lunedì 19 dicembre 2016

Roma e Milano e la malasorte politica - Riflessioni veloci sullo zelo delle procure contro i sindaci di Roma e Milano


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E’impossibile e sbagliato accomunare l’avviso di garanzia a Sala con l’arresto di Marra. I singoli personaggi sono entrambi il vecchio marcio travestito da nuovo, ma il peso politico delle amministrazioni che rappresentano è diverso e diverso è il loro ruolo.
La giunta Raggi è un problema di governabilità per i vertici della Repubblica Pontificia (parliamo pur sempre della loro capitale e del centro dei traffici e degli intrighi di ogni tipo) nonostante stia assicurando continuità con certi poteri forti, nascondendosi dietro al fatto che “certe delibere erano state decise in precedenza” (…in particolare da Tronca, aggiungiamo noi. Però il sindaco è lei e se una delibera va stralciata, la stralcia!).

La giunta Sala è il rigurgito della peggio criminalità organizzata nell’affare EXPO, tinta di arancione e decantata dai perdenti nati della sinistra borghese (eccetto le spoglie del PD post referendum, non esiste più nessun partito che ha sostenuto Sala nel giugno scorso), è l’unica grande città rimasta in mano alla cricca Renzi e a chi le ha retto il sacco.

Ma è da escludere che il terremoto politico a Roma sia indipendente da quello milanese. Sono fatti diversi, ma sono legati. Il più evidente ed epidermico legame attiene alla crisi politica in corso nel paese, al vicolo cieco in cui i vertici della Repubblica Pontificia si sono infilati con il governo “di responsabilità” Gentiloni-Renzi-Bergoglio e alle possibili elezioni politiche all’orizzonte. “Muoia Sansone con tutti i filistei”, cioè: fare fuori il M5S a qualunque prezzo. Anche al prezzo di sacrificare un faccendiere qualunque prestato alla politica e imposto al governo di Milano.

La Raggi paga il conto di aver consentito il prosieguo delle manovre speculative e antipopolari per mano dei palazzinari romani (Tronca ne era il prestanome e capofila, il Vaticano è il nocciolo duro), di non essersi opposta a sfratti e sgomberi, di aver solo minacciato di sottomettere la Curia alla legalità italiana, di aver solo minacciato di fare pulizia nel sottobosco della malavita fascista – politico – clericale di Roma. Ha promesso e promesso e non ha combinato ancora nulla. Ha promesso fuoco e fiamme, ma ha continuato a permettere che vecchie autorità medievali facessero il bello e il cattivo tempo. A fare la voce grossa senza essere conseguenti non si guadagna niente. Così, da “anche la Curia paghi le tasse” al “Buona onda” al Papa, è stata servita: invisa ai poteri forti, ma soprattutto senza il sostegno, decisivo, delle masse popolari.

Il M5S ora deve porre fine al nascondino a cui ha giocato fino a oggi. Se persiste a invocare onestà, legalità, rispetto delle regole, elezioni subito, ecc. finisce inghiottito da un vortice creato dai vertici della Repubblica Pontificia e alimentato da sé stesso. Se perde Roma sotto accuse gravi (la maggior parte false, ma insomma, Marra, ex di Alemanno, lo hanno scelto loro…), se cede alla manovra denigratoria, se offre il fianco alle speculazioni mediatiche sulle firme false, se cade nelle beghe interne da pollaio è perso, finito, disgregato. Dopo l’arresto di Marra, Grillo ha revocato una manifestazione a Siena sull’affaireMonte dei Paschi. Male, molto male. L’unica forza residua del M5S è attingere dalla mobilitazione delle masse popolari. Che esca nelle piazze! Che faccia valere quella credibilità di cui ancora gode. Che si allei subito con la parte sana di quegli esponenti del movimento sindacale, politico, della società civile, delle amministrazioni locali che sono disposti. Non a un accordo elettorale, ma a operare come comitato di liberazione nazionale.

Tutto sulle nostre teste. Mentre c’è che tira un sospiro di sollievo perché con il voto del 4 dicembre “abbiamo salvato la Costituzione”, mentre c’è che si incazza perché il nuovo ministro dell’istruzione ha la terza media, mentre c’è chi si accapiglia perché “il M5S sono come gli altri” e scrive frasi sgrammaticate sui social network per imitare, a detta loro, gli elettori medi del M5S, il programma comune dei vertici della Repubblica Pontificia prosegue, alle condizioni particolari dettate dalla batosta che hanno preso con il referendum. Per dirne una, la più importate, stanno distruggendo il CCNL. Sembra che fra i vincitori del referendum, denigratori e sostenitori del M5S e M5S stesso, se ne siano accorti solo gli operai e pochi altri. Ma del resto è normale, sono gli operai che si accorgono prima e meglio di quello che succede, perché in un posto di lavoro in cui sei obbligato a rimanere di notte anche se le condizioni di salute impongono che ti sia cambiato il turno, in un posto di lavoro dove alla fine ci muori, sei pure costretto a farti più attento rispetto a come vanno le cose del mondo. E dunque, alla faccia di chi è convinto e si sgola per convincere che la classe operaia non esiste più, sono gli operai ad aver preso il testimone della vittoria del NO del 4 dicembre. Non il Tribunale di Roma o di Milano. Non Gentiloni. Non il M5S. Non la Raggi (per senso del ridicolo omettiamo Sala e Pisapia…). Sono gli operai a evitare che tutto succeda sulle nostre teste.

Bando al tifo da stadio e agli opinionismi. Ai lamenti, alle scuse e ai teatrini. La strada è a un bivio. Le sorti del paese in mano alle fazioni dei vertici della Repubblica Pontificia alle prese con colpi di mano e regolamenti di conti fra loro oppure le sorti del paese in mano alla mobilitazione degli operai e delle masse popolari. La Costituzione in mano a chi ne decanta i valori e intanto trama (chiagni e fottioppure l’applicazione della parte democratica e progressista della Costituzione nelle mani di chi ha combattuto per ottenerla. Aspettiamo un governo di responsabilità nazionale degli irresponsabili ladri, accattoni, speculatori, cardinal-bertoni oppure costituiamo un governo di emergenza delle organizzazioni operaie e popolari.

Achille

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)

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