mercoledì 15 ottobre 2014

Lo Renzi il "magnifico" ed il patto del Falaride


  

Veramente seria è la questione che devo esporvi, miei buoni amici, e il discorrerne mi è molto penoso. Sento persino vergogna per essere nata di questi tempi in questo Paese, quando vedo che quel popolo un tempo dominatore di gran parte delle terre, si fa menare attorno secondo il capriccio di un ragazzo; per essere nata in questo Paese dove uomini di tant’alto ingegno, rinomati per età e saggezza, riescono a riconoscere, ma invano, la schiavitù che si sono procurati, senza avere il coraggio di liberarsi di essa. Non esito perciò ad ammettere in tutta sincerità che i costumi dell’età nostra hanno tanto tralignato dalla virtù dei nostri avi, che se quelli tornassero a vivere rifiuterebbero di vedere in noi i loro discendenti: perché essi hanno fondato, conservato, accresciuto questo nostro Stato con onestà di costumi e santità di leggi e con istituzioni adeguate al fine della felicità della vita.

      Ora invece, come vedo, proprio di quelle leggi si fa generalmente tanto poco conto che non c’è nulla al mondo di più umiliato e trascurato, mentre il loro posto è occupato dall’arbitrio di pochi e disonesti cittadini. Forse non sappiamo che il principale fondamento della libertà è l’eguaglianza dei cittadini? E’ proprio questa infatti che si esige innanzi tutto, e che ciascuno veda rispettati i propri diritti al riparo dalle altrui offese; ma in che modo siano mantenuti da noi questi princìpi, potete giudicarlo da voi stessi, e un’altra cosa potrei ricordare non senza grande dolore: nessuno ha il coraggio di opporsi, con la parola o col voto, al parere di qualche potente. Eppure una volta era tanto splendida nel nostro Paese l’applicazione della giustizia e del diritto, che a Firenze, ad esempio, si mandavano a dirimere le controversie fin dai confini del mondo. Ora, invece, le dispute vengono decise dopo lunghissimo tempo, a prezzo di grandi spese, tra i più vasti intrighi e con molte corruzioni o coi favori dei potenti, cosicchè molto spesso ottiene favorevole sentenza non chi prevale in diritto ma chi è superiore in potenza.

      E perché dovrei confrontare io con il silenzio del giorno d’oggi, quell’antica piena libertà di parlare in Senato e davanti al popolo? In essa si manifestavano chiaramente la finezza dell’intelletto, l’eleganza dell’eloquenza e la grandezza dell’amor di patria dei singoli cittadini, quando sulle proposte di attuazione discutevano persone autorevoli, esaminando le ragioni favorevoli e quelle contrarie in modo da scoprire facilmente quale verità si trovasse in ciascuna di esse. Perciò raramente si sbagliava nel procedere a una deliberazione e la decisione, una volta presa, non veniva subito mutata in senso opposto per sopravvenuti pentimenti.

     Ora, invece, che i nostri Catoni per deliberare sugli affari della massima importanza si valgono del consiglio di pochissime persone, vediamo che per lo più si decidono cose che il giorno dopo quelle stesse persone, forse richiamate all’ordine da altri, stabiliscono doversi fare in modo del tutto diverso. Ora, infatti, un esiguo numero di temerari, con la loro tipica insolenza e forti dell’indifferenza degli altri cittadini, arrogano a sé soli quello che è un diritto di tutti, e tutto viene stabilito dal loro insensato e ambizioso capriccio.

     Perciò quella bellissima formula pronunciata dall’araldo, che di solito si udiva nelle assemblee e tanto ampiamente è celebrata da Demostene, quella formula con cui viene data facoltà di parlare a chi lo vuole, ora per lo più è taciuta oppure, quando la si proclama, tutti capiscono che si tratta solo di un suono senza significato, perché nessuno osa chiedere un parere o parlare apertamente.

      Anche nella scelta dei governanti, oggi vediamo che non si scelgono uomini che si distinguano per saggezza e per nobiltà, ma si scelgono i cortigiani di potenti cittadini, o i ministri dei loro sfrenati piaceri. Ne viene che l’autorità dei politici è quanto mai ridotta o piuttosto inesistente, perché coloro che avrebbero il più grande interesse ad esercitare le magistrature, agitati da quello sdegno che è proprio degli uomini liberi, si tengono lontani dalle cariche pubbliche e così viene offerta a pochi disonesti l’opportunità di devastare e di fare a pezzi lo Stato.

      Ed ormai, questo Falaride fiorentino è arrivato a tanta tracotanza da non esitare a considerare non benefìci ma servigi a sé dovuti di diritto, i benefici che ha ricevuto nei suoi momenti difficili. Ora, se io rifiutassi di adulare, di lusingare, di servir umilmente, insomma, quest’uomo, chi potrebbe censurare questa mia decisione?

Sara Di Giuseppe           

* Libero saccheggio da
Alamanno Rinuccini  Dialogus de libertate, libro I, 1479
   Trad. Salvatore Rizzo


 
     

1 commento:

  1. Interessante analisi, soprattutto linguaggio adeguato e forbito... complimenti. Speriamo che la gente raccolga... Grazie

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