Dei 2,6 terabyte
di carte di Panama, uscite da una gola profonda dello studio legale
israelita (sempre loro) Mossack Fonseca, la stampa pseudo-liberal e
Nato-friendly, come il britannico Guardian, il tedesco Sueddeutsche
Zeitung, l’italiano Fatto Quotidiano, con appresso tutto il codazzo
dei vivandieri mediatici dell’Impero, hanno tratto con entusiasmo
orgasmatico un gigantesco dito puntato su Vladimir Putin. E tutti si
sono messi ordinatamente in fila a guardare il presidente russo. Che
poi non c’era nemmeno. Semmai c’erano alcuni russi, musicisti e
faccendieri, di cui ci si immaginava che potessero essere del
“cerchio magico dello zar”. Ma che importa. Il ragazzo di bottega
della lobby, Leonardo Coen, discepolo del guru sionista Furio
Colombo, che detta la politica estera del Fatto, dal mare magno di 11
milioni di carte ha astutamente pescato il pescione che non c’era,
appunto Putin, e l’ha messo venti volte nelle sue 2mila parole. Poi
l’ha inciso a lettere di fuoco nel titolone e, a coronamento, con
tanto di fotina, su una mappa del globo al centro della Russia, unico
che nei papers non c’è tra tante fotine di gente che c’è. E’
così che i presstituti ti educano il pupo.
Paradossalmente
questa era l’occasione per rovesciare l’assunto secondo cui è
non è il dito che andrebbe guardato, bensì la luna. Cioè Putin.
Chè tutti gli altri delle fotine del Coen rappresentano imboscatori
veri di miliardi veri, ma sono solo il contorno alla bisteccona: un
primo ministro islandese, il papà del primo ministro britannico, un
satrapo del Golfo, un cioccolataio di Kiev, un cacicco argentino, un
Montezemolo di scarto, un primo ministro islandese che aveva rotto le
scatole per aver punito le banche, qualche presidente vassallo
logorato, calciatori, attoruccoli, pilotuccoli, tutta gente già
sufficientemente screditata, o ostica (nel caso di esponenti dei
BRICS), o sennò irrilevante dal punto di vista del potere imperiale
e perciò sacrificabile. Tanto di loro, diversamente da Putin,
protagonista assoluto e, alla resa dei conti, unico, domani nessuno
parlerà più.
Ciò
che inverte il discorso del dito e della luna (Putin) è il fatto che
quel dito, distratto come una ministra delle riforme che non si
avvede di quanto bene faccia un suo emendamento a lestofanti,
ruffiani, mignotte e lobby corruttrici, non riesce a cogliere neanche
la più piccola presenza nei 2,6 terabyte di fruitori statunitensi di
paradisi fiscali. Mezzo mondo si è precipitato a nascondere i frutti
delle proprie evasioni e dei propri riciclaggi alle Cayman o alle
Isole Vergini, ma, manco a pagarlo un terabyte, neanche un nababbo
nordamericano, un Rothschild, un Bill Gates, un Koch, o il
superbandito delle guerre valutarie Soros. Sarà perché quel dito da
quelle parti non ha voluto puntare? Sarà perché di Cayman quei
furbacchioni non hanno bisogno, visto che, come qualcuno documenta,
gli Usa sono dei paradisi fiscali il più grande al mondo? E perlopiù
hanno in Rothschild, come ci ricorda Bloomberg, il più
affermato fornitore di servizi per paradisi fiscali? Sarà perché le
banche statunitensi, di cui è provata la raccolta dei gigafondi in
arrivo dal traffico della droga, quei soldoni li riciclano in
armamenti, speculazioni immobiliari, hedge fund e bolle varie?
Gerard
Ryle, un asset del crimine
Visto
che tutte queste lune non si vedono e, comunque, se anche alle fine
ci fossero nei recessi dei 2,6 terabyte, verrebbero oscurate dalla
luce abbagliante di quella luna piena che è lo zar di tutte le
Russie, forse sarebbe il caso di centrare l’attenzione proprio sul
dito. Ma che dito è quello capace di tanta accurata selezione degli
obiettivi a cui puntare? Il dito che ha attinto alla gola profonda e
ne ha sparso il tesoro di rivelazioni sui malfattori che imboscano,
riciclano ed evadono, si chiama Gerard Ryle. Ryle
è il direttore dell’International
Consortium of Investigative Journalists (ICIJ),
un aggregato di giornalisti di vari paesi occidentali o
filo-occidentali che si picca di fare indagini dietro le quinte. Una
roba peggio degli sputtanatissimi Reporters
Sans Frontieres.
Ryle
rifiuta con sdegno di essere avvicinato a Wikileaks che, secondo lui,
pratica un “giornalismo irresponsabile”. Irresponsabile per il
fantaccino dell’eccezionalismo americano Ryle, è aver esposto
intrighi, malefatte, crimini, menzogne, turpitudini varie della
politica estera nordamericana, sulla base di inconfutabili documenti
ufficiali. Dunque Wikileaks non è credibile “perché
diffonde diffamazioni su cittadini privati innocenti”.
Non aggiunge, ovviamente: talmente privati da far parte dei vari
gironi del potere Usa, in particolare del suo Dipartimento di Stato,
tanto innocenti da rivelare nei loro messaggi decrittati ogni sorta
di criminale complotto contro nemici presunti o veri.
Basterebbe
questo per qualificare motivi e intenti di Mr.Ryle e della sua
allegra compagnia di voci del padrone. Non ci sarebbe, a rigor di
logica, nemmeno da precisare che i finanziamenti all’ICIJ (mai
smentiti, come non lo sono quelli a Reporters
Sans Frontieresdirettamente
dalla Cia) provengono dalle Fondazioni
Ford, Rockefeller e Kellogg, dalla Carnagie Endowment e da chi
nelle operazioni di destabilizzazione pro-Impero (come in gran parte
dei media e delle Ong italiane) non manca mai, la Open
Societydi
George Soros. Quella che con i suoi finanziamenti (appaiati alla
dabbenaggine o alla complicità degli pseudo-sinistri) riesce a far
sopravvivere al loro discredito quasi tutte le Ong dei diritti umani
del mondo, a partire da Amnesty, HRW, Save the Children, Avaaz…….
Il
Golem Mossack Fonseca
E
se l’ICIJ è la vetrina pseudogiornalistica che opera in sinergia
con gli israeliti del Mossack
Fonseca, incistati
in un paese patentato vassallo degli Usa e dove i servizi di
sicurezza sono organizzati da ex-ufficiali del Mossad, tra la merce
avariata che i scintillanti campioni esposti
occultano, quella di marca Made
in Nato East Europe si
presenta sotto l’acronimo di sapore Spectre OCCRP. Ricordate Otpor?
Quella confraternita di infiltrati Cia-Soros che dettero il via a
Belgrado, nel 2001, alla prima rivoluzione colorata, poi ripetuta, ma
perlopiù fallita, ovunque gli Usa volessero un regime
change:
Libano, Venezuela, Bolivia, Brasile, Georgia, Ucraina, Kirghizistan…
Ebbene
l’OCCRP, dalla denominazione orwelliana di Organized
Crime and Corruption Reporting Project,
è la costola est-europea, cioè dei nuovi paesi Nato, dell’ICIJ.
Composta da 60 “giornalisti” e una quindicina di agenzie di
notizie di 20 paesi, ha sedi a Sarajevo e Bucarest. La parte dei
Panama Papers che riguarda il fantasma del presidente russo,
miracolosamente transustanziato nei corpi di personaggi di
second’ordine, però attribuiti al suo “cerchio magico”, è
farina del sacco OCCRP. Nel loro caso le fonti di
finanziamento, secondo documenti Wikileaks mai smentiti, sono di
nuovo l’immancabile Soros e l’agenzia di presunta assistenza
umanitaria di Washington, USAID, quella le cui opere di solidarietà
con Ong e prezzolati vari ne hanno determinato la cacciata dai paesi
emancipati e antimperialisti dell’America Latina.
La
rivoluzione colorata dei cari, vecchi Otpor si è fatta planetaria e
cibernetica. I supercorrotti del più grande paradiso fiscale del
pianeta, gli Usa, utilizzando uno studio “legale”, emanazione del
paese canaglia fratello e basato in un paese-postribolo, danno
battaglia ad altri corrotti obsoleti e spendibili, con
l’obiettivo di colpire il nemico mortale che gli sta buttando per
aria il Monopoli mondialista.
E, di striscio, anche gli intollerabili BRICS, guastafeste degli
assetti finanziari e geo-economici sanciti da Wall Street. Zar e
autocrate, omofobo, successore e continuatore di mangiatori di
bambini, dopatore di atleti, assassino di giornalisti, massacratore
di civili in Siria, invasore dell’Ucraina libera e democratica,
golpista in Crimea, “pericolo
più grave dell’Isis”
(Ashton Carter, ministro dell’Offesa Usa, George Soros), Putin è
il supercriminale che ha imboscato 2 miliardi di dollari offshore. Lo
è per la proprietà transitiva, quella che ne fa il Doppelgaenger di
quattro oscuri investitori russi, visto che neanche a forza di
bacchetta magica i prestidigitatori Otpor-OCCRP sono riusciti a
trovargli mezzo rublo a Jersey, o alle Isole Vergini. E nemmeno, a
loro scorno, in City Bank.
A
dispetto degli sforzi sovrumani di presstituti che fanno copia e
incolla con i falsari di ICIJ e OCCRP, il botto nucleare anti-Putin
si sta risolvendo nel puff di
un petardo. Quello che non è un petardo ma minaccia di farci finire
nell’inverno nucleare è la demenziale bisca del sistema
internazionale bancario-finanziario. Esperti finanziari di Hong Kong,
tra i più qualificati del mondo, affermano che il 50 per cento della
ricchezza globale è attualmente parcheggiato, indisturbato, nel
paradisi fiscali offshore e inshore. Se anche solo una frazione di
questi stupefacenti fondi venisse tassato, Stati di destra e sinistra
pagherebbero il loro debito, investirebbero in infrastrutture,
cambierebbero l’attuale modello di sviluppo eco- e sociocida,
farebbero mangiare e bere tutti, rimboschirebbero i deserti,
schiferebbero il petrolio e lancerebbero una spirale virtuosa di
società sostenibili. E qui torniamo agli Usa, dei quali Andrew
Penney, direttore esecutivo di Rothschild & Co., ha ammesso, con
malcelata soddisfazione che “sono
in effetti il più grande paradiso fiscale del mondo”.
Ne
consegue, inesorabilmente, che per cambiare lo stato di cose
esistente, ci vuole ciò che oggi ci hanno perfino sottratto
all’immaginazione: la rivoluzione. Non
una, la.
Altro che Sanders.
Fulvio Grimaldi - www.fulviogrimaldicontroblog. info
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