giovedì 31 dicembre 2015

2015 - Riepilogo di fine danno di Adriano Colafrancesco

Voilà un serio bilancio su quello che è andato e non è andato bene nel 2015


Il 2015 si è aperto con gli attentati di Parigi a Charlie Hebdo, nel mese di gennaio, e si è concluso con gli attentati di Parigi del Bataclàn, nel mese di novembre. In realtà questi due episodi, estremamente gravi di per sé, fanno solo da contenitore a tutto ciò che si è svolto al loro interno, e cioè l'escalation della guerra in Siria, che è diventata, nell'arco di pochi mesi, un conflitto di livello internazionale.

Naturalmente è impossibile separare le due cose - gli attentati di Parigi e la guerra in Siria - visto che hanno un vistoso denominatore in comune, e cioè l'ISIS.
Per dipanare la matassa quindi, e per dare un senso compiuto all'anno appena trascorso, bisogna cercare di comprendere la nascita dell'ISIS, che risale ufficialmente all'estate del 2014.

L'ISIS, come ormai sappiamo, è stata una creazione indiretta dell'occidente (USA e Gran Bretagna in prima linea, con Israele comprimario nascosto), messa in piedi tramite l'alleato n.° 1 degli USA in medio oriente, e cioè l'Arabia Saudita, con il supporto della Turchia e di alcuni stati minori, come il Qatar.
Il vero bersaglio di questa alleanza sunnita non è la Siria, ma l'Iran sciita, l'altra grande potenza mediorientale che si contrappone ai sauditi. La Siria (alleata storica dell'Iran) avrebbe dovuto essere soltanto una "stepping stone", un gradino di passaggio, verso il bersaglio più importante.

Il piano iniziale degli americani prevedeva infatti un rapido rovesciamento di Assad, portato a termine tramite la solita masnada di "ribelli" finanziati e organizzati dalla stessa C.I.A.

Per metterli in piedi e per poterli supportare apertamente, la propaganda occidentale si è addirittura inventata un ossimoro degno di entrare in un'enciclopedia: i "ribelli moderati". Uccidono sì, ma con dolcezza. Odiano, ma con compassione. Distruggono, ma solo per necessità. (In realtà, sono talmente "moderati" che i loro capi amano letteralmente mangiarsi il cuore del nemico appena ucciso).

Ma qualcosa è andato storto, nel progetto di rovesciamento orchestrato da Washington già dal 2012. Assad si è rivelato un osso molto più duro del previsto, e a quel punto è stato necessario creare una terza forza - l'ISIS appunto - che stravolgesse le regole del gioco, e portasse a compimento il lavoro sporco che i "ribelli moderati" non riuscivano a fare.

Ma proprio quando l'ISIS stava per riuscire finalmente a togliere di mezzo Assad, è entrato in scena Vladimir Putin, che ha letteralmente ribaltato il tavolo del gioco. Ora l'ISIS sono i cattivi, e sono quindi automaticamente cattivi anche tutti coloro che fino a ieri fingevano soltanto di combatterli: in altre parole, con una mossa tanto semplice quanto geniale, il grande giocatore di scacchi ha messo a nudo di fronte al mondo l'inganno perpetrato dalle potenze occidentali tramite l'artificiale "califfato" di Al-Baghdadi.

Non solo Putin ha fatto questo, ma si è spinto addirittura oltre. Sulla scia dell'abbattimento del jet russo da parte dei turchi, ha anche svelato al mondo, con immagini inconfutabili, il lurido doppio gioco che Erdogan stava portando avanti lungo i confini del proprio paese: mentre da una parte fingeva di appoggiare i curdi che combattono l'ISIS, dall'altra finanziava la stessa ISIS comprando da loro migliaia di tonnellate di petrolio ogni giorno.

Che cosa c'entrano in tutto questo gli attentati di Parigi? C'entrano, per una serie di motivi diversi. Il primo motivo è che gli attentati di Parigi (leggi: gli attentati nel cuore dell'Europa) hanno rafforzato presso di noi l'idea che l'ISIS sia un'organizzazione di feroci criminali, e che vada quindi combattuta con qualunque mezzo possibile. Questo significa mandare aerei a bombardare il territorio siriano, là "dove si trova l'ISIS". (Naturalmente, una volta che quegli aerei varcano il confine, nessuno sa davvero chi e che cosa vadano a bombardare). Come sappiamo inoltre, il "terrorismo islamico" è diventato ormai da tempo la chiave che permette di scardinare, passo dopo passo, le nostre libertà e i nostri diritti civili. E nulla avrebbe potuto servire meglio a questo scopo che non appunto gli attentati di Parigi, "perpetrati dai terroristi dell'ISIS".

E qui si apre un discorso ancora più generale, che ci riporta all'11 settembre 2001. Oggi infatti, dopo 15 anni da quella fatidica data, l'Europa sta finalmente pagando il conto per tutte le bugie che ha accettato di farsi raccontare sugli attentati delle Torri Gemelle. Noi che combattiamo per la verità sull'11 settembre andiamo ripetendo da tempo che è necessario che questa verità venga a galla, affinché fatti del genere non possano più ripetersi in futuro. E invece, grazie al complice silenzio e alla connivenza dei giornalisti di tutta Europa, oggi ci ritroviamo a dover affrontare le conseguenze di un "terrorismo islamico" che è arrivato ormai alle porte di casa nostra.

Lo dico ancora, per essere più chiaro: se la bugia dell'11 settembre fosse stata svelata per tempo, con un semplice lavoro di giornalismo elementare, oggi il "terrorismo islamico" non esisterebbe più, perché nessuno ci avrebbe più creduto. Invece, siamo qui che ci tocca farci perquisire dalla testa ai piedi anche solo per andare ad ascoltare il Papa in piazza San Pietro.

Con grande gaudio, ovviamente, di tutti i ministri degli interni, di tutti i ministri di giustizia e di tutti i prefetti di polizia di mezza Europa.

Lo stato di polizia che già esiste da molti anni in America - travestito da democrazia "for the people and by the people" - ora sta arrivando anche da noi. E questo grazie alla vigliaccheria collettiva di tutti i giornalisti europei, che non è altro che la somma totale della vigliaccheria di ciascuno di loro.

Nessuno di codesti giornalisti, oggi, può fingere di non sapere come siano andate veramente le cose l'11 settembre 2001, e quindi nessuno di loro può sentirsi escluso da questa chiamata in correo per la situazione in cui ci troviamo oggi.

L'altro grande evento che ha fortemente caratterizzato nel 2015 è stato il fallimento di Tsipras e del suo tentativo di liberare la Grecia dalle tenaglie della finanza internazionale. Abbiamo già discusso nel dettaglio quello che è avvenuto in Grecia nella primavera-estate di quest'anno: che si consideri Tsipras un "traditore" vendutosi al nemico, oppure semplicemente uno che è stato costretto a fare le scelte che ha fatto, il risultato non cambia: la piccola nazione ellenica ha dovuto inginocchiarsi all'altare dei banchieri internazionali, e questo è servito da monito per qualunque altra nazione europea che in futuro possa venire anche soltanto sfiorata dall'idea di uscire dalla moneta unica.

Ormai la finanza globale è la vera padrona del mondo, e possiamo soltanto recriminare di aver dato carta bianca, con il nostro voto, a tutti quei politici che negli ultimi 20 anni ci hanno portato, silenziosamente ma coscientemente, in questa trappola mortale.
Un altro aspetto interessante dell'anno appena concluso sono i cosiddetti "scandali eterodiretti": mi riferisco al caso FIFA-Blatter, e al caso della Volkswagen. In ambedue le vicende infatti è fin troppo evidente la longa manudegli americani, che da una parte hanno cercato di colpire la Russia, chiedendo la revoca dell'assegnazione dei mondiali a loro favore, e dall'altra hanno cercato di colpire la Germania, che evidentemente non si era dimostrata abbastanza rigida nel voler imporre le sanzioni economiche alla Russia stessa.

Insomma, se vogliamo trarre una conclusione, abbiamo un 2015 nel quale gli americani stanno disperatamente cercando di restare alla guida del mondo, muovendo tutte le pedine di cui dispongono - anche le più sporche - sullo scacchiere internazionale. Ma per fortuna (nostra) hanno trovato un giocatore di scacchi altrettanto valido e preparato che gli ha impedito, almeno fino ad oggi, di continuare a fare i propri porci comodi.
Anche noi, a livello nazionale, stiamo vivendo la nostra bella odissea: con un leader di cartone, servo delle banche e degli industriali, che continua a venderci ottimismo da un tot. al chilo, rischiamo di andare verso una resa dei conti che sarà quantomeno drammatica. Ed è molto probabile che questa resa dei conti arrivi nei prossimi 12 mesi (anche perché la banca dell'Etruria non era certo l'unica banca a rischio di crac. E al prossimo episodio simile a questo, nessuno si sente più di garantire che il rapporto fra cittadini e le banche resterà immutato).

In tutti i sensi, quindi, possiamo prevedere che il 2016 sarà un anno di grandi risposte, sia a livello internazionale che a livello nazionale. Dopo di che ci si augura di vivere, se non in un "mondo migliore" (come dicono i buonisti da salotto), almeno in un mondo che sia leggermente più equilibrato, più sensato, ed anche, magari, più a misura d'uomo”. 

Buon 2016,  a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggerci, ovviamente
Adriano Colafrancesco



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