lunedì 8 agosto 2016

Dossier Turchia - Tutto quello che c'è da sapere sull'affare turco


Questi articoli che seguono sono anteriori al golpe (vero o confezionato ad arte) che ha offerto ad Erdoğan il pretesto per sradicare con incredibile brutalità ogni manifestazione di dissenso.

Ancòra una volta, unisco storia e attualità per tracciare il profilo di un Paese. Con una sottolineatura d’ordine politico: la Turchia (a parte alcuni aspetti della breve parentesi kemalista) è Asia e non Europa; ed ogni progetto per associarla a questa pur traballante Unione Europea è un atto di folle autolesionismo politico.

Michele Rallo



SOMMARIO




  • Premessa:
Prima del golpe 05

  • Vita e morte dell’Impero Ottomano
(“La Risacca”, dicembre 2015) 07

  • Mustafà Kemal:
un cospiratore europeo nella Turchia asiatica
(“La Risacca”, gennaio 2016) 13

  • L’Impero in liquidazione e la nascita della Repubblica
(“La Risacca”, febbraio 2016) 19

  • La rivoluzione laica di Kemal Atatürk
(“La Risacca”, marzo 2016) 29

  • Il tradimento della rivoluzione laica
(“La Risacca”, aprile 2016) 37

Venti di guerra
(“Social”, 4 dicembre 2015) 43

Mamma, li turchi”
(“Social”, 25 marzo 2016) 47



Rievocazioni
di Michele Rallo


TURCHIA: UN REBUS
AI CONFINI DELL’EUROPA

1a parte:

VITA E MORTE
DELL’IMPERO OTTOMANO


[da “La Risacca”, dicembre 2015]


Se c’è un Paese che ha svolto e svolge un ruolo-chiave nella sequela delle tragiche vicende che negli ultimi anni si susseguono al crocevia fra Europa, Russia e mondo islamico, questo Paese è la Turchia. La Turchia di oggi, beninteso. La Turchia del simildittatore Recep Erdoğan, Presidente della Repubblica e capo dell’AKP, il partito islamico “moderato” che vuole distruggere le fondamenta laiche dello Stato creato da Kemal Atatürk e riportare il Paese indietro di un secolo, all’epoca dell’Impero Ottomano.
Corsi e ricorsi storici, diceva Vico. In effetti, mai come nel caso della Turchia gli eventi sembrano ripetersi, quasi come un minaccioso “amarcord” levantino. E non mi riferisco soltanto all’inquietante politica interna di quel Paese, ma anche al suo forsennato attivismo in politica estera, alla sua funzione di “porta” che consente ai guerriglieri jihadisti di giungere in Siria o nel Caucaso russo, al padrinaggio di vari governi islamisti “moderati” post-primavere arabe: in particolare al deposto gabinetto dei Fratelli Musulmani in Egitto, e ad uno dei due governi che attualmente [dicembre 2015] si contendono il potere in Libia. Non è un caso che l’Impero Ottomano abbia da sempre conteso alla Russia il dominio sul Caucaso e sul Mar Nero; così come non è un caso che Siria, Egitto e Libia siano state – fino a cent’anni fa – delle province di quello stesso Impero.
Certo, è difficile condensare in poche righe una delle pagine più complesse della storia europea, ma ci proverò; chiedendo fin d’ora scusa per qualche necessaria semplificazione. Dunque, l’Impero Ottomano nasceva nel lontano 1299 nella penisola anatolica, la patria dell’etnìa turca che gli europei chiamavano “Asia Minore”. Nei secoli successivi si espandeva su tutti e tre i Continenti del mondo allora conosciuto (fino all’apogeo, toccato con il regno di Solimano il Magnifico): in Europa acquisiva i territori dell’Impero Bizantino e andava oltre, spingendosi a nord fino all’Ungheria e ad est fino alla Russia meridionale e al Mar Nero; in Asia arrivava alla riva occidentale del Mar Caspio e a sud inglobava la Mesopotamia e le rive del Mar Rosso, giù giù fino alla Mecca; in Africa, infine, prendeva quasi tutta la parte settentrionale del continente, dall’Egitto all’Algeria.
Come tutti gli Imperi, anche l’ottomano aveva necessariamente una caratterizzazione multietnica e multiculturale, ma la sua identità reale era quella del popolo egemone, il turco. Questo, a sua volta, era stato prima soggiogato da un altro popolo, l’arabo, che si era poi ritirato, non senza averlo però colonizzato culturalmente. Due i segni tangibili di tale colonizzazione: la religione musulmana e le forti influenze linguistiche. Fin dai suoi primi anni di vita, così, l’Impero Ottomano veniva gradualmente ad assumere un ruolo internazionale complementare a quello del Califfato arabo degli Abbasidi e, quando questo nel 1517 si sgretolava, ne prendeva il posto. L’imperatore turco – il Sultano – assumeva anche il titolo religioso di Califfo, cioè di “successore di Maometto” alla guida – teoricamente – dell’intero mondo islamico.
Naturalmente, la stessa articolazione antropologica dell’Impero obbligava le istituzioni sultanali-califfali ad essere abbastanza tolleranti. Ma si trattava di una tolleranza molto relativa: le specificità etnico-culturali esistevano e non si potevano cancellare, ma avevano piena agibilità solo nella misura in cui non mettessero in pericolo l’identità della società ottomana, che era e restava turca, musulmana e tributaria della cultura araba.
Quando nell’Ottocento i popoli sottomessi prendevano gradualmente coscienza della propria identità nazionale, l’Impero iniziava a perdere pezzi, anche perché alcune “grandi potenze” europee si facevano un dovere di soffiare sul fuoco dei separatismi. I primi ad andarsene erano i greci, nel 1830, dopo una lunga e sanguinosa guerra d’indipendenza, che peraltro avrà numerose appendici fino alla vigilia della prima guerra mondiale. Idem per Romania, Serbia e Montenegro nel 1878, mentre Cipro passava “provvisoriamente” al protettorato dell’Inghilterra; la quale, nel 1883, si prendeva anche l’Egitto, sempre “provvisoriamente”. Nel 1908 il vassallo principato di Bulgaria si dichiarava pienamente indipendente, e contemporaneamente l’Austria si annetteva un altro spicchio del dominio balcanico, la Bosnia-Erzegovina. Il tutto, inframmezzato da tre guerre russo-turche (1828-29, 1853-56, 1877-78), da una guerra greco-turca (1897) e da una lunga serie di conflitti civili in Macedonia e a Creta (ma anche nelle isole minori dell’Egeo, in Epiro e in Erzegovina).
Frattanto, anche la Francia aveva fatto la sua parte, prendendosi l’Algeria (1830) e la Tunisia (1882).
A conclusione della guerra italo-turca (1911-12) pure l’Italia – ultima arrivata nel “concerto” delle grandi potenze – dava il suo contributo alla dissoluzione dell’Impero Ottomano, conquistando Tripolitania e Cirenaica (cioè la Libia) e l’arcipelago egeo del Dodecanneso.
Infine, con il riassetto seguìto alle due guerre balcaniche (1912-13), anche l’Albania raggiungeva l’indipendenza; la Grecia si annetteva la Tracia occidentale, la Macedonia meridionale, Creta e quasi tutte le isole minori dell’Egeo; la Serbia inglobava la Macedonia settentrionale, il Sangiaccato (spartito col Montenegro) e il Kosovo. L’Impero Ottomano era, così, quasi completamente espulso dall’Europa, riuscendo a conservare soltanto la Tracia orientale.
Neanche il tempo di tirare il fiato che, l’anno seguente, iniziava la prima guerra mondiale. Gli ottomani vi si gettavano a capofitto, ma scegliendo la parte che risulterà poi perdente. Il conto sarà salatissimo. L’armistizio di Mudros (30 ottobre 1918) stabiliva – fra l’altro – il ritiro della Turchia da tutti i suoi possedimenti extra-anatolici e la completa “liberazione” degli Stretti. La Grecia occupava gran parte della Tracia orientale, fino alla linea di Ciatalgia, a soli 50 chilometri dalla capitale imperiale Costantinopoli (che i turchi chiamavano Istanbul). L’unicum formato da Costantinopoli e dalle rive degli Stretti (compresa l’asiatica) era provvisoriamente occupato dall’Inghilterra, che covava il proposito di installarvisi permanentemente.
Quanto ai possedimenti asiatici (quelli africani erano già spariti da tempo), passavano direttamente all’Intesa o – meglio – all’Inghilterra; qualche briciola alla Francia, e niente all’Italia. E non finiva lì, perché i vincitori si ritagliavano ampie “zone d’interessi” nella stessa penisola anatolica, oltre ad incoraggiare la nascita di una Grande Armenia e di un Kurdistan indipendente che avrebbero dovuto (ma non sarà così) espandersi ai confini orientali dell’Anatolia.
In sintesi: non solo l’Impero Ottomano era scomparso, ma la stessa Turchia sembrava destinata ad essere cancellata dalla carta geografica. Se ciò non avverrà, lo si dovrà soltanto ad un uomo: il generale Mustafà Kemal Atatürk, padre di una Turchia che egli sognava laica e liberata dalle influenze asiatiche dell’arabismo: l’esatto contrario della Turchia di oggi.


Rievocazioni
di Michele Rallo


TURCHIA: UN REBUS
AI CONFINI DELL’EUROPA

2a parte:

MUSTAFÀ KEMAL:
UN COSPIRATORE EUROPEO
NELLA TURCHIA ASIATICA


[da “La Risacca”, gennaio 2016]


In origine, la vicenda politica di Mustafà Kemal (il futuro Atatürk) coincideva quasi con quella del cosiddetto Movimento dei Giovani Turchi. I Giovani Turchi erano – all’epoca – una sorta di gruppo di pressione, nato nelle province balcaniche dell’Impero Ottomano con una netta impronta riformista, se non addirittura rivoluzionaria, ma che ben presto – trasformatosi in partito – diverrà espressione delle istanze reazionarie della burocrazia sultanale e del clero musulmano.
Quando, nel 1906, il giovane Mustafà Kemal bey1 usciva dall’Accademia Militare di Costantinopoli con il grado di capitano di stato maggiore, il futuro Atatürk era soltanto uno dei tanti giovani ufficiali ottomani che manifestavano il loro apprezzamento per le idee riformiste e modernizzatrici di provenienza europea.
Durante il corso dei suoi studi, Kemal era entrato in contatto con elementi europei, con le loro idee aperte, con la loro mentalità volta al progresso. Ed era entrato in contatto, soprattutto, con la loro letteratura politica. Aveva letto gli Enciclopedisti, se ne era innamorato, aveva sognato che la Turchia potesse scegliere di unirsi all’Europa progredita e progressista, abbandonando il mondo – che gli appariva oscuro e oscurantista – dell’Asia e del retaggio arabo e persiano.
All’epoca, queste erano posizioni comuni a larghi strati di intellettuali, studenti, militari, e soprattutto a quella emigrazione politica ottomana che aveva scelto le capitali europee come sedi privilegiate del proprio esilio: qui era entrata in contatto con un mondo politico e culturale che si rifaceva agli ideali risorgimentali, alle società segrete di matrice mazziniana e massonica, ad un mix affascinante di positivismo, laicismo, nazionalismo, liberalismo.2
Da questo crogiolo erano nati – all’estero e in un secondo tempo anche in patria – i diversi movimenti, comitati, società più o meno segrete, nuclei studenteschi, leghe militariste, circoli intellettuali, dal cui insieme sarebbe sorto poi il Movimento o Partito cosiddetto “dei Giovani Turchi”, ovvero – nella denominazione ufficiale – il Comitato Unione e Progresso.
Il capitano Kemal bey era dunque parte di questo mondo, cui contribuiva anche in prima persona con una società segreta militarista denominata Patria e Libertà, che costituiva nel 1906 a Damasco, sua prima sede operativa.
Facciamo adesso un salto di quattro anni, e arriviamo al 1910, anno in cui le strade di Kemal e dei Giovani Turchi (frattanto giunti al potere) si separavano. Questi ultimi – infatti – abbandonavano l’orientamento nazionalista e innovatore, per abbracciare un’impostazione che ne faceva sostanzialmente una versione aggiornata dell’ottomanismo. Sparita ogni spinta innovatrice ed ogni propensione al rinnovamento di matrice laica ed europea, il movimento si avviava a recepire le istanze dell’apparato sultanale, del clero islamico e degli altri poteri forti ottomani. Ciò comporterà – tra l’altro – la rottura con le nazionalità non turche dell’Impero, con conseguenze che, specie nel caso degli armeni, saranno drammatiche.
Le scelte di Mustafà Kemal bey rimanevano invece quelle della vigilia rivoluzionaria: continuava a guardare all’Europa e non all’Asia; continuava a guardare al laicismo e non all’islamismo; continuava a guardare al nazionalismo e non ad un imperialismo mascherato; continuava a sognare una Turchia moderna, progredita, libera e liberata dall’arretratezza e dalla miseria.
Seguivano otto anni di guerre (quella italo-turca, le due balcaniche ed il conflitto mondiale) che lo vedevano impegnato in prima linea su tutti i fronti, e che vedevano soprattutto – nel 1915 – la sua magistrale difesa della penisola di Gallipoli e della via per Costantinopoli, capolavoro strategico che faceva del colonnello Kemal un vero e proprio eroe nazionale.
A conclusione della prima guerra mondiale, la Turchia subiva un armistizio durissimo, che avrebbe potuto preludere non soltanto alla perdita di tutti i suoi domìni imperiali, ma anche alla dissoluzione del suo stesso nucleo centrale anatolico. Gli inglesi volevano impadronirsi di Costantinopoli e degli Stretti, confinando la Turchia in un residuale Stato centroanatolico, stretto fra l’appendice asiatica di una “Grande Grecia” ed una nascente Repubblica Armena, per tacere delle “zone di interessi” francese e italiana.
Il debole sultano Maometto VI e il suo governo (i Giovani Turchi erano stati frattanto epurati) non avevano la forza né il coraggio per opporsi agli occupanti inglesi, e seguivano una linea sostanzialmente collaborazionista. In tale contesto – ovviamente – occorreva sbarazzarsi di quanti potevano opporsi ad una politica di resa a discrezione, ragion per cui il parlamento veniva sciolto, mentre i militari più intransigenti erano allontanati da Costantinopoli e destinati a sedi periferiche.
Kemal paşhà3 (divenuto nel frattempo generale, il più autorevole e prestigioso generale dell’esercito ottomano) era nominato ispettore generale della III Armata di stanza nell’Anatolia nord-orientale, e comandato di recarsi colà per ristabilire l’ordine nelle province dell’Armenia e del Mar Nero, formalmente assegnate alla sovranità ottomana ma in realtà destinate a far parte di una Repubblica Armena che avrebbe dovuto riunire sotto un protettorato inglese o americano i due tronconi (l’ottomano ed il russo) di quello sfortunato paese.
Il 19 maggio 1919 – così – il generale Kemal giungeva a Samsun, importante porto della costa orientale del Mar Nero, sotto occupazione britannica. Da quel momento, iniziava la grande rivoluzione nazionale kemalista che avrebbe portato alla fine dell’Impero Ottomano e alla nascita della Turchia moderna.



Rievocazioni
di Michele Rallo


TURCHIA: UN REBUS
AI CONFINI DELL’EUROPA

3a parte:

L’IMPERO IN LIQUIDAZIONE
E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA


[da “La Risacca”, febbraio 2016]


Avevamo lasciato – alla fine della scorsa puntata – Kemal paşhà a Samsun, remota cittadina dell’estremo nord-orientale dell’Anatolia, dove nel maggio 1919 il gabinetto ottomano aveva trasferito l’irrequieto generale. Era un momento di grande sconforto per l’intera Turchia. Da pochi giorni era avvenuta l’occupazione di Smirne da parte dei greci, un’occupazione che i turchi temevano al massimo, perché – contrariamente alle altre – non era considerata temporanea ma diretta a staccare definitivamente un pezzo di Anatolia dalla Turchia e ad annetterlo ad un paese straniero. Questi timori erano avvertiti con particolare drammaticità dai turchi dell’Anatolia nord-orientale, e vissuti quasi come una anticipazione della paventata annessione della regione alla Repubblica Armena.
Era – questo – lo scenario ideale per il progetto di Kemal, che giungeva in Anatolia orientale con un disegno ben preciso: unire i primi movimenti di resistenza nazionale, ridare fiducia alle forze armate, e creare un’autorità politica alternativa a quella del governo di Costantinopoli, da lui giustamente considerato come inabile a contrapporsi alle forze che operavano per lo smembramento della Turchia. Ricorderà lui stesso, più tardi: «Bisognava a tutti i costi insorgere contro il governo ottomano, contro il sultano, contro il califfo di tutti i musulmani, e incitare alla rivolta l’esercito e l’intera nazione.»
Kemal non si fermava a Samsun che pochi giorni; poi si allontanava verso sud e successivamente verso est, verso i territori non presidiati dall’esercito inglese: Havza, Amasya, Sivas e infine Erzurum, sede del XV Corpo d’Armata ottomano, dove fissava il suo primo quartier generale in Anatolia.
In queste città si svolgevano le prime tappe della rivoluzione nazionale kemalista, tappe che la tirannia dello spazio mi consente soltanto di enumerare: a giugno la dichiarazione di Amasya, che proclamava l’illegittimità del governo di Costantinopoli; a luglio il Congresso4 regionale di Erzurum, che varava un Patto Nazionale che sanciva una scelta nazionalista, nettamente distante dalla vecchia visione imperiale dell’ottomanismo; a settembre il Congresso nazionale di Sivas e le sue statuizioni (l’ufficializzazione della scelta nazionalista con conseguente rinunzia all’impero, la creazione di un’autorità paragovernativa anatolica e di un Movimento Nazionale5 unitario agli ordini di Kemal). E poi ancòra: le elezioni generali indette dal governo di Costantinopoli per dicembre e la vittoria elettorale kemalista, l’insediamento nella capitale ottomana di una nuova Assemblea Nazionale (gennaio 1920), il voto parlamentare di adesione al Patto Nazionale kemalista, lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, la rottura totale fra il Sultano e Kemal (culminata nel fallito tentativo di arresto del leader nazionalista), la creazione della Grande Assemblea Nazionale e di un governo provvisorio nazionalista ad Ankara. Sul piano internazionale: le prime intese del governo kemalista con la Russia comunista ma anche con l’Italia e con la Francia (maggio), l’ulteriore spinta invasiva della Grecia in Anatolia e il conseguente inizio della “guerra in Asia Minore” (22 giugno), e infine – il 10 agosto a Sèvres – la firma del trattato di pace che ufficialmente poneva termine alle ostilità della prima guerra mondiale fra l’Intesa e l’Impero Ottomano; trattato firmato e accettato dal governo di Costantinopoli, ma rigettato da quello di Ankara.


IL TRATTATO DI SÈVRES
Queste le statuizioni del trattato di Sèvres: 1) internazionalizzazione degli Stretti6 e di Costantinopoli, formalmente ancòra sotto sovranità ottomana; 2) acquisizione da parte inglese (e in piccola parte francese) del dominio sulle province arabe dell’Impero Ottomano; 3) riconoscimento all’Inghilterra anche del protettorato sull’Egitto e dell’acquisizione di Cipro (entrambi risalenti al 1914); 4) acquisizione da parte greca della Tracia Orientale fino a 50 km da Costantinopoli (linea di Çhataljia), dell’Anatolia sud-occidentale, delle isole dell’Egeo, del Dodecanneso (che però gli italiani non avevano alcuna intenzione di lasciare); 5) riconoscimento alla Francia anche di una vasta zona d’influenza in Cilicia (Anatolia sud-orientale); 6) riconoscimento all’Italia di una minore zona d’influenza soltanto economica nella regione di Antalya, previa rinunzia al Dodecanneso; 7) riconoscimento all’Armenia della piena indipendenza, sotto il mandato degli USA ma sotto il controllo effettivo della Gran Bretagna; 8) riconoscimento al Kurdistan nord-occidentale (rimasto in territorio turco) di un’ampia autonomia sotto un protettorato di fatto della Francia.
Era evidente che – oltre a sancire l’abbandono delle colonie imperiali ottomane – il Trattato di Sèvres significava anche il completo smembramento della Turchia e il suo asservimento agli stranieri. La sua accettazione da parte del governo di Costantinopoli era pertanto un’inamovibile pietra tombale sul residuo prestigio del Primo Ministro collaborazionista Damad Ferid ed un colpo durissimo anche alla credibilità dello stesso sultano Maometto VI, nei cui confronti l’attenuante di essere “prigioniero” degli inglesi non bastava più a coprire la rassegnazione se non la codardia.
Ma, se la sottoscrizione del trattato iugulatorio di Sèvres rappresentava il punto più basso raggiunto dal Sultano e dal governo di Costantinopoli, in termini speculari significava un aumento esponenziale del prestigio di Kemal e del governo di Ankara.
I kemalisti – infatti – contrapponevano al Trattato di Sèvres i postulati del Patto Nazionale: separazione dei destini del territorio nazionale turco (cioè l’Anatolia e la Tracia orientale) da quelli dei territori imperiali extraanatolici; creazione di uno stato nazionale di tipo europeo, più piccolo rispetto al mastodonte ottomano ma certamente più compatto ed omogeneo; sua difesa armata contro potenze straniere e movimenti secessionisti che tentassero in qualunque modo di intaccarne l’assetto politico e territoriale.


LA GUERRA IN ASIA MINORE
Già da qualche tempo, intanto, uno scenario guerresco aveva cominciato a delinearsi nell’Anatolia sud-occidentale, dove i greci – saldamente insediati nello Smirnense – erano stati espressamente autorizzati dall’Intesa ad abbandonare le loro linee ed a spingersi a nord verso Ankara, per ristabilire l’ordine, turbato dalla resistenza kemalista; contrastati – ovviamente – dalle forze turco-nazionaliste.
Era la cosiddetta “guerra in Asia Minore”, iniziata già alcuni mesi prima del trattato di Sèvres e adesso – stante la necessità di dare pronta attuazione alle statuizioni del trattato stesso – in fase culminante.
Era in questi frangenti che Kemal riusciva a compiere un vero e proprio miracolo operativo: riorganizzava le sparse forze militari, le saldava ai gruppi di resistenza locali ed all’apparato politico nazionalista, e dava vita ad un nuovo, grande e disciplinato esercito turco, trasformando un insieme volontaristico piuttosto raccogliticcio in un formidabile strumento di guerra.
Questo nuovo esercito turco era protagonista di una serie di grandi battaglie che si combattevano dal giugno 1920 al settembre 1922: la prima e la seconda battaglia di Inönü (gennaio-marzo 1921), la battaglia di Afyonkarahisar (luglio 1921), la battaglia del fiume Sakarya (agosto-settembre 1921), la battaglia di Dumlupinar (agosto 1922); battaglie che segnavano la sconfitta degli invasori greci, culminata con il caotico e drammatico abbandono di Smirne (11 settembre 1922).
Aveva così termine la guerra in Asia Minore, e gli inglesi – lasciati soli da italiani e francesi – dovevano rassegnarsi a gettare alle ortiche l’inapplicato trattato di Sèvres ed a regolare gli affari turchi secondo quanto avrebbe stabilito il nuovo trattato di pace, in gestazione fra Grecia e Turchia.


IL TRATTATO DI LOSANNA
Kemal (nel frattempo insignito del grado di Maresciallo e dell’appellativo di Ghazi, il Vincitore) riusciva frattanto ad esautorare completamente il Sultano e il governo di Costantinopoli (come si vedrà più avanti). Conseguentemente, il governo nazionalista di Ankara era l’unico interlocutore turco a partecipare alla laboriosa conferenza di pace che si apriva a Losanna il 20 novembre 1922.
Dopo otto mesi di difficili trattative, si giungeva infine al trattato di pace del 24 luglio 1923.
L’aspetto fondamentale del trattato era la trasformazione della Turchia da impero multinazionale in stato nazionale, di dimensioni evidentemente assai più contenute, ma etnicamente omogeneo7 e con confini certi. Dal punto di vista territoriale, la Turchia comprendeva l’intera Anatolia più la Tracia orientale fino ad Adrianopoli inclusa.
La Grecia – oltre a rinunziare espressamente ad ogni aspirazione sullo Smirnense, sul Ponto e sulla Tracia orientale – cedeva alla Turchia le due isolette strategiche di Imbro e Tenedo, e doveva anche prendere atto dell’assoluta indisponibilità italiana a ritirarsi dal Dodecanneso. Veniva definitivamente accantonata ogni ipotesi di indipendenza per l’Armenia e il Kurdistan, e Costantinopoli ritornava alla piena sovranità turca; anche gli Stretti ritornavano alla sovranità turca, ma (fino alla convenzione di Montreaux del 1936) in forma attenuata e sotto il controllo di una Commissione Internazionale ad hoc. Dal canto suo, la Turchia prendeva atto di alcune presenze straniere che segnavano i suoi confini: gli italiani nel Dodecanneso, gli inglesi a Cipro e a Mosul, i francesi ad Alessandretta.


LA FINE DEL SULTANATO
Facciamo adesso un passo indietro, ai giorni immediatamente precedenti l’apertura della Conferenza di Losanna (novembre 1922). Era in quei giorni – infatti – che iniziava il processo di formazione del nuovo Stato turco.
Di fronte al disegno inglese di far partecipare alla Conferenza i rappresentanti dei due governi turchi di Ankara e di Costantinopoli, Kemal rompeva gli indugi, ed imponeva alla Grande Assemblea Nazionale – con metodi non proprio democratici – di dichiarare decaduto il sultano Maometto VI ed abolito lo stesso Sultanato, cioè la istituzione politica della monarchia imperiale (1° novembre 1922). Ma non si era ancòra ad una esplicita scelta repubblicana, anche perché permaneva la istituzione religiosa della monarchia, il Califfato, che sarà affidato al principe Abdul Mejid.
Seguiva un braccio-di-ferro con la componente monarchica e “liberale” del Movimento Nazionale, protrattosi fino al settembre 1923, quando Kemal otteneva il pieno controllo del Movimento Nazionale, ribattezzato Partito del Popolo (poi Partito Repubblicano del Popolo) ed avviato a ricoprire un ruolo sostanzialmente di partito-unico.
In conclusione, il 29 ottobre 1923 la Grande Assemblea Nazionale proclamava la Repubblica Turca, chiamando Kemal alla sua presidenza.
Dalla proclamazione della Repubblica, iniziava un lento itinerario per tappe che – nel giro di ben cinque anni – avrebbe condotto alla instaurazione di un vero e proprio “regime” nazionalista, statalista e laicista. Queste le tappe successive: l’abolizione del Califfato (marzo 1924), l’emanazione della Costituzione (aprile 1924), l’attribuzione dei pieni poteri a Kemal (marzo 1925), ed infine la cancellazione dell’islamismo come religione di Stato (maggio 1928). Ma di questo parleremo nella prossima puntata.









Rievocazioni
di Michele Rallo


TURCHIA: UN REBUS
AI CONFINI DELL’EUROPA

4a parte:

LA RIVOLUZIONE LAICA
DI KEMAL ATATÜRK


[da “La Risacca”, marzo 2016]


Era sostanzialmente a partire dal novembre 1925, dopo avere assunto i pieni poteri ed avere di fatto liquidato l’opposizione, che il Ghazi iniziava pienamente un processo riformista assolutamente rivoluzionario, con l’obiettivo di realizzare il suo coerente progetto di sovversione del vecchio stato autocratico e teocratico ottomano: cancellare la dominazione culturale arabo-persiana, limitare l’influenza della religione islamica alla sola sfera individuale dei singoli, e restituire la Turchia ai turchi, alla cultura turca, al dinamismo turco che guardava verso l’occidente e il progresso e non verso l’oriente e verso concezioni politiche sorpassate ed anacronistiche.
Le riforme di Kemal procederanno ininterrottamente per tredici anni (dal novembre 1925 al novembre 1938 data della sua morte) ed interesseranno tutti i settori della vita turca (dal campo religioso, a quello civile, a quello economico).
La prima riforma (votata dalla Grande Assemblea Nazionale nel novembre 1925) riguardava il divieto di ostentare in pubblico simboli religiosi, con particolare riguardo all’abbigliamento: veniva vietato l’uso del fez e del turbante per gli uomini e del velo per le donne, mentre il Ghazi invitava la popolazione turca ad abbandonare la vecchia moda orientale per adottare «l’abbigliamento internazionale dei popoli civilizzati».
Immediatamente dopo, seguiva la riforma dell’insegnamento, attribuito in forma esclusiva e con carattere di assoluta laicità alle scuole pubbliche. Erano proibite le vecchie scuole coraniche (le madrasse) e vietato l’insegnamento religioso con tutte le sue materie (arabo, persiano, diritto islamico, scienze islamiche, eccetera).
Terza importante riforma adottata nel 1925 era quella che prevedeva lo scioglimento delle potenti confraternite religiose e l’acquisizione al patrimonio pubblico dei loro beni.
Venivano infine adottati l’orario ed il calendario europei, la qualcosa recideva il cordone ombelicale che legava la Turchia alla cronologia islamica, avvicinandola ulteriormente ai costumi occidentali.
La prima fase riformista continuava nel 1926: in febbraio la Grande Assemblea Nazionale prendeva atto che, con la fine del Califfato e l’abolizione dei due ministeri religiosi (la Sheria e il Wakf), era già venuta meno la vigenza della legge coranica; conseguentemente, la GAN votava l’adozione di un Codice Civile e di un Codice Penale di tipo europeo. Era una vera e propria rivoluzione: non soltanto perché sottraeva agli ambienti religiosi l’amministrazione della giustizia, ma soprattutto perché sanciva l’eguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini turchi, senza distinzione di fede religiosa né di sesso. Veniva meno ogni penalizzazione per i non-musulmani, e la stessa scelta religiosa non era più effettuata dal genitore per conto dei figli minori, ma demandata personalmente ad ogni cittadino al compimento della maggiore età. La famiglia veteroislamica e poligamica cessava di esistere, la donna turca era strappata alla sua condizione di inferiorità istituzionalizzata, e veniva introdotto un modello familiare europeo e laico (divorzio compreso).
Benché adottati, tuttavia, i codici non entravano effettivamente in funzione che nel 1928, dopo che – in aprile – una Grande Assemblea Nazionale oramai pienamente kemalizzata aveva votato quella che potremmo chiamare “la madre di tutte le riforme”, e cioè la legge che abrogava l’articolo della Costituzione che contemplava l’islamismo come religione di Stato. Veniva così meno la concezione stessa dello Stato ottomano (concepito come una somma delle diverse comunità religiose) ed era sancita la visione kemalista della Turchia come nazione unitaria e completamente laica, formata – secondo il dettato costituzionale – «da tutti gli autoctoni della Turchia (…) senza alcuna distinzione di religione o di razza».8
Ma l’attivismo riformatore non conosceva soste, e già ad agosto il Ghazi iniziava a percorrere in lungo e in largo il paese per propagandare la prossima riforma in cantiere: l’abolizione dell’alfabeto arabo e l’adozione di quello latino. Proseguiva la marcia di avvicinamento all’Europa, e proseguiva soprattutto la lotta per la liberazione nazionale dall’influenza araba, considerata responsabile di tutte le scelte d’indole politica, religiosa e culturale che avevano allontanato la Turchia dall’Europa, accomunandola all’Asia ed integrandola nell’Islam. Attenzione: la riforma dell’alfabeto non era la riforma completa della lingua turca (che sarà portata a compimento negli anni ’30), ma soltanto il primo passo in quella direzione; era piuttosto il coronamento della riforma dell’educazione nazionale, i cui ultimi tasselli erano apposti proprio in coincidenza con la riforma dell’alfabeto. L’obiettivo era duplice: quello già ricordato di liberazione culturale dall’influenza araba, e quello della lotta contro l’analfabetismo. Ai due ordini di scuole pubbliche (le medie che risalivano ai tempi dei tanzimat9 ed i licei varati nel 1925) si aggiungevano adesso due nuovi istituti scolastici pensati appositamente per l’immensa platea della periferia rurale e montanara (fino ad allora quasi completamente analfabeta): le Scuole Rurali per i ragazzi, e soprattutto gli Istituti di Villaggio, una specie di istituti magistrali diffusi sul territorio e dediti alla formazione di maestri elementari laici e con orizzonti europei.
Completato così il primo blocco di riforme, il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 era caratterizzato da un vivace dibattito politico-culturale circa la connotazione di quello che oramai era un vero e proprio regime; dibattito che vedeva schierati da una parte coloro che esaltavano la centralità di una Costituzione ispirata a princìpi democratico-liberali, e dall’altra quanti attribuivano maggior rilevanza al ruolo del Capo ed a quello del partito-unico. Senza volere entrare nel merito della questione, è opportuno qui sottolineare come Kemal (nel frattempo insignito anche del titolo di Atatürk, cioè Padre dei Turchi) utilizzasse le strutture del Partito Repubblicano del Popolo come strumento per la creazione di una nuova classe dirigente (con connotazione politica e al tempo stesso tecnica), da sostituire a quella di matrice ottomana, falcidiata dalla crisi dell’ottomanismo e ridotta a pochi sopravvissuti di non eccelse qualità.
Per il resto, la connotazione “ideologica” del regime era codificata in sei punti, “le sei frecce di Atatürk” che lo stesso Kemal presentava al congresso del 1931 del Partito Repubblicano del Popolo: Repubblicanesimo, Nazionalismo, Populismo, Laicismo, Statalismo, Riformismo/Rivoluzionarismo. Saranno queste “sei frecce” (e segnatamente quella del nazionalismo economico, indicato come “statalismo”) a determinare la rapidissima uscita della Turchia dalla arretratezza e dalla miseria, e la sua portentosa crescita economica.
Kemal non abbandonava tuttavia la battaglia per la liberazione nazionale della cultura turca, battaglia che anzi corroborava – agli inizi degli anni ’30 – con la creazione di due strumenti di supporto: l’Istituto per la Storia Turca e la Società per la Lingua Turca. Erano proprio questi due enti, con tutta la loro attività e segnatamente con convegni internazionali di studi di alta levatura, a fornire gli elementi necessari all’Atatürk per tracciare il profilo storico, etnico e culturale di una nazione turca assai diversa dal coacervo arabo-islamico-asiatico risultante dalla tradizione ottomana. Kemal elaborava la teoria delle origini sumerico-hittite della popolazione turca: origini che la accomunavano alle grandi civiltà dell’antichità mediterranea e che la allontanavano dal mondo asiatico; origini che esaltavano una qualche contiguità alla cultura occidentale e respingevano le suggestioni panasiatiche e panislamiche che avevano caratterizzato la società turca ancòra durante il regime dei Giovani Turchi.
Strettamente connessa alla tematica storica era la questione della lingua, sulla quale il regime kemalista era già intervenuto con una prima riforma, quella dell’alfabeto. Bisognava tuttavia andare oltre, e riformare il vocabolario stesso della lingua turca, vocabolario imbastardito da secoli d’influenza araba e persiana, al punto che i termini autenticamente turchi ne costituivano – almeno nella lingua “colta” – appena il 25%. Nel 1932 era quindi lanciata una vera e propria epurazione dei vocaboli di origine straniera, il cui uso era vietato inderogabilmente: anche Allah non era più pronunciabile, ed in sua vece si doveva usare l’equivalente turco Tanri. Alla fine di questo processo (siamo ormai nel 1935) si perveniva all’elaborazione di un’unica lingua nazionale turca – il türkceh – che prendeva il posto sia della lingua colta ottomana, sia della lingua parlata che, soprattutto nelle zone più periferiche, presentava in passato differenze dialettali assai ampie e complesse.
Più o meno contemporaneamente, venivano portate a compimento le riforme “civili” iniziate negli anni ’20. L’emancipazione della donna era completata dall’attribuzione dell’elettorato attivo (nel 1932) e di quello passivo (nel 1934). E il Codice Civile era integrato dall’introduzione dello stato civile e dall’obbligo dei cognomi secondo l’uso europeo. Significativamente, in immediata applicazione di tale provvedimento, il 24 novembre 1934 la Grande Assemblea Nazionale attribuiva ufficialmente a Kemal come cognome quello di Atatürk, Padre dei Turchi.
Parallelamente, cresceva l’attenzione verso le tematiche sociali, esaltate dal rapido arricchimento del paese e dal conseguente innalzamento del tenore di vita della popolazione. Nel 1936 era promulgato un Codice del Lavoro, che – tra l’altro – introduceva la domenica come giornata di riposo settimanale, in luogo del venerdì della tradizione islamica.
Ultime riforme significative erano quelle di sapore totalitario del 1936-37: quella che attribuiva ai prefetti le segreterie provinciali del partito, e quella che modificava la carta costituzionale per accogliervi ufficialmente i postulati politici kemalisti. Così commentava la direzione del Partito Repubblicano del Popolo: «Il Governo ha il dovere di far proprie e di attuare le direttive del Partito, mentre questo ha il compito di assistere in ogni modo e con ogni mezzo il Governo. Lo Stato ha il timone della vita nazionale, il Partito la bussola.» Era un linguaggio del tutto simile a quello che, negli stessi anni, echeggiava in Italia e in altre nazioni europee.
Le scelte di politica interna, in ogni modo, non influivano minimamente sulle scelte di schieramento internazionale della Turchia kemalista, scelte improntate sempre e soltanto alla difesa dell’interesse nazionale. Così il nostro Amedeo Giannini (fra i massimi studiosi delle istituzioni internazionali del tempo) sintetizzava lo spirito della diplomazia di Kemal: «Con un gioco di equilibri e di audacie, sfruttando tutti i momenti propizi, è riuscito a creare una Turchia amica di tutti e di nessuno o, meglio, amica solo di sé stessa.»
Ma il cammino della Turchia kemalista si interrompeva bruscamente il 10 novembre 1938, quando – all’improvviso – il Padre dei Turchi veniva a mancare. I suoi funerali erano imponenti, e testimoniavano un favore popolare autentico, assoluto, certamente ineguagliabile nella storia turca.



Rievocazioni
di Michele Rallo


TURCHIA: UN REBUS
AI CONFINI DELL’EUROPA

5a parte:

IL TRADIMENTO
DELLA RIVOLUZIONE LAICA


[da “La Risacca”, aprile 2016]


LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Il dopo-Atatürk iniziava senza scosse. Nessuna vacatio: già il giorno dopo la morte del Ghazi, la Grande Assemblea Nazionale eleggeva il successore nella persona del suo più fidato collaboratore, il generale Ismet Inönü (11 novembre 1938).
Inönü era l’immagine della continuità, in politica interna come in politica estera. La Repubblica Turca continuava a vivere sui pilastri della dottrina kemalista: nazionalismo, statalismo, populismo, laicismo, monopartitismo, modernizzazione, occidentalizzazione e, nell’àmbito diplomatico, quella politica di stretta neutralità che – si ricorderà – il nostro Giannini aveva così sintetizzato: «una Turchia amica di tutti e di nessuno o, meglio, amica solo di sé stessa.»
Ma sull’Europa soffiavano venti di guerra, e il pur energico Inönü aveva qualche difficoltà a barcamenarsi fra spinte di segno diverso: si era alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, e tutti i protagonisti della scena diplomatica europea premevano sulla Turchia per acquisirla al proprio campo.
Quando il conflitto deflagrava (1° settembre 1939), Ankara guardava con speranza al progetto di un Blocco dei Neutrali a guida italiana. Ma il Blocco – avversato dagli inglesi e in un secondo tempo anche dai tedeschi – non prendeva forma, e la Turchia si ritrovava impastoiata nelle clausole di un patto di mutua assistenza militare con gli anglo-francesi; clausole che l’avrebbero obbligata a scendere in guerra nel caso di un’estensione del conflitto all’area mediterranea. Tuttavia, quando l’intervento italiano determinava un tale scenario (10 giugno 1940), Ankara si guardava bene dallo scendere in campo e resisteva imperturbabile alle pressioni britanniche.
Così come resisteva alle pressioni tedesche e italiane pochi mesi dopo, quando Hitler invitava ufficialmente la Repubblica Turca ad aderire al Patto Tripartito (14 febbraio 1941). Con la Germania, tuttavia, la Turchia postkemalista stipulava un patto di non aggressione il successivo 18 giugno, ovvero quattro giorni prima dell’attacco tedesco alla Russia.
Salto a piè pari l’elenco di tutti i successivi tentativi di Asse ed Alleati per portare la Turchia dalla loro parte. Non senza aver sottolineato, però, che entrambi quegli schieramenti mantenevano amichevoli e discreti contatti con gli ambienti musulmani, ogni giorno più insofferenti delle restrizioni poste alla loro attività dal rigido laicismo che impregnava le istituzioni kemaliste.
A un certo punto, quando – dopo Stalingrado e lo sbarco anglo-americano in Nordafrica – le sorti del conflitto volgevano a favore degli Alleati, una parte del Partito Repubblicano del Popolo (il partito unico kemalista) si convertiva alla democrazia e ad un prudente islamismo, ed iniziava un frenetico forcing sul Presidente Inönü perché la Turchia si schierasse con inglesi e americani.
Inönü resisteva fin che poteva, ma quando alle pressioni del fronte interno si aggiungevano quelle – sempre più energiche – dei governi alleati, capitolava: rompeva le relazioni diplomatiche con le potenze dell’Asse (agosto 1944) e dichiarava loro guerra (febbraio 1945).


IL MULTIPARTITISMO
Ma non era tutto, perché – a guerra finita – gli Alleati costringevano la Turchia a “democratizzare” il proprio regime, pena l’isolamento nel ghetto dei Paesi quasi fascisti, con Spagna e Portogallo.
Ancora una volta Inönü era costretto a piegarsi, archiviando il monopartitismo e consentendo che la nuova fazione filoamericana (e filoislamica) dello storico partito unico kemalista desse vita ad un nuovo Partito Democratico Turco (gennaio 1946).
Il gioco era fatto: iniziava una lunga campagna diffamatoria contro il governo, accusato di essere responsabile delle difficoltà economiche che erano un’oggettiva conseguenza dei disequilibri del dopoguerra. Il nazionalismo economico di Kemal era messo in stato d’accusa da una nuova leva di politici (e di potentati economici) innamorati del modello americano, in fraterna alleanza con i nostalgici reazionari delle istituzioni sultanali e califfali. Il risultato era – alle prime elezioni generali “libere” del 1950 – una netta vittoria del Partito Democratico e il passaggio del Partito Repubblicano del Popolo all’opposizione.
Il kemalismo era di fatto finito, anche se ciò non era ben chiaro a tutti. Così come era finita la tradizionale politica neutralista della Repubblica Turca, che infatti nel 1952 aderiva alla NATO, diventando a tutti gli effetti un pilastro dello schieramento militare proamericano (e antisovietico).
Naturalmente, il nuovo governo “democratico” iniziava a smantellare – dapprima con prudenza – le istituzioni della Repubblica kemalista, con particolare attenzione all’àmbito religioso. Nel 1953 – così – nelle scuole pubbliche era reintrodotto l’insegnamento del Corano e della lingua araba. Era uno sfregio arrogante alla memoria di Atatürk.
Intanto, la situazione economica non accennava a migliorare, malgrado l’adesione agli alti ideali del liberismo americanista. L’inflazione galoppava, ed altrettanto il debito pubblico. Nel Paese cresceva il malumore, non disgiunto da un’aperta nostalgia per le riforme degli anni ’30. Di questo stato d’animo si faceva interprete l’Esercito, che si considerava il custode dell’ortodossia kemalista, a iniziare proprio dai valori del laicismo. Da qui una serie di colpi-di-Stato militari: nel 1960, nel 1971, nel 1980, nel 1997. Tutti finalizzati a garantire la fedeltà delle istituzioni turche agli ideali kemalisti. E tutti rientrati abbastanza rapidamente, dopo un’avvenuta normalizzazione.
Al di là dei periodi di dittatura militare, comunque, in Turchia continuava il braccio di ferro tra i partiti, sottolineato da repentini cambiamenti elettorali. Inönü e il Partito Repubblicano del Popolo tornavano al governo nel 1961. Vi rimanevano fino al 1965, quando riprendeva il sopravvento il Partito Democratico, ribattezzato Partito della Giustizia (AP) e con una connotazione più marcatamente islamista. Va tenuto presente, tuttavia, che l’islamismo dell’epoca era assai diverso da quello dei giorni nostri.
Il Partito Repubblicano del Popolo tornava al potere nel 1973 con la nuova leadership di Bülent Ecevit e con una nuova connotazione di centro-sinistra, mentre il Partito della Giustizia si apprestava ad occupare lo spazio del centro-destra: entrambi nel più classico stile di un bipartitismo di matrice anglosassone.


IL REGIME DI ERDOĞAN
Seguivano una serie di avvicendamenti che non vale neanche la pena di enumerare. Ciò fino al 2002, quando le elezioni erano vinte dal nuovo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), guidato da Recep Erdoğan. A prima vista, la nuova formazione non si differenziava granché dalle altre che avevano occupato il settore di centro-destra del panorama politico turco: islamista, conservatrice, “liberale” (alla turca) e, naturalmente, filoamericana.
Poco a poco, tuttavia, cominciavano a palesarsi forti differenze rispetto al passato. A incominciare dalla figura del leader, fermamente deciso a mantenere il potere con ogni mezzo. Per far ciò, Erdogan epurava innanzitutto le Forze Armate – baluardo del kemalismo – e la magistratura. Si premuniva, così, contro la possibilità di un intervento dei militari in difesa dell’ortodossia kemalista e dei princìpi laici. Per tacere, naturalmente, della persecuzione contro ogni forma di dissenso, soprattutto quella esplicitata attraverso la stampa.
La sua politica estera era (ed è) una somma di contraddizioni: da una parte, il tentativo di far entrare la Turchia nell’Unione Europea; dall’altra, una sorta di padrinaggio nei confronti dei Fratelli Musulmani e di una parte non trascurabile del fondamentalismo musulmano; per tacere del sospetto di supportare segretamente l’ISIS.
Il resto è cronaca di oggi. Compresa la pretesa farsesca di traghettare un Paese asiatico in Europa. Con la benedizione dei tedeschi, vecchi alleati – si ricorderà – dell’Impero Ottomano.



Le Opinioni Eretiche
di Michele Rallo


DALLA TURCHIA:
VENTI DI GUERRA


[da “Social”, 4 dicembre 2015]


Quello che è successo lo sanno tutti. La Turchia ha abbattuto un aereo russo che, molto probabilmente, non aveva violato il suo spazio aereo. Quello che non si sa, invece, è che da tre anni la Turchia ha – unilateralmente e contro ogni regola del diritto internazionale – stabilito una No-fly-zone larga 8 chilometri a sud della propria frontiera meridionale, cioè all’interno del territorio siriano. Dal giugno 2012, in altri termini, Ankara fa finta che i cieli di un pezzo di Siria le appartengano, e quindi si arroga il diritto di “difendere” il nord della Siria come se fosse il sud della Turchia. Dunque, con ogni probabilità il Su-24 russo è stato abbattuto proprio su questo territorio, ove peraltro sono caduti i rottami dell’aereo; e altrettanto probabilmente – aggiungo – a violare lo spazio aereo di uno Stato sovrano (in questo caso la Siria) sono stati proprio i due caccia-killer di Ankara.
I motivi del comportamento turco – a parte la “normale” arroganza – sono due, ed entrambi inconfessabili. Uno: colpire i guerriglieri kurdi anti-Isis ed evitare ogni loro contatto con le province kurde della Turchia. Due: tutelare la zona attraverso cui si realizza l’interscambio semiclandestino Turchia-Isis (rifornimenti militari, foreign fighters, contrabbando di petrolio, eccetera).
Altra cosa poco nota (che i nostri media si sono ben guardati dal diffondere) è che – anche a voler credere che l’aereo russo fosse sconfinato – il diritto internazionale vieta che il Paese “invaso” possa abbattere il velivolo “invasore”, a meno che questo non sia in procinto di compiere azioni aggressive (bombardamenti, mitragliamenti al suolo, eccetera). E ciò, pur con tutta la protervia del caso, neanche i turchi osano affermarlo.
Terza cosa, infine, più grave e preoccupante per le sue implicazioni, anche questa taciuta al pubblico italiano. Fin dall’inizio del suo intervento in Siria, la Russia comunica dettagliatamente all’aviazione americana i piani di volo dei propri aerei, onde evitare ogni possibile incidente o collisione con i velivoli della “coalizione” a guida statunitense. Il sospetto – che Putin ha esternato senza tanti complimenti – è che gli americani abbiano comunicato i piani di volo russi ai turchi, mettendoli così in condizione di predisporre l’agguato.
Perché è particolarmente preoccupante questo ultimo fatto? Perché l’azione turca era chiaramente una provocazione: si voleva che la Russia reagisse, magari bombardando qualche obiettivo entro i confini turchi. Dopo di che – ci scommetto – sarebbe scattata la trappola: la Turchia avrebbe invocato l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico (quello che considera un attacco a un singolo Stato-membro come un attacco alla NATO nella sua interezza) e la Russia si sarebbe trovata automaticamente in guerra contro mezzo mondo. In altri termini, un invito alla terza guerra mondiale.
La Russia – si sa – non è caduta nella trappola, pur rafforzando la propria presenza in Siria e mettendo all’angolo la Turchia. Ma ciò non toglie che il tentativo di scatenare un conflitto devastante ci sia stato. E sgomenta il fatto che, fra tutti i leader occidentali, il solo Obama abbia trovato il coraggio di dire che «anche la Turchia ha il diritto di difendere le sue frontiere», fingendo d’ignorare tutti i retroscena del caso.
Quasi quasi si potrebbe pensare che la voglia di terza guerra mondiale non appartenga alla sola Turchia. E quasi quasi si potrebbe pensare che nei prossimi giorni possa verificarsi qualche altra provocazione. Magari dalle parti dell’Ucraina.



Le Opinioni Eretiche
di Michele Rallo


MAMMA, LI TURCHI”


[da “Social”, 25 marzo 2016]


Mamma, li turchi…” gridavano gli abitanti delle zone rivierasche della Sicilia e dell’Italia meridionale quando – nel ’400 e’500 dello scorso millennio – le nostre coste erano sovente visitate dai pirati “barbareschi”. Era un grido di terrore, perché gli scorridori erano soliti abbandonarsi ad ogni bassezza: distruggevano, incendiavano, uccidevano, torturavano, violentavano e, alla fine, si portavano dietro i sopravvissuti, per venderli poi ai mercati degli schiavi di Algeri, di Tunisi, di Tripoli.
Naturalmente, i pirati non appartenevano ai ranghi ufficiali dell’Impero Ottomano. Erano – se così posso dire – dei “privati” provenienti dalle colonie turche del Nordafrica, che sbarcavano il lunario come meglio potevano. Fatto sta – comunque – che il fenomeno delle scorrerie “moresche” incominciò a scemare dal 1571, quando a Lepanto le navi della Lega Santa (formata dagli Stati preunitari italiani) infersero un colpo durissimo alla flotta da guerra ottomana. In forma attenuata, comunque, la cosa andò avanti ancòra per un bel pezzo, fino ai primi decenni dell’800, quando ebbe inizio il lento ritiro turco dall’Europa Orientale. E qui mi fermo, prima di essere trascinato nel gorgo delle rievocazioni storiche: dalle spedizioni anti-pirati del comandante trapanese Francesco Tedesco (1794), fino alla rivolta popolare di Palermo contro la missione di propaganda della flotta ottomana (1799).
Perché questa lunga premessa di carattere storico? Semplicemente per ricordare – nel momento in cui si celebra l’accordo “storico” per i migranti fra la Turchia e l’UE – che la Turchia non appartiene all’Europa, e che – anzi – è storicamente nemica dell’Europa. Con una sola parentesi: quella del governo illuminato del dittatore laico Kemal Atatürk, che voleva europeizzare la Turchia liberandola dal retaggio dell’islamismo. Morto Atatürk (1938), la Turchia ha iniziato a scivolare lentamente verso una restaurazione islamica, passo dopo passo, fino a raggiungere l’apice in questi ultimi anni con il governo del fondamentalista musulmano (presunto “moderato”) Recep Erdoğan.
In ogni caso – ricordo a chi ha dimenticato la storia – basterebbe una ripassatina di geografia: uno sguardo ad una qualunque carta geografica mostrerà agli immemori che la Turchia fa parte dell’Asia e non dell’Europa. Vero è che occupa ancòra un lembo di territorio europeo (Costantinopoli e un pezzettino di Tracia orientale) ma, con ogni evidenza, ciò è soltanto il rimasuglio di un Risorgimento balcanico non portato alle sue ultime e logiche conclusioni.
Veniamo, dunque, all’accordo “storico”. Cosa prevede? Innanzitutto, una barca di quattrini: 3 miliardi di euro sùbito, più altri 3 in arrivo, che l’Unione verserà al governo di Ankara nel presupposto che le somme vengano utilizzate per assistere i profughi. Ma allora – mi permetto di obiettare – invece di riempire di soldi il dispotico governo di Erdoğan, perché non versare la somma all’organizzazione dell’ONU che assiste profughi e rifugiati (l’UNHCR) in tutto il mondo?
Andiamo avanti. La Turchia si riprenderà un numero X di immigrati irregolari sbarcati in Grecia. Ma – attenzione – per ogni immigrato irregolare espulso dal territorio europeo, l’UE sarà obbligata ad accogliere un immigrato che, agli occhi del governo turco, sarà considerato regolare. Quindi, l’accordo “storico” non toglierebbe un solo immigrato dal territorio europeo. Solamente un avvicendamento, alla pari.
Ma questo sarebbe già un risultato eccezionale, perché il medesimo accordo – sempre più “storico” – prevede l’abolizione dei visti per i cittadini turchi che vogliano “viaggiare” nell’Unione Europea. Tradotto dall’ipocrisia del linguaggio diplomatico, ciò significa il completo spalancamento delle frontiere europee ai migranti turchi, che dal prossimo 30 giugno potranno invadere legalmente l’Europa, da perfetti “regolari”. Quanti abitanti ha la Turchia? Circa 80 milioni. Senza contare i “turcofoni”, cioè coloro che parlano una lingua di ceppo turco pur abitando in uno Stato diverso, e che possono richiedere un passaporto turco: lo ha deciso Erdoğan, per motivi che sarebbe difficile sintetizzare in poche righe. Quindi, per “permutare” poche migliaia di profughi accampati fra un confine e l’altro dei Balcani, apriremo le porte a 80 milioni di turchi, più gli eventuali turcofoni. Bell’affare davvero.
Ma non è finita qui, perché lo storicissimo accordo prevede anche (punto 8° del trattato) che venga rilanciato il “processo di adesione” della Turchia all’Unione Europea. Siamo alla follìa. Perché, allora, non portare in Europa anche il Califfato? Si farebbe prima, e si eviterebbero anche tante piccole ipocrisie.
Non c’è che dire. Si tratta di un evento storico: mezzo millennio dopo la Battaglia di Lepanto, la Turchia ha sconfitto l’Europa intera. E senza sparare un solo colpo di cannone.








1 “Kemal” era in realtà un soprannome (significava “il perfetto” o “l’eccellente”), ma – secondo l’uso ottomano – era stato adottato come un secondo nome.

2 I termini “nazionalismo” e “liberalismo” vanno intesi, naturalmente, nella loro accezione ottocentesca.

3 Il titolo onorifico (e non più nobiliare) di paşhà si accompagnava al grado di generale, mentre quello di bey veniva solitamente attribuito agli ufficiali inferiori.

4 Il termine “congresso” stava ad indicare non una riunione di partito, ma una assemblea rappresentativa con funzioni simili a quelle di un parlamento.

5 La dizione esatta era Movimento [o Associazione] Nazionale per la Difesa dei Diritti dell’Anatolia e della Rumelia. Per Rumelia si intendeva, all’epoca, la sola Tracia orientale.

6 Per “regione degli Stretti” (o semplicemente “gli Stretti”) s’intende l’unicum formato dai Dardanelli, dal Mar di Marmara e dal Bosforo. Tale regione segna il confine tra l’Europa meridionale e l’Asia Minore, oltre che il canale di comunicazione fra il Mediterraneo e il Mar Nero.

7 L’omogeneità della composizione etnica della nuova Turchia era assicurata peraltro da una convenzione che regolava crudelmente – alla stregua quasi di una forma di pulizia etnica legalizzata – lo scambio delle popolazioni alloglotte con la Grecia.

8 Va però osservato che la semplificazione etnica aveva già in larga parte risolto il problema, riducendo le presenze non-turche a quote poco più che simboliche.


9 I tanzimat erano le riforme adottate in epoca ottomana.

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