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domenica 16 ottobre 2011

Quel che è successo a Roma il 15 ottobre 2011: “…l’unione fa la forza e, talvolta, pure la violenza…” – Black bloc e polizia all’opera!

"Manifestazione a Roma - Foto di Gustavo Piccinini"


«Nella semplicità della loro mente, le persone cadono più facilmente vittime di una mostruosa menzogna che non di una piccola bugia, poiché loro stesse si lasciano spesso andare a delle piccole controverità di poco conto, ma avrebbero vergogna a ricorrere a grandi mistificazioni. Non verrebbe loro mai in mente di fabbricare un’enorme impostura e sono incapaci di credere che un altro potrebbe avere la stessa faccia tosta. Anche se venissero portate in modo chiaro a loro conoscenza delle prove evidenti, essi continuerebbero a dubitare e a pensare che ci potrebbe essere un’altra spiegazione»
(Adolf Hitler)

Oggi è il giorno delle narrazioni sui fatti avvenuti a Roma il 15 ottobre 2011 (e molto limitatamente anche in altre città d’Italia), sarà dura appurare la verità e la responsabilità dei tafferugli avvenuti durante le legittime e giuste manifestazioni di protesta…

Scrive Claudio Paci “Non riesco a trovare notizie sui feriti. Solo immagini di violenza… in Italia non esiste stampa libera ma solo venduta…”. E’ vero ma almeno qui possiamo cercare di raccogliere testimonianze veritiere ed imparziali.. Già sin dal pomeriggio ieri erano cominciate ad apparire su internet notizie sui fatti romani. Si diceva di un gruppetto di black bloc che cercava di creare scompiglio incendiando auto e sfondando vetrine mentre la gente compostamente procedeva, in alcuni momenti i provocatori cercavano di mescolarsi ai pacifici marciatori e venivano allontanati ma non demordevano..

Ed ecco che la polizia iniziava a bloccare il corteo in più punti non per fermare i black bloc ma creando in tal modo caos ulteriore. Alle obiezioni fatte al ministro Maroni sul perché non fossero stati fermati subito i provocatori, un numero limitato di giovinastri, facilmente individuabili dalle divise e caschi neri (in questo molto simili alle forze dell’ordine), egli ha risposto “non potevamo correre il rischio di causare ulteriori danni”.. Strana politica dell’ordine.. si lasciano liberi i saccheggiatori e i vandali di agire indisturbati per non creare ulteriori disordini.. Giusto?!

Così i pacifici marciatori sono stati lasciati alla mercè di una squadraccia violenta ed il risultato è stato quello solito.. ovvero che all’intervento delle forze dell’ordine a rimetterci sono stati i pacifisti e non gli aggressori.. Decine di feriti fra la gente comune presa fra due fuochi. Bravo Maroni!

Non posso far a meno di dubitare sulle sue reali intenzioni, scusatemi, ma il governo ha tutto da guadagnare a dimostrare le “intenzioni violente della folla…”, così magari potrà scattare un’ulteriore repressione e ulteriore stretta sociale-economica.

Ma… vi invito a leggere alcuni commenti raccolti al volo su internet espressi da partecipanti ed osservatori del corteo pacifico (finché è stato possibile) di Roma.

Beatrice D’Arpini: “Oggi manifestazione, stavo nel bordello più assoluto…” – Marco Mestici Mohican Jagonnath: “..bel bordello è successo .. poi tralasciando il branco di idioti che hanno bruciato macchine e devastato negozi..” – Salvatore Lopez: “‎..DANNI… SFIDUCIA A POTER RESPETTARE QUESTO PAESE…. LA MIA ITALIA…!” – Doriana Goracci: “WE DO NOT WANT ANY MORE OF THIS PAP! Wars, banks,Capitalism, racism…” – Noemi Longo: “..credo sia una società intera a dover cambiare, penso sia un nuovo sistema economico a dover esser applicato, temo che debbano prima cadere tutte le certezze di tutti, affinchè qualcosa possa cambiare realmente… ma ho paura che pochi siano veramente pronti a rinunciare a tutto per tutto questo… Ed ho ancora più paura che questa non sia la strada giusta… Domani tutto tornerà a posto. .Però sono contenta che ci sia qualcuno che ci crede al posto mio! Ognuno lotta a suo modo!” – Marina Costa: “VERGOGNA, VERGOGNA!!! MA TANTO VINCEREMO NOI COMUNQUE, IO MI SIEDO LUNGO IL FIUME… mamma mia come sono incaxxata…..sempre le solite messinscena, le solite balle, le stesse violenze! che palleee!!! solita solfa infiltrano i cortei e scatenano il casino….. a detrimento delle giuste cause e per accattivarsi il beneplacito della massa che non sa nulla e non capisce nulla e non fa nulla……. AVETE ROTTO!” – Amarilde Fiordiligi da Campobello: “Giustamente o ingiustamente, finiranno per vietare le manifestazioni, vedrai. D’altra parte, una città non può essere saccheggiata, ogni volta che c’è una protesta, da un manipolo di teppisti che -dio solo sa perché- nessuno riesce a scovare, arginare o ad anticipare sul tempo…” – Alba Montori: “La gente che vuole manifestare pacificamente non va in piazza e in strada armata di bombe carta, molotov sassi e bastoni e magari qualche altra arma impropria e propriamnete detta. In tal caso si chiama guerrigla urbana.Ma chi ha semiinato a piene mani odio sistematicamente sarà soddisfatto, Mi auguro che le armi improprie o proprie distruggano le mani di chi se le è portate appresso per usarle, e mi auguro che non ci venga a chiedere poi di pagare la sua pensione di invalidità…” – Critica Femminista: “ESTREMISTI DI DESTRA DISTRUGGONO LA MANIFESTAZIONE PACIFICA DI ROMA. Gruppi di destra si sono infiltrate fin dall ‘inizio della manifestazione e NON sono stati fermati dalla polizia, già forniti di cappucci, caschi hanno studiato la situazione e da Piazza della Repubblica si sono incamminati verso via Cavour…” – Valentina Vandilli: “..vi posso dire che davanti a me si aggiravano questi ragazzi di 16 -18 anni pieni di tatuaggi fascisti e che studiavano la situazione, erano collegati a piccoli griuppi di 10 lungo tutto il corteo…” – Tiziana de Mitri: “Dalla lettera degli indignatos italiani a Morfeo Napolitano “Bisognerebbe avere il coraggio, dopo il disastro del ventennio berlusconiano e della seconda Repubblica, di costruirne una terza di Repubblica, fondata sui beni comuni e non sugli interessi privati. È giunto il momento di scegliere da che parte stare, dalla parte della rendita o da quella della vita. La invitiamo a riflettere, perchè questa generazione tradita non si arrenderà alla rassegnazione, ma da Tunisi a New York ha imparato ad alzare la testa.” – Curzio Maltese: “..gli incidenti sono stati provocati ad arte da provocatori…” – Michele Formentin: “Io condanno la violenza in ogni sua forma, credo però allo stesso tempo che la gente sia stanca di vedere Berlusconi al governo e si senta impotente in quanto il popolo non ha i mezzi per ribaltare la situazione mentre il signor B. ha ingenti mezzi finanziari che gli permettono in qualche maniera di rimanere al potere. é disgustoso” - Luana De Rossi: “LE FORZE DELL'ORDINE ASSENTI anzi infiltrate e travestite - hanno lasciato degenerare una manifestazione per non far arrivare 300 mila persone a piazza San Giovanni. UNA SOLA DOMANDA - secondo te i black bloc si andavano a rifugiare in luogo largo e facile da caricare da parte del servizio d'ordine come la piazza di ROMA? La logica era quella di spostare l'argomento della crisi su quello della violenza... GUARDA IL VIDEO e guarda come erano vestiti i poliziotti, più che vestiti "travestiti" da centri sociali e cosa hanno voluto fare. PER MESI ORA SI PARLERA' SOLTANTO DEI VIOLENTI NON DI QUELLO CHE SI CONTESTAVA: http://www.youtube.com/watch?v=sb2ehMR1U4Y

Con affetto, vostro Paolo D’Arpini


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Una riflessione sul tema:

Come in un infinito volume, i voli delle molteplici consapevolezze di ognuno incessantemente si coniugano o cozzano.
Le singole volontà, peccando di legittima arroganza, si ritengono all’altezza della situazione. Il libero arbitrio, c’è ed è un valore.
Ma il confronto, tra la natura che siamo e e l’io che riteniamo di essere, resta impari. Ma non si tratta solo di una imparità quantitativa. Le nostre volontà, i nostri io, ritengono che l’orizzonte che sanno di aver abbracciato con il loro sguardo dia loro l’inconsapevole diritto ad affermare le loro piccole sintesi come fossero verità. Così, se necessario, incapaci di rinunciare a ciò che abbiamo visto, lo difendiamo. Fino a morirne o fino a far morire. La sopravvivenza dell’identità richiede tanto.

Nelle legge dei grandi numeri, la qualità e quantità delle dinamiche possibili tende ad impedire l’equilibrio attraverso l’armonia.
Noi, come singoli, per quanto si pensi in grande, è come se fossimo impediti a cogliere la mente dei grandi numeri.
Così pur lottando per l’armonia, emettiamo le spinte che servono all’essere della burrasca. E chi può dire che essa sia priva di equilibrio? Sebbene di contraddizione.

L’affermazione di noi attraverso l’ascolto – in sede di quella attraverso la sopraffazione – forse lascia spazio alla possibilità di percepire il battito lungo della storia, dei suoi moti, sbalzi, sterzate, bellezze ed autenticità.
Forse, quando questo accade si riconosce la circolarità del tempo. Cioè si vede l’altro come un noi in momento diverso. Si vede l’altro, la sua storia, la sua ineluttabile verità. Così può accade di abbracciare proprio colui che nella prospettiva analitica, odiavamo. Si coglie, il volume nel quale vaghiamo e l’infinito che lo contiene. Si coglie l’affanno umano, il rispetto per le bestie, la babele dell’avere, l’Uno.

Le vicende di Roma, di ieri, mi hanno indotto a queste note, a mo’ di prefazione, per dire che è il battito lungo il valore di quelle dimostrazioni di frustrazione. Ma che con quello breve, siamo contenti che non sia andata a fuoco proprio la nostra macchina.

Grazie per l’ascolto.
Lorenzo Merlo


giovedì 1 settembre 2011

Lorenzo Merlo, le farfalle danzanti e l'Essere senza io




Antropocentricamente parlando si può forse riconoscere che il criterio di comportamento delle farfalle danzanti di Enzo (http://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2011/08/ecologia-profonda-farfalle-bellezza.html)

sia quello del sentire in sostituzione (in vece) di quello del sapere. Direbbe la farfalla: "Ballo con Enzo perché sento la risonanza opportuna a me." Naturalmente la farfalla non è attraversata da alcuna razionalizzazione, quindi non dice proprio niente. Lo fa e basta. Il farlo e basta significa esserlo. Perciò nell'essere (ballo e danza con Enzo), la farfalla si muove, agisce, realizza sopravvivenza e anche quella dimensione della conoscenza utile a sé, alla specie, alla natura. Perché è natura.


In questa misura, in questa prospettiva si sviluppa la ricerca To Feel Not To Know. E' una ricerca antropocentrica (il baco dell'ecologia profonda non si scioglie razionalisticamente) che vorrebbe valorizzare l'essere attraverso il sentire.
Attraverso le contiguità che ognuno potrà sentire, facilmente, potremo essere farfalla, danza e natura. Cioè potremo riconoscere i limiti e la struttura dell'io. La sua natura e funzione. Il modo per emanciparsene. Perdendosi fino non poter più dire io ho fatto ma potendo poi dire solo ero il fare stesso.


Ma non permanentemente. Le consapevolezze implicate dall'esistenza dell'io ne comportano la sua legittimità. Riconoscendogliela, per altre contiguità, e sempre attraverso il sentire, potremo risalire nella sua biografia fino a trovare il momento in cui è storicamente sorto il suo bisogno. E' il punto che i green anarchy se non ho frainteso - ritengono sia possibile (oltre che necessario) riattestare. Cioè ritengono che la mela di Adamo del caso, possa essere rifiutata e che da lì si possa ripartire.

Faccio cenno a questi aspetti perché la questione della permanenza di uno stato non mi pare tanto considerata e perché a me pare aspetto interessante e vincolante. Un fulcro. Anche per l'ecologia profonda. Se le farfalle, senza io, ballano e danzano per natura, può l'uomo essere permanentemente senza io?


Grazie per l'ascolto

Lorenzo Merlo

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Mia rispostina:

l'io è solo un concetto nella mente, un pensiero aggregativo che si forma attraverso il processo di autoconsapevolezza psicofisica. Potremmo definirlo un coordinatore interno alla coscienza che presume di conoscere il "corretto" comportamento da manifestare in determinate situazioni vitali. Ovviamente tale presunzione è arbitraria e basata sulla memoria. Non è altro che una variante istintuale, un pensiero costante e ripetitivo di sè, attraverso il quale la mente ritiene di poter operare delle scelte deliberate. Nel contesto generale della vita umana tale atteggiamento è funzionale a determinare comportamenti e giudizi giustificati, con la finalità di creare "forme pensiero" condivise, nella sfaccettatura di apparenti punti di vista differenziati.
Se percepiamo l'insostanzialità dell'io, in quanto spurio pseudopodo della coscienza, possiamo anche comprendere che la sua permanenza è del tutto innecesaria al funzionamento. Per cui una mente svuotata del pensiero "io" è decisamente libera e in grado di esprimere risposte adeguate ad ogni situazione ed in ogni condizione della vita. Senza l'identificazione corpo/mente la Coscienza permane nella sua natura impersonale ed universale, infallibile e aldilà di ogni dualismo.

Avendo superato persino la relatività dell'istinto e della ragione.

Paolo D'Arpini

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Domanda:

Condivido molto e per le puntualizzazioni e la relativa condivisione degli ambiti per ridurne gli equivoci non è certo opportuno uno scambio telematico. Prendo comunque un rischio… di equivoco.

L’io per essere percepito e poi sciolto ha bisogno della sua sostanza. O struttura. O pensiero.
La sua permanenza è innecessaria… Ok. Chiedevo coma noi se ne possa fare a meno permanentemente, visto che ne abbiamo consapevolezza. Anche nel caso in cui quest’ultima sia accompagnata dal suo retro che ne “dimostra” l’aleatorietà.
L.M.

………

Risposta:
Se l’io cerca di percepire il suo limite pensando di poterlo superare come può riuscire nell’intento..? Può l’io uccidere l’io? No di sicuro.. a questo punto l’io si arrende .. ma interviene un fattore non considerato.. inatteso. Un qualcosa che sta prima della ragione e persino prima della intuizione, vogliamo chiamarlo “grazia”? Vogliamo chiamarlo “intima natura”? Vedi tu…

Di sicuro una volta percepita e realizzata la tua propria vera natura, il Sè, come puoi tornare a identificarti con l’abito? (mi riferisco al corpo/mente).
P.D’A.

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Domanda:

Non alludevo ad un’intenzione ma a una possibilità di permanente emancipazione dall’io.

Il Sé per scrivere una mail utilizza un io.

Non credi?

……………

Risposta:

Finchè si resta nel dominio della mente l’idea stessa che possa esserci uno stato aldilà della mente risulta aliena ed inconcepibile.

Il funzionamento sicuramente esiste.. ma non è necessario che avvenga attraverso una specifica “identificazione” (tale è l’io ordinario)

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Domanda:

L’emancipazione non comporta, per me, un al di là di qualcosa.

Per “io” intendo la presenza della volontà. La presenza in noi di un agente, apparentemente oggettivo, nel quale ci riconosciamo. Lui è noi.

Mi pare comunque che molti ambiti avrebbero bisogno di essere definiti, riconosciuti e condivisi – ammesso ci si riesca – per non precipitare in direzioni indesiderate. Per quanto, con progetti diversi da quello in corso, desiderabili. Con le mail è roba da poeti alchemici.

…..

Risposta:

Giusto! Emancipazione corrisponde a “riconoscimento” parlare di un al di là è solo per significare quello “stato” in cui l’interezza dell’Essere si manifesta ed è coscientemente realizzato (solitamente viviamo in una condizione divisa: io e tu, nero e bianco, etc.). Di fatto nell’Ecologia Profonda si inneggia a questa unitarietà.. che è innegabile. Ma la sentiamo nostra? La pratichiamo? La osserviamo fino al midollo del nostro sé? Diceva un saggio: “..noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati..”.

Ed anche corretta la tua descrizione dell’io ordinario in quanto volontà. Come abbiamo detto poc’anzi è la capacità cosciente di esprimere il concetto di scelta. Che poi questa scelta appartenga realmente all’io è opinabile e analizzando in profondità appare dubbia, se non una semplice assunzione.

Caro Lorenzo, diciamo che abbiamo rotto il ghiaccio… intanto un’intuizione si è affacciata ai bordi della coscienza, lasciamo che prenda forma, per suo conto, come è giusto che sia, senza rincorrerla oltre.

giovedì 14 luglio 2011

Alpinismo, relazionarsi all'ambiente per esplorarlo in sicurezza.. di Lorenzo Merlo



Ma allora il Camoscio e il Tuareg come producono sicurezza? Non hanno fatto il corso di orientamento, né hanno la bussola. Il camoscio non sa fino a che inclinazione può attraversare una colata ghiacciata e un tuareg non ascolta le previsioni delle tempeste di sabbia prima della transahariana. Cioè, non hanno e non sanno. La loro sicurezza è legata alla relazione con l’ambiente.

Noi, che siamo indotti a concepire la natura alla stregua di un campo sportivo ove applicare la nostra passione...
Noi, che siamo indotti ad identifi care la nostra autostima con il successo della nostra prestazione...
Noi, che siamo indotti a credere che per avvicinarci a certe attività dobbiamo fare il corso per ... e che siamo indotti a credere che il corso sia una iniziazione e non l’avvio dell’iniziazione ..... siamo indotti ad esaurire il problema della sicurezza acquistando goretex, pala, arva (dall’acronimo francese: “Appareil à Recherche de victimes d’Avalanches”) e sonda, consultando i bollettini, ricchi della tecnica ma spesso dimentichi della cultura della montagna. Diversamente, attraverso il modo della relazione, la sicurezza tenderebbe ad essere realizzata anche attraverso l’osservazione, l’ascolto, la ricerca dell’armonia, i momenti di coniugazione con la natura e il tutto. Meno cosiddetti “turisti” si muoveranno in ambiente aperto come su un campo da tennis.

L’alpinismo non è uno sport, vanta una cultura più ampia... che siamo indotti a dimenticare.

Disponiamo oggi di una cultura, di principi e di logiche fondate sui criteri commerciali, del profitto, su quelli materialistici e su quelli analitico scientifi ci, quindi su quelli tecnologici. É da queste basi che traiamo le nostre verità per ogni circostanza della vita. Una di queste riguarda la sicurezza. Pare che per produrre sicurezza bisogna sapere ed avere. Sapere le tecniche, le regole. Avere equipaggiamento ed attrezzatura.

Se prendiamo un gruppo eterogeneo di persone, professionisti inclusi, e gli chiediamo di parlare di sicurezza, tende a sussistere l’ipotesi che – dalle considerazioni più semplici a quelle più argomentate – la maggioranza esprima idee relative alla dimensione del sapere e dell’avere. Quel gruppo è emblematico di come concepiamo la sicurezza: nel suo solo aspetto tecnico-materiale.

É una cultura – concentrata sull’analisi della realtà – che ha tralasciato di coltivare anche la scienza che deriva dalla sua sintesi e dal suo spirito. Che non ha coltivato l’ascolto, ma non per questo rinuncia a prediligere il giudizio.

Significa che notevoli potenzialità umane sono ora – quando considerate – trattate alla stregua di inopportune o, alla meglio, relegate alla sola sfera della religione. Alla peggio, del mistico, dello psicotico e via scendendo.

Ma spirito e ascolto permettono una condizione inaccessibile in altro modo. Spirito e ascolto sono dimensioni umane, oggi tralasciate dalla cultura laica, bene che vada, coltivate individual- mente da alcuni, nonostante tutti - al momento opportuno - ne sfruttiamo le potenzialità. Così fa il borseggiatore per scegliere la tecnica e il momento del suo misfatto, così fa la zia Pina quando scola la pasta per la millesima volta senza correre il rischio di fi nire al reparto grandi ustionati, così fa il ragazzino che per ottenere piange con qualcuno ma non con qualcunaltro.

Tutti comportamenti originati da un’osservazione, un’armonia e una coniugazione che – e questo è un punto – non potrà essere mai oltre le nostre autentiche motivazioni e disponibilità. Cioè a nostra misura. Né a quella della norma, né a quella del più esperto. Una condizione ideale per scatenare tutto il nostro gradiente di creatività, di responsabilità e di crescita. Tre condizioni utili per ridurre l’imprevisto, per gestirlo al meglio sfruttando tutta l’esperienza, la conoscenza e la tecnica. O per tornare indietro, senza però la frustrazione della rinuncia, tipico punto debole della psicologia arrivistico-consumistico-edoni- stica. Un trittico ove la crescita individuale non è un valore. Il primo posto spetta alla prestazione di suc- cesso. Un perfetto habitat per muoversi oltre la propria misura, dimensione, condizione e motivazione.

É il modo della relazione che, nonostante il semaforo verde, ci induce a guardarci in giro. Rinunciare a metterci in relazione con l’ambiente alza il rischio di imprevisto. Affi darci al verde del semaforo, rinunciare all’osservazione
apre all’eventualità di incontrare qualcuno che – nonostante il suo rosso – in quel momento transita insieme a noi. Il modo della relazione implica l’assunzione di responsabilità individuale. Non ci soddisferà più sapere che la responsabilità non era nostra perché sapremo che delegare il comando, la salute, la sicurezza è comodo ma non ci solleva dalla nostra responsabilità su come andranno le cose.

E soprattutto non potremo più vedere una realtà bidimensionale perché quella circolare ci apparirà assai più convincente, capace di spiegare quanto è vero che la verità sta nel mezzo, nella relazione appunto. Come Messner cita il “killer tecnologia” (Corriere della Sera 28.12.09), così possiamo arrivare a citare la nostra
cultu- ra, i nostri esperti e le nostre istituzioni che, non a caso, cercano nei modi (doppio guardrail), nelle parole (“Non soccorriamo chi provoca incidenti”) e nella logica (regolamentarismo, magari anche punitivo) di annientare il rischio, come se la sicurezza fosse raggiungibile. In quel caso, un ulteriore passo di allon- tanamento dal cuore del problema verrà compiuto.

Il miglior modo per ridurre il rischio è concepirlo come ineludibile. Frequentare la natura in sicurezza è un ossimoro.

Una squadra di soccorso organizzata che incorre in un incidente su terreno operativo percorre il medesi- mo percorso - sebbene per nobili motivi – di coloro che saranno soccorsi. Il momento giusto per un inconveniente è disponibile a tutti, esperti e non (Corriere della Sera 29.12.09, Erri De Luca).

Tutti alziamo le probabilità di incontrarlo in funzione di come ci comportiamo.
Non è dunque il decalogo – buono solo per l’intellettuale e per chi a sua volta sarebbe in grado di crearlo – (l’esperienza non è trasmissibile) ad essere utile.
Utile sarebbe se le scuole di giornalismo e le redazioni dedicassero spazio a docenze di Messner, Gogna, Chouinard e altri, affi nché la montagna da campo sportivo torni ad essere la montagna. Affinché anche l’ultimo redattore non abbia più l’inerzia a scrivere “montagna assassina” o associare lo sport a qualche attività
dell’alpinismo, sennò, perché mai Messner avrebbe intitolato un suo libro
“Sopravvissuto” e non “Vincitore”?

Al momento il libro più venduto è “Il manuale di questo e di quello”, siamo in attesa e in azione per vedere la rimonta di “Polvere profonda”, Dolores La Chapelle.

Lorenzo Merlo

mercoledì 13 luglio 2011

Lorenzo Merlo, l'ecologia profonda ... ed i falsi padroni della vita!


"Di qua e di là del ponte.. la terra è la stessa" (Saul Arpino)

Considerazioni su: http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2011/07/natura-addomesticata-natura-selvaggia.html

Il dialogo col cinghiale è bello. Anche perché è scritto bene. La morale anche, anche perché ci conforta. Quello che si può considerare non è ne bello ne confortante.

I "falsi padroni della vita" è gente come noi. Come noi è soggetta a una certa cultura. In funzione di quella, pensano, credono. Così come è per noi. Ma la cosa ne bella ne confortante è un'altra. Se riteniamo di poter giudicare chi dispone di cultura diversa dalla nostra, compiamo in quel momento quanto loro compiono tirando al cinghiale, quanto loro compiono credendo il cinghiale una loro disponibilità. L'amara prospettiva ha il vantaggio di una sorta di prova del nove. Non che il protocollo della dimostrazione mi stia a cuore. Siccome sta a cuore a molti di noi e a mia volta lo posso strumentalizzare... lo strumentalizzo. La prova consiste nell'immaginare una società dei grandi numeri dove tutti la pensano nello stesso modo*.

Io ho difficoltà ad immaginarla ma qualcuno potrebbe non averne. Il passaggio successivo corrisponde alle seguenti domande:
1. Come è stato possibile arrivarci?
2. Come è possibile mantenerla?

Le domande non sono irrilevanti perché diversamente avremmo una società dove non tutti la pensano nello stesso modo. In quest'ultimo caso penso sia accettabile mettere in contro anche qualche frangia alla quale viene l'idea di approfittarsi del prossimo. Quindi, ad altri ancora, l'esigenza di difendere i beni - comuni e non - della pacifica maggioranza. Questo è solo un millantato punto di ripartenza per tornare a prendere il sentiero che vorremmo abbandonare dicendo che i veri padroni della vita non sono loro ma altri**.

Per inciso, se riteniamo di poter giudicare l'altro in nome del rischio di implosione nel quale tutti crediamo, forse possiamo predisporsi alla guerra. Un po' come ha fatto Bush con il suo amico Blair e tanti altri al seguito.

Non è tutto.
Il ciclo delle esigenze è in qualche modo indotto dallo stato delle cose: quando hai lavorato necessiti di riposo. Appena alzato non t'importa di andare a dormire. Chi ha un progetto non può rinunciare a ogni strumento che gli comporta un passo avanti. Per quanto si possa realizzare una cultura opportuna al rispetto dell'altro, sembra realistico sospettare l'avvento - prima o poi - di qualcuno che approfitterà delle nostre porte lasciate aperte.

In altre parole, il segreto non pare essere nella consapevolezza utile per restare orientati tutti nella opportuna direzione. Non lo è perché mantenere l'inalteralità è inumano. Ed è inumano perché corrisponde ad un ordine razionalistico della vita e del mondo.

Il segreto sarebbe, come dicono i primitivisti, esonerarsi dalla cultura. Almeno da quella dimensione di cultura che loro chiamano simbolica e che personalmente preferisco chiamare mediatica. Tutto ciò che esiste attraverso il linguaggio e che dal linguaggio è trasmesso, implica la tossica cultura della quale vorremmo fuggire, sempre si voglia ritornare ad essere parte della natura. In qual caso il cinghiale non so se sarà lo stesso del bosco di Enzo. Dipenderà da cosa siamo noi. Ma noi chi? Il cinghiale dice "io"?

Non è tutto.
Se saremo natura non avremo modo di raccontare dialoghi con cinghiali o con altri.
Tutto questo per dire cosa?
Per dire che ogni nostra espressione resta antropocentrica, almeno ontologicamente, se non culturalmente. Cioè un ecocentrismo è nelle intenzioni, non può esserlo nei fatti.

Per le istruzioni per sciogliere nell'aria le consapevolezze che creano la cultura mediatica o simbolica che sia rivolgersi a chi lo ritiene progetto alla nostra portata.

*La stessa prova proposta in una società con numeri da raccoglitori-cacciatori non è qui proposta in quanto ha prima la necessità di un programma che ci permetta di pensare sia realizzabile. In verità una dittatura ben fatta potrebbe anche progettarla, resta da capire chi ci sta e chi non ci sta.

** Nel caso si volesse alludere che non ci sono padroni della vita è necessario farsi primitivisti o green anarchy o qualcosa del genere. Ogni altra posizione non lo concede neppure teoricamente. Escludendo gli iniziati alchemici e i mistici.


Queste considerazioni non sono contro qualcosa, sono per qualcosa. Sono per chiedere, a chi lo sa, come partire da qui e arrivare là dove vorremmo. L'unica mia idea è legata al principio di assunzione di responsabilità/legittimazione del passato. So che normalmente la cosa non è gradita ma, a gradimento a parte, sopratutto non mi pare abbastanza per uscire da quella specie di perfezione che è il ciclo dell'avanguardia. Sarebbe, almeno per me, interessante, ascoltare programmi e progetti che hanno come scopo la società che vorremmo. Non ultimo, sarebbe utile conoscere come ognuno di noi la immagina quella società, tanto nelle istituzioni - ammesso ne siano previste - quanto nel quotidiano.


Grazie per l'ascolto.


Lorenzo Merlo