giovedì 16 giugno 2016

Amministrative giugno 2016. Turn Over per renzie


Che le cose non andassero più bene per il Pifferaio dell’Arno lo sapevano tutti. I sondaggi, d’altro canto – quelli pubblici e quelli riservati – erano lì a testimoniarlo, al di là di ogni dubbio. Il bluff – come ho scritto più volte – non poteva durare a lungo. E quel fantasmagorico mix di statistiche addomesticate, di promesse non mantenute, di balle ed ecoballe, di demagogia da quattro soldi e di bullismo col lanciafiamme – alla fine – è stato percepito dagli italiani per quel che realmente è: un trucco da baraccone, un semplice esercizio di prestidigitazione, l’esibizione di un mediocre illusionista col pallino della politica.
I sondaggi – ripeto – ormai da tempo attestavano la crisi di credibilità del terzo governo di Re Giorgio. Ma il Piccolo Imbonitore Fiorentino, nella sua immensa presunzione, si era rifiutato testardamente di prenderne atto. Fino a pochi giorni fa, quando gli ultimi rilevamenti avevano anticipato il disastro che andava preparandosi per il PD nelle urne delle consultazioni amministrative. Ecco, allora, che il nostro si faceva intervistare da uno dei soliti compiacenti telegiornali e dichiarava candidamente che quelle elezioni erano un fatto esclusivamente localistico e che nulla avevano a che vedere con la linea politica nazionale. Conferma, anche per gli ingenui, che i sondaggi riservati non lasciavano adito a dubbi: per il PD sarebbe stata una débâcle.
Intendiamoci: è certamente vero che i fatti locali condizionino il voto amministrativo. Ma tale condizionamento è massimo solo nei piccoli Comuni, per decrescere man mano che si passa a realtà maggiori. In misura inversamente proporzionale al condizionamento della politica nazionale, che invece è minimo nelle piccole realtà, moderato nei Comuni intermedi, massimo nelle grandi Città. E di città grandi, anzi grandissime, ce n’erano in gioco quattro; tre delle quali (Roma, Milano e Torino) con amministrazioni uscenti targate PD e sinistre collegate. La quarta – Napoli – aveva un sindaco uscente sostenuto dalla sinistra alternativa (quella vera), che il Vispo Tereso avrebbe voluto spodestare; o, quanto meno, tallonare al ballottaggio con una propria candidata, espressione – beninteso – della più disciplinata ortodossia renziana.
I risultati, poi, sono stati quelli che tutti conoscono: due ballottaggi “normali” (Milano e Torino), un ballottaggio senza speranze, ricevuto in omaggio da Berlusconi (Roma), ed una esclusione clamorosa (Napoli). L’incidenza dei fattori locali c’è stata, certamente. Ma assai più forte è stata quella delle vicende nazionali, della dichiarata ostilità alla politica renziana, fino al punto da tarpare le ali anche ad un sindaco bravo come Piero Fassino, abbandonato da una larga fetta del suo elettorato per ragioni che certamente esulano dalla (buona) amministrazione della città di Torino. Quanto agli altri tre candidati PD (tutti renziani doc), il loro insuccesso è stato clamoroso, a prescindere dalle percentuali ottenute.
Cosa succederà al secondo turno? Naturalmente non ho la sfera di cristallo, ma una previsione mi sento di azzardarla: vittoria senza problemi per la grillina Raggi a Roma e per il mangiafuoco De Magistris a Napoli; vittoria ai punti per il moderato berlusconiano contro il moderato renziano (si somigliano tanto!) a Milano; battaglia all’ultimo voto tra Fassino e l’altra grillina Appendino a Torino.
Ma, in ogni caso, quali che possano essere i risultati finali, il segnale politico è già stato dato al primo turno: è un avviso di sfratto all’inquilino di palazzo Chigi. Ha quattro mesi di tempo per fare le valige. Dopo di che il risultato del referendum lo costringerà a togliere il disturbo.
Anche perché, in questi quattro mesi, l’ondata migratoria che si abbatterà sull’Italia sarà di dimensioni tali da suscitare una reazione popolare dagli esiti imprevedibili.

Un’ultima considerazione: i risultati di queste elezioni amministrative andranno a pesare in maniera determinante anche su quello che suole chiamarsi “centro-destra”. È stata messa in atto l’ultima manovra per evitare la nascita di un Fronte Nazionale all’italiana. Manovra fallita. Per il momento, rimando a quanto ho già scritto sul numero del 6 maggio in un articolo intitolato “Roma: l’alleanza delle mummie contro il pericolo populista”. Di mummie se ne sono viste tante, nella campagna romana. Ma il pericolo populista è sempre lì. E nei prossimi mesi assumerà proporzioni ben maggiori.

Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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