domenica 26 febbraio 2023

Un anno dopo l'inzio della crisi - Riflessioni sul discorso presidenziale di Vladimir Putin




Dunque.  Il sovrano (per così dire), si rivolge alla nazione del “grande paese”, rannicchiata davanti agli schermi, esattamente come l’anno passato, nel medesimo giorno…un monologo - ininterrotto - della stessa durata di una partita di calcio. Quei 90 minuti e rotti che tiene la parola, sono uno spazio di tempo indefinibile: tanti per un intervento di questo format, e anche nulla in rapporto allo scopo, ovvero COSA si deve spiegare al proprio popolo, comunicargli l’entità della situazione in cui ci si trova. 

La verità è che non esiste un vero e proprio modo di comunicarlo: non c’era l’anno scorso alla vigilia del “grande passo” e tantomeno c’è adesso all’ ”aggiornamento” (inappropriato dire “intermedio” come si fa nelle gare di sci, considerato che si tratta di una gara di cui lo stesso fattore tempo sfugge – è del tutto ignota durata complessiva del gioco in questione), o forse potremmo dire “estensione” rispetto al punto di partenza. 
Esattamente come un anno fa, il discorso presidenziale russo deve confrontarsi con una difficoltà di ordine superiore: la corretta ricezione da parte di chi semplicemente accende la tv (ascoltatore passivo) e di chi dovrebbe poi interpretarlo (analisti, commentatori). 


A questo punto il lettore più pragmatico potrebbe spazientirsi dei giri di parole domandandomi COSA esattamente è stato detto (dato che ho ascoltato dall’inizio alla fine l’intervento e rientro tra gli utenti in grado di capirlo in lingua originale)… ebbene se si riportasse la mera traduzione del flusso di parole, analizzando concretamente accenni e punti, sarebbe relativamente poco impressionante in realtà: si parla – riporto in ordine sparso - di sostegno ai veterani e alle loro famiglie, di impegno a proseguire il conflitto in corso, di determinazione nel difendere il paese da ogni minaccia esterna, dei suoi nemici che hanno disdetto trattati e oltrepassato la linea critica, della grande sfida nel mercato globale che la Russia sta affrontando ed affronterà riformando la propria struttura economica (…) e legandosi a  e poi ancora in merito alla forza spirituale del paese che si erge contro la decadenza morale del mondo occidentale che non riconosce più i fondamenti di  madre natura. Infine la sospensione dei trattati in merito alle armi nucleari (questo di per sé merita nota di riguardo ed un posto a parte). 

A una disamina puntigliosa, quasi NESSUNO dei punti toccati in questo appello alla nazione mostra alcunchè di particolare: si ripetono cose che già si sapevano o che si potevano immaginare, concetti già espressi in passato in molteplici varianti, nulla che non fosse ampiamente prevedibile. L’errore, la perdita di tempo da parte dell’analista sta proprio nel cercare di spaccare il capello in quattro parti, nel senso che non occorre, non si deve cercare il dettaglio minimale o scorporare cervelloticamente un’affermazione, quanto valutarne l’insieme in questo caso. Il discorso presidenziale è come un testo da valutarsi nella sua totalità, il cui messaggio si evince da questa totalità inserita nel determinato contesto. Tale totalità equivale – si potesse condensare tutto in un vocabolo – alla parola DISTACCO… o divergenza. 


La Russia si stacca da tutto quello che è occidente (che poi è il TUTTO per chi sia occidentale), da tutto ciò che può significare dipendenza da esso, per sopravvivere coi propri mezzi e col supporto di altre forze. L’essenza ultima è la scissione di una dimensione da un’altra, ossia di quella russa dal maxi contenitore che è l’occidente (…). Non la sempliciona autarchia mussoliniana….ma una più insondabile autoctonia rispetto a un mondo esterno spiritualmente estraneo. 

La realtà è – come la volta scorsa - che NON si tratta di un “discorso politico” nella medesima accezione cui si è usi intendere le cose, ma di un qualcosa che ne trascende i confini, portandosi ad un differente un ordine di grandezza (pur senza essere più magniloquente rispetto al solito): di politica si tratta sì, ma non quella ordinaria bensì quella che riguarda i massimi sistemi. In breve, quei novanta minuti di parole sono il naturale ed ordinato proseguimento dei sessanta minuti pronunciati l’anno precedente: prosecuzione della narrativa metapolitica che vorrebbe ritrovare l’identità perduta di una potenza e – anche più – ricollocare il paese entro i binari di un destino perduto tanto tempo fa. Ritorno a sé stessi dopo un contatto decennale con l’estraneo, per proiettarsi nel futuro: una strada per il futuro che costeggia il passato (?)….o recuperare un santo Graal perduto chissà dove (le metafore sono molte, tanta confusione quanta entusiastica visione) 

Il muro comunicativo nei confronti dell’occidente inizia già da questo: nel non riuscire a cogliere il senso più ampio del messaggio, da parte di una mentalità (nordamericana/europea) che ha smarrito da un’eternità la chiave di lettura più appropriata. 


Vladimir Putin non parla di regolazione di imposte/micro-imposte, gestione migranti, alzare di un punto in percentuale il budget della sanità o altre “amenità” del genere (pardon): il presidente di Russia sta facendo un’altra cosa, ovvero sta cercando di decidere la TRAIETTORIA STORICA della propria nazione per il secolo in corso, il XXI, di determinarne il corso, tanto quanto Lenin lo fece per il XX (per cortesia non sto paragonando i personaggi in questione in senso stretto, non mi si fraintenda. Si tratta di un parallelo molto generico, riferito più che altro all’impatto geopolitico che le circostanze storiche – per quanto non comparabili - produssero per il paese tanto nel 2022 quanto nel 1922. Mi si intenda correttamente, prego). 

Un ordine di grandezza, ripeto, al quale la politica, i politici, le società del mondo occidentale non sono più abituati: un’occidente le cui strutture ed istituzioni politiche sono ampiamente secolarizzate, così come lo sono i messaggi che si trasmettono alle rispettive nazioni. L’Unione europea in particolare è del tutto impreparata a comprendere, metabolizzare, azioni di questa portata (considerando la natura oramai “stabilizzata” degli stati nazionali europei, entità che hanno rinunciato ad ogni velleità di potenza dopo l’ultimo conflitto mondiale, smilitarizzandosi sia materialmente che culturalmente, regolando la dimensione a misura di politica interna e lasciando cioè ad altri la gestione della grande politica, quella estera e mondiale o qualsiasi dimensione guerriera o mistica. Nulla che vada oltre la misura d’uomo, come vuole la logica secolare). 

Codesta mentalità (secolarizzata, stabilizzata) cui si è abituati – in occidente – soffrirà di gravi difficoltà nella comprensione della Russia la quale sembra abbia preso la grave decisione di uscire da questo cerchio. 
Tenere a mente due vocaboli utilizzati, non a caso, nel corso dell’intervento: qui in fondo “Cerchio” e all’inizio, “Sovrano”. Sono indicativi.


Per cerchio si intende il sistema di fondo in cui un’entità è collocata (può essere un singolo individuo come un’aggregazione di individui, ossia uno stato): la struttura fondamentale entro le maglie della quale è necessariamente imbrigliata dal momento che nessuna entità può esistere al di fuori di un contesto più grande. Impossibile esistere senza, ma possibile sceglierne uno differente o – addirittura – costruirne uno nuovo, rispetto a quello presente (per la serie “se non ami il mondo in cui vivi, costruiscine un altro"): disgraziatamente, massime come quest’ultima – che fanno sognare miliardi di persone – sono del tutto infattibili nella realtà se non con volontà e metodi al di fuori della norma (quest’ultima va necessariamente spezzata per essere superata). Ecco quindi che per sfondare i muri della realtà occorre, per forza di cose, un’autorità (sacra) al di sopra dell’ordinario che ne rigetti i limiti. Un condottiero, un imperatore……..un “sovrano”.

Non esiste più, al giorno d’oggi, nei sistemi politici moderni (secolarizzati), qualcosa di equivalente al “Sovrano”: la sua esistenza è come letteralmente escissa dal vocabolario e dalla mappa mentale di associazioni terminologico/concettuali condivisa nella società occidentali. Appartiene a un’era anteriore alla nostra, ci rimanda alle monarchie ancora sacralizzate della prima età moderna. Concetto affascinante (perché più non è), inquietante poiché mette in secondo luogo l’umano al cospetto del sovra-umano (divino) di cui è rappresentante il monarca medesimo. Una figura che Yukio Mishima tratteggiava (il “suo” imperatore, che naturalmente non coincideva con la macchietta istituzionalizzata di Hirohito, imperatore “fattosi uomo” con la dichiarazione di umanità del 1946... ma è un’altra storia). 


Insomma, negazione del LUME, e volgarmente derubricabile ad antidemocraticità secondo il metro odierno, eppure malgrado tutto… anche il “sovrano” è ugualmente irrinunciabile (o inevitabile) nel ciclo di eventi storici a seconda delle circostanze: se il LUME annulla le catene morali del singolo individuo, è invece il sovrano a spezzare quelle di una società nel suo insieme, facendo virare, a mo di timoniere, una nazione in un senso o in un altro o facendola evadere dalla palude in cui si fosse incagliata. Nel mondo industrializzato (o post-industriale) non esiste più una figura formalizzata come il “sovrano”: fu rimpiazzata a cavallo tra i secoli XIX e XX dalle ideologie, ed ora nel XXI manca qualsiasi analogo. Vladimir Putin ha deciso di assumersi un imponderabile compito: interpretare un ruolo che formalmente ha cessato di esistere molto tempo fa, per gestire un contesto altrimenti fuori della portata e della prerogativa del politico medio.

Egli - metaforicamente parlando - si rivolge alla propria nazione in veste di GUIDA (nel flusso storico) di una civilizzazione, sebbene in termini più secolari sia portatore del semplice titolo di presidente di uno stato. In quest’ottica occorre vedere ed interpretare. Forse un estremo per bilanciarne un altro avvenuto in precedenza: quello del presidente abbassatosi troppo a misura d’uomo (Boris Eltsin) cosa che fece sprofondare tutto il continente russo sotto il suo peso. Per rimediare a quell’eccesso, a quell’enorme mancanza di forza che fa inabissare (per così esprimersi) occorre un’attitudine del tutto antitetica che riporti al cielo…..ad una eccezionale inadeguatezza può fare da contrappeso solo un’eccezionale forza di spirito (per chi può seguirmi). 
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Sospendiamo tuttavia per il momento questa parentesi filosofica introduttiva: torneremo a questa chiave di lettura alla fine del ciclo di interventi tuttavia (il cerchio si chiuderà).

Daniele Lanza  *












2 commenti:

  1. “Un sondaggio dello European Council on Foreign Relations mostra che il 41% degli italiani vorrebbe che la guerra finisse il prima possibile, mentre nel resto d’Europa questa percentuale non supera il 30%. E mentre oltre la metà degli intervistati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nei nove Paesi Ue studiati ritiene che la Russia sia un “avversario”, in Italia questa opinione è condivisa solo dal 39% degli intervistati...”

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  2. Commento di G.S.: "Una abitante di Odessa riferisce che un gran numero di carri armati delle Forze ucraine sono concentrati intorno alla città e che ci sono molti mercenari stranieri:

    "La cosa più allarmante è che i soldati ucraini sono travestiti dai soldati russi e hanno dei nastri bianchi legati alle braccia e alle gambe, come quelli dei soldati russi. Però tutti parlano ucraino. Sembra che questi nazisti stiano preparando una terribile provocazione. Non escludo che possano apporre segni tattici russi "Z" o "V" anche sul loro equipaggiamento", - racconta la signora in questione.

    "Qui non ci sono truppe russe. Odessa è sotto il pieno controllo delle Forze Armate ucraine e della Difesa Territoriale", precisa la signora.

    Presumibilmente, le autorità ucraine stanno preparando un bagno di sangue a Odessa - quando i nazisti e mercenari imbestialiti travestiti da soldati russi spareranno contro i civili, faranno esplodere, saccheggeranno, bombarderanno, bruceranno gli abitanti di Odessa con l'obiettivo di filmare e mostrare al mondo le sanguinose atrocità degli "occupanti russi".

    Gli abitanti non possono dimenticare la strage di Odessa nella Casa dei Sindacati nel 2014 fatta dai nazisti."

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