domenica 29 maggio 2016

Intervista della Pravda a Fulvio Grimaldi, su Libia e paesi arabi




Primavere arabe:
un’intervista con Fulvio Grimaldi


Sono passati poco più di cinque anni dall’inizio delle “primavere arabe” e tutti i Paesi che le hanno sperimentate hanno subito sconvolgimenti che hanno cambiato drasticamente il loro volto.
La Tunisia è stata la più fortunata perché il cambio di regime, orchestrato abilmente dalle potenze Occidentali, ha portato con se un minimo spargimento di sangue mentre l’Egitto ha rimediato da poco allo sfacelo dei Fratelli Musulmani con una sorta di restaurazione militare ad opera del generale al-Sisi, il cui futuro però è ancora incerto.
Per converso, la Libia è stata interamente distrutta ed il suo leader, Gheddafi, ucciso barbaramente. La Siria è ancora in guerra contro milizie assassine iniettate dall’esterno, salvata solo dalla determinazione del suo popolo migliore e dall’intervento di alleati esterni.
Abbiamo cercato di fare il punto della situazione, ponendo alcune domande a Fulvio Grimaldi, giornalista italiano e corrispondente di guerra che ha trascorso molto tempo in Medio Oriente. In particolare, l’ultima riguarda la nostra Italia che ha partecipato e partecipa a tutte le recenti guerre coloniali americane. Infatti, come già scrisse Dante secoli fa “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero...” c’è da chiedersi cosa il destino riservi al nostro Paese.

1) Signor Grimaldi, vorrei iniziare l’intervista con questa domanda: come era la Libia prima dell’intervento Occidentale?
R) A vederla, a frequentarla era un paese sereno, pacifico, gentile, con una convivenza armoniosa tra tutte le componenti (tribù e settori sociali), con l’eccezione di uno sparuto grumo di irriducibili integralisti islamici, da sempre “curati” dai servizi occidentali nell’estremo oriente del paese. Particolarmente colpiva l’atteggiamento ospitale ed equo nei confronti degli immigrati dai paesi africani, 2,5 milioni di persone che godevano degli stessi diritti dei cittadini libici. Sul piano dei dati, bastano quelli dell’Indice di Sviluppo Umano dell’ONU che ponevano la Libia al primo posto nel Continente per distribuzione della ricchezza, servizi sociali, emancipazione delle donne, sanità, istruzione, lavoro, casa. Era un primo esempio di democrazia diretta. Intollerabile per l’imperialismo.

2) La NATO-democrazia è arrivata in Libia a suon di bombe. Ma che cosa è diventata adesso la ex Jamahiriya, a distanza di 5 anni dalla guerra?
R) E’ sotto gli occhi di tutti il “caos creativo” che l’Uccidente, la Nato, gli Usa, lasciano nei luoghi su cui non riescono ad esercitare un dominio coloniale diretto e assoluto. Resuscitando rivalità tribali secondo la regola del divide et impera, iniettando nel paese il mercenariato jihadista coltivato in Turchia e nel Golfo, hanno disgregato un’unità nazionale che Gheddafi e il gruppo dirigente libico erano riusciti a forgiare dalla macerie sociali ed economiche del colonialismo. Non solo, la formidabile volontà e capacità costruttrice del leader libico aveva anche gettato le basi per un’unità africana anticolonialista, fondata su una moneta comune, telecomunicazioni comuni, cooperazione economica su vasta scala. E’ stato forse questo, per l’Occidente, la sua colpa maggiore.

3) Che ne è stato del popolo libico?
R) E’ una tragedia immensa sul piano della coesione nazionale, della situazione sociale, della frammentazione operata dagli islamisti, usurpatori del potere a Tripoli e dagli jihadisti Isis importati. Personalmente, però, sono convinto che nel cuore del popolo libico, non manipolato e coinvolto negli scontri fratricidi, rimanga, insieme al rimpianto della Jamahiriya, la consapevolezza di essere una nazione.

4) Si parla di un governo di unità nazionale e di stivali (Occidentali) sul terreno, che ancora però non ci sono.  Secondo lei, quanto è lontana la pace in Libia?
R) Temo lontanissima. Gli avvoltoi dell’Occidente, una volta giustificato il proprio intervento diretto con l’alibi del jihadismo, riprenderanno il controllo di tutte le installazioni petrolifere e non le molleranno facilmente. Cercheranno di lasciare il resto del paese, impoverito e privato delle proprie risorse, in mano a predoni e ai Fratelli Musulmani, da sempre forze di complemento del colonialismo.

5) Cambiando Nazione ma non scenario, la Siria ha subito le stesse attenzioni NATO-democratiche della Libia, per il momento con risultati diversi. Per quali motivi?
R) La Siria ha da sempre vantato una fortissima coesione sociale, che abbracciava in un unico progetto nazionale e arabo tutte le componenti etniche, religiose, tribali. Questo le ha permesso di dotarsi di un forte e motivato esercito. In più l’impedimento alla No Fly Zone dovuto al veto di Russia e Cina ha impedito la libizzazione della Siria a suon di bombe. La fantastica resistenza di popolo, milizie e forze armate, ora al 6° anno, ha poi avuto un sostegno decisivo dall’intervento russo, il primo e unico che ha affiancato le truppe di Assad nei confronti dei mercenari Daish e al-Nusra.

6) L’intervento russo ha scompaginato la situazione sul campo portando anche alla liberazione di Palmira. La Russia ha dimostrato una civiltà superiore rispetto alle nazioni Occidentali?
R) Non so se si tratta di parlare di “civiltà”. Sicuramente, se civiltà è anche rispetto del diritto internazionale e difesa della sovranità e autodeterminazione dei popoli, la Russia si è dimostrata civilissima a fronte di autentici barbari che non si fanno scrupolo di utilizzare subumani tagliatori di teste e stupratori per conseguire i loro fini.

7) Sembra che i Russi siano prossimi a tornare. Secondo lei, quale potrebbe essere il futuro più probabile della Siria?
R) Difficile dirlo senza la classica sfera di cristallo. Se i russi si impegnano seriamente e fino in fondo accanto all’Esercito Arabo Siriano e a Hezbollah, non c’è chance per i devastatori della Siria. Ora gli aggressori stanno però giocando un’altra carta. Esaurito il compito dei jihadisti, la manovra di spartizione della Siria viene ora affidata a un’altra quinta colonna, i curdi. Sostenuti da finti patrioti siriani, e dall’aviazione e da forze speciali Usa, i curdi stanno allargando il proprio dominio a terre storicamente arabe e annunciano un’offensiva su Raqqa nel momento in cui le forze lealiste si apprestano alla conquista della capitale di Daish. E’ evidente lo scopo di promuovere la fratturazione dello stato unitario siriano.

8) Parliamo dell’Egitto. Ci sono forze che cercano di destabilizzarlo su vari fronti, ricorrendo ad omicidi mirati o a vili attentati aerei. Cui prodest?
R) L’Egitto e l’Algeria sono gli ultimi stati nazionali arabi non frantumati dall’imperialismo con l’uso dei jihadisti e dei Fratelli Musulmani loro padrini. In più sono Stati demograficamente forti e dotati di grandi ricchezze energetiche in posizioni geostrategiche importanti. Non possono essere tollerati dall’imperialismo e da Israele. L’attacco all’Egitto, che si è liberato dalla tirannia dei Fratelli Musulmani non con un colpo di Stato militare, ma con una insurrezione popolare di 33 milioni di egiziani, che poi ha permesso l’accesso al potere di un generale disponibile a rapporti anche con la Russia e con paesi europei, è iniziato. Si sta svolgendo con l’oscena operazione Regeni, un operativo dell’intelligence angloamericana (Oxford Analytica) da questi sacrificato, con l’abbattimento degli aerei russo ed egiziano, con il terrorismo dei Fratelli Musulmani su vasta scala. Per il cui prodest bisogna guardare agli Usa, ai britannici, all’Ue, a Israele.

9) Chi è il generale al-Sisi? Può essere davvero la risposta ai problemi attuali dell’Egitto?
 R) Il generale Abdel Fatah al-Sisi si è presentato come erede di Gamal Abdel Nasser, il liberatore dell’Egitto e il promotore della liberazione panaraba. Se lo sia lo si vedrà. Intanto ha risposto a un appello popolare vincendo largamente le elezioni e ha liberato il paese dalla morsa integralista della quinta colonna dei Fratelli Musulmani. Si sta adoperando per dare una soluzione nazionale e araba alla crisi libica, contro le interferenze colonialiste della Nato, si muove con indipendenza sullo scacchiere geopolitico, coltivando rapporti con chiunque. Pur di farlo fuori, cercheranno di distruggere l’Egitto, a partire da campagne di feroci diffamazioni, poi sanzioni e interventi. Successivamente toccherebbe all’Algeria.
10) Ho un’ultima domanda per lei. Non crede che la Storia presenterà il conto, prima o poi, anche a questa Italia che agisce con tanta leggerezza in politica estera?
R) Me lo auguro. Ma chi potrebbe presentarlo al posto nostro? E da noi si dorme. La Storia è fatta dagli uomini e qui siamo circondati e rappresentati da omuncoli.


Costantino Ceoldo – Pravda freelance

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