venerdì 15 gennaio 2016

Colonia - Profumo di donna e prove generali di Putsch


I fatti di Colonia sono noti. Un migliaio circa di “profughi” (in larghissima maggioranza riconoscibili come «originari di regioni arabe o nordafricane») ha occupato la piazza della stazione nella notte di Capodanno, “accogliendo” i viaggiatori in arrivo e riservando attenzioni particolari alle donne: aggredite, derubate, palpeggiate e, in alcuni casi, anche stuprate. Quasi lo stesso copione in una cittadina della Westfalia, dove uno squadrone di 500 “disperati in cerca di una vita migliore” ha assaltato una discoteca, ripetendo le medesime gesta dei colleghi di Colonia. Altri episodi “minori” a Berlino, ad Amburgo, a Francoforte, a Dusseldorf. Per un totale (approssimato per difetto) di un migliaio di denunce per violenze di vario genere presentate fin’ora alla magistratura tedesca.
I fatti – come ha rilevato il Ministro degli Interni tedesco – non sono stati il frutto di un momento di follìa collettiva, bensì l’esecuzione di un disegno freddamente programmato. Ovvero – questo il Ministro non l’ha detto ma mi permetto di desumerlo dalle sue parole – una sorta di prova generale per testare la possibilità di organizzare disordini di più vasta portata.
Naturalmente, i media buonisti di tutta Europa hanno mostrato stupore, affrettandosi ad operare nettissimi distinguo fra le brigate sessiste e la generalità dei “migranti” che ha invaso la Germania su invito della Führerin Angela Merkel.
Rituale macedonia di sociologia in salsa solidarista, con la sola astensione dei monsignori della Curia, in grave imbarazzo per la matrice sessuale della scabrosa vicenda. Le cronache ci hanno così risparmiato – almeno questa volta – il brillante commento del Galantino di turno. Idem per la Boldrini, in evidente conflitto d’interessi tra il femminismo sessantottino e l’antirazzismo da manuale. Non sono tuttavia mancati gli atteggiamenti compassionevoli e nemmeno i picchi di comicità, come quello – letto su un sito “antifascista” italiano – secondo cui gli accusati, «probabilmente fuggiti da guerre, carestie e indigenze varie, si saranno sentiti emarginati e in carenza di affetto, quindi hanno agito di conseguenza.»
A parte i picchi, comunque, televisioni e giornali italiani si sono distinti per il tono distaccato con cui hanno comunicato i fatti, non disdegnando qualche prudente passaggio giustificazionista. Fra i tanti cauti commenti, uno almeno ha avuto il merito di distinguersi dal pressappochismo generalizzato. Mi riferisco a Maurizio Molinari, nuovo direttore de “La Stampa” di Torino. Secondo Molinari – dunque – i fatti di Colonia sarebbero il frutto della dissoluzione delle nazioni nordafricane e mediorientali e dell’emergere delle vecchie strutture delle tribù, quali esistevano nel mondo arabo fino alla Prima Guerra Mondiale. «Dai loro costumi ancestrali – scrive il neo-direttore – si originano il chador per le donne, la decapitazione dei nemici, la vendetta come proiezione di forza, il saccheggio per arricchirsi, la poligamia e il potere assoluto degli uomini sulle donne.» Di questa mentalità – intrisa di «forme primordiali di violenza» – sono portatori una parte dei migranti che giungono in Europa: «non si tratta della maggioranza degli immigrati – sottolinea Molinari – ma di una minoranza in grado di scuotere la sicurezza collettiva.»
Condivido; anche se tutto ciò non è ascrivibile solamente al tribalismo di ritorno. Non posso fare a meno – comunque – di chiedermi quanto grande sia questa “minoranza” tribalistica. E ancòra: con quale diritto i governanti delle nazioni europee hanno deciso di accogliere tali migrazioni, invece di esercitare il diritto-dovere di difendere le frontiere dei rispettivi Stati? Con quale diritto i governanti hanno deciso di esporre i cittadini anche al pericolo di questa violenza tribale? Con quale diritto – tanto per non restare nel vago – madama Merkel ha attuato una politica immigrazionista che è la causa diretta delle violenze subite dalle donne tedesche nella tragica notte di Colonia?

Non sembri eccessivo il riferimento alla causa diretta: se Tizio è entrato in Germania perché invitato o comunque accolto dal Capo del Governo, se Tizio ha tenuto un comportamento criminale, se – a sèguito di tale comportamento – un cittadino o una cittadina tedesca ha subìto dei danni, di chi è la responsabilità? Certo, in primo luogo del Tizio criminale. Ma, in secondo luogo, di chi gli ha consentito di delinquere in territorio tedesco. È quella che in diritto si chiama “responsabilità oggettiva”, e spero che qualcuna tra le vittime di Capodanno ne chieda conto in tribunale alla Cancelliera del Quarto Reich.

Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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