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mercoledì 1 agosto 2012

Paper money, Claudio Martinotti Doria ed il boomerang dell'economia senza valori



Nulla avviene per caso, prima o poi il conto degli abusi qualcuno lo deve pagare ...

Purtroppo stiamo vivendo in un'epoca in cui la stragrande maggioranza della popolazione crede che non si possa fare a meno dello stato, anzi, che lo stato si deve occupare di tutto, che solo lo stato è in grado di risolvere i problemi della collettività.

Solo in seguito all'ultima grave crisi in corso, durante la quale i politici statalisti (non "statisti", che sono merce rara) hanno fatto miserande figure di incapaci ed incompetenti, alcune porzioni, ancora troppo minoritarie, di popolazione evoluta, ha iniziato a capire che forse lo stato è parte del problema, soprattutto nella sua ormai emersa scandalosa complicità con la casta dei banchieri.

Qualcuno inizia persino a capire la frode del denaro di carta creato dal nulla (fiat money) per creare debito e schiavizzare la popolazione produttiva (sull'effetto leva indotto dalla riserva frazionaria siamo ancora agli antipodi, forse ne è a conoscenza una persona su diecimila …). Non siamo ancora massa critica da poter cambiare le cose, ma la consapevolezza si espande, rispetto alla totale oscurità culturale di prima della "crisi", che sarebbe meglio definire DEPRESSIONE IMPLOSIVA, perché porterà al collasso del sistema parassitario attuale fondato sulla moneta fiat, sul debito, sulla finanza patologica, sul consumismo compulsivo, sulla crescita ad oltranza, sul malinvestimento, ecc..

Un sistema che non può reggere all'infinito, infatti stanno solo comprando tempo con tutti i sotterfugi attuati finora, stanno calciando il barattolo e mistificando, ma non sono in grado di risolvere un problema che è insolubile. Se anche pervenissero a stampare denaro e a distribuirlo alla popolazione (mentre finora se lo sono distribuito fra loro, mi riferisco all'elite bancaria politica ed al loro entourage) creerebbero comunque INFLAZIONE, fino all'iperinflazione, facendo quindi perdere potere d'acquisto al denaro di carta, quindi sarebbe una ripresa fittizia, effimera, un consumismo temporaneo, poi si ricadrebbe come prima nella "recessione", perché non c'è scampo, il sistema è fallace, è durato anche troppo.

La moneta deve essere correlata a beni preziosi o durevoli e non può fondarsi solo sulla fiducia indotta artificialmente dalle istituzioni statali, fingendo che gli stati non possano fallire, molti stati sono già falliti, così come le grosse banche. Per evitare che della moneta si abusi, come è avvenuto finora, in particolare dopo la creazione della FED nel 1913 e dopo Bretton Woods nel 1944 per cui si è imposto il dollaro come moneta internazionale, occorre che la moneta sia vincolata all'oro o all'argento (gold standard o silver standard) e che corrisponda effettivamente a beni esistenti e non fittizi e cartacei, ed occorre eliminare la riserva frazionaria, cioè le banche devono poter disporre solo del denaro depositato dai risparmiatori senza alcun effetto leva (alcune banche attualmente sono a oltre 30 come effetto leva, basterebbe una perdita patrimoniale del 3 per cento per farle fallire, in pratica teoricamente sarebbero quasi tutte fallite, quelle che hanno abusato dell'effetto leva … ma gli stati coi soldi pubblici le salvano in continuazione e così loro continuano ad abusare all'infinito, unica eccezione è stata l'Islanda).

Alla base di tutto c'è l'ignoranza della popolazione, voluta e favorita dallo stato in primis perché funzionale al potere. Ad esempio quanti sanno che lo "stato" e la "nazione" sono concetti recenti? Che per millenni non sono mai esistiti? Che anche quando esistevano grandi regni ed imperi, in realtà il governo è sempre stato localistico, a livello di città o borghi o località di piccole dimensioni, ed ognuna aveva la sua zecca, coniava monete d'oro, d'argento e di bronzo e le monete d'oro erano accettate ovunque nel mondo tra i mercanti in base al loro peso.
E' solo dopo la pace di Vestfalia del 1648 che è emerso il concetto di stato e di sovranità in senso moderno, e con la rivoluzione francese è emerso il concetto di nazione abbinata allo stato, fino alle aberrazioni successive di stato nazione e di patria in senso nazionalistico aggressivo che sappiamo a cosa hanno portato. La patria fino a tutto l'Ancien Régime era limitata alla località e comunità di nascita, un rapporto stretto con la terra vissuta e lavorata, con la parentela e la comunità del borgo o della città, non certo intesa come estensione territoriale vasta, molteplice ed eterogenea, imposta da convenzioni politico geografiche e da indottrinamento scolastico e mediatico.

Sono tutti concetti recenti di cui si è abusato per scopi politico militari e per indurre sottomissione emotiva facendo leva su concetti morali e manipolabili per poter contare sull'obbedienza e sul sacrificio in tempi di guerra e sulla passività e predazione fiscale in tempi di pace.

Molti pensano che solo lo stato può fornire certi servizi essenziali alla società, non sapendo ad esempio che la prima società di mutuo soccorso era nata in Scozia fin dalla metà del '500 e che da allora si diffusero in tutto il mondo occidentale fino a coinvolgere in alcuni località oltre i tre quarti della popolazione, le iscrizioni erano talmente numerose che le quote da pagare erano modeste e chiunque lavorasse se lo poteva permettere, garantendosi in tal modo la copertura solidaristica dei rischi, quali la malattia, la morte, le spese funerarie, il sostegno alla vedova ed ai figli, durante la vecchiaia, ecc.. Vi erano pure associazioni che si occupavano della sicurezza, indennizzavano i soci che subivano furti ed aggressioni e perseguivano i colpevoli ed organizzavano pattuglie di vigilanza. Potrei proseguire per ore a fornire esempi in tal senso, ma credo che il significato sia stato colto.
Concludendo, le comunità di uomini liberi hanno sempre provveduto ai bisogni primari con senso di responsabilità sociale e previdenziale, e quelli che non ne erano degni perché troppo cinici ed egoisti venivano emarginati o espulsi, senza bisogno dello stato, che al contrario parrebbe che le persone indegne le accolga a braccia aperte in una sorta di associazione a delinquere e a scopo di business per predare le risorse alla classe produttiva favorendo quella parassitaria rappresentata dai politici, banchieri e burocrati.

Qualcuno ancora si domanda come mai ci troviamo in questa situazione?
Semmai cerchiamo di recuperare a livello localistico quei valori che ho citato e che appartenevano al passato, la solidarietà e la comunità, ad esempio, come alternativa e difesa dall'oppressione e dall'avidità dello stato, che di democratico ha solo il nome, in quanto composto prevalentemente da rappresentanti ed esecutori di oligarchie finanziarie parassitarie.

Buona fortuna a tutti.

Claudio Martinotti Doria - http://www.cavalieredimonferrato.it

giovedì 27 ottobre 2011

Andare in pensione a 67 anni? Si può a patto che... Ipotesi ventilata da Claudio Martinotti Doria

Claudio Martinotti Doria in un momento di relax domestico


La mia proposta inviata ai ministeri competenti (che potete leggere in sintesi nel link sottostante) prevede:

- l'eliminazione delle attuale "finestre" che rinviano di 12 mesi per i dipendenti e 18 per i lavoratori autonomi l'erogazione della pensione al raggiungimento dei requisiti, per cui si deve andare in pensione a somma o quota 100 (somma dell'età anagrafica e del numero di anni contributivi versati) senza altri trucchi e rinvii ...
- il recupero agevolato degli anni che risultassero mancanti perché il datore di lavoro non ha effettuato i versamenti contributivi o perché non si era in grado di effettuarli per difficoltà finanziarie;
- la possibilità per chiunque di effettuare versamenti contributivi volontari all'INPS per potersi dotare di una pensione, anche se svolge attività non remunerate, come ad esempio coloro che si occupano delle famiglie, degli anziani non autosufficienti, dei malati cronici, dei portatori di handicap, ecc., con alcune agevolazioni in quanto svolgono un lavoro di utilità sociale;
- la base di partenza per ogni pensione erogata deve essere la "minima", dalla quale si deve partire per calcolare l'ammontare della pensione cui si è maturato il diritto.

Che siano stati per tutta la vita lavorativa collaboratori occasionali o a progetto, con contratti precari o atipici, non deve importare: la pensione minima deve essere garantita a tutti coloro che sono pervenuti a somma o quota 100, purché i periodi di interruzione (di disoccupazione) siano compensati con versamenti contributivi volontari agevolati...

E' inaccettabile che vi siano attualmente situazioni per cui alcuni lavoratori autonomi dopo 35 anni di contribuzione non abbiano maturato il diritto alla pensione minima, quando in passato dipendenti pubblici sono andati in pensione con 15 anni e sei mesi di contribuzione ed attualmente percepiscono pensioni da 1200 euro mensili ... a queste sperequazioni occorre porre rimedio, senza indugio.

Claudio Martinotti Doria
http://www.cavalieredimonferrato.it


La sintesi dell'articolo lo trovate su:
http://www.atnews.it/2011/10/25/leggi-notizia/argomenti/asti/articolo/in-pensione-a-67-anni.html

giovedì 14 aprile 2011

Claudio Martinotti Doria: "Abusi finanziari e correlazioni fra guerre, incidenti nucleari e business...."




Ad esempio cosa hanno in comune la grande crisi economica e il disastro nucleare di Fukushima?

La sindrome Fukushima a Wall Street ha reso edotti anche gli scettici, che ci stavano vendendo illusioni tecnologiche e finanziarie. I potenti della terra, protetti dal loro anonimato ed inaccessibilità, hanno cronicamente e dolosamente sottovalutato i rischi, creando un sistema perverso e colluso che scarica sulle masse le perdite ed i danni e privatizza i guadagni (intascati da un ristretta oligarchia), con una estesa complicità istituzionale autoreferenziale (pensiamo ad es. alle agenzie di rating, che con la figura che hanno fatto avrebbero dovuto scomparire dal mercato).

La politica avrebbe dovuto fare da controllore per ridurre questi abusi ed i rischi conseguenti, ed invece è complice del sistema, non curandosi degli interessi della popolazione ma di chi fornisce loro denaro, ricchezza e potere (leggasi in particolare "banchieri"). Appare quindi giustificata una correlazione tra l'abuso finanziario in corso da molti decenni e l'incidente nucleare di Fukushima, le decine di incidenti più o meno gravi che lo hanno preceduto e l'enorme oneroso problema della gestione delle scorie radioattive, perché sono conseguenze della stessa cinica irresponsabilità di chi si cura del proprio business a scapito dell'interesse collettivo. L'articolo che riporto non fornisce soluzioni, perché non sarebbero accettabili dall'establishment ed intellighenzia o dir si voglia, perché sarebbero drastiche ed a favore della popolazione.

Tanto per citarne qualcuna: l'abolizione delle banche centrali, la liberalizzazione della moneta rendendola onesta (basata sul gold standard, e/o coniata in argento da ogni comunità, statale o regionale o locale, in concorrenza tra loro); l'abbattimento drastico delle tasse che alimentano solo la corruzione e le caste parassitarie (lo stato deve essere alleggerito ai minimi termini); eliminazione di ogni privilegio politico; responsabilizzazione totale civile e penale di ogni politico e di ogni individuo con incarichi pubblici; fidejussione preventiva per ogni attività che preveda un rischio ambientale o sociosanitario; esproprio preventivo finalizzato al risarcimento, di ogni bene posseduto (personale e famigliare) nel caso si siano commessi illeciti e danni alla collettività; diffusione dell'istituto referendario popolare con poteri decisionali e senza quorum; ecc.. Tanto per citarne alcuni, che cambierebbero il volto dell'umanità e la evolverebbero verso qualità di vita impensabili.

Ma la politica va in tutt'altra direzione, ed anche quei paesi che ancora potevano fornire da modello, salvo rari casi (vedasi recentemente l'Islanda), stanno degenerando e degradando, ed il risultato finale nessun analista, neppure un profeta, è in grado di prevederlo nella sua complessa ed articolata nefandezza e devastazione.
 
Claudio Martinotti Doria

P.S. Link all'articolo per il quale ho posto le premesse: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-sindrome-fukushima-a-wall-street/

venerdì 18 febbraio 2011

Milano, grandi eventi 2011 - Monferrato Splendido Patrimonio, di Lorenzo Fornaca, presentato alla libreria Books Import



MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, il pregevole libro dell'editore astigiano Lorenzo Fornaca, è stato presentato lunedì 14 febbraio 2011 alla libreria BOOKS IMPORT DI MILANO.

L'evento oltre che dalla libreria BOOKS IMPORT è stato organizzato dalla rinomata Sir James Henderson School of Milan (fondata nel 1969 da uomini d'affari inglesi, che si potrebbe definire una scuola d'élite) ed ha richiamato numerosi invitati stranieri amanti del Monferrato, venuti appositamente, alcuni superando grandi distanze (una mobilità e dinamicità cui noi abitanti di provincia non siamo minimamente abituati e consapevoli).

Tutti gli interventi si sono svolti in inglese, l'unico ad intervenire nella lingua italiana è stato l'editore Lorenzo Fornaca, ospite d'onore che ha presentato con proverbiale entusiasmo la sua ultima fatica editoriale, da lui interamente coordinata. Impresa ardua trattandosi di una quarantina di autori che hanno spaziato in tutto lo scibile inerente il Monferrato.

Il calore umano e la genuina motivazione che ispira l'editore, ha contagiato il pubblico, nonostante le necessarie interruzioni per dare modo all'interprete di tradurre in inglese il suo intervento. Pubblico assai numeroso, da grandi eventi, circa 250 persone mediamente presenti, che hanno letteralmente riempito ogni spazio della grande libreria, complessivamente si stimano siano transitate a rotazione circa 500 persone, per partecipare ed ascoltare.

MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO è riduttivo definirlo un libro. Si tratta infatti di una dichiarazione d’amore verso la sua terra: Il Monferrato; regione davvero speciale per la storia, l’arte, le leggende e i paesaggi incantevoli. …Terra di cui mi sento ambasciatore e rappresentante e di cui porto il caloroso saluto… Così ha esordito l’editore che aveva un sogno e l’ha realizzato superando difficoltà e aspettative. Dopo aver commissionato decine di capitoli, scelto fra migliaia d’immagini e aver portato a termine il progetto stampando un prodigioso volume, si è accorto di essere andato oltre; oggi l’opera sta riscuotendo crescente successo.

Sono stati molti gli autori che hanno lavorato con entusiasmo a un progetto complesso e articolato, sotto la sua regia, ed alcuni non si sono limitati al capitolo di propria competenza. Di piacevole lettura e facile consultazione, MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO mostra i suoi tesori, attraverso un viaggio in cui avventura, storia, bellezze e le mille virtù di una terra sospesa nel tempo sono di casa.

Il volume sviluppa numerosi argomenti con notizie curiose e informazioni spesso inedite, approfondendo svariati temi. Anche in questo risiede il suo valore: l’ampio respiro e la ricchezza testuale e iconografica ne fanno un’opera particolare, apprezzata da tutti coloro che finora hanno avuto il privilegio di possedere e consultarne una copia

Nell’occasione sono stati presentati i lavori artistici degli allievi della Sir James Henderson School of Milan e si è parlato dei dipinti di una grande artista monferrina Matilde Izzia (numerosi dei quali pubblicati nel volume) presentati da Gregory Wright, responsabile del dipartimento sviluppo e marketing della scuola e da Lodovico Gavazzi, titolare di BOOKS IMPORT.

Sono state così ammirate le doti creative non comuni, l’originalità dei lavori dei giovani. Particolarmente interessante l’abbinamento, perché traccia un collegamento ideale fra passato e presente, fra i giovani artisti della Sir James e la pittrice che è stata ricordata da Lorenzo Fornaca, in occasione della presentazione del suo libro.

E' stato tale l'interesse e l'entusiasmo che ha suscitato la presentazione e la consultazione del volume, oltre agli effetti visibili nel pubblico presente, la sua partecipazione, le numerose domande poste e gli sforzi di avvicinarsi all'editore e di parlare in italiano, ha anche convinto la scuola inglese ad adottare il libro per effettuare delle esercitazioni e traduzioni in lingua inglese di alcuni suoi capitoli, non escludendo di pervenire alla sua completa traduzione, come preludio ad una edizione in lingua inglese.

Edoardo Simone Paluan (figlio di uno degli autori del volume), allievo della Sir James, ha fatto da interprete all’editore, per i numerosi ospiti inglesi presenti. La serata è stata allietata da alcuni giovanissimi musicisti della scuola e da un buffet in cui non sono mancati i vini monferrini e fragole molto saporite, in omaggio agli innamorati nel giorno di San Valentino.

David P. Gelman e Claudio Martinotti Doria

sabato 12 febbraio 2011

Le città fantasma cinesi come risposta al previsto crollo dell'economia americana (la supremazia USA è persa ormai da tempo)



Città cinesi sulla carta, popolate da abitanti di carta...

Prefazione di Claudio Martinotti Doria

La Cina sta convertendo in materie prime le enormi riserve di dollari di cui dispone, oltre che in metalli preziosi come oro ed argento, acquisisce commodities da destinare soprattutto alla costruzione di intere città ben pianificate ed addirittura eleganti urbanisticamente. Ne sono previste oltre duecento da un milione di abitanti ed una trentina di metropoli, che per il momento rimangono praticamente vuote oppure occupare in minima parte ...

Infatti vengono definiti dagli analisti occidentali "città fantasma". Probabilmente è una risposta autarchica politico economica, pianificata dalla leadership politica cinese, al previsto crollo dell'economia americana, sapendo che presto il dollaro perderà la sua ormai marginale credibilità e leadership finanziaria. Ma non si limitano all'autarchia, infatti La Cina sta comprando quantità impressionanti di terreni agricoli e siti minerari in Africa da destinare alla produzione alimentare, sta rilevando congrue percentuali di titoli stati del sud Europa (soprattutto degli stati in difficoltà), sta ampliando le infrastrutture logistiche commerciali turche e sta investendo in quote di proprietà delle migliori industrie europee ed americane. Inoltre sta rilocalizzando all'interno del suo territorio gli insediamenti umani e produttivi in base alle previsioni e proiezioni avveniristiche degli scenari mondiali, predisponendo le condizioni per garantirsi quote sempre maggiori di esportazione, dimostrando una lungimiranza e capacità di pianificazione di lunghissimo periodo che da noi in Occidente è estinta da tempo.

Come suggerisco ormai da parecchi anni, dite ai giovani di studiare come seconda lingua il mandarino standard al posto dell'inglese

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I fantasmi cinesi hanno una casa
Di Enrico Verga

A Chongqing, la "nuova frontiera" dell’urbanizzazione cinese, blocchi di alti edifici fioriscono dove prima si trovavano rigogliose risaie; ferrovie e autostrade marchiano il nuovo territorio senza tener presente le colline e i fiumi che attraversano.

Ovunque le colline vengono livellate, le valli e i canyon riempiti per poter far spazio al piano edilizio volto a costruire abitazioni per 2 milioni di cittadini. Queste le stime di urbanizzazione ufficiali definite dallo stato.
Questa è la Cina che McKinsey & Co descrive quando prevede che la nazione costruirà una "nuova Chicago" ogni anno per le prossime due decadi, oltre 1500 nuovi grattacieli superiori ai 30 piani. Entro il 2025, si legge nel rapporto, la Cina avrà 219 città con una popolazione superiore al milione di persone e 24 città più grandi dell’attuale Sidney. In luoghi come Chongqing il viaggio da contadini a cittadini, pronti a godere dei molteplici benefici del mercato globale, è ancora in divenire.

I piani edilizi prevedono che ogni edificio più alto di 5 piani debba possedere una struttura rinforzata di acciaio. L’acciaio è fondamentale per i binari delle ferrovie e per le autostrade. Ogni tonnellata di acciaio richiede circa 1,6 tonnellate di minerale ferroso e 850 chili di carbone ad alta qualità di combustione per alimentare le fonderie.

La Cina investe nella Cina. La scelta di utilizzare le riserve in dollari per incrementare le scorte di materie prime necessarie alla sviluppo nazionale è uno dei metodi più rilevanti per "alleggerire" il carico di valuta straniera detenuto nelle casse statali a favore di beni materiali il cui prezzo, con la guerra delle valute, rischia di crescere di anno in anno.

Tuttavia questa strategia sembra generare delle aberrazioni, situazioni di sviluppo che, per gli standard occidentali, risultano essere completamente illogiche.
Il nuovo distretto urbano di Ordos, in prossimità dell’omonimo deserto, è un esempio di questo fenomeno. Vista dal satellite la città ha un design elegante: edifici abitativi raggruppati in quartieri con una valida pianificazione stradale, ampli viali, scintillanti edifici governativi, parchi. C’è solo un elemento mancante: i cittadini.

La città stenta a popolarsi pur sita in una delle zone più ricche, per risorse naturali, della Cina. I soli abitanti sono i funzionari locali che regolarmente si recano nei nuovi palazzi del governo.

Erenhot, sita nell’interno, ai confini con la Mongolia, è una ridente cittadina che ospita un parco turistico dedicato ai dinosauri. La città ospita il terminal della linea ferroviaria Trans Mongolia. I convogli devono cambiare carrozze qui, data la differenza dei binari tra lo standard cinese e lo standard mongolo (originato da quello russo).

Pur essendo un naturale centro di commercio con la vicina Mongolia solo il 40% delle unità abitative risultano occupate, pur avendo una rete stradale cittadina articolata che connette i differenti quartieri abitativi semi deserti e le future aree residenziali ancora da costruire.

L’elenco delle città carenti di abitanti è lungo e spazia da interi blocchi urbani -sorti vicino alle già esistenti cittadine, come il nuovo distretto di Zhengzhou- alle "cattedrali nel deserto" di Dantu e Kangbashi.
La visione capitalista occidentale difficilmente può spiegare questa situazione. L’analisi del rapporto di McKinsey & Co delinea uno scenario di crescita e investimenti in linea con gli standard comunemente dati per assunti in occidente.

Si parla spesso di bolla dell’edilizia cinese, le trasmissioni finanziarie non esitano a delineare prossimi crolli del mercato immobiliare cinese. Per quanto le "bolle", sin dai tempi dei bulbi di tulipano olandesi, siano un fenomeno ricorrente, ci sarebbe un altra prospettiva che potrebbe essere interessante esplorare al fine di comprendere le "case fantasma" cinesi.
Osservando lo scenario mondiale e la decrescita del mercato americano viene da chiedersi se la Cina, che galleggia su un oceano di dollari e buoni del tesoro americani, non abbia compreso che sia meglio investire, forzatamente, in sé stessa piuttosto che nella decrepita economia a stelle e strisce.

La Cina, in vero, sta investendo anche in terreni agricoli e siti minerari in Africa, sta comprando parte degli ingenti debiti degli stati del sud Europa (Grecia, Portogallo, forse in futuro la Spagna), sta ampliando le infrastrutture logistiche commerciali turche.

Si può ipotizzare che la politica di sviluppo nazionale cinese si basi su 3 principi: controllo della popolazione, crescita economica interna, sviluppo infrastrutture dei distretti interni.

Questi tre principi si completano e si sostengono a vicenda: la trasformazione da contadini a cittadini permetterà di controllare più efficacemente un crescente numero di cinesi. Le decisioni di spostare verso l’interno le aziende che producono con minor efficienza e rilocalizzare sulle coste, vicini ai centri di logistica, le compagnie che creano prodotti ad alto contenuto tecnologico porterà ulteriore benessere economico ai distretti interni, giustificando la necessità di una rete di trasporti modernamente strutturata.

Egualmente le opportunità offerte dal popolamento dei centri nuovi urbani potrebbero sostenere un mercato interno e generare una domanda stabile per i beni prodotti dalle aziende cinesi.

Se si uniscono tutti questi elementi: sicurezza, crescita economica nazionale e benessere popolare, la scelta cinese di costruire città fantasma appare una scelta ben ponderata, che denota una pianificazione e una lungimiranza nazionalista che i governi occidentali, affascinati dal concetto di globalizzazione, sembrano aver perso.


Fonte: Eurasia, Rivista di Studi Geopolitici http://www.eurasia-rivista.org

venerdì 5 novembre 2010

"Stati Uniti D'America... caduta rovinosa di un impero" - Prove alla mano da Mauro Meneghini



L'Impero sta crollando, ma fino all'ultimo continueranno a negare l'evidenza e a dirvi che la situazione è sotto controllo... (ma di chi?)

Avrete certamente letto dell'iniziativa del presidente della FED Bernanke (soprannominato "elicottero", perché è disposto a spargere dollari anche con gli elicotteri, pur di sostenere l'economia americana) che ha deciso di comprare i buoni del tesoro USA per svariate centinaia di miliardi di dollari, semplicemente stampando nuovi dollari, cioè carta straccia con la quale presto potranno tappezzare le pareti di casa, come si faceva coi marchi negli anni '20 nella Repubblica di Weimar. Le teste fini che si definiscono economisti e che lavorano per i governi, perlopiù di scuola keynesiana e monetarista (non certo della Scuola Economica Austriaca) hanno sempre negato o minimizzato i rischi di una simile follia espansionistica del debito, sia pubblico che privato, che deriva dal stampare denaro disonesto, privo di valore effettivo, le cui ripercussioni inevitabilmente sono deleterie, perché favoriscono la spesa pubblica arbitraria ed i conflitti bellici, i malinvestimenti, le speculazioni estreme e gli abusi finanziari, l'indebitamento ingiustificato, i conflitti esasperati, il malcontento e gravi disuguaglianze sociali, il consumismo compulsivo ed esasperato, ecc..

Non occorre essere degli economisti, ma è sufficiente applicare il buon senso comune, per capire che gli USA con questo tipo di comportamento, prima o poi crolleranno sotto il peso di una situazione insostenibile, da loro stessi creata, che non può più essere camuffata e mistificata, il bluff non può durare in eterno.

Da anni di fronte alle tristi e tragiche condizioni in cui versa in particolare in nostro paese, faccio la battuta che a salvarci ci penseranno i cinesi, che spero comprino il nostro paese e lo amministrino meglio di quanto abbiano fatto i nostri pessimi governanti. Ebbene, fra breve non sarà più una battuta, perché dopo che avranno "comprato" gli USA, per loro comprare l'Italia sarà uno scherzo. Il breve filmato allegato all'articolo (cliccate sul link) vi rivelerà la provocazione, assai realistica.

L'articolo che come al solito proviene dal Movimento Libertario, l'unico che ha il coraggio in Italia di affrontare certi argomenti, in pochi minuti e con estrema semplicità vi rivelerà in che condizioni versano gli USA e vi farà capire quanto sia veritiera ed ormai imminente la previsione effettuata dalla Scuola Economica Austriaca del "Crack up Boom" (fate una ricerca in Internet per sapere cos'è), e prima correrete ai ripari e maggiormente tutelerete i vostri risparmi e patrimoni personali e famigliari, che rischiano di dissolversi, disintegrarsi. E poi non ditemi che non vi avevo avvertito.

Claudio Martinotti Doria - http://www.cavalieredimonferrato.it/

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USA, LO SPOT VIETATO PER NASCONDERE IL DEBITO PUBBLICO
di MAURO MENEGHINI

LO SPOT CHE LE TV AMERICANE NON HANNO VOLUTO TRASMETTERE:
http://www.youtube.com/watch?v=OTSQozWP-rM&feature=player_embedded

Un nuovo spot pubblicitario sul debito pubblico statunitense del gruppo "Cittadini contro il debito pubblico" che le grandi reti televisive ABC, A&E e History Channel si sono rifiutate di trasmettere. Lo spot è un omaggio al film del 1986 "The Deficit Trials" che le reti televisive, anche allora, si rifiutarono di trasmettere.
Probabilmente si tratta di argomenti troppo scottanti per queste reti televisive. Ma forse è giunto il momento di raccontare la verità al popolo americano. Nel 1986 il debito pubblico era di 2 bilioni di USD. Oggi ha raggiunto a passi da gigante i 14 bilioni. Il sogno americano si infrange davanti ai nostri occhi, ma le reti televisive, probabilmente, non sono disposte a spiegare al loro pubblico cosa gli sta succedendo.

La verità è che sotto nessun aspetto il filmato menzionato si può considerare offensivo. Lo spot è ambientato nell'anno 2030 e il protagonista è un professore cinese che tiene una lezione sui grandi imperi, mentre sullo sfondo scorrono le immagini degli Stati Uniti d'America, spiega ai suoi studenti l'atteggiamento dei grandi imperi: "Hanno tutti compiuto lo stesso errore. Si sono scostati dai loro principi fondanti che li hanno resi grandi. L'America cercò di uscire dalla recessione aumentando le spese e le tasse. Giganteschi provvedimenti congiunturali- spese, cambiamenti nel sistema sanitario, la soprafazione alla libera imprenditoria e debiti pressanti".

Probabilmente è quello che viene dopo quando il professore dice: "Naturalmente noi possedevamo la maggior parte del loro debito così che ora lavorano per noi". Ora potete ritenere questa pubblicità offensiva? Qui a seguito lo spot e tirate le vostre conclusioni.

Certamente questa pubblicità chiarisce un paio di concetti. Di mese in mese decine di migliaia di posti di lavoro e miliardi di dollari vengono trasferiti in China. Nel 1985 il deficit della bilancia commerciale americana con la China era di 6 milioni di dollari all'anno. Solo in agosto di quest’anno il deficit commerciale americano è stato di oltre 28 miliardi.

Il governo cinese ha un avanzo commerciale talmente elevato, nell'ordine di centinaia di miliardi di dollari, che i funzionari governativi americani sono permanentemente in viaggio verso la Cina per farsi prestare sempre più soldi per permettergli di continuare a vivere oltre le loro possibilità. Ma il debitore prima o poi cade nelle maglie del creditore e gli americani saranno presto nelle mani dei cinesi. Ma non è detto che debba essere per forza così. Non dobbiamo fondere l'economia americana in un'economia unica mondiale, dove si confrontano operai americani con milioni di operai cinesi, che guadagnano meno di 1 dollaro all'ora, e non ha senso metterli in concorrenza.

Fabbiche, patrimoni e posti di lavoro abbandonano l'America con incredibile velocità. Dal 2001 sono state chiuse 42.400 fabbriche americane. In America si vive una de-industrializzazione ma il triste è che questo non viene ritenuto un problema dagli americani. Alla fine del 2009 lavoravano meno di 12 milioni di americani nel settore produttivo. L'ultima volta che nell'industria vi erano meno di 12 milioni di occupati era il 1941.

Per ogni dollaro, che i cinesi spendono per beni o servizi americani, gli stati Uniti ne spendono 3,9 per beni o servizi cinesi. Dopo questi presupposti non riesco a spiegarmi perché le reti televisive si rifiutino di trasmettere questo filmato. Vogliamo provare a farlo noi?

(Fonte: Movimento Libertario http://www.movimentolibertario.it)

domenica 10 ottobre 2010

LA PATRIA LINGUISTICA: Considerazioni sulla questione della lingua di una nazione che non c'è

Prefazione di Claudio Martinotti Doria - http://www.cavalieredimonferrato.it

I contenuti concettuali ed analitici dell'intervento sottostante, che ho deciso di pubblicare nel mio blog e quindi farvi conoscere, sono corrispondenti, similari, per non dire identici, a quelli trasmessi dal sottoscritto nel corso di tanti anni, in numerosi saggi e articoli.

L'Italia non è mai stata una nazione.

Questo è il concetto base cui è pervenuto anche Emilio Gentile nel suo recentissimo libro "Né Stato né nazione. Italiani senza meta". Editore Laterza (http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842093213), citato come primario riferimento da Fulvio Sguerso, autore del testo da me riportato. E non è certo sufficiente una lingua comune a costruire e consolidare una nazione, tra l'altro diffusa da pochi decenni tramite la televisione, regionalizzata e ridotta nell'uso quotidiano, mediatico e popolare, a poche centinaia di vocaboli (vedasi in proposito Tullio De Mauro sull'ignoranza degli italiani), perlopiù storpiati ed abusati.

Inoltre, come giustamente rileva l'autore, l'Italia manca di una memoria storica condivisa ed il sentimento di unità nazionale è puramente retorico, propagandistico ed improbabile, recitato e celebrato a livello politico istituzionale, cui non credono neppure gli officianti.

Nel corso della millenaria storia della nostra penisola, vi fu una sola e breve parentesi in cui si costituì l'Italia, durata appena due anni e comunque conflittuale (come sempre), dal 91 all'89 a.c. durante i quali otto popoli stanziati nella penisola, soprattutto nel Centro, diedero vita ad una configurazione statale denominata Italia (con capitale Corfinium, ribattezzata "Italica", corrispondente all'attuale Corfinio in prov. dell'Aquila), batterono una propria moneta e si scontrarono con Roma, di cui non intendevano accettare il dominio.

Roma resasi conto che non poteva sconfiggerli, ricorse alla politica (vi ricorda qualcosa?) e li corruppe ed assimilò concedendo loro la cittadinanza romana con tutti i privilegi che comportava.

Se l'unità d'Italia, di cui si sta per celebrare ("festeggiare" è un termine fuori luogo …) i 150 anni nel 2011, è stato un successo decantato da quasi tutti i politici e dai loro cortigiani, come mai negli anni successivi sono emigrati oltre 27 milioni di italiani (che in proporzione alla popolazione dell'epoca sono un'enormità)? Alcune località e borghi si sono letteralmente spopolati, come in passato avveniva solo per la peste.

In particolare sottolineo il fatto che sono stati proprio i piemontesi ad emigrare in massa, oltre 5 milioni. Come mai, dopo aver fatto l'unità d'Italia se ne sono andati in tutto il mondo, invece di goderne i frutti? Infatti sono molto più numerosi i piemontesi all'estero di quelli in patria. I numeri, al di là della retorica e della mistificazione, sono eloquenti e non manipolabili. L'unità d'Italia è stato un fallimento, e non sto a citare i testi da consultare per rendersene conto, l'ho già fatto troppe volte, ed inoltre basterebbe guardarsi attorno per rendersene conto.

E' un paese che non ha nulla che lo unisce veramente, nessun vero e condiviso valore sociale, culturale, civico, storico, ecc., nessun senso comunitario, una significativa parte della popolazione si occupa del proprio orticello familistico e cerca protezioni politiche prostituendosi in vari modi e livelli, alimentando un individualismo ed un materialismo esasperato. Gli unici valori di cui potremmo andar fieri sono riposti nel volontariato, ma le istituzioni anziché valorizzarlo lo penalizzano in tutti i modi ...

E' un paese che solo gerarchie istituzionali e conventicole affaristiche tengono legato, con ampio ricorso all'autoritarismo, ad una burocrazia intimidatoria ed asfissiante ed un calcio divenuto da tempo religione di stato.

Nel '700 era considerato il "giardino d'Europa" e tutta la nobiltà del continente veniva a rotazione a visitarlo … ora come lo definireste?

 



LA PATRIA LINGUISTICA. Considerazioni sulla questione della lingua di una nazione che non c'è.

Fonte: Trucioli Savonesi http://www.truciolisavonesi.it

Di Fulvio Sguerso


L'idea, o meglio, il sentimento di appartenenza a una patria o a una nazione comune non sarebbe neppure immaginabile senza una lingua, parlata e scritta, in un determinato territorio, da una determinata società, in un determinato tempo storico più o meno lungo (o fortunato). D'altronde, il principale tratto distintivo che rende riconoscibile un italiano da un francese o da un inglese, o da qualsiasi altro cittadino straniero rimane pur sempre la sua madrelingua, prima ancora della carta di identità, proprio perché "gli stati nazionali hanno cercato di costruire anche forzosamente, come nella Francia giacobina, l'unità linguistica delle società raccolte in quello stato, e dove gli stati nazionali non c'erano, ma c'era una tradizione linguistica, si è cercata l'indipendenza politica di quell'area partendo dal senso di identità linguistica". (Tullio De Mauro, In principio c'era la parola?, Il Mulino, 2009).

Non per niente cantava il Manzoni in Marzo 1821: "una gente che libera tutta, / o fia serva tra l'Alpe ed il mare; / una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue e di cor." Senza l'unità linguistica verrebbero meno anche le altre: di tradizioni, di memorie e persino di religione; inoltre, come scriveva il poeta fiammingo Pieter Jan Renier, citato da De Mauro: "La lingua è il vessillo dei popoli soggetti: chi non ha nessuna lingua, non ha la patria". Giusto; dunque gli italiani che hanno una stessa lingua hanno anche una stessa patria? Detto altrimenti: gli italiani si riconoscono "fratelli su libero suol" in quanto parlano una stessa lingua tramandata dai loro padri (e soprattutto dalle loro madri)? O non sarà che l'unità linguistica, pur necessaria, non sia una ragione sufficiente per cementare e affratellare i cittadini di un medesimo Stato?

Questo potrebbe succedere, forse, nel caso in cui lo Stato coincidesse con la nazione, e i suoi cittadini avessero il sentimento (il cor) di appartenere allo stesso "sangue", cioè alla stessa nazione (da natio, nationis: origine, nascita). E' pur vero che, malgrado il mondo globalizzato in cui viviamo, "la nazione è tuttora il principio supremo che legittima l'unione di una popolazione nel territorio di uno Stato indipendente e sovrano. Su questo principio è nato il 17 marzo 1861 lo Stato italiano e su questo principio è stato ricostituito dopo il 1945. Il presupposto dello Stato italiano è l'esistenza di una nazione italiana. Ma oggi molti cittadini dello Stato italiano pensano che una nazione italiana non sia mai esistita, e perciò ritengono che non dovrebbe esistere neppure uno Stato italiano. "(Emilio Gentile, Né Stato né nazione. Italiani senza meta. Laterza, 2010). Dunque non basta parlare la stessa �C si fa per dire �C lingua per sentirsi fratelli; e gli italiani saranno anche ricchi di sentimenti e sovente generosi e coraggiosi, ma quanto a fratellanza non hanno mai, generalmente parlando, brillato. Come si spiega? Le ragioni sono molteplici e di diversa natura: intanto l'unificazione politico-amministrativa è stata messa in atto prima che si formasse una comune coscienza nazionale e quando la lingua italiana era ancora una lingua straniera per la maggior parte della popolazione dialettofona che, per lo più, viveva sparsa nelle campagne (né va dimenticato che i membri di casa Savoia parlavano tra di loro in francese o in dialetto piemontese). La patria linguistica esisteva quindi soltanto per una élite di intellettuali e di letterati, identificata soprattutto nella tradizione scritta del volgare illustre tre-cinquecentesco, tanto che, quando si trattò di indicare un modello da proporre a tutti gli italiani, il Manzoni scelse il fiorentino parlato dalle persone colte.

Ma il divario tra élite e popolo "tra l'altro in gran parte analfabeta" perdurò a lungo, anche per la distanza della lingua scritta e letteraria da quella parlata e quotidiana. E' ormai acquisito che si può parlare di unificazione linguistica effettiva soltanto dopo l'avvento della televisione, quindi dagli Anni Cinquanta in poi, e nel pieno del cosiddetto "miracolo economico", quando, anche grazie all'immigrazione interna e alla crescente rete autostradale, si intensificarono gli spostamenti da una regione all'altra e conseguentemente si rendeva sempre più necessaria una koinè che permettesse al lombardo e al piemontese, oltre che di intendersi tra di loro, anche di intendesi con il calabrese e il siciliano. Ma di che italiano si tratta? Non è certo più il fiorentino colto suggerito dal Manzoni, ma appunto una koinè strumentale alquanto piatta e scolorita rispetto ai dialetti, che tuttavia conserva evidenti tratti regionali.

"Questo implica un fatto che del resto è ben noto: in Italia non esiste una vera e propria lingua nazionale italiana." Così scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1964, registrando quindi una situazione linguistica (e quindi anche sociale) tutt'altro che confortante dal punto di vista della qualità dell'italiano medio. Se a questa situazione di povertà della lingua comune aggiungiamo il marasma in cui da anni si dibatte la classe politica e dirigente, con le inevitabili ricadute su tutto l'insieme già abbastanza disorientato, conflittuale e frammentato della societas italiana, mai così frastornata come ai nostri giorni da "Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d'ira, / voci alte e fioche, e suon di man con elle.....", e la mancanza di una memoria storica condivisa, come annota sconsolato ancora Emilio Gentile:"Il ricordo storico del passato ha sempre diviso gli italiani. Nel futuro solo l'oblio li potrebbe riunire", possiamo capire come sia improbabile e puramente retorico un vero sentimento di unità nazionale che accomuni tutti i cittadini del nostro sempre meno unito e sempre meno bel Paese, anche se parlano una lingua comune ma più per non comprendersi che per com-prendersi, quasi preferissero ad ogni buon conto coltivare il proprio orticello piuttosto che la negletta vigna comune.

D'altronde non ci hanno forse spiegato con discorsi, spot, sondaggi ed esempi "pratici" che la politica ha come fine il nostro bene?

sabato 9 ottobre 2010

Jesus Huerta de Soto: "Proposta di Abolizione della Riserva Frazionaria, una delle cause della degenerazione finanziaria globale"

Ante Scriptum

L'Associazione Culturale Usemlab (di cui Claudio Martinotti Doria, coordinatore dell'Accademia Ambientale del Monferrato è Socio Onorario) raccoglie gli economisti e simpatizzanti della Scuola Economica Austriaca in Italia e tiene rapporti con l'Estero, in particolare con Jesus Huerta de Soto, professore di Economia Politica presso l'Universidad Rey Juan Carlos di Madrid
Il sito Usemlab ha circa 33.000 visitatori unici mensili, in continua crescita, e rappresenta una delle più vivaci comunità e realtà culturali socioeconomiche del web.


Proposta anglosassone di Abolizione della Riserva Frazionaria, una delle cause primarie della degenerazione finanziaria globale

Nella culla della democrazia moderna, nel Parlamento del Regno Unito, il 15 settembre 2010 è stato ufficialmente presentato a Londra un disegno di legge con un duplice obiettivo: in primo luogo, la tutela piena ed effettiva del diritto di proprietà del denaro depositato dai cittadini nei conti correnti presso le banche e, in secondo luogo, porre fine una volta per tutte con i cicli economici ricorrenti, i boom artificiali, le crisi bancarie e finanziarie e la recessione economica che stanno interessando le economie del cosiddetto mercato da almeno duecento anni.
Il progetto di legge, è in piena conformità con i principi generali del diritto di proprietà che sono essenziali per far funzionare un'economia di mercato vera, con la fine dei privilegi di cui godono oggi le banche private che operano sulla scorta di un coefficiente di riserva frazionaria in relazione ai depositi (ed equivalenti) che riceve. Si tratta, insomma, di ripristinare il coefficiente di cassa del 100 per cento per i soldi depositati a completamento della legge bancaria "Peel" del 1844, che diagnosticò correttamente il problema del sistema bancario a riserva frazionaria, dimenticandosi purtroppo dei depositi bancari con riferimento all'emissione di carta moneta.

Insomma, la legge Peel non è riuscita a conseguire il risultato che si proponeva, le banche hanno continuato ad espandere il credito artificialmente facendo leva sui loro depositi (con l'uso di strane scritture nei loro libri contabili) e generando bolle speculative che alla fine, quando il mercato scopre gli errori compiuti, portano inevitabilmente a gravi recessioni finanziarie e bancarie, nonché a profonde crisi economiche. (Chi ha interesse a esplorare tutti i dettagli analitici e storici può consultare il mio libro Denaro, Credito e Cicli economici, pubblicato in 4 edizioni in spagnolo e tradotto in tredici lingue.)

E' "eccitante" che una manciata di parlamentari Tory, guidati da Douglas Carswell e Steven Baker abbiano compiuto questo passo. Se la loro legge avrà successo, passeranno ai posteri come William Wilberforce, che fu il padre dell'abolizione del commercio degli schiavi, e di altri grandi uomini importanti del Regno Unito, a cui il mondo e la libertà devono molto.

Jesus Huerta de Soto

traduzione italiana pubblicata dal Movimento Libertario http://www.movimentolibertario.it
articolo originale in spagnolo: Ayer fue un día histórico