sabato 21 febbraio 2026

Analisi di Francesco Dall'Aglio sulle trattative di Ginevra tra Russia, Ucraina ed USA...

 

Ginevra. Non fiori ma opere di bene...

Come al solito, cosa si siano dette le due delegazioni (tre contando anche quella statunitense) a Ginevra non lo sappiamo; i rispettivi governi hanno detto che hanno lavorato bene e che si sono registrati dei passi in avanti anche se sui punti fondamentali non c’è ancora accordo eccetera, insomma nulla di diverso dal solito. Quello che invece è insolito è il gran numero di indiscrezioni sulla situazione interna ucraina che i media ucraini e dell’anglosfera hanno fatto venir fuori con un tempismo, e in una quantità, decisamente sospette.
Quando ancora era in corso la prima giornata di negoziati, infatti, l’Economist ha fatto uscire un pezzo di Oliver Carroll, il suo corrispondente degli esteri, nel quale si parla di una divisione all’interno della stessa squadra ucraina (link 1, visto che l’articolo dell’Economist è dietro paywall condivido quello di Ukrainska Pravda che lo cita quasi per intero). Secondo Carroll si sono formate due fazioni, una guidata da Budanov e apparentemente più disposta a fare qualche concessione pur di arrivare in breve tempo a un accordo, e un’altra ancora sotto l’influsso di Yermak, nonostante sia stato giubilato, che invece si dimostra più intransigente. Quali siano le concessioni a cui è disposto Budanov, però, Carroll non lo dice, e non dice nemmeno quale sia la posizione di Zelensky. Potremmo, ma il condizionale è d’obbligo, mettere questa notizia in relazione con quella riportata qualche giorno prima, il 12, da The Atlantic, stando alla quale ‟alcuni consiglieri” di Zelensky si sarebbero detti, ovviamente in anonimato, a concessioni territoriali che riguarderebbero l’annosa questione del ritiro delle truppe ucraine dalla parte di Donbas che ancora controllano (link 2). Su questo, però, Zelensky non sarebbe d’accordo e nei giorni scorsi lo ha ribadito più volte, ad esempio in una lunga intervista rilasciata ad Axios (link 3) nella quale ha detto che il popolo ucraino non gli consentirebbe di cedere parti del territorio nazionale: ‟Emotivamente, la gente non lo perdonerebbe mai. Mai. Non perdonerebbero me, non perdonerebbero gli USA”. Ha poi aggiunto che ogni decisione e ogni concessione dovrà passare per un referendum, anche la questione territoriale: se il conflitto terminasse con gli eserciti nelle posizioni in cui si trovano ora, senza altre concessioni territoriali, la gente potrebbe accettarlo, o almeno così lui crede.
Si tratta di una posizione ben diversa dalle precedenti, non solo da quella francamente irrealistica del ritorno ai confini del 1991 ma anche delle proposte di qualche me se fa. Il problema vero è capire cosa esattamente si intende per ‟accettare”: accettare la fine del conflitto ma considerare le terre conquistate dai russi come occupate, quindi legalmente ucraine, o accettare che facciano parte legalmente della Federazione Russa? Non è una differenza da poco, tutt’altro. È, anzi (almeno secondo me, e posso ovviamente sbagliarmi) il problema sul quale non si riesce a trovare un accordo: non la quantità di territorio da cedere, ma il suo status giuridico. Perché se l’Ucraina semplicemente prende atto della situazione, ossia della sua incapacità a riconquistare le regioni occupate, ma le considera giuridicamente come sempre appartenenti all’Ucraina (e ha ovviamente tutti i diritti di farlo) questo significherebbe che la Russia le occupa illegalmente: l’Ucraina avrebbe quindi il diritto di provare in futuro a recuperarle, anche con la forza, e tutte le sanzioni inflitte alla Russia resterebbero in piedi (mentre se accettasse che quelle terre non sono più Ucraina ma Russia cadrebbe la ragione principale delle sanzioni stesse). Di conseguenza il conflitto non finirebbe mai, proprio come la ‟soluzione coreana” di cui tanto si parlava tempo fa, la Russia sarebbe obbligata a continuare a spendere cifre enormi e a mantenere in piedi un’apparato militare numerosissimo, sempre assoggettata alle sanzioni, e se tra qualche anno l’Ucraina e suoi alleati decidessero di riconquistare i territori perduti non potrebbe sostenere di essere stata attaccata. Nell’articolo non si accenna alla questione giuridica, si parla solo di una proposta statunitense che prevederebbe il ritiro delle truppe ucraine dal resto del Donbas e l’istituzione di una ‟zona economica libera” e smilitarizzata, ma da Washington, fa sapere Axios, non hanno indicato a chi, secondo loro, quel territorio dovrebbe appartenere formalmente (ne parla anche il New York Times, link 4). Ovvio quindi che questa sia la concessione che l’Ucraina è disposta a fare ma che la Russia non accetterà mai, per cui si torna sempre al punto di partenza.
Altre questioni, in ordine sparso. Ungheria e Slovacchia hanno bloccato le esportazioni di gasolio in Ucraina (sono tra i primi fornitori) finché l’Ucraina non permetterà nuovamente il transito del greggio russo nell’oleodotto Družba. L’Ungheria, fanno sapere da Budapest, ha riserve per più o meno 90 giorni e siccome la Croazia non intende permettere il transito del greggio russo nel suo oleodotto Adria, non ha altre alternative al Družba. Per andare sul sicuro, diciamo, hanno anche bloccato il ‟prestito” europeo di 90 miliardi in favore dell’Ucraina. Faccenda spinosa, soprattutto perché, a quanto pare, anche l’Unione Europea starebbe cercando di convincere l’Ucraina a riaprire i rubinetti (link 5). Contemporaneamente, Associated Press pubblicava un lungo articolo su Zaluzhny (link 6) nel quale si ripetono alcune cose già note, o almeno sospettate, da un paio d’anni (tanto che distrattamente ho pensato fosse un articolo di allora) ma che nel nostro spazio mediatico non hanno avuto il minimo risalto: la controffensiva del 2023 è stata un disastro perché la leadership politica (ovvero Zelensky) ha deciso per un piano di più attacchi in contemporanea mentre Zaluzhny voleva concentrare tutto il potenziale in un’unica direzione, e nel 2022 i servizi di sicurezza ucraini hanno condotto un’ispezione nel suo ufficio mentre era presente una delegazione britannica, durante il quale Zaluzhny ha chiamato Yermak dicendogli che se non li avesse fatti andare via avrebbe chiamato l’esercito per cacciarli a fucilate. Nulla di nuovo, ripeto (almeno per chi segue la stampa ucraina e non i tweet dei vari Visegrad24 e JayinKiyv riportati pari pari dai nostri competenti), ma la coincidenza temporale è sicuramente interessante.
Altra intervista che da noi è passata sotto silenzio è quella di Unian a Roman Pohorili, il fondatore di Deepstate (penso sappiate tutti di che si tratta), nella quale si è fatto il punto della controffensiva ucraina di cui molto si parla di questi giorni. Il parere di Pohorili è abbastanza raggelante: ‟smettete di parlare di offensive. Oggi non possiamo lanciare offensive. Anche se lo facessimo non riusciremmo a tenere le posizioni, come a Kursk. Non abbiamo abbastanza uomini nemmeno per tenere in piedi la linea di difesa” (link 7). A rimorchio è arrivata l’immancabile Mariana Bezuhla (link 8 ) che se l'è presa, anche qui come al solito, con Syrs'kyj e con Zelensky (che ha parlato di 300, non più 200, chilometri di avanzata), accusandoli senza mezzi termini di mentire.
Questa è la situazione. Tutti si preparano al dopoguerra che, come spesso accade, sarà molto più rognoso della guerra.

Francesco Dall'Aglio




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