sabato 14 novembre 2009

La favoletta dell'asino e di come produrre soldi con l'ecologia (di facciata)... di Giorgio Nebbia

C'è un famoso racconto, attribuito ad Esopo, intitolato: il padre, il figlio e l'asino. Un padre anziano, un figlio giovinetto e un asino andavano per la loro strada. Il padre, stanco, sale sull'asino e la gente che li vede passare dice: che egoista quel padre che lascia andare un giovinetto a piedi. Allora il padre scende e fa salire sull'asino il figlio e la gente che li vede passare dice: vergogna: quel giovinetto che lascia andare a piedi il padre anziano. Allora padre e figlio salgono tutti e due sull'asino e la gente dice: vergogna: due persone che sfiancano il povero asino. Allora padre e figlio scendono e vanno a piedi al fianco dell'asino e la gente dice: ma sono proprio scemi quei due che potrebbero andare senza stancarsi. Il racconto non dice come è finita: forse si sono fermati tutti e tre.

E' quanto sta avvenendo nel dibattito sulle fonti energetiche rinnovabili e su altri aspetti delle riforme ambientali. Molti (e anche chi scrive) sostengono che l'energia del futuro dovrà venire dalle fonti energetiche rinnovabili, tutte derivate dal Sole, sotto forma di calore solare o di energia eolica o di moto delle acque o di biomassa vegetale. Molti, anche fra gli ambientalisti, obiettano che per ottenere calore o elettricità dal Sole occorrono grandissime superfici di terreno e che queste si potrebbero trovare soltanto nei paesi tropicali desertici i quali diventerebbero così produttori di energia solare da esportare nei paesi industriali. A questa prospettiva alcuni obiettano che si verrebbero a rovesciare gli equilibri geografici e politici attuali e altri pensano a nuove grandi multinazionali monopolistiche dell'energia solare proprio collocate nei paesi oggi poveri e emergenti.

Ma neanche sull'energia solare c'è accordo; alcuni puntano alle centrali fotovoltaiche che producono energia direttamente per esposizione al Sole di grandi pannelli capaci di produrre in un intero anno 100 chilowattore di elettricità da ogni metro quadrato di superficie esposta al Sole, mentre altri pensano a grandi centrali a specchi che concentrano l'energia solare su caldaie in cui si forma vapore avviato poi alle turbine, proprio come avviene nelle centrali termoelettriche a petrolio o carbone. Alcuni obiettano che queste centrali termoelettriche solari fornirebbero elettricità soltanto quando il Sole splende nel cielo, a meno di costose complicazioni, e richiedono per il raffreddamento grandi quantità di acqua che è scarsa nei paesi in cui è più intensa la radiazione solare.

Ed ecco che altri fautori delle energie rinnovabili sono favorevoli alla produzione di energia elettrica con motori eolici, alimentati dalla forza del vento ma anche qui non c'è accordo; alcuni ambientalisti contestano che le grandi centrali eoliche con le loro pale del diametro di diecine di metri deturpano il paesaggio, uccidono gli uccelli, e provocano alterazioni ambientali, sottraendo terreno ad altri usi; peggio che peggio se qualcuno propone di installare le pale eoliche in mezzo al mare, con ostacoli per la navigazione e danni al turismo. Alcuni propongono in alternativa grandi aquiloni che fanno girare le turbine sfruttando i venti che spirano molto forti a centinaia di metri di altezza.

Resterebbe l'energia elettrica ricavabile dal moto delle acque, quella che il grande ciclo delle piogge rende disponibile ogni anno nella stessa quantità, ma anche qui altri ambientalisti obiettano che la costruzione di invasi artificiali e di dighe provoca l'allagamento di grandi superfici di terreno coltivabile e abitato e che così si innescano frane e inoltre che alcune dighe potrebbero crollare, come è avvenuto in passato. Ma allora si potrebbe recuperare energia dal moto spontaneo delle acque nelle valli e nei fiumi, proprio come avveniva nei mulini del passato, mediante piccole centrali idroelettriche sparse nel territorio; qualcosa si sta muovendo in questa direzione come indicato da un recente libro sui "Comuni rinnovabili 2009" (pubblicato dalle Edizioni Ambiente di Milano), ma altri obiettano che la produzione decentrata e diffusa dell'elettricità non é compatibile con la richiesta energetica di un grande paese industriale.

Alcuni sostenitori delle fonti energetiche rinnovabili "solari" suggeriscono la possibilità di utilizzare i vegetali, una parte della biomassa che il Sole continuamente produce sulla superficie della Terra, come combustibili o come materie prime da trasformare in carburanti capaci di sostituire la benzina o il gasolio. Ma altri ambientalisti obiettano che in questo modo si sottrarrebbe terreno alla produzione di alimenti, in un momento in cui la fame nel mondo sta aumentando, o addirittura che si consumerebbero prodotti agricoli alimentari, come cereali o grassi, per far marciare le grosse automobili dei paesi industriali. O, ancora peggio, estenderebbero le coltivazioni di vegetali "energetici" tagliando le foreste, così importanti per rallentare i mutamenti climatici.

Come nella favoletta iniziale, a furia di dare retta a tutti si continua a estrarre petrolio a tutto spiano, a far aumentare la concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera, a peggiorare il clima e così avanzano le alluvioni, l'innalzamento della superficie dei mari, l'erosione delle coste e non si fa nessun passo concreto verso quei mutamenti nella produzione di merci, nei cambiamenti dei cicli produttivi, nell'organizzazione delle città, nell'edilizia, eccetera, le vere utili ricette per rallentare i cambiamenti climatici futuri. Tutto per la maggior gloria delle società che vendono fonti energetiche fossili e che sperano di vendere centrali nucleari; società che sono poi spesso le stesse che sembrano così amanti dell'ecologia perché fanno affari anche con la vendita di pannelli solari, di motori eolici, di biodiesel; tanto più che quel poco che si fa nel solare e nell'eolico non è spinto dall'amore per il pianeta e i suoi abitanti, ma dalle ingenti sovvenzioni statali, fatte con pubblico denaro: un sistema per produrre soldi a mezzo dell'ecologia.

Giorgio Nebbia

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