mercoledì 7 ottobre 2009

"Bolgia infernale di Cicerale - Gomorra Animale" - Un'intervista sull’ orrore dei canili– lager di Paolo Ricci

Tempo fa mi scrisse una giovane campana. Aveva letto una cosa mia che girava nei siti.

Mi pare fosse la lettera a Vito Mancuso. Mi chiese se poteva vedermi e se potevo aiutarla per un problema riguardante i maltrattamenti dei cani. Le dissi che contavo poco ma se voleva, nei miei limiti, l’avrei aiutata. Le chiesi di spiegarmi cosa accadeva e la ragazza mi mandò delle foto che mi lasciarono esterrefatto.

Cose orrende. Provai una profonda vergogna di appartenere alla mia specie degenerata. Provai vergogna per non essermene accorto prima di quest’orrore . Di non aver capito l’entità dell’orrore. Quando questa roba ti arriva via mail e la apri è come ricevere un pugno nello stomaco o un calcio nei testicoli, ti lascia boccheggiante, ti passa la volontà di vivere. Spiegai alla giovane che stavo andando a Venezia e che sarei partito da Roma in macchina. La ragazza mi incontrò nei pressi di Roma, veniva dal Sud e organizzò un incontro con alcune attiviste “animaliste”al mio ritorno da Venezia. Prima di partire per l’Inghilterra le incontrai e registrai (con un registratore) quello che mi dicevano. Queste ragazze, giovanissime, una romana, una fiorentina e una campana, non erano a contatto diretto con i canili ma avevano raccolto del materiale da persone che conoscevano l’orrore di quei luoghi e avevano sui volti i segni dello schifo che avevano visto. Negli occhi portavano la rabbia dell’impotenza davanti al Male. Perché di Male si tratta.

Avevo chiesto di incontrare i volontari che si occupavano delle adozioni presso quel canile . Mi risposero che non potevano entrare in diretto contatto con me e denunciare quello che avevano visto perché gli sarebbe stato interdetto l’accesso al canile, e rischiavano di essere denunciati. Quando sentii questo rimasi sbalordito. Ma come, nella Rutalia di Papi trionfante, nel regno dell’italietta civile, artistica, storica, del “Made in Italy”, della Ferrari, nell’Italia felix, gaudente e “cafonal” avvenivano ancora queste cose?

Chiesi: “Ma siamo forse in Colombia che un’attivista non può parlare perché rischia la vita? Dove cavolo siamo?” Ma quelle ragazze confermarono tutto. “Si rischia la pelle, gli interessi sono grandi e ci sono 97 comuni dietro alla mercificazione dei randagi”. Rimasi sbalordito. “Allora Saviano ha dimenticato di dire qualcosa?” Chiesi. Risposero: “Si, non sapeva. Ma i media sapevano. Eccome se sapevano! ”

“Non tutti sapevano o sanno” dissi. Risposero: “In molti sanno, ma gli animali sono il nulla per loro”

Erano dure e dirette le ragazze e avevano una rabbia in corpo e una selvaggia tristezza che mi colpirono .

Prima di passare all’intervista che spiega con chiarezza quello che accade; qualcosa voglio dire e spero che voi che leggete queste interviste le diffondiate tentando di raggiungere il massimo numero di giornali, associazioni e politici. E’ stomachevole che il grande giornalismo che ci massacra ogni giorno con le cretinate sulla vita privata di Papi (che in Inghilterra, dove vivo, non sarebbe durato un maledetto giorno)

su prostate sfasciate, escort e prosseneti, non metta mai il naso nel miasma olezzante del trattamento che impartiamo agli animali. Anzi, al non umano: aggiungiamo anche le piante e gli alberi. Se non interessano gli animali interesserà pure e dello spreco e il ladrocinio di denaro pubblico che si attua sulla loro pelle!

Io leggo Repubblica e l’Espresso da un vita, sono vecchio, e se dovessi chiedere a Eugenio Scalfari, a Giorgio Bocca, a Ezio Mauro, a Edmondo Berselli, a Giuseppe D’Avanzo - che ci affligge (giustamente) ogni giorno con le pippate sul Papi Ruteliano - a Francesco Merlo, a Giovanni Valentini di dire una parola, una sola, una sola volta su quello che facciamo agli animali, so già quello che mi risponderebbero: “Abbiamo problemi più gravi…” Anche Giorgio Bocca, che ho letto perfino in Alaska, mi ignorerebbe. Se io dovessi dire a Bocca: la leggo da una vita, mi dia una mano a salvare questi poveri cani, neanche risponderebbe. Dei giornalisti di destra neanche parlo perché conosco già le risposte. Chiedere a Ferrara o ad altri una roba del genere significherebbe farli schiattare dalle risate. Solo la Padania ha evidenziato l’orrore. Ma, mi domando: i media non si vergognano del loro silenzio? Per non parlare dei politici. Una classe mostruosamente cieca alla sofferenza del non umano.

Ma è mai possibile che la gente che possiede cani come Francesco Totti, Raul Bova, Massimo D’Alema non riesca a dire una sola parola davanti a questo massacro continuo in autentico stile nazista? Non pensano che potrebbero essere i loro cani in quelle condizioni? Non pensano per un maledetto momento che potrebbero essere i loro animali a patire l’orrore che le povere bestie sperimentano - perché abbandonate da criminali (sto soppesando le parole)? Lo sanno che questi poveri animali subiscono trattamenti degni del “Dottor Morte” Aribert Heim? Ma come in un paese dove oltre 4.800.000 famiglie possiedono uno o due cani avvengono cose del genere? E Sofri perché non dice nulla? E perché non parla il Grillo furioso? Perché? Perché gli animalisti lo hanno offeso, come mi ha detto un’amica? Certo gli animalisti che lo hanno offeso se lo potevano risparmiare - spesso siamo suicidi e tatticamente folli – ma è ragione sufficiente?

Ma noi umani quando lo capiremo che non siamo soli sulla terra? Che esistono altri esseri e che fare loro quello che facciamo è vergognoso, è osceno. Ci macchia. E il silenzio ci macchia ancora di più. Ma avete mai sentito le alte istituzioni o il Papa dire una sola parola su questi orrori?

Li avete mai sentiti? Avete mai sentito Vito Mancuso, che giorni fa ci spiegava il significato dell’imperativo categorico kantiano, dire una parola? Parla degli angeli ma mai del non umano. E io vorrei chiedergli: professore ma l’imperativo categorico è applicabile a una sola specie (come insinuava indirettamente Kant) o è applicabile anche agli altri esseri viventi? Perché se è applicabile a una sola specie è un imbroglio specista, è un gioco delle tre carte, un’emerita presa per i fondelli, per non dire un’altra cosa. E sarebbe bene, professore, che si chiarisca le idee sul concetto di antropocentrismo perché quel concetto, intriso di hybris pestilenziale, ha fottuto il pianeta. E l’uomo autentico, di cui Lei parla è quello che apre la propria compassione verso tutti gli abitanti del suo pianeta. Non solo verso la propria specie.

E dicano una benedetta volta una parola i cattolici: una sola volta! Dove è la vostra compassione se siete sempre silenti?

Un ultima cosa. Rivolgo una domanda Augias, che è tra i pochissimi giornalisti (incredibilmente con Feltri), che in certi momenti ha mostrato segni di compassione verso gli animali. Non è tempo per un dibattito televisivo sulla sofferenza del non umano? Magari su animali e religioni?

Quando uno interpella i media italici riceve sempre risposte criptiche e monosillabiche.

Se si prova a chiedere l’attenzione dei media è spesso un’operazione umiliante.

Ma una cosa so: quando tradurrò questa lettera e la invierò ai media britannici e i miei amici la diffonderanno per il mondo, l’attenzione sarà differente. E saranno anche i quotidiani di destra a riprendere la notizia. Il Daily Mail, politicamente situato a destra, promuove spessissimo campagne in difesa del non umano. C’è un abisso di sensibilità.Un esempio? Il Guardian, che è moderatamente di sinistra, il 15 settembre , ha dedicato quasi l’intera prima pagina ai massacri dei delfini perpetrati dai giapponesi (ne uccidono 20.000 all’anno, i cari nipponici). Avete mai visto un quotidiano nostrano fare una cosa del genere? E come è possibile che Brunetta che tuona contro gli sperperi del “ciarpame culturale parassita” non si sia accorto dei grandi sprechi, delle mostruosità e degli imbrogli - a danno del contribuente - perpetrati dai possessori dei canili nostrani? Lo sa Brunetta che questi signori si stanno arricchendo con i soldi pubblici attraverso orrori consumati verso gli animali? Lo sa che i canili sono diventati un mezzo per fare soldi e che sono, dopo la droga e la prostituzione, una delle maggiori fonti di guadagno nel Sud? E il Ministro del Turismo, la fulva Brambilla, che ama tanto gli animali, perché non dice una sola parola?

Forse la direbbe se qualcuno mettesse in atto un boicottaggio turistico. E questo proveremo a fare.

E passiamo alle interviste che con estrema chiarezza dipingono l’orrore. Ho riportato parola per parola quello che mi è stato detto.

Ho cercato di smussare la rabbia che era intensa.

Paolo Ricci - ricci@esperia.fsnet.co.uk

martedì 6 ottobre 2009

"Il bacino idrografico come unità ecologica e bioregionale per l'amministrazione del territorio" di Giorgio Nebbia

Il 1 ottobre 2009 una nuova frana nel Messinese ha spazzato via vite umane e beni materiali.

Molti dolori e costi avrebbero potuto essere evitati se fosse stata applicata con rigore la legge 183 emanata nel 1989, venti anni fa, mai amata da nessuno perché imponeva vincoli nell'uso del territorio, poi "finalmente" abrogata dal cosiddetto "testo unico" ambientale emanato nel 2006 dal governo Berlusconi. I morti ringraziano. Riporto qui di seguito un commento pubblicato nove anni fa in: I. Adversi e C. Berselli, "Il respiro del fiume. Ambiente, storia e cultura dei grandi fiumi della Terra", Bologna, Calderini Edagricole, 2000, p. 75-83

"Il bacino idrografico come unità ecologica per l'amministrazione del territorio"

I rapporti fra attività umane e acque.

L'analisi degli eventi che hanno interessato e interessano il nostro territorio mostra (1)(2)(3)(4) che molti fenomeni di deterioramento ambientale --- inquinamento, erosione del suolo e delle spiagge, frane, alluvioni, eccetera --- possono essere descritti sulla base del flusso di materia e di energia che attraversa una regione geografica ben definita.

Ad esempio, l'eutrofizzazione dell'alto Adriatico --- le concentrazioni di fosforo e azoto nell'acqua di mare sono diventate così elevate da rappresentare un abbondante nutrimento per le alghe che pertanto, in alcuni periodi, si moltiplicano in maniera indesiderabile per gli equilibri ecologici --- deriva dal fatto che nelle acque poco profonde di questo tratto di mare finiscono i rifiuti delle attività umane, agricole, industriali e zootecniche dell'intero bacino del Po e dei suoi affluenti, e quelli raccolti nei bacini di molti altri fiumi.

L'azoto e il fosforo provengono dal metabolismo umano e dalle merci usate da milioni di famiglie, dall'allevamento di milioni di animali, da migliaia di industrie e, in più, dal dilavamento dei concimi ad opera delle piogge che attraversano milioni di ettari di terre coltivate.

I fenomeni di inquinamento, eutrofizzazione, eccetera, si osservano lungo gli ottomila kilometri delle coste italiane e si osservano nei laghi e nei fiumi usati come ricettacoli delle scorie e dei rifiuti urbani, agricoli e industriali. Per far diminuire l'inquinamento del mare, dei laghi e dei fiumi non basta costruire qualche depuratore delle fogne di alcune città costiere: occorre modificare i processi produttivi di fabbriche, allevamenti e campi, anche distanti centinaia di kilometri, occorre modificare le merci consumate da milioni di persone che abitano nelle pianure e nelle valli, occorre pianificare gli insediamenti umani ubbidendo alle ineludibili leggi del moto delle acque.

Gli ecologi conoscono le complesse reti di rapporti che legano gli esseri viventi vegetali, animali, umani, con il territorio e con i corpi riceventi finali: l'aria, le acque interne, il suolo, il mare. Anche chi deve prendere decisioni sull'uso del territorio e sulle scelte economiche e merceologiche, però, deve conoscere dettagliatamente tali correlazioni e intervenire al livello giusto; altrimenti si sprecano denaro, risorse naturali, e non si ripara o migliora niente. Questi concetti cominciano a farsi strada, sia pure faticosamente.

La centralità del bacino idrografico.

Ai fini di una politica del territorio l'unica dimensione geografica ed ecologica corretta e significativa è rappresentata dal "bacino idrografico", limitato dallo spartiacque e, verso il basso, dal punto di immissione di un fiume in un altro bacino o nel mare; nel suo spazio avvengono tutti i fenomeni importanti dal punto di vista ecologico e pertanto anche economico.

Si può immaginare di descrivere un bacino idrografico come una specie di grande "sacco", chiuso da una porta stretta e quasi puntiforme, attraverso cui ha luogo un flusso continuo in uscita di materia e di energia. Nel "sacco" entrano, attraverso varie vie, l'acqua delle piogge e delle nevi e l'energia solare, ma entrano anche molti altri materiali.

Le piogge disciolgono e trasportano verso il basso i prodotti dell'erosione del terreno. Questi in parte si depositano sul fondo del fiume, in parte vengono trascinati dall'acqua del fiume fuori dal bacino. Dal trasporto di materiali solidi sospesi dipende la struttura dell'alveo del fiume, ma anche la struttura delle spiagge sia vicino alla foce del fiume --- se questo si getta nel mare --- sia a grande distanza.

Le pianure alluvionali, talvolta fertili, sono state create dal trasporto di sostanze solide lungo i bacini idrografici; le spiagge crescono o si ritirano a seconda della quantità di materiali solidi trasportati dai fiumi. L'estrazione di sabbia e ghiaia per edilizia --- l'estrazione, cioè, di "merci ambientali" di valore economico --- al di la' di certi limiti riduce il trasporto di materiali solidi verso il mare e fa regredire le spiagge; il materiale portato via dall'erosione dovuta al moto del mare e', cosi', maggiore di quello reintegrato dal trasporto fluviale.

Nel bacino entrano le materie prime e le merci necessarie per i centri urbani e per le attività produttive --- dall'agricoltura, alla zootecnica, alle fabbriche: i mangimi per gli animali, i concimi per l'agricoltura, i carburanti per le città e le industrie, e le innumerevoli materie --- alimenti, carta, cemento, eccetera --- necessarie per la vita umana quotidiana. Dal bacino idrografico esce, attraverso la "porta" che immette in un altro bacino o nel mare, l'acqua del fiume che contiene la risultante delle moltissime trasformazioni dei materiali che sono finiti nel bacino in seguito ai cicli ecologici e alle attività economiche.

Escono, inoltre, anche alcune "merci" economiche: i manufatti delle industrie, gli animali destinati alla macellazione, i prodotti agricoli venduti all'esterno del bacino. Ma una parte, probabilmente la maggior parte, del risultato di tutte le attività umane e naturali resta dentro il bacino idrografico modificandone, più o meno rapidamente, i caratteri.

Dentro il bacino idrografico finiscono tutti i rifiuti delle attività umane. Le materie presenti nei rifiuti solidi e liquidi immessi nel suolo, nelle falde sotterranee o nel fiume stesso finiscono, più o meno presto e più o meno modificate, nell'acqua del fiume che scende verso il basso. Nel suolo e nell'acqua del fiume hanno luogo complesse reazioni di trasformazione chimica e fisica. Le materie organiche dei rifiuti urbani e zootecnici e di molti processi industriali vengono in parte ossidate e mineralizzate e fuoriescono dal bacino idrografico con caratteristiche chimiche mutate.

Le sostanze inorganiche e minerali in parte vengono trasformate chimicamente e in parte si depositano sul fondo dei fiumi. Con abbastanza buona approssimazione si può dire che anche gran parte delle sostanze immesse nell'aria ricadono all'interno del bacino. Lo spartiacque funziona in parte anche da barriera per i moti dell'aria.

Un bacino idrografico è interessato anche a flussi di energia, oltre a quello dell'energia solare in entrata e dell'energia re-irraggiata per via naturale. Il calore di rifiuto delle attivita' umane "riscalda" le acque e l'atmosfera. Il moto delle acque verso il basso ha inoltre un suo contenuto di energia potenziale che può assumere valori elevati: un flusso di acqua di un metro cubo al secondo che supera un dislivello di un metro ha, "dentro di se'", disponibile ogni anno circa 90.000 kilowattore di energia. Il flusso di tutti i fiumi italiani ha un "contenuto energetico" potenziale di circa 350 miliardi di kilowattore all'anno; di questi solo circa 40-45 miliardi di kilowattore sono ricuperati ogni anno come energia idroelettrica.

Il punto in cui l'acqua del fiume di un bacino idrografico si immette in un altro fiume o nel mare --- la "porta" di quel "sacco" immaginario di cui si parlava prima ---funziona in maniera analoga alla "dogana" dei confini politici. Si può perciò parlare di "esportazione" di merci ambientali --- acqua, sabbia, sostanze disciolte e in sospensione --- da un bacino ad un altro bacino o al mare.

Nel caso dei fiumi internazionali --- Danubio, Reno, ma anche i nostri Ticino e Isonzo --- si ha una vera e propria importazione ed esportazione di acqua e di rifiuti da un paese all'altro, tanto che e' stato necessario sviluppare una teoria economica e giuridica dell'inquinamento trans-frontiera.

Speranze e delusioni della "centottantatre".

La soluzione di molti problemi ambientali deve essere quindi cercata nell'amministrazione di un territorio sulla base di quanto avviene in ciascun bacino idrografico. Sfortunatamente i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli politici e amministrativi: il fiume è sempre stato, fin dai tempi più antichi, la più comoda e difendibile barriera militare e gli stati, grandi e piccoli, hanno stabilito i confini principalmente lungo i fiumi e piuttosto che lungo le creste delle montagne.

Forse la rivoluzione francese è stata la prima a riconoscere la centralità dei fiumi nel governo del territorio e a dividere il territorio francese in dipartimenti chiamati col nome del fiume principale (anche se i rispettivi confini in genere non coincidevano con quelli dei bacini idrografici) (5). Napoleone, quando ha trasferito in Italia il modello dei dipartimenti fluviali francesi, ha dato ai dipartimenti italiani i nomi dei fiumi (6), anche se ha in genere lasciato intatti i confini degli stati precedenti.

Poiché i confini delle regioni odierne coincidono spesso con quelli degli antichi stati, chi vuole ragionare in termini di bacini idrografici si trova di fronte a molti delicati problemi istituzionali e amministrativi.

Grandi speranze ha sollevato l'approvazione, nel 1989, della legge sulla difesa del suolo, "la 183", che, come e' ben noto, stabilisce alcuni principi fondamentali, di rilievo costituzionale, dice il primo articolo. Il primo è che la pianificazione (usa proprio questo termine) territoriale, della difesa del suolo e della gestione delle acque, deve avvenire sulla base di unità territoriali geograficamente definite e ecologicamente sensate: appunto i bacini idrografici.

Il secondo è che, quando i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli amministrativi --- nella maggior parte dei casi --- le autorità amministrative (regioni e province) competenti per i territori dei vari bacini idrografici devono (dovrebbero), per ciascun bacino idrografico, prendere decisioni comuni, attraverso le "autorità di bacino" per i bacini di rilievo nazionale, attraverso "comitati di bacino" per i bacini interregionali, o altre strutture di coordinamento per i bacini o gruppi di bacini regionali.

La legge prescrive che le decisioni relative alla pianificazione territoriale devono essere basate su una preliminare indagine conoscitiva della situazione di ciascun bacino idrografico, redatta in conformità a quanto dettagliatamente prescritto da un decreto del gennaio 1992. Raccolta questa documentazione ciascuna autorità o ciascun comitato di bacino deve (dovrebbe) predisporre un "piano di bacino" contenente i programmi delle azioni da intraprendere per il rispetto delle finalità di "pianificazione, programma e attuazione", ben specificate dall'art. 3 della stessa legge 183: difesa del suolo e delle coste contro l'erosione, uso razionale e solidale delle acque, limitazione degli inquinamenti, eccetera.

Sulla base del piano di bacino devono essere indicati i finanziamenti necessari e l'ordine di priorità degli interventi secondo gli schemi previsionali e programmatici. I legislatori, nel lungo lavoro svolto negli anni 1987-89, soprattutto nella Commissione ambiente del Senato, avevano ben presenti i pericoli che gli enti locali potessero contrastare le finalità della legge per difendere il "possesso" del proprio pezzo di territorio e, soprattutto, la gestione dei fondi le opere da fare nel pezzo di bacino idrografico che "appartiene" a ciascun ente locale.

Proprio il contrario di quanto stabilisce la legge, ispirata invece proprio al principio della solidarietà nell'ambito di ciascun bacino e fra bacini idrografici vicini uniti da considerazioni fisiche, geografiche e ecologiche, principio di solidarietà spezzato dall'arbitraria divisione dell'Italia in regioni i cui confini, come si è detto, sono ancora quelli dei principati in guerra e dell'Italia pre-unitaria.

La situazione è così arbitraria, dal punto di vista geografico ed ecologico, che alcuni (7) hanno suggerito di ridisegnare i confini delle attuali regioni facendoli coincidere con quelli dei bacini idrografici dei fiumi in ciascuna contenuti.

Si tratta, insomma, di superare l'errato senso di "appartenenza" ad una regione o provincia amministrativa per creare un nuovo senso di "appartenenza" al fiume e al bacino idrografico. Occorre sviluppare nel "popolo" di ciascun bacino idrografico un senso di consapevolezza della proprietà collettiva del relativo territorio e delle relative acque per ciascuna unita' che va dalle sorgenti alla foce del fiume e di ciascun affluente, che comprende le valli e le coste più vicine; ciascun cittadino di tale "popolo" ha interessi ed è legato da solidarietà comuni, indipendentemente dal fatto che sia amministrativamente "sotto" una regione o l'altra, una provincia o l'altra.

La legge 183 avrebbe potuto offrire la più grande occasione di una genuina riforma istituzionale basata sull'unica cosa che conta, la salvaguardia del territorio, la difesa della salute, l'approvvigionamento idrico, la lotta all'inquinamento, la lotta alle frane e alle alluvioni. Condizioni tutte che sono l'unica vera premessa ad un reale sviluppo economico e all'aumento dell'occupazione.

In questo ambito è perfettamente legittimo, anzi auspicabile, che, in spirito di solidarietà e di piano, un bacino idrografico "esporti" acqua in un altro bacino idrografico. Sempre, però, sulla base di decisione concordate fra le autorità dei singoli bacini e sulla base di accurate informazioni e di precisi piani.

I nemici della legge 183.

La legge 183 e i provvedimenti collegati sono rimasti, a dodici anni di distanza, praticamente inattuati. Sono state costituite autorità di bacino, sono stati previsti investimenti e spesi soldi; ma le autorità e i comitati non hanno fatto né le indagini conoscitive, né dei veri piani di bacino.

Del fallimento dell'applicazione della legge sulla difesa del suolo fanno fede le continue devastanti frane e alluvioni, gli insediamenti autorizzati o tollerati in zone idrogeologicamente fragili e pericolose, il perdurare di disastrosi inquinamenti delle acque interne e del mare, l'avanzata dell'erosione delle spiagge. Non c'è bisogno di dire che la gestione e la pianificazione delle acque sono la premessa essenziale per una corretta politica della difesa del suolo contro le frane e le alluvioni che non sia limitata, come piace a tanti, al puro e semplice innalzamento degli argini, alla cementificazione del corso dei torrenti e dei fiumi: una politica che governi e impedisca l'assalto speculativo alle rive e alle golene dei fiumi, il prelevamento selvaggio delle sabbie e ghiaie.

L'opposizione e l'inerzia dei tanti nemici della legge 183 va cercata, a mio parere, nel fatto che l'obbligo, previsto dalla legge, di pianificare per bacini idrografici, impone alle autorità locali di rinunciare ad una parte dei propri poteri e di decidere, insieme ad altri, ciò che può essere fatto o non deve essere fatto in un bacino idrografico comune.

Sono così solerti i nemici della 183, che, con la scusa di far fronte ai danni provocati dalle continue frane e alluvioni, gli enti locali sono riusciti ad ottenere dal governo l'autorizzazione a procedere a piani "stralcio" per interventi e spese su piccoli pezzi dei vari bacini idrografici, spezzando l'unità dell'amministrazione secondo i principi originali della stessa legge.

Non solo: le regioni e la potente corporazione delle aziende acquedottistiche, sono riusciti a fare approvare una legge (n. 36 del 1994), che autorizza i prelievi delle acque secondo criteri aziendalistici ed "economici" che con i bacini idrografici niente hanno a che fare.

La legge 36 comincia con una nobile dichiarazione di principio di alto valore etico e politico: "Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà". Dopo altri due o tre articoli di valore generale, si passa subito al concreto, cioè alla spartizione delle acque fra alcuni soggetti denominati "servizi idrici", ma che ben presto si intuisce essere costituiti da aziende che accorpano gli innumerevoli acquedotti preesistenti.

La prima contraddizione con i principi della legge 183 si ha nell'articolo 8 che al primo comma dice: "I servizi idrici sono riorganizzati sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati secondo i criteri seguenti", poi elencati.

Tutto il discorso successivo riguarda la suddivisione del territorio, da parte delle Regioni, in funzione delle necessità delle aziende acquedottistiche esistenti o future.L'esistenza dei bacini idrografici, delle relative autorità e dei relativi piani non può, ovviamente, essere ignorata, ma passa in secondo piano rispetto alle necessità delle aziende acquedottistiche.

Si sono così viste suddivisioni dei vari bacini idrografici in "ambiti territoriali ottimali" ai fini della gestione acquedottistica, al di sopra e in genere in assenza dei piani di bacino. E non fa meraviglia perché la suddivisione in ambiti ottimali è importante ai fini delle aziende e della loro privatizzazione, mentre nessuno ha interesse ad accettare e imporre i vincoli che un piano di bacino richiederebbe.

Una sola cosa è, a mio parere, certa: che un governo democratico delle acquee del territorio (compresa difesa del suolo, lotta all'inquinamento, eccetera) è possibile soltanto se le Regioni e tutti gli altri organi dello stato, compresi quelli dei ministeri centrali, cominciano a rispettare quanto disposto dalla legge 183.

Non basta la fictio iuris di creare delle autorità di bacino che tali sono solo di nome; non basta incollare vecchi piani di opere pubbliche, fatti con ben altre finalità, e far passare questo collage come piano di bacino.

La redazione di indagini sullo stato del bacino e la redazione dei piani di bacino sarebbe una grande occasione per una mobilitazione democratica e intellettuale delle forze dell'Università e della cultura, al di fuori dei comitati di affari e delle imprese che finora, grazie alla distrazione e alle compiacenze dei pubblici amministratori, hanno fatto la politica del territorio e delle acque in tante regioni.

L'acqua come merce.

L'istituzione e il funzionamento di strutture politico-amministrative che, nell'ambito di ciascun bacino idrografico, accentrino, come prescrive la legge 183, tutte le attività decisionali relative all'approvvigionamento delle acque per fini potabili, industriali e irrigui, è essenziale anche per superare gli equivoci grazie ai quali alcuni acquedotti hanno fornito acqua, oltre che alle ciittà, anche alle industrie e all'irrigazione, con una grande confusione di gestione e di tariffe, per meglio coordinare le attività relative alla gestione delle acque usate, in vista anche del loro parziale ricupero, oltre che della depurazione delle acque immesse nell'ambiente.

Il coordinamento fra i diversi usi dell'acqua dovrebbe anche superare gli inammissibili squilibri per cui certi usi irrigui dell'acqua sono a costo praticamente zero, grazie a un iniquo sistema di "concessioni" a prezzi irrisori a enti di bonifica, e per cui una risorsa, un bene civile e una merce essenziale come l'acqua viene pagata a prezzi così diversi nelle varie parti d'Italia.

Questa situazione iniqua viene confermata dall'art.13 della legge 36/1994 il quale prevede che le tariffe dell'acqua debbano essere stabilite sulla base della copertura dei costi di gestione. Nel Mezzogiorno e nelle Isole, dove l'acqua è disponibile in minore quantità, i costi di approvvigionamento idrico sono inevitabilmente superiori per le aziende acquedottistiche; per quanto possano essere introdotti meccanismi compensativi per attenuare le differenze tariffarie, i cittadini, gli imprenditori e gli agricoltori delle regioni meridionali e delle Isole continueranno a pagare l'acqua di più di quanto viene pagata in altre zone d'Italia, un pesante freno per il turismo, per nuovi insediamenti industriali, per l'agricoltura in quel Mezzogiorno che, a parole, tutti dicono di voler aiutare.

Per ristabilire una situazione di giustizia sarebbe necessario che le aziende acquedottistiche rendano espliciti i propri conti in modo da rendere possibile il controllo pubblico dei reali costi di approvvigionamento e di gestione, superando la pratica che le grandi opere sono pagate dallo stato e le tariffe coprono soltanto i costi di personale e gestione ordinaria; si vedrà, così, qual'è effettivamente il "costo" aziendale dell'acqua e sarà possibile correggere le discriminazioni nei prezzi di questa merce essenziale.

Bisogno di conoscenze e di cultura

Il successo dell'applicazione dello spirito genuino delle legge sulla gestione del territorio secondo i bacini idrografici trova un ulteriore ostacolo nell'ignoranza. Se un amministratore preveggente si proponesse di prendere iniziative contro l'inquinamento e contro le alluvioni, per la difesa delle spiagge contro l'erosione, per la difesa del suolo e il rimboschimento, eccetera, tenendo conto di quanto avviene nei bacini idrografici del suo territorio e di quelli vicini, si accorgerebbe ben presto di quanto sono scarse le informazioni sugli scambi e sui flussi di materia e di energia entro ciascun bacino idrografico; quanto sia carente, cioè l'informazione sulla "contabilità" economico-ecologica a livello di bacino. Basta guardare le lacune e i silenzi delle "statistiche ambientali" dell'Istat, i volumi sullo "stato dell'ambiente".

Occorre pertanto con urgenza sviluppare e rendere pubbliche adeguate conoscenze sulla contabilità degli scambi di beni economici (materie prime, merci e manufatti) e di beni ecologici (flussi di energia e di materiali) a livello dei vari bacini idrografici.

Si tratta di mettere a punto metodi e tecniche e modelli, di raccogliere dati ecologicamente significativi --- ecologici, geologici, sui cicli produttivi, sull'economia, eccetera --- in modo da identificare quanto avviene in ciascun bacino idrografico e di prevederne le conseguenze.

Occorre, per esempio, misurare, nel corso di un anno, il volume di acqua trasportato da ciascun affluente e dal fiume principale, la quantità di sostanze sospese e disciolte in ciascuna "porta" o dogana, in cui un fiume si immette in un altro fiume e poi nel mare, occorre calcolare la perdita di terreno in seguito all'erosione, la massa di sabbia e ghiaia prelevata dal greto di ciascun fiume, e poi occorre tenere conto degli abitanti umani e animali, dei loro escrementi e rifiuti, delle fabbriche, per ciascuna delle quali occorre conoscere le materie prime e i cicli produttivi e i rifiuti e come questi rifiuti solidi e liquidi e gassosi si distribuiscono nelle varie parti di ciascun bacino e sottobacino.

Bisogna tenere presente che molti di questi flussi variano nel corso dell'anno. Finora sono state fatte numerose indagini su alcuni bacini idrografici, e anche alcuni studi di modellistica, ma nessuno di questi ha finora affrontato la redazione di una vera "contabilità" economico-ecologica, come è invece necessario fare.

Occorre poi aprire un dibattito su come è possibile condurre la difesa ambientale -dalla lotta all'inquinamento alla difesa del suolo --- nei bacini idrografici interregionali. E' certo che non si possono trattare le licenze edilizie, la viabilità, la caccia, l'uso dell'acqua, le escavazioni nei greti dei fiumi, con due diversi metri di valutazione, al di qua e al di la' di una linea di confine regionale tracciata su una carta geografica, ma ecologicamente priva di senso, a meno di condannare a morte l'intera zona da amministrare.

Qualsiasi ostacolo o rifiuto, da parte degli enti locali, ad una gestione unitaria dei bacini idrografici che si estendono nei rispettivi territori può tradursi soltanto in un disastro --- in costi monetari e in danni e dolori a livello territoriale --- per grandi pezzi del nostro paese.

Giorgio Nebbia

(1) G. Nebbia, "Il bacino idrografico come unità di analisi economico-ecologica", conferenza a Italia Nostra, Roma, 20 febbraio 1975.

(2) G. Nebbia, "Il bacino idrografico come unità per l'analisi economico-ecologica. Un'applicazione al bacino del Magra", in: ISGEA, "Ecologia e disciplina del territorio", Milano, Giuffrè, 1976, p. 211 - 215.

(3) G. Nebbia, "Il bacino idrografico come unità economico-ecologica", Quaderni del Sile (Treviso), 3, (16), 48 - 51 (dicembre 1982).

(4) G. Nebbia, "I bacini idrografici come unità di analisi economico-ecologica", in: Autori vari, "La risorsa fiume. Il bacino idrografico come unità di analisi economico-ecologica", Ancona, Il Lavoro Editoriale, 1983, p. 26 - 34.

(5) Cfr., fra l'altro: Marie-Vic Ozouf-Matrignier, "De l'universalisme constituant aux interet locaux: le debat sur la formation des departements en France (1789-1790)", Annales, A1, (6), 1193-1213 (novembre-dicembre 1986)

(6) In seguito alla conquista napoleonica, dal 1802 al 1815 anche l'Italia settentrionale e centrale sono state divise in dipartimenti. Dal 1810 al 1815, quando l'Italia nord-orientale e centro-orientale era incorporata nel Regno italico e quella nord e centro-occidentale era incorporata nell'Impero francese, sono esistiti i seguenti dipartimenti: nel Regno italico (da ovest a est): Agogna; Lario; Olona (capitale Milano); Adda; Serio (capitale Bergamo); Alto Po; Mella (capitale Brescia); Mincio (capitale Mantova); Adige (capitale Verona); Bacchiglione; Piave; Tagliamento; Passariano; Brenta (capitale Padova); Adriatico; Basso Po; Crostolo; Panaro; Reno (capitale Bologna); Rubicone; Metauro; Musone; Tronto. Nel territorio italiano sotto l'Impero francese (da nord a sud): Sempione; Dora; Sesia; Po; Marengo; Stura; Montenotte; Genova; Taro; Appennino; Arno; Mediterraneo; Ombrone; Trasimeno; Tevere. Cfr., per esempio: E. V. Tarle, "La vita economica dell'Italia nell'età napoleonica", Torino, Einaudi, 1950.

(7) G. Nebbia, "Il bacino idrografico come nuova unità amministrativa ?", Federalismo e Società, 3, (1), 105-109 (1996)

lunedì 5 ottobre 2009

Funzione Pubblica = Bene Comune - Teorema di Danilo D'Antonio

Siamo in tanti a lamentare un lungo processo di privatizzazione della scuola cosiddetta "pubblica". Siamo in tanti a soffrire per una deriva verso il settore economico privato di un numero crescente di attività che dovrebbero al contrario rimanere nel settore pubblico.

Come fare per invertire questa rotta suicida? Ebbene il modo esiste ed è pure semplice, tanto quanto lo è ammettere umilmente che siamo tutti vittima di una situazione di generale confusione che occorre inevitabilmente dissipare prima di poter concludere qualcosa di buono.

Dissipiamola, allora, questa confusione, dicendo che in verità tanto la scuola e l'università quanto ogni altro Ente od Ufficio Pubblico, a tutt'oggi NON sono MAI stati davvero pubblici!


E' la Storia a spiegarcelo: quando 63 anni fa in Italia la monarchia lasciò il posto alla Repubblica, si sarebbe dovuto automaticamente affermare una gestione collettiva dell'intera "Res Publica", sarebbe a dire di tutto ciò che con più moderna espressione oggi definiamo "Bene Comune". Non solo i ruoli di Governo ma anche quelli della Funzione Pubblica avrebbero dovuti essere periodicamente restituiti alla collettività, redistribuendoli tra coloro che desideravano ricoprirli ed avevano i necessari requisiti.

Grosso guaio è stato che, anche dopo l'avvento della Repubblica, la Funzione Pubblica ha mantenuto la sua originaria ottocentesca concezione monarchica. I suoi ruoli erano stati fino ad allora affidati a vita a determinate persone allo scopo di fidelizzarle ad un potere per definizione e statuto antidemocratico, per poter così facilmente dominare il resto della popolazione. E così purtroppo è continuato ad essere, anche dopo la scomparsa della monarchia e l'arrivo della Repubblica.

Infatti la stirpe e casta degli statali era l'unica ufficialmente autorizzata a, e con poteri tali da, far avanzare culturalmente la società: loro erano le scuole e le varie "prestigiose" Università. Ma il carattere rimasto baronale di tali Enti della Repubblica, del Bene Comune, della Proprietà Collettiva, ha sia impedito l'affermarsi della nuova concezione partecipativa, quindi democratica, della Funzione Pubblica, sia accuratamente mantenuto una totale confusione per quanto riguarda i rapporti tra Pubblico e Privato. E la popolazione, non solo italiana ma globale, è rimasta ed è tutt'oggi vittima di questa situazione.


Capite l'importanza della cosa?


Quanta brava gente in questo momento storico sta cercando di ristabilire, da sola, coi propri limitati mezzi, una gestione collettiva del Bene Comune? Ebbene coloro i quali sono impegnati in prima persona in tale titanico sforzo, se vogliono conseguire un reale buon risultato, dovrebbero contestualmente trattare di Repubblica, perché Bene Comune e Repubblica hanno esattamente lo stesso senso e significato. Anzi: senza una preliminare chiarificazione di cosa sia una Res Publica, di come precisamente essa debba prendere forma nei vari ambiti della società, ci possiamo scordare ogni risultato che sia DAVVERO positivo.


Senza liberare la Funzione Pubblica dall'assunzione a vita, anche de-privatizzando gestioni come quella dell'acqua, dell'energia, delle telecomunicazioni etc. tali beni non saranno mai davvero resi pubblici ma sempre lasciati in mano ad una stirpe e casta di STATALI. Senza liberare l'Italia ed il resto del mondo dalla concezione feudale della Funzione Pubblica le società umane vedranno rovinato ogni ben fatto. Perché è inutile inseguire un corretto assetto e comportamento nell'ambito privato dell'economia. Tale approccio decentrato non è e non val nulla rispetto ad un approccio teso a creare, finalmente e con ogni legittimità, un nucleo centrale di attività di interesse collettivo che sia di effettiva proprietà e gestione collettiva.


Gentili Presenti, un gran numero di baroni e baronesse da decenni scrivono articoli e libri ed organizzano in continuazione convegni e seminari allo scopo prioritario di mantenere il sovradescritto stato di confusione nella mente della popolazione. Ciò nel mentre che si spacciano e si danno arie da progressisti! Ebbene, rendiamoci conto che MAI da un articolo o libro, da un seminario o convegno tenuto da baroni e baronesse universitari potrà emergere la possente verità:


RES PUBLICA = BENE COMUNE

ergo:

FUNZIONE PUBBLICA = BENE COMUNE


Proprio da queste coincidenze di significato deriva che, se si vuole rendere davvero pubblica l'acqua, la scuola, l'Università, la RAI, la Giustizia, etc. etc. etc. occorre inevitabilmente redistribure periodicamente questi diritti/doveri, queste incombenze/risorse, questi lavori/redditi alla collettività. I ruoli del Bene Comune non possono essere lasciati in mano agli statali, perché appartengono e vanno redistribuiti alla Collettività.


Il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, devono abbandonare le loro rispettive cariche dopo un certo numero di anni. Ritenete questo giusto oppure no? Volete che tali cariche siano possedute a vita da qualcuno o regolarmente redistribuite? Decidetelo voi. Ma se decideste che esse debbano continuare ad essere redistribuite, ebbene sappiate che la stessa democratica procedura che riassegna periodicamente le cariche di Governo deve essere adottata per i ruoli della Funzione Pubblica.

La Funzione Pubblica deve essere resa effettivamente pubblica, attuando una rotazione tra tutti coloro che volessero farne parte, che volessero PARTECIPARE, ed avessero, naturalmente, i requisiti necessari.

Ricordate:

1) democrazia vuol dire partecipazione;
2) l'assunzione a vita nella Funzione Pubblica impedisce la partecipazione;
3) vera democrazia ancora non si è potuta affermare.


Quando leggete un articolo, un saggio, un libro, quando assistete ad un seminario, ad un convegno, ad una trasmissione radio o tv, chiedetevi: la persona che scrive o sta parlando chi è? E' per caso un assunto a vita nei ruoli del BENE COMUNE? Nel caso lo fosse, tutto ciò che scrive o dice come potrebbe non risentire di questa sua particolare quanto indebita condizione? Che forse uno statale esperisce la vita come un qualsiasi cittadino? Cosa ne può sapere uno statale delle reali esigenze della società? Visto che gli statali non ne fanno parte ma sono una casta a parte.


Ecco perché il Movimento Progressista son decenni che s'è arenato! Perché è farcito di finti progressisti autentici statali! Ecco perché noi cittadini, noi semplici esseri umani, non riusciamo a fare un passo avanti! Perché non solo l'Italia ma il mondo intero soffrono ancora una condizione di democrazia limitatissima dovuta alla permanenza a vita delle sempre stesse persone negli importanti ed onnipresenti ruoli della Funzione Pubblica, del Bene Comune.

Innumerevoli esseri umani hanno in passato combattuto per l'affermarsi di società giuste e capaci di far prontamente fronte ai bisogni collettivi e di ognuno. Oggi tocca a noi. Oggi è la nostra di volta!

Pacificamente, legalmente, civilmente questo è esattamente quanto dobbiamo conquistare: http://equo-impiego-pubblico-a-rotazione.hyperlinker.org


Danilo D'Antonio

null'altro che un essere umano,
non affiliato a nessuna cricca,
associazione, casta, lobby, mafia
e tantomeno partito.

Siate anche voi uomini e donne libere da tutto ciò!
E' l'unico modo per capirci qualcosa e giungere alla meta.

sabato 3 ottobre 2009

Commento di Laura Lucibello sulla mostra d'arte all'Arancera di Roma su "Ecologia profonda, alimentazione naturale, spiritualità senza frontiere"

E' una disquisizione letta sulla rivista che, come ho detto, ho casualmente trovato sul mio cammino l'altra mattina e che ho pensato di dedicare e raffrontare al tema dell'evento organizzato all'Arancera.

Arte ed artisti non sono termini riferiti solo alla mostra ma a chiunque ha partecipato ieri e si è adoperato perchè fosse una bella festa, e li ringrazio tutti, anche Luca che non era presente ma ci ha prestato generosamente il suo proiettore venendo a portarcelo con sua moglie e il loro bel bambino.

Dedico questo pensiero a tutti i partecipanti all'inaugurazione del 2 ottobre 2009, anche a chi non ha parlato.

"Natalia Aspesi su La Repubblica ha scritto che "Fare Mondi" (il titolo della biennale veneziana 2009) come quello di molte edizioni non vuole dire niente, ma non è vero gli risponde Giorgio Verzotto (ed io con lui paragonando questo nostro evento).

Per una volta anzi il titolo dà una indicazione di lettura non generica e rispecchia una verità.

L'opera d'arte è sempre il progetto di un mondo possibile, un universo di senso autonomo e provvisto di sue proprie regole.

Ogni artista (ogni buon artista) è il portatore di questo universo, e ne porta con se altri, solidali, che non afferiscono solo all'arte, ma anzi nutrono di tanti altri contributi interpretativi del reale (o dell'immaginario, o del simbolico ...) e così compongono una visione del mondo.


Per sottrarsi al mondo non c'è mezzo più sicuro dell'arte, e per legarsi ad esso non c'è mezzo più sicuro dell'arte". Anche nel momento della felicità massima e della massima pena abbiamo bisogno dell'artista.
(Goethe da "Le affinità elettive")

Laura Lucibello

Ministro Renato Brunetta... attento al gorilla! (di Fabrizio De André)

Ti ricordi Paolo,

ti ho raccontato tante volte della mia infanzia.....ad Onano!! Tre mesi l'anno nel paese dei miei nonni, totalmente libera di esprimere la mia natura "selvaggia" tra patate, pomodori, biciclette senza rotelle (tolte subitissimo..da bravo "maschiaccio"), sagre, cantine e..non ultimo De Andrè! Mio zio Massimo (il fratello giovane di mio padre) ascoltava De Andrè 24 ore al giorno e io ho cominciato a canticchiare tutte le sue canzoni, tanto che ora, nella mia memoria, ho un repertorio di testi andreiani piuttosto ricco! Ho pianto tante volte riascoltando le sue storie cantate, soprattutto quelle tratte dall'Antologia di Spoon River e poi.... "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.." Quando lessi per la prima volta questa frase sul diario di mio zio (forse avevo 7 o 8 anni), cominciai a pensare che la bellezza vera è sempre legata alla spontaneità e così davo sfogo a tutta la mia energia correndo scalza sui campi coltivati a patate e sui "tappeti" di paglia reduci dalla cernita dei fagioli!

Mio nonno mi osservava compiaciuto e mio zio.. continuava ad ascoltare De Andrè da uno stereo che, per l'epoca, era una specie di Enterprise da sogno..le ore erano scandite da queste canzoni, accompagnate piacevolmente dalla danza di cicale e farfalle. Fuori casa c'erano poi i vecchi canti comunisti: "avanti popolo, l'Internazionale..." e c'era tanta gente col fazzoletto rosso al collo....gente che ora non c'è più, gente semplice, umana, maremmana e forte! Io li osservavo e loro mi rispettavano in nome del legame col nonno Luigi, sindaco di Onano per ben 12 anni. La "politica" di oggi mi fa tanto sorridere......spesso la paragono a quei "tempi" e vibra dentro di me la voce di un Berlinguer che mi faceva venire la pelle d'oca, di un certo Gualtiero Sarti (caro amico del nonno) che gridava dal palco idee vere di uguaglianza e giustizia..la gente applaudiva orgogliosa di essere parte attiva di un pezzetto di storia..... Chissà se Brunetta ha mai "assaggiato" l'energia di una folla esultante in un fazzoletto di piazza, tra mura di tufo e "nuvole bianche" libere di correre nude a conquistare una "rossa primavera"!.

Grazie per il "ricordo" dei bei "ricordi"!

Hari Atma

venerdì 2 ottobre 2009

"Terra terra" - La visione bioregionale di Stefano Panzarasa della Rete Bioregionale Italiana

E' la Terra stessa che ha dato indicazioni di vivere all'interno delle proprie bioregioni, altrimenti si va con le multinazionali della globalizzazione...

Sembra uno schema rigido e troppo facile ma alla fine perché cercare percorsi nuovi che chissà dove ci porteranno e con quanta magari perdita di tempo (pratico e intellettuale) quando il sentiero è già ben tracciato? E' la notra vita è anche breve...

Siamo sul Pianeta Terra e le possibilità di vita e di civiltà non è che siano infinite, dal Paleolitico superiore, passando per il Neolitico (civiltà matristiche, proto-bioregionali) e arrivando fino a noi (civiltà patriarcale) questo è successo, e ora con uno stile di vita ecologista (senza neanche usare la parola bioregione) si può recuperare quello che di buono ci ha insegnato il passato e sognare un futuro che ci renda degni di essere ricordati con affetto dalle future generazioni (e non come degli stupidi... Rif. al film "L'era degli stupidi").

Noi non possediamo nessuna verità, la verità la insegnano la storia ecologica della terra e dell'universo (pensate un pò a Thomas Berry).

Stefano Panzarasa - Rete Bioregionale Italiana

giovedì 1 ottobre 2009

Sant'Oreste - Sabato 10 Ottobre 2009, festa di Sant'Edisto con percorso archeologico naturalistico sul monte Soratte

In occasione della “Festa di Sant’Edisto”, Patrono del Paese, l’Associazione “Avventura Soratte”, con il patrocinio della Provincia di Roma (Dip. V – Serv. 1, Ambiente), del Comune di Sant’Oreste, ed in collaborazione con il Gruppo Storico di Sant’Oreste, propone l’interessante iniziativa “Un’escursione…medievale”, visita guidata che unisce l’aspetto naturalistico e le bellezze paesaggistiche del Monte Soratte a quello della tradizione popolare.

Itinerario. Partendo dall’agevole “Percorso Vita”, visiteremo l’imponente imbocco della Grotta di Santa Lucia (110 m di profondità, 300.000 mc di volume), una delle numerose cavità carsiche caratterizzanti la geologia del Monte Soratte, che può vantare la più grande camera ipogea del Lazio; lungo l’itinerario potremo anche vedere lo splendido anfiteatro ricavato da una vecchia cava di calce abbandonata, utilizzata in passato dai “calcinaroli” per la produzione del legante edilizio. Proseguiremo quindi per lo stesso sentiero, in questo periodo ricco di splendide colorazioni e di fioriture che punteggiano il sottobosco (ciclamini autunnali in particolare), fino a raggiungere il tratto di collegamento “Percorso Vita - Santa Romana” il quale, attraverso una fitta lecceta, ci condurrà presso l’omonima chiesa rupestre, nel versante orientale del Monte Soratte. Ricavata all’interno di una grotta carsica finemente concrezionata, questa magnifica struttura conserva ancora oggi una vasca marmorea che raccoglie lo stillicidio naturale di un’acqua miracolosa, il cui potere galattoforo è sempre stato oggetto di venerazione e di pellegrinaggio da parte delle donne dei paesi vicini. Sarà questa l’occasione per visitare anche i “Meri”, le tre impressionanti voragini conosciute sin dai tempi di Plinio il Vecchio, secondo il quale questi inghiottitoi rappresentavano le vie di accesso al Regno degli Inferi. Dopo un ultimo tratto, raggiungeremo di nuovo il paese: un itinerario ad anello non faticoso ma affascinante, adatto anche ai bambini.

Spettacolo medievale. Il pomeriggio sarà allietato dalla sfilata in costume rinascimentale, per le vie del borgo, del Gruppo Storico di Sant’Oreste, del Gruppo Storico “I Borgia” di Civita Castellana e dei cavalieri de “I nitriti del Soratte”, accompagnati dai tamburini e dagli sbandieratori di Cori; seguirà l’investitura dei Priori e la benedizione dei Cavalieri.

Prenotazione obbligatoria: 329-8194632.

Programma:
Ore 10.00: appuntamento a Sant’Oreste in Piazza Italia, davanti al Centro Informazioni della Provincia di Roma
Ore 10.15: partenza escursione
(Disliv.: 400 m ; Difficoltà: Media ; Interesse: Geologico, Botanico, Mitologico; Durata: 4 h ; Abbigliamento: scarpe da trekking ; Bambini: sì)

Ore 13.00: pranzo al sacco presso lo spiazzale antistante la chiesa rupestre di Santa Romana

Ore 14.45: arrivo in paese
Ore 15.00: spettacolo medievale
Ore 17.00: saluti ai partecipanti

Associazione Avventura Soratte
Sant'Oreste (RM)
Web: www.avventurasoratte.com
E-mail: avventurasoratte@hotmail.com
Cell: 329-8194632