giovedì 5 novembre 2015

Immigrazione e incognite sull'integrazione



Vediamo innanzi tutto quali sono le  le differenze fra migranti, rifugiati e profughi. I primi, emigrati volontariamente per motivi prevalentemente economici; i secondi, riparati all’estero per sfuggire ad una ingiusta e grave persecuzione; gli ultimi, infine, costretti ad espatriare da momentanee ancorché gravi emergenze: guerre, carestie, catastrofi naturali.

A parte i pochi rifugiati veri (cioè i perseguitati che se tornassero in patria andrebbero incontro ad una punizione immeritata e spesso crudele), i due flussi che in questo momento si riversano in Europa hanno caratteristiche diverse: il flusso africano (che investe Italia, Spagna e Francia) è in larghissima parte formato da semplici migranti economici, anche se la maggior parte di costoro afferma di essere fuggito da improbabili persecuzioni o da guerre di cui si disconosce l’esistenza; il flusso asiatico (che investe la Grecia e punta sulla Germania) è in buona parte formato da profughi veri – specie siriani e irakeni – con l’aggiunta di una non trascurabile aliquota di migranti economici provenienti da vari paesi asiatici e mediorientali, spesso dotati di falsi passaporti siriani, che – si dice – verrebbero fabbricati dai servizi segreti turchi.

Ed è appunto su quest’ultimo filone – quello dei profughi in marcia attraverso i Balcani – che intendo soffermarmi. Naturalmente, tralascio per ora alcune riflessioni sulle cause remote di questo fenomeno (ma sarà utile tornarci in uno dei prossimi numeri) e vengo alla stretta attualità. Si tratta – dunque – di un’ondata migratoria che ha la propria piattaforma di partenza in un Paese ostile all’Europa (in questo caso la Turchia di Erdoğan, come nel nostro caso la Libia delle milizie islamiche) e che si riversa nel nostro Continente attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”. Attenzione, però, questi profughi (parlo naturalmente dei profughi veri, non degli afghani con passaporto turco-siriano) hanno già trovato un asilo temporaneo nei Paesi immediatamente a ridosso dei confini della loro patria: non fuggono più dai bombardamenti o dalle esecuzioni di massa dell’ISIS, e non sono perciò in quel “grave ed imminente pericolo” che impone agli Stati civili di dar loro accoglienza. Semplicemente, hanno fin qui condotto una vita grama nei campi di raccolta dei Paesi confinanti ed hanno perciò deciso di emigrare verso le nazioni europee, dove sperano di trovare condizioni di vita migliori che non in Turchia, in Libano o in Giordania. 

Da profughi, si sono oggettivamente trasformati in migranti economici; non chiedono, quindi, riparo dalla guerra o dalle follìe jihadiste, ma soltanto di poter trovare migliori e più confortevoli condizioni di vita. Cosa perfettamente legittima, umanamente comprensibile, più che comprensibile. Solo che – attenzione – mentre le nazioni civili hanno l’obbligo (morale, se non anche giuridico) di accogliere chi fugge da una guerra, tale obbligo non sussiste nei confronti di chi è “in cerca di una vita migliore”. 

Il perché è evidente: se si abolissero le frontiere (i “muri” che tanto inquietano gli utopisti di casa nostra) e si desse a chiunque il diritto di fissare la propria residenza ove più gli aggrada, nel giro di pochi anni verrebbe completamente distrutto il sistema politico, giuridico, sociale, economico, antropologico-culturale che ha finora retto la vita dei popoli e gli equilibri internazionali, precipitando il mondo intero in una fase di totale e brutale anarchia.

Peraltro, senza voler avventurarci in previsioni di lungo periodo, questa invasione di profughi mediorientali – come anche l’altra di migranti africani – ha una connotazione particolare e particolarmente inquietante: non chiede un asilo temporaneo (come nei campi-profughi) ma una residenza permanente; e chiede posti di lavoro, alloggi popolari, assistenza sanitaria, e quant’altro molti Stati europei non sono in grado – colpevolmente – di assicurare neanche a tutti i propri cittadini.

Queste cose le sanno tutti, le capiscono tutti, anche il Papa, anche la Merkel, anche la grande stampa “buonista”. Eppure, tutti fanno finta di niente, sembrano non accorgersi che questa invasione, queste invasioni a orologeria minacciano, oltre che la nostra identità etnico-etico-culturale, anche i nostri equilibri sociali. C’è qualcuno, poi, come quel giovanotto che ci ritroviamo alla Presidenza del Consiglio, che aggiunge problemi a problemi, facendo approvare dal Parlamento una legge che attribuisce automaticamente la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da cittadini stranieri. 

Tanto, il giovanotto sa benissimo che i frutti avvelenati dello “ius soli” non riguarderanno la sua gestione; saranno cavoli amari dei suoi successori fra qualche anno, quando i figli degli immigrati, diventati cittadini italiani, contenderanno ai nostri figli anche gli ultimi brandelli di benessere che i parametri di Maastricht e l’incombente Trattato di libero scambio con gli USA ci avranno lasciato.

Michele Rallo






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