sabato 9 giugno 2012

Oscar Giannino: "Merkel è senza colpa... chi accusa guardi se stesso"


Premessa di Claudio Martinotti Doria: "La colpa della crisi e dell'incapacità di porvi rimedio è nostra (leggasi dello STATO), non dell’odiato tedesco, e la pagheremo per una ventina di anni se andrà bene."

Ok, la vecchia Europa ci è riuscita. Laddove il caos della finanza ad alta leva del mondo anglosassone aveva atterrito il mondo per tre trimestri, dal crac Lehman fino alla potente ripresa della locomotiva asiatica a metà 2009, e sia pur senza aver adottato da allora regole nuove davvero adeguate al guaio, la vecchia e declinante Europa dopo due anni e mezzo di crisi greca è riuscita a prendersi il posto della dea Ati, la signora della discordia, dell’ira e dei pugni levati al cielo. In poche settimane, a giugno, rischiamo il contagio bancario prima, e l’uscita dall’euro degli eurodeboli uno dopo l’altro.

Ma attenti: l’eccesso di debito pubblico è nemico peggiore dell’odiato tedesco che oggi accomuna tutti i blabla sull’eurocrisi.

Da due istituti bancari falliti in Grecia – non hanno presentato il bilancio 2011, con la banca centrale d’accordo "per non influenzare le elezioni", e chi vuole capire capisca – al crac spagnolo di Bankia, già conclamato e senza che il governo Rajoy possa da una parte affrontare da solo gli oltre 400 miliardi di euro di valori immobiliari illiquidi in pancia alle banche iberiche, né dall’altra subire l’onta di sottomettersi alla vigilanza della Trojka d’emergenza a cui la Germania vorrebbe piegare Madrid. In più, se la Grecia va fuori euro con le elezioni del 17, e se ci va in maniera non concordata, i mercati scontano che sarà come con le ciliegie: una tira l’altra. E l’Italia è in fila.

I tassi del bund tedesco sono di poco sopra l’1%, e tutti i decennali dei Paesi avanzati hanno ripiegato: in altre parole, scontano deflazione di massa inevitabile. (Il che, lo dico per i trader inveterati, non significa affaftto che non ci si possa guadagnare e anche bene:

This also is a view heard in investment committees of institutions of all sorts, from pensions to endowments, that Treasuries at low yields offer no potential return given their low yields. It was expressed most vehemently by The Black Swan author Nicholas Nassem Taleb, who declared in a wrong-way call two years ago worthy of Meredith Whitney that "every single human being" should sell Treasuries short.
Those who have followed that advice through the ProShares UltraShort 20+ Year Treasury exchange-traded fund (ticker: TBT) have suffered 53.42% negative total return in the past year and a negative annual return of 33.51% per annum over the past three years through May 30, according to fund tracker Morningstar.
By contrast, a conservative investor in the iShares Barclays 7-10 Year Treasury ETF (IEF) — representing the sensiblmiddle of the Treasury curve — would have reaped a 15.11% total return for the past 12 months and 9.22% per annum forthe past three years. More aggressive types who went for the iShares Barclays 20+ Year Treasury Bond ETF are looking at a 36.47% one-year return and 15.03% per annum for the past three years. And those who swung for the fences with the Vanguard Extended Duration Treasury Index ETF (EDV), among the most aggressive Treasury funds around, scored a 61.13% one-year return and 21.24% annually for the past three years, again per Morningstar data.)

La Cina ha visto scendere la sua inflazione interna a tassi poco più che europei, il che significa che la sua frenata nel secondo trimestre può intaccare quel 7 e qualcosa per cento di crescita annuale a cui aveva dichiarato di voler planare dal 10%. L’India si avvia a un secondo trimestre di probabile stasi o contrazione del Pil, compromettendo il 5,8% annuale a cui si credeva avviata. Negli States, il miserando numero di posti di lavoro creato in maggio, poco più di 60mila, meno della metà delle attese, e la revisione al ribasso del dato di aprile confermano che Mitt Romney può battere Obama, perché malgrado 5 mila miliardi di dollari di debito pubblico aggiuntivo negli anni di presidenza Obama – il 50% più di quello ereditato – l’economia annuncia ogni volta di decollare e poi si pianta.

A riprova del rallentamento mondiale causato dall’euroarea, il petrolio Brent è sceso del 22% dal primo marzo, del 7% il Commodity Research Bureau Spot Market Price Index, che mette insieme gli andamenti di acciaio, rame, zinco, zucchero, cacao, gomma.

Il peggio è che l’Europa scassatutto grazie agli errori della sua politica annebbia anche la mente a molti economisti. Quasi tutte le scuole concordarono, nella prima parte della crisi, che l’eccesso di consumo privato finanziato a debito e ad alta leva era un grave errore: tranne dividersi poi sul fatto se le banche andavano fatte fallire punendo gli azionisti, salvando i clienti e modificandone regimen operandi, oppure no.

L’irrisolto dilemma della stabilità del sistema bancario dipende in realtà dallo scemare verticale dei collaterali considerati liquidi dal mercato. Mentre negli anni Sessanta e Settanta per una banca commerciale a fronte di un dollaro di asset gli impieghi complessivi erano pari a 3 o al più 4 dollari, nell’anno 2007 eravamo giunti nelle grandi banche transnazionali di modello anglosassone fino a 673 dollari di impieghi diretti e soprattutto derivati per ogni dollaro di asset. Il delevereging verticale occorso da allora – ergo: le classi di asset sempre più vaste considerate illiquide – ha portato a fine 2011 il rapporto a 1 versus 33. E’ questo, a spingere drmmaticamente le banche centrali a creare fiat money, cioè a darci dentro di torchio monetario. Ma è un classico rimedio che non cura il male, checché ne dicano i tanti chiacchieroni che invocano stampa di moneta a gogo come rimedio alla crisi.

Ferve invece uno scontro frontale, intorno agli eccessi di consumo pubblico finanziati a debito. Furoreggia Paul Krugman, che lapida i tedeschi che vogliono imporre rigore quando invece il debito pubblico è perfettamente sostenibile, basta stampare moneta. I governi eurodeboili si accodano, la teutonica Merkel, arcigna e cipigliosa, diventa per tutti simbolo di cinismo ed egoismo. Quando invece è assolutamente og-get-ti-vo, che l’eccesso di debito pubblico europeo è un disastro insostenibile.

Nel nostro caso non è neanche figlio di bolle immobiliari tappate a spese del contribuente né di banche salvate, ma di decennale avanzata di un Moloch ipertrofico, inefficiente e insopportabilmente autoritario nella sua autotutela giuridica contro ogni simmetrico diritto negato al cittadino contribuente e imprenditore. Anche gli statalisti più incalliti dovrebbero leggere un bel paper scritto da Carmen – ex consigliera di Obama – e Vincent Reinhart, suo marito, dal titolo "Debt Overhangs: Past and Present".

Si studiano in maniera comparata dal 1800 a oggi tutte le maggiori crisi di debito pubblico superiore al 90% del Pil. Se ne stima la durata media in 23 anni, come effetti di crowding out, abbattimento degli investimenti e diminuzione del tasso di crescita del reddito dei loro cittadini. E la media di crescita per ogni anno è dell’1% di pil in meno. Il che, dopo 23 anni, per il tasso composto fa ben più di un terzo di crescita potenziale a cui si è detto addio. Tutto per difendere l’intoccabilità della montagna stregata rappresentata dalla pubblica amministrazione italiana: che pena. E che pena anche i tecnici al governo, che presentano come gran cosa tagliare 4 miliardi su 700 di spesa pubblica corrente cioè lo 0,57%,, quando decine di migliaia di imprese italiane devono affrontare turnaround in cui si taglia anche il 25 o il 30% di costi da un anno all’altro.

Oscar Giannino

(Fonte: http://www.chicago-blog.it/)

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