mercoledì 11 aprile 2012

Signoraggio, politici, media e banchieri.... di Savino Frigiola



I politici per primi ed ancor più gli imprenditori, debbono prestare attenzione a non “cascare” nelle trappole che il sistema bancario-monetario, attraverso i propri consapevoli ed inconsapevoli agenti dissemina sul territorio. L’ultima trovata, per fronteggiare le crescenti proteste degli imprenditori verso il sistema bancario, è quella di far circolare ed accreditare il concetto, subito ripreso dai scodinzolanti politici di supporto e dai media osservanti, che le banche sono anch’esse delle aziende alla stessa stregua delle altre imprese e delle altre attività produttive. Nulla è più falso e tendenzioso. Le differenze sono svariate, complesse e tutte sostanziali. Le imprese ordinarie producono a loro spese beni e servizi che vengono offerti al mercato con tutti i relativi rischi a carico dell’imprenditore.

Analoga situazione riguarda le imprese commerciali le quali prima di distribuire debbono comprare i vari articoli dal mondo della produzione, incappando così nei soliti rischi commerciali. In ogni caso, tranne rare situazioni, sia le aziende produttrici che quelle commerciali sono tutte proprietarie dei beni e servizi che trattano, quando affrontano il mercato, a proprie spese, a proprio rischio ed in regime di aperta concorrenza fra loro. Le banche sulle impostazioni di fondo agiscono in clima di oligopolio. Le loro condotte sono delineate da regole imposte da Basilea 1 – 2 & 3 che ne omologano i comportamenti. Le banche italiane, nello specifico, sono coordinate ed anche vincolate dalle direttive della Banca d’Italia la quale a sua volta esegue le disposizioni impartite dalla BCE, (Lgr. N° 262 / 2005) in barba a tutti gli anti trust nazionali ed internazionali. Il prodotto maneggiato dalle banche, il denaro, tranne la modestissima percentuale corrispondente al proprio capitale, non è di loro proprietà, e nulla hanno rischiato per ottenerlo, sia che si tratti di banca d’emissione che di banca ordinaria.

Per quanto concerne le banche d’emissione, si ricorda che il valore della moneta, al momento della sua emissione, è conferito dalla collettività che la utilizza e non dalla banca d’emissione che ne cura la pura e semplice funzione tipografica, come da “teoria del valore indotto o convenzionale della moneta” enunciata da Giacinto Auriti e mai smentita da alcuno, valore che, nonostante ciò, la banca d’emissione arbitrariamente ed illegittimamente ora se ne appropria. La carenza di legittimità e la profonda differenza rispetto alle aziende imprenditoriali e commerciali da parte delle banche centrali deriva proprio dal fatto che le banche d’emissione si appropriano di un valore non da loro creato, generato bensì dal mercato, senza averne sopportato alcun costo, tranne le spese tipografiche per la stampa della cartamoneta, e di averlo poi addebitato al mercato stesso ed ai cittadini, invece di accreditarlo come avrebbe dovuto essere, giacché solo dall’accettazione e dall’utilizzazione da parte dei cittadini della cartamoneta emessa senza costo scaturisce il valore del denaro che coincide con il “signoraggio”, che banca d’emissione si appropria.

Le banche ordinarie sono profondamente dissimili fra loro poiché alcune sono socie della Banca d’Italia, ed altre no. Da ciò deriva disparità di trattamento e e di comportamento. Salvo poche eccezioni sono leggermente meglio delle banche d’emissione giacché la loro principale attività consiste nel prestare ad “usura” i soldi che non hanno.

Ciò si verifica poiché, consenziente l’apparato delle banche centrali, le banche ordinarie sono facoltizzate a poter erogare finanziamenti dai dodici ad oltre quaranta volte le proprie attività di bilancio, comprendenti anche i depositi ricevuti dai propri clienti, (per legge la banca acquisisce oltre alla disponibilità anche la proprietà dei depositi ricevuti) utilizzando la “riserva frazionaria” o la “leva” come amano definirla i bancari. Nessuna azienda del mercato ha la possibilità di vendere sino a 40 volte il prodotto che non gli è costato nulla.

Mentre le imprese hanno come scopo il profitto, le banche ultimamente hanno assunto un atteggiamento diverso relegandolo in secondo piano per perseguire di fatto il controllo dell’economia, dei mercati e delle aziende. Mentre le attività produttive di qualunque settore sono soffocate dalla riduzione degli affidamenti, in concorso con la restrizione della circolazione monetaria sull’intero mercato, oltre 12 mila sono già fallite solo nell’ultimo anno, moltissime banche pur di limitare la circolazione monetaria sul territorio, per rafforzare quindi la loro capacità di controllo, hanno rinunciato ai facili utili derivanti dall’utilizzo della “Leva”, come avrebbero potuto fare per elargire gli agognati finanziamenti alle boccheggianti strutture di mercato. Bastano queste poche considerazioni per evidenziare le profonde differenze tra le attività produttive e commerciali e le banche di qualunque tipo.

Ultima chicca: mentre tutti gli imprenditori e comuni cittadini, sono sommersi da adempimenti fiscali e rincorsi dalle fiamme gialle, le banche restano immuni da questi fastidi ed ora non pagano nemmeno l’IMU, non per risparmiare una inutile partita di giro posto che tutto ciò che viene rastrellato finisce nelle casse dei banchieri, ma semplicemente perché le banche scontrini e fatture fiscali non li hanno mai fatti. Non può essere casuale che mentre le imprese falliscono le banche chiudono i bilanci sempre in attivo, ad ulteriore dimostrazione che non sono per nulla uguali alle imprese. Tutto ciò lo sapevamo! Ma con il governo dei banchieri, al peggio sembra non esserci mai fine.

Savino Frigiola

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