martedì 22 novembre 2016

Una riforma "altra", diversa da quella di renzi


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Se Renzi non fosse un burattino nelle mani del potere finanziario e delle
burocrazie europee, non si sarebbe mai sognato di progettare una riforma
costituzionale: avrebbe continuato a giocherellare con la sua immagine, con
l’album delle sue figurine. Invece, gliel’hanno ordinato, e lui obbedisce.
Penso che nemmeno questa volta la riforma passerà – a meno di clamorosi
brogli: hanno assoldato legioni di scrutatori “embedded” – poiché il popolo
italiano è stanco e sfiduciato, e non è scorretto “vendicarsi” sul
referendum, poiché quando le leggi elettorali sono delle truffe
incostituzionali, si combatte come si può, anche a suon di sberleffi
(pensate cos’hanno fatto gli americani ad Hillary!).*

*Eppure, una riforma del Parlamento e delle amministrazioni periferiche
sarebbe necessaria: siamo certi che, se il popolo avvertisse davvero che si
tratta di una consultazione (e non di un voto basato su ricatti e frustate,
come al solito) risponderebbe diversamente, poiché gli italiani – almeno in
larga parte – non sono degli stupidi. Proviamoci va, tanto siamo certi che
non ci ascolteranno mai, ma qualcuno che ascolta ci sarà, ed a noi basta.*

*Gli scopi di una vera riforma devono essere due: risparmi sui costi
inutili ed una maggior efficienza verso i cittadini, cosa fattibilissima e,
proprio nello spirito del dibattito democratico che Renzi non attua, il
quadro che seguirà spero che servirà come base di discussioni, ovviamente
motivate.*

*Il Parlamento*

*Fino al 1990 (circa) il sistema era bloccato dalla Guerra Fredda e dalla
divisione in blocchi: Camera e Senato erano delle fotocopie, e dunque il
sistema reggeva, anche se era inutilmente duplicato. Oggi, siamo al
parossismo: per composizione, sono quasi due diversi parlamenti e ciò
deriva da leggi elettorali sconsiderate. In questo quadro spadroneggiò un
Presidente-padrone – Napolitano – ed oggi regge solo per la presenza del
muto Mattarella: la “riforma” l’hanno già attuata e il Parlamento non conta
più niente, il vero potere è del governo, grazie all’uso sconsiderato del
decreto-legge. Non servono due Camere, né serve creare una camera dedicata
alle amministrazioni locali, poiché – inevitabilmente – entrerebbe in
conflitto con la camera “nazionale”. Piuttosto, serve una Camera che lavori
e, per lavorare bene, ha bisogno del costruttivo apporto della Corte
Costituzionale e di un Presidente dotato di parola: doppia lettura per ogni
legge, inframmezzata da un’analisi dei costituzionalisti – per evitare di
avere parlamenti e leggi incostituzionali, come oggi avviene – quindi
recepire, nella seconda lettura, i “paletti” costituzionali e valutare
anche le note a margine, non obbligatorie. In circa sei mesi una legge
sarebbe pronta: una buona legge, che non sarebbe necessario emendare il
giorno dopo, soprattutto se si tornasse a legiferare per comparti omogenei,
non inserendo un comma sugli allevamenti di mucche da latte nella riforma
dell’esame di maturità. Sui numeri e sugli eletti del Parlamento, torneremo
dopo.*

*Le Regioni*

*Fino al 1980 circa, le Regioni non esistevano: inserite nel 1970, solo
dopo un decennio iniziarono a far sentire il loro peso. Quasi sempre
funesto. Proprio ieri sera parlavo con un funzionario regionale, il quale
mi confessava che le Regioni – pur dovendo amministrare vasti territori –
sono schiave di una incommensurabile forza centripeta. Se il 100% vige a
Milano, a Brescia è soltanto più un 50%, mentre in Valcamonica quasi si
perdono le opportunità, le notizie…pur vivendo nel Web 3.0. Inutile: ogni
livello cerca d’ottenere qualcosa per sé, per la propria parte politica o
affaristica (spesso multi-partitica) ma, soprattutto, sul proprio
territorio. Ovvio che il territorio dove sorge il capoluogo è il più
avvantaggiato: ne abbiamo visto i frutti, in termine di malaffare, sotto
tutti i cieli. Sinceramente, non riesco a trovare un solo vantaggio, una
sola opportunità in più offerta dalle Regioni, anche se tutte fossero
equiparate a quelle autonome. E’ il sistema che non funziona: le Regioni
hanno canali diretti con l’UE e li adoperano per dirottare fondi destinati
verso l’occupazione e la piccola impresa verso i vari carrozzoni
controllati dalla politica. In questo senso, sono un vero e proprio danno:
l’unica soluzione è gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, senza
ripensamenti.*

*Le Province*

*Siamo giunti al parossismo: dopo avere strombazzato ai quattro venti
l’eliminazione delle Province, nel 2016 si sono tenute – lo dico per coloro
che non se ne sono accorti – le Elezioni Provinciali. Elezioni di “Secondo
livello”, le chiamano, ovverosia i sindaci ed i consiglieri comunali votano
una sorta di Presidente della Provincia con gli assessori – senza
emolumenti, per carità! (e i gettoni di presenza? A quanto ammontano?) – i
quali avranno il compito…di gestire l’azzeramento delle Province! Per
quando? Non si sa: immaginiamo non prima del 2050… Se volete, leggete il
mio ultimo articolo e capirete che razza di sordida cloaca siano diventate
le amministrazioni provinciali “rinate”: non per questo, però, l’impianto
napoleonico è da buttare. Per come stanno le cose oggi, però, c’è da
buttare il bambino, l’acqua del bagnetto e spaccare pure la vaschetta.*

*I Comuni*

*Non so da quanto tempo non vi recate in Comune: non un grande Comune,
cittadine di qualche migliaio d’abitanti o poco più. Un tempo, c’erano un
paio d’impiegati all’anagrafe, il vigile od il messo, un’impiegata
all’amministrazione, il geometra, il segretario o poco più. Osservate oggi.
Decine e decine di persone che volteggiano, girano, salgono e scendono
scale, cercano qualcuno, telefonano, fotocopiano, consultano, lavorano al
computer…ma cosa fanno? Il lavoro glielo trovano – sicuro – con tutto
l’ambaradan di nuove leggi e leggine che mutano ogni mese…ma…a cosa serve
tutto quello sciame di api operaie ronzanti? In fin dei conti, e mi
dispiace dirlo per chi crede di svolgere un’attività socialmente utile,
servono a mantenere una base elettorale sicura, tramite il favore, la
raccomandazione, il posto sicuro. Per questa ragione i Comuni hanno piante
organiche sempre più ampie.*

*In Italia, ci sono quasi 10.000 comuni. Una decina sono città di rango
internazionale, altre duecento circa hanno importanza nazionale poiché sedi
d’industrie, città d’arte, snodi ferroviari, porti, località turistiche,
ecc. Circa 9.000 Comuni sono, in gran maggioranza, borghi agricoli dove
l’agricoltura sta morendo per mancanza…d’agricoltori! A differenza della
Francia e della Germania – che hanno pressappoco un agricoltore sotto i 35
anni contro un altro 65enne, un rapporto di sostituzione di 1:1 – in Italia
il rapporto è di 8:1, ossia 8 vecchi per un giovane. Inutile ricordare che,
ogni anno che passa, si riducono le superfici coltivate ed i boschi
avanzano, inesorabili: ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza d’idee,
poiché le idee fanno impresa, generano ricchezza. E, non dimentichiamo, la
ricchezza – sia essa legno o grano, oro o pirite – si trova nel territorio,
non in piazza Navona.*

*L’ampiezza di un Comune non supera le decine di chilometri quadri: estrema
frammentazione del territorio (per ragioni storiche), fra i più densamente
popolati del pianeta. Oltre il confine, segnato a volte da un fiume, altre
da un semplice cartello affisso nella pianura c’è un altro Comune, magari
differente per Storia e monumenti, ma identico per territorio, per bisogni,
per possibilità. Il Comune, oggi, non ha fondi da destinare a nulla, se non
alla propria sopravvivenza: le frane richiedono anni di lavoro, perché
bisogna aspettare che la Regione stanzi, che la Provincia approvi…e così
via. E le transenne restano, perché i fondi devono andare al sostegno
elettorale, che gli frega a loro se noi bestemmiamo, fermi al semaforo
della frana.*


*Un tentativo di riunire più Comuni, per lo più accanto ad aree urbane, fu
portato a termine durante il Fascismo, ma non in molte realtà: l’esempio
genovese è forse il più “classico” come esempio, laddove i comuni di
Voltri, Pegli, Sestri, Pra, Nervi…eccetera…divennero la “grande” Genova.
Nessuno, però, ha mai immaginato di riunire più Comuni distanti da una
città in realtà amministrative autonome, realtà omogenee per territorio ed
attività economiche: un’intera vallata, ad esempio, oppure una porzione di
pianura fra due fiumi. Cosa porterebbe?*

*Quanto costano oggi*

*Ogni lavoratore o pensionato paga, annualmente, circa 700 euro per le
amministrazioni locali (Regioni e Comuni): siccome gli occupati sono 22
milioni 498 mila ed i pensionati 15,8 milioni (fonte: ISTAT), paghiamo per
queste istituzioni circa 26 miliardi l’anno. Cifre da legge Finanziaria:
tanto per fare un paragone, il governo Renzi ha stanziato, quest’anno, 7
miliardi per le pensioni, che è uno dei maggiori stanziamenti dell’attuale
legge. Ma non finisce qui. Mancano le Province, che si approvvigionano
tramite una quota sulle assicurazioni auto più le onnipresenti multe,
diventate un vero cespite anche per i Comuni: ci sono Comuni che
inseriscono nel bilancio di previsione la quota percentuale di quanto
dovranno aumentare nell’anno successivo! Il “crimine” previsto,
quantificato e tollerato. Bolli, tasse, addizionali, TARES, TARSU, TOSAP…è
difficilissimo stimare quanto costano queste amministrazioni, poiché – ad
esempio – in quello delle Regioni c’è da conteggiare la Sanità, in quello
delle (ex?) Province gli interventi di manutenzione delle scuole…qualcuno
ipotizza addirittura un costo totale di 90 miliardi l’anno…ma non ci sono
cifre certe…è proprio necessario?*

*Premetto che le ipotesi che seguiranno sono pensate per l’attuale
situazione, vale a dire la presenza dell’UE anche se, personalmente, credo
che uscire dall’Europa e dall’Euro sarebbe la prima e più necessaria
medicina: non perché un impianto europeo sia disdicevole, ma nelle mani di
questa gente – e per come è stato pensato e realizzato – è una vera
iattura.*

*Ipotesi di discussione*

*Accorpando in gruppi di 15-20 Comuni i circa 9.000 piccoli comuni
italiani, si otterrebbero 450-600 unità territoriali – Comunità, Distretti,
Comprensori, Dipartimenti, mini-province…chiamateli come desiderate – le
quali avrebbero a disposizione (osservando le attuali piante organiche)
almeno 100-200 dipendenti fra impiegati, operai, vigili, ecc, quali
sarebbero i vantaggi? Venti cantonieri che spingono una carriola
raggiungono gli stessi obiettivi di venti cantonieri – provvisti dei
necessari macchinari – che riparano una frana? Od una perdita d’acqua?
Oppure tagliano alberi caduti? Lo stesso dicasi per gli impiegati, i
vigili, ecc: si potrebbero ottenere non dei risparmi di scala, bensì dei
vantaggi di scala. Senza dimenticare che, per gli aspetti amministrativi,
già oggi (vedi Germania) è possibile inviare e ricevere documenti via
Internet, comodamente da casa.*


*Ogni Comunità avrebbe un Consiglio ed un Presidente, ed eleggerebbe un
parlamentare ogni cinque anni: una sola giornata elettorale ogni 5 anni,
fine delle elezioni ogni anno. Se ci pensate, la pratica delle elezioni
“frazionate” è soltanto una necessità degli attuali partiti: quella di
controllare continuamente i rapporti di forza. I costi delle elezioni? E
che gliene importa a loro? Nei vecchi Comuni rimarrebbero un modesto
ufficio per le pratiche più comuni: anagrafe e poco altro e le Pro Loco,
organismi nati dal basso dove si creano, con la sperimentazione per la
valorizzazione del territorio, i futuri amministratori e politici. I comuni
di “cintura” alle grandi città diventerebbero quartieri della città stessa,
ovviamente.*


*Ogni Comunità dovrebbe essere dotata di una piccola astanteria (10-15
posti letto) per le emergenze, mentre la Sanità “maggiore” – i grandi
ospedali – tornerebbero sotto lo Stato: riflettiamo che, prima della
riforma, mantenevamo un Poggiolini (l’ispettore dei farmaci con i lingotti
d’oro sotto il divano), oggi ne manteniamo venti, uno per Regione.
Inserendo come capoluogo la cittadina più grande e popolosa, le scuole già
ci sarebbero: sarebbe poi compito delle amministrazioni occuparsi di
completare gli iter formativi, secondo le esigenze. Molto importante creare
una giustizia locale per il “piccolo cabotaggio”: incidenti di varia
natura, piccoli furti, sfratti, separazioni, confini, ecc. lasciando i
compiti più difficili, le inchieste ecc. nelle mani dei giudici nei grandi
tribunali: tornerebbe, rivisitata, la figura del pretore, giudice
monocratico e, nella nuova riforma, unico grado di giudizio (al massimo, un
ricorso ad un altro pretore). La giustizia spicciola, grosso modo, funziona
così in Gran Bretagna.*


*Dal punto di vista fiscale, sarebbe necessario un ribaltamento delle
attuali prassi: stabiliti i costi generali dello Stato (ossia Difesa,
Giustizia, Sanità, Scuola) – anno per anno, e dando potere esecutivo alla
Corte dei Conti di limitare gli “incrementi” – tutte le altre entrate
rimarrebbero alla Comunità. In questo modo, le Comunità avrebbero fondi
propri per gli investimenti sul territorio, oppure potrebbero optare per un
ridimensionamento del prelevo fiscale. Le grandi città, all’opposto,
vedrebbero frazionata la loro gestione: pur mantenendo un Consiglio
Comunale (per il controllo e la supervisione generale), il vero potere
(ossia i soldi) andrebbero nelle mani delle Circoscrizioni, ovvero dei
quartieri, in base alla popolazione residente. In questo modo, non ci
sarebbero più quartieri poco popolati che fanno la parte del leone e
quartieri-dormitorio che si dividono le briciole. Anche in questo caso,
vigerebbe il federalismo fiscale sopra esposto, mentre tutte le leggi
elettorali sarebbero proporzionali, senza nessun premio di maggioranza e
con uno sbarramento al 3%.*

*Il nuovo Parlamento*


*Il Parlamento, rimasto unica camera di rappresentanza, dovrebbe lavorare,
e parecchio. Una settimana lavorativa di cinque giorni (Lunedì-Venerdì),
non come oggi (Martedì-Giovedì): per contrappeso, la quarta settimana del
mese rimarrebbe chiuso, cosicché i parlamentari possano tornare nei collegi
ed ascoltare le novità, le richieste, i bisogni…partecipando, in veste
d’uditori, alle riunioni del Consiglio di Comunità. Oltre al referendum
abrogativo – senza quorum (c’è forse un quorum per le elezioni?) – sarebbe
necessario il referendum propositivo: 500.000 firme, ma un anno di tempo
per raccoglierle, ed il parlamento sarebbe obbligato ad esaminarlo subito,
non infilarlo nel cassetto “ricordi e depositi” come fanno per le leggi
d’iniziativa popolare. Sarebbero da riformare anche i regolamenti
parlamentari, l’abuso del decreto-legge nella formazione delle leggi e
molto sulla Giustizia, ma sono argomenti che esulano da questa trattazione.*

*Conclusioni*

*A qualcuno sembrerà l’uovo di Colombo, ad altri un sistema irrealizzabile,
ad altri ancora una schifezza: provate a ragionare, io propongo un sistema
che dimezza i costi centrali e sopprime due amministrazioni locali su tre.
Carlo Bertani - http://carlobertani.blogspot.it  - http://carlobertani.blogspot.it

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