lunedì 11 gennaio 2010

Massimo Andellini: "E' il nostro stile di vita che uccide la vita sul pianeta..."

Per almeno cinquant'anni siamo stati terrorizzati dalla possibilità di una guerra termonucleare globale che avrebbe portato forse alla scomparsa della specie umana e alla distruzione totale di quanto da essa realizzato.

E non ci siamo accorti, invece, che progressivamente questo pianeta lo stavamo già profondamente sconvolgendo giorno dopo giorno.

Il nostro stesso “stile” di vita era ed è l'assassino spietato seriale ripetitivo incurante di tutto che come un virus devasta quel che tocca.

Degli oltre sei miliardi di umani, almeno tre si arrabattano ogni giorno con meno di 1 euro per mettere insieme un pasto decente. Sette-ottocento milioni invece rotolano nei rifiuti prodotti dall'abbondanza e soffrono di tutte le sindromi prodotte dalla troppa opulenza alimentare e mercantile.

Non passa giorno nel mondo che 40.000 persone non muoiano di fame.

Non passa giorno che centinaia di chilometri quadrati di foreste non vengano distrutti per fare posto ai pascoli o alle piantagioni di soia, mais, grano da usare come cibo per gli allevamenti intensivi o per produrre carburanti “verdi”.

La specie umana sembra dar ragione a Matrix, il film, laddove essa viene definita come un virus che si espande incurante delle risorse limitate attorno a lei.

Essa si espande, devasta e distrugge, prende tutto e non lascia niente alle altre specie, si comporta da padrona assoluta, plasmata dalla pretesa esclusiva discendenza divina che l'avrebbe plasmata a Sua immagine e somiglianza.

Eppure essa è stata ed è capace di grandi voli ed opere sublimi. Socrate, Pitagora, Leonardo, Mozart, Ippocrate, Gandhi, Van Gogh...che parentela essi hanno con noi, paralizzati nel traffico urbano, intossicati dai nostri stessi gas di scarico, preoccupati del parcheggio, violenti con chi ci taglia la strada, desiderosi di arrivare presto a casa per vedere il grande fratello di turno, abituati a consumare un fast food incuranti di cosa o chi mangiamo, lamentosi perché la crisi ci impedisce di andare in pizzeria tutte le sere, o di comprarci un nuovo cellulare ogni tre mesi, abituati a consumare tutto e tutti in fretta, oggetti, animali, persone, sentimenti...

Abbiamo perso il senso della realtà, noi tutti, della realtà del mondo e degli altri attorno a noi. Di una realtà fatta di dolore, di umani che soffrono e di miliardi di non umani che ogni giorno vengono uccisi per divenire bistecche, il più grave abominio che l'umanità sta perpetuando da millenni e che ha devastato il pianeta nelle sue risorse e nel suo clima, portandolo ora sull'orlo dell'abisso. E di cui nessuno negli alti gradi di potere sembra tenere in conto.

Quella realtà che poi ci piomba addosso come un macigno quando la frana travolge le case, i fiumi in piena esondano e affogano, le bufere sradicano quei pochi alberi che abbiamo lasciato.

Allora, finalmente, ci balena il dubbio che tutto ciò che abbiamo lo possiamo perdere.

Quando, invece, finalmente capiremo che in effetti quello che abbiamo non possiamo che doverlo perdere, in quanto artificialmente inutile e dannoso, se vogliamo dare un futuro a noi stessi e a chi verrà dopo di noi, allora forse vorrà dire che abbiamo iniziato a guarire.

Vorrà dire che la specie umana avrà sviluppato quelle doti che pure essa dovrebbe avere (se da lei sono nati esseri come quelli sopra citati), e che avrà imparato a guardare: guardare dentro di sé e gli altri fuori di se. Tutti gli altri, uomini, animali, piante, terra, cielo, mare, aria. Avrà smesso di guardarsi sempre e solo allo specchio: apparenza di sé non sostanza, ed egoismo assoluto. Quando avrà imparato che l'egoismo in realtà non è che autolesionismo e l'altruismo, all'opposto, verso tutti gli esseri, l'unica strada da perseguire. Ed è ognuno di noi, da sé, dentro di sé che deve iniziare questo percorso, senza aspettare il passaggio del treno delle masse, senza pretendere “che lo facciano prima gli altri”.

Senza aspettare niente dall'alto, né dei cieli, né dei parlamenti.

Un uomo, dopo morto arriva davanti al suo Dio e gli chiede la differenza tra paradiso e inferno. Il Dio gli mostra una porta al di là della quale vi sono moltitudini di persone di fronte a tavole imbandite di ogni frutta, ma affamate, scheletriche, con braccia fuse a lunghissime forchette più lunghe delle stesse braccia e quindi non possibili da portare alla bocca.

E il Dio dice: questo è l'inferno.

Poi il Dio apre una seconda porta dove ci sono tavole imbandite con ogni frutta, persone allegre, sorridenti e ben nutrite, che hanno le stesse braccia con le stesse lunghe forchette.

E il Dio dice: questo è il paradiso.

Non capisco, dice l'uomo, dov'è la differenza.

E il Dio dice: la differenza è che qui tutti hanno imparato a nutrirsi l'un l'altro mentre là ognuno pensa solo a se stesso....

Che sia di auspicio per un vero nuovo anno!

Massimo Andellini – Presidente dell'U.V.A. - Unione Vegetariana Animalista (Organizzazione di Volontariato).

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