venerdì 21 giugno 2019

Governo giallo-verde: "Volemose bbene, annamo d'accordo..." ed intanto facebook lancia la sua moneta


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Tante volte si è detto che il governo giallo-verde era sul punto di cadere, ma altrettante volte Salvini ha preferito non staccare la spina.
Adesso questo governo dovrebbe avere una prospettiva meno problematica, almeno in teoria: la Lega é dappertutto vincente, e quindi non mostra interesse ad interrompere un trend per lei estremamente favorevole; e i Cinque Stelle Cadenti perdono su tutte le ruote, e quindi non hanno alcun interesse a tirare troppo la corda ed a rischiare elezioni anticipate.
Calma assoluta, verrebbe da dire. Se nonché a mettersi di traverso é adesso il terzo membro della coalizione, quello che nei palazzi qualcuno chiama “il partito del Presidente”. Non che Mattarella, naturalmente, abbia una sua rappresentanza nel governo... Si tratta soltanto di una pattuglia di “tecnici” che non rispondono completamente né alla Lega né ai grillini, e che sembrano messi lí apposta per evitare che i gialli e i verdi vadano un po’ troppo oltre nei loro sogni di palingenesi.
Fin quando tutto é tranquillo, questi tecnici appaiono defilati, fino ad essere addirittura accusati di essere ininfluenti, dei semplici esecutori d’ordini di Salvini e Di Maio. Ma, quando le cose si complicano, eccoli riemergere dalle nebbie e rivendicare il loro pieno diritto a rappresentare l’Italia nei consessi internazionali – in ámbito europeo, principalmente – e ad assumere le decisioni del caso.
E questo é, appunto, uno di quei momenti complicati, con una Commissione Europea oramai prossima alla fine del suo mandato che, prima di andare via, vuole porre all’Italia l’ennesimo ricatto. O noi diamo le “assicurazioni convincenti” pretese dai nostri nemici piú accaniti (Moscovici e Dombrovskis), o contro l’Italia sará proposta una “procedura d’infrazione”, con il rischio che ci venga comminata una multa miliardaria.
A questo punto, Salvini ha alzato la voce, peraltro con il pieno sostegno di Di Maio (forse per i motivi di cui sopra). E i nostri “tecnici” sembra che si siano dati una regolata. Adesso Tria tiene un profilo basso e va dicendo che il governo italiano é in grado di offrire a Bruxelles ogni chiarimento necessario; ma non si capisce ancóra se (o in che misura) la Commissione Europea fará finta di credere alle “giustificazioni” del ministro italiano.
Se cosí non dovesse essere, allora sí che si andrebbe al redde rationem. La scelta sará semplice: o chinare ancora una volta il capo, come quando ci siamo rimangiati sull’unghia il deficit al 2,40%; o respingere al mittente la procedura d’infrazione, dicendo chiaro e tondo che non pagheremo alcuna multa.
Cosa possono farci? Escluderci dall’Unione Europea? Non é detto che per noi sarebbe un male. Ma per l’Unione sarebbe certamente una catastrofe. Immaginate un’Europa che, dopo aver perso l’Inghilterra, perdesse anche l’Italia? Aggiungete che pure la “locomotiva” tedesca si é fermata. E aggiungete ancóra che la forte crisi economica di Berlino ha fatto perdere il senso della misura a Emanuelino Macron, che adesso vorrebbe per la Francia e per il piccolo gruppo parlamentare dell’ALDE (cui aderiscono gli eletti macroniani) nientedimeno che la Presidenza della Commissione Europea. Follía pura, considerato anche che Parigi ha un deficit del 3,1%: cioé un punto in piú rispetto a quello di Roma, che – non si capisce per quale arcano motivo – dovrebbe pagare una multa che ai “cugini” francesi dovrebbe essere risparmiata.
L’aspetto burocratico del conflitto con la Commissione Europea, quindi, non dovrebbe preoccupare. A patto, naturalmente, che il governo italiano mostri, questa volta, coraggio.
A preoccupare, invece, é l’aspetto sostanziale del problema, quello relativo al cappio del nostro debito pubblico. Un cappio che ci é stato gentilmente offerto dai “mercati”, che noi siamo stati lesti a stringerci al collo da soli, e che adesso, naturalmente, rischia di strangolarci. Esattamente come accade a chi si mette nelle mani degli strozzini: paga, paga, paga, ma alla fine quelli gli portano via anche la casa.
Da quando l’Italia ha deciso di privatizzare il proprio sistema bancario, siamo stati costretti a ricorrere ai “mercati” per finanziare la spesa pubblica, facendo lievitare il nostro debito fino a un livello che lo rende ora matematicamente inestinguibile. Pensare adesso di incrementarlo ulteriormente non é un dramma, come fingono di credere certi Soloni dell’austeritá. Resteremmo un paese indebitato fino al collo, esattamente come ora.
Ma non é con questi sistemi che potremmo tirarci fuori dai guai, perché resteremmo sempre nelle mani degli strozzini. É necessario, é indispensabile che lo Stato italiano crei una liquiditá propria, con la quale finanziare almeno le spese indifferibili. «Basterebbe emettere una sorta di moneta parallela – scrivevo ben prima dell’esplodere dell’attuale polemica sui mini-bot – o magari ricorrere alla emissione di simil-moneta da parte del Ministero del Tesoro. Andrebbero bene, tanto per cominciare, anche i “mini-bot” di cui si è parlato in questi giorni: titoli di Stato di piccolo taglio, spendibili come normale denaro e la cui circolazione sia rigorosamente limitata all’àmbito nazionale.» [su “Social” dell’8 giugno 2018]
I mini-bot, quindi, potrebbero servire oggi a pagare i debiti dello Stato verso le aziende (90 miliardi di euro, mica bruscolini)... Ma domani potrebbero servire a ben altro: per esempio, a finanziare la spesa generale dello Stato (sicurezza, sanitá, previdenza, infrastrutture, eccetera), mentre si potrebbe utilizzare la moneta ufficiale – l’euro – per pagare gli interessi ed anche per ridurre sensibilmente il nostro debito verso i “mercati”. Senza contare che i mini-bot potrebbero servire anche a tutelarci da una crisi di liquiditá artificiale, che la finanza internazionale potrebbe provocare sul nostro mercato interno per piegarci, come hanno fatto con la Grecia. Tanto per rendere l’idea: se quel cuor-di-leone di Tsipras si fosse inventato qualcosa di simile ai mini-bot, sarebbe stato oltremodo difficile per lo strozzinaggio straniero asfissiare l’economia greca.
Naturalmente – non occorre dirlo – i nostri “tecnici” sono contrari. Conte vede i mini-bot come il fumo negli occhi... Tria, non ne parliamo.
Ma la politica la fanno i politici. I tecnici devono trovare i modi piú appropriati per dare attuazione alle indicazioni dei politici, i quali – a loro volta – sono legittimati da una cosa soltanto: la volontá popolare.
Le regole della democrazia sono queste. La tecnocrazia é tutt’altra cosa: é la negazione del primato della politica e – con esso – del concetto stesso di rappresentanza della volontá popolare. Tutto ció – piccolo particolare – nel presupposto necessario che la classe politica sia all’altezza dei suoi cómpiti. Diversamente, non sono i tecnici ad usurpare il ruolo che sarebbe dei politici; ma sono i politici stessi, consci della loro incompetenza, a chiedere ai tecnici di surrogare il loro ruolo.
Ma questa é una divagazione d’indole teorica, che ci porterebbe troppo lontano. Ritornando alla realtá del momento: dopo essere sopravvissuto agli attriti fra Lega e Cinque Stelle, l’attuale governo sopravviverá anche alle bizze del “partito del Presidente”? E Salvini – oramai il vero motore della coalizione giallo-verde – riuscirá ad imporre una linea di dignitosa resistenza di fronte alle pretese di una Commissione Europea che ci è apertamente ostile? Io spero di si, spero che a prevalere sia la linea della fermezza, e non quella della resa.

Michele  Rallo - ralmiche@gmail.com

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P.S. -  ANCHE FACEBOOK HA I SUOI MINI-BOT.
Le agenzie battono in questi giorni la notizia che Facebook starebbe per lanciare una sua similmoneta: si chiama “Libra”, e andrebbe ad aggiungersi alle altre monete elettroniche (Bitcoin, eccetera) che viaggiano su internet. Domanda: perché quello che è consentito a una ditta privata non dovrebbe essere consentito – mutatis mutandis – a uno Stato sovrano?

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