una scelta del governo», ha detto Mors. In altre parole «non diciamo chi uccidere, soltanto quanti». Nel corso dell’intervista Mors chiede altri tagli alla spesa sanitaria.

EIR Executive Intelligence Review
Strategic Alert, Edizione Italiana
anno 20 numero 42 del 20 ottobre 2011

giovedì 23 giugno 2011

Savino Frigiola, altraeconomia e informazione sottotraccia per la sovranità monetaria



Solo ora ci si rende conto di quanto si è riusciti ad incidere a livello nazionale, in termini di informazione e formazione nel campo economico e monetario mediante l’attività, spesso quasi in sordina, svoltasi in tutti questi lunghissimi anni.

Come sempre accade quando i tempi sono maturi, cadono anche le pere, si sono verificati alcuni eventi imprevisti e assolutamente significativi, inimagginabili solo sino qualche mese fa: l’On. Di Pietro ha presentata al nostro Ministro dell’economia una interrogazione parlamentare centrallizata sulla enunciazione di G. Auriti inerente al “valore convenzionale della moneta”, chiedendo tra l’altro di chiarire a chi appartenga la proprietà dell’Euro al momento della sua emissione; pochi giorni dopo analoga interrogazione, sempre imperniata sulle enunciazioni di Auriti, viene avanzata alla Comunità Europea dall’On. Borghezio, il 15 di maggio scorso appare sul Sole 24 Ore un articolo di Fabrizio Galimberti, dal titolo così concepito: “Uscire dalla crisi – stampare moneta è ammissibile, senza però perderne il controllo” (come sempre avviene, come è sempre avvenuto e come sempre deve essere fatto, quando l’emissione monetaria è limitata e finalizzata al pagamento di opere e servizi di pubblica utilità).

Altro importante ed illuminante articolo di Marino Badiale e Fabrizio Tringalii http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39218 analizza impietosamente ma con riferimenti precisi e documentati, l’attuale nostra situazione economica e monetaria inquadrata nell’ambito europeo mettendo in evidenza la latitanza delle forze politiche e sindacali sulle attuazioni in corso e la conseguente distruzione dello stato sociale.

Questi fatti solo apparentemente scollegati fra loro, si sono verificati pochi giorni, prima e dopo, della manifestazione romana del 16 giugno, che ha visto sfilare il corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, proprio per denunciare l’insieme e le conseguenze di queste malefatte.

Questa manifestazione pur frettolosamente organizzata ha conseguito due risultati importantissimi: ha registrato (ed è la prima volta che si verifica) la convergenza e la partecipazione spontanea di numerosissime associazioni culturali, comitati di varia natura, editori, case editrici, associazioni a difesa dei consumatori, associazioni antiusura, antirachet ed antiequitalia, tutte direttamente o indirettamente interessate ad eliminare i gravi disagi economici e monetari, tutte accumunate dalla condivisione e dalla volontà di voler bloccare l’aggravarsi della crisi mediante il ritorno da parte dello Stato all’emissione monetaria diretta, come si è saputo validamente effettuare per oltre cento anni, a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione e per bloccare la fabbrica del debito la cui crescita sta scardinando la nostra economia.

L’altro importante risultato è quello di aver concluso a tutti gli effetti la fase culturale della ricerca e degli studi inerenti alla grossa questione monetaria, intrapresa dal “Centro Studi Politici e Costituzionali” fondato e diretto da Giacinto Auriti presso l’Università di Roma.

Sulle perverse risultanze scaturite dalla spregiudicata e disinvolta gestione monetaria, ad opera dei banchieri privati, ormai si è compreso tutto ciò che si doveva comprendere.

Ciò significa che non è più necessario dedicare tempo ed energie per continuare a dimostrare l’assoluta necessità di riconferire allo Stato la sovranità e la funzione monetaria, pertanto tranne due o tre soggetti che dovranno continuare a raccogliere notizie e documentazioni, le cui entità saranno rese note appena ottenuta la loro disponibilità, tutti gli altri nell’ambito delle rispettive capacità e competenze, potranno dedicarsi a rafforzare i collegamenti con altre realtà organizzative e politiche, desiderose di perseguire il “Bene Comune” indipendentemente dai vari colori e recinti di provvenienza, per poter raggiungere un sempre maggiore peso politico a sostegno dei disegni di legge capaci d’invertire i disastrosi corsi economici e sociali. A disposizione abbiamo due esempi e due diverse situazioni: quella dell’Islanda e quella Grecia.

Non dovrebbe essere difficile individuare e sciegliere l’azione da intrapprendere.

A presto ed avanti sempre.
Savino Frigiola