Kaliningrad torna al centro dello scontro tra Russia e NATO. Mosca ha inviato all’Alleanza un documento nel quale denuncia un aumento dell’attività militare ai confini occidentali e accusa la NATO di condurre esercitazioni che simulerebbero anche l’isolamento dell’exclave russa. L’avvertimento è pesante: in caso di minaccia al proprio territorio, la Russia afferma di essere pronta a ricorrere “all’intero arsenale” a sua disposizione.
La NATO respinge le accuse, ribadisce la natura difensiva delle proprie esercitazioni e condanna la retorica nucleare russa. Ma il problema va oltre Kaliningrad.
Secondo Giacomo Gabellini, l’Europa starebbe entrando in una fase nella quale dichiarazioni, esercitazioni militari e continui allarmi rischiano di rendere familiare ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso impensabile. “È come alzare la temperatura un grado alla volta”, osserva Gabellini.
Il rischio, nella sua lettura, è quello di abituare progressivamente l’opinione pubblica europea all’idea di un confronto con Mosca e, parallelamente, rendere più accettabili riarmo e maggiori spese militari. Gabellini sottolinea inoltre i segnali di crescente militarizzazione provenienti dalla Russia e interpreta il rafforzamento delle forze armate russe come parte di una preparazione a un confronto di lungo periodo con l’Occidente.
Il paradosso è che, mentre cresce la tensione, il segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato che non esiste al momento una minaccia imminente contro il territorio dell’Alleanza. Ed è proprio questa distanza tra allarmi, minacce e rassicurazioni a far sorgere la classica domanda spontanea: quanto siamo vicini alla escalation? La sensazione è che siamo davvero vicini.
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