mercoledì 13 agosto 2014

Nonviolenza o viltà? Pensando a quel che sta accadendo in Iraq...



L'ultimo caso riguarda gli yazidi braccati e perseguitati in Iraq dai fanatici jihadisti dell'Isis....(...) 

Ed ogni volta la domanda che ci poniamo è: come difendere queste vittime inermi? Come intervenire con urgenza ed efficacia per salvare loro la vita? Voltare lo sguardo dall'altra parte, fingere di non sapere o assolversi dicendo che nulla possiamo fare, è un peccato di omissione di soccorso... lo stesso che condanniamo nella parabola del buon samaritano, l'unico a fermarsi per prestare aiuto, mentre il sacerdote ed il levita tirarono diritto pensando non fosse affar loro...

Ma per noi il tema è ancora più difficile: come soccorrerli, senza ricorrere alla violenza? Certo, qualcuno prima può porre legittimamente altre domande: come si è creata la situazione? Quale la causa prima? Chi ha armato la mano dei carnefici? E le risposte sono tante e articolate: le responsabilità degli Stati Uniti, la guerra infinita, le strane alleanze, gli interessi sul campo, le vendette della storia, gli estremismi figli dell'intervento armato dopo l' 11 settembre, e mille altre analisi, giuste e complesse, ma che non danno la risposta al qui ed ora: come salvare le vite delle vittime di oggi? Il tema dei mezzi e dei fini si mescola con l'urgenza di un'azione efficace.

Per uscire dall'ideologia e dalla retorica, difronte a situazioni simili penso sempre: cosa farei se sapessi che tra quei fuggiaschi ci fosse mia figlia? Quale soluzione cercherei per salvarla? E' un esercizio personale sempre molto istruttivo....

Ci voleva la prevenzione dei corpi civili di pace, ma non c'erano. Ci vorrebbe la polizia internazionale dell'Onu, ma non c'è. Ci vorrà un tribunale internazionale per condannare i criminali, ma non ci sarà....

E allora? Dobbiamo riconoscere che oggi altro non possiamo fare che sostenere l'intervento di chi con la forza militare può fermare gli assassini? Non oso dirlo io, che nulla conta il mio parere, ma vado a rileggermi Gandhi, che di queste cose se ne intendeva: “Credo che, ove vi fosse da scegliere soltanto tra viltà e violenza, opterei per la violenza. Così quando mio figlio maggiore mi chiese cosa avrebbe dovuto fare se fosse stato presente nel 1908 quando fui aggredito quasi mortalmente, se fuggire e vedermi ucciso o piuttosto impiegare la forza fisica che egli poteva e voleva impiegare, a difendermi, gli dissi che era suo dovere difendermi anche con il ricorso alla violenza. Per questo presi parte alla guerra boera, alla cosìddetta rivolta zulù e all'ultima guerra. Per questo sostengo l'addestramento alle armi per coloro che credono nel metodo della violenza”.

Forse per questo quando vedo le immagini degli elicotteri militari che sparando cercano di fermare l'avanzata jiadista e gettano viveri ai fuggiaschi, non mi sento di avanzare critiche. Chi crede nella via della violenza lo faccia fino in fondo, e se ne assuma le responsabilità. E lo faccia con coraggio. Preferisco di gran lunga la scelta del presidente Obama, che utilizza i propri soldati, alla meschina posizione del governo italiano che pensa di fornire armi alle milizie Peshmerga: tenersi le mani pulite facendo fare il gioco sporco ad altri.

Penso che Gandhi si riferisse a questo quando distingueva tra violenza e viltà ...

Ma il ragionamento del Mahatma va avanti, e aggiunge: “...ma io credo che la nonviolenza sia infinitamente superiore alla violenza...” e capisco allora che il realismo della necessaria priorità di salvare vite, anche tramite l'uso limitato e mirato della forza militare, deve essere accompagnato dal realismo profetico di costruire strumenti efficaci di intervento nonviolento. Il dramma di oggi è stato creato dall'errore bellico; l'intervento chirurgico per estirpare il male odierno può essere fatto con lo stesso metodo cruento, poiché solo quello abbiamo a disposizione, ma la cura a lunga scadenza per questo morbo oscuro che affligge l'umanità, potrà venire solo dalla medicina nonviolenta.

Mao Valpiana
Movimento Nonviolento

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