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venerdì 13 aprile 2012

Retroscena dei rapporti strani fra Turchia e Israele - Il dönmeh Erdogan: "Business is business"

Dipinto di Franco Farina


A un anno dal massacro della Gaza Freedom Flottilla, i legami economici e militari tra la Turchia e l’entità sionista sono in pieno boom, mettendo da parte il mito che le due nazioni avessero tagliato (o anche leggermente ridotto) i loro contatti.

Due articoli, uno del quotidiano Hurriyet della Turchia e uno del New York Times, danno un quadro convincente della stretta integrazione economica e militare di cui Israele e Turchia continuano a godere, nonostante la finta postura di Erdogan.

Menashe Carmon, un uomo d’affari israeliano che è nato a Istanbul, ha detto al New York Times (9) che poche settimane dopo il massacro della flottiglia, “Non c’erano compagnie israeliane che stessero lasciando la Turchia“, e che “Il business è business, e null’altro, e che gli investimenti sono crescita.”

L’articolo del NYT sosteneva, inoltre, che secondo funzionari turchi una stretta cooperazione tra Israele e l’esercito turco continuava dietro le quinte, anche dopo lo spargimento di sangue della flottiglia: Poche settimane dopo il raid alla flottiglia, una delegazione militare turca era arrivata in Israele, per apprendere come utilizzare lo stesso velivolo senza pilota utilizzato da Israele per dare la caccia ai militanti palestinesi nella Striscia di Gaza. L’affare dei droni da 190 milioni dollari non era stato cancellato, anche se gli istruttori israeliani in Turchia furono richiamati dopo il raid.

Doron Abrahami, membro dello staff presso il Consolato israeliano a Istanbul, aveva anche rivelato che una importante collaborazione nella ricerca e sviluppo, tra Israele e Turchia, era stata commissionata solo poche settimane dopo l’assalto alla Mavi Marmara. Questa era solo una delle 20 analoghe iniziative di collaborazione:
“Gli affari sono affari“, ha detto, mostrando un invito del 15 luglio, co-firmato dalle agenzie economiche di Turchia e Israele, poche settimane dopo il raid israeliano, che invitava le aziende israeliane e turche a presentare offerte per una ricerca cofinanziata e sviluppata, una delle oltre 20 operazioni del genere che si diceva fossero in corso.

L’Export Manager della società turca Necat Yuksel (che ha importato 40 milioni di dollari di prodotti chimici da Israele, nel 2009), ha rivelato che le vendite da Israele non hanno mostrato segni di rallentamento. In realtà, non un solo contratto era stato annullato.

Circa un anno dopo, un dirigente della turca Yakupoglu aveva parlato con Hurriyet, nel maggio 2011. Il manager aveva rivelato (10) che la Turchia acquistava equipaggiamenti bellici high-tech da Israele, mentre l’esercito d’Israele veste prodotti turchi, soprattutto gli stivali dell’esercito. Inoltre, parlando un anno dopo l’attacco alla flottiglia, il manager rivelava che non vi era stata alcuna interruzione negli affari della sua azienda con Israele.
Il commercio tra Israele e la Turchia ha raggiunto il picco di 3,442 miliardi di dollari, alla fine del 2010 (l’anno del massacro della flottiglia), rispetto ai 2,580 miliardi nel 2009.

Uriel Lynn, presidente della Camera Centrale di Commercio israeliana e di Tel Aviv, ha detto a Hürriyet che “i rapporti commerciali Turchia e Israele sono sempre più forti, nonostante i conflitti politici … i turchi e gli israeliani non sono in lotta; il boom del commercio in entrambi i paesi dimostra che … il commercio e gli investimenti bilaterali non sono stati affatto colpiti dalla situazione politica.”
Nel secondo trimestre del 2011, la Turchia era il principale partner commerciale d’Israele nella regione, e il secondo nel mondo, secondo Ahmet Reyiz Yilmaz – a capo del Gruppo Yilmazlar – da 17 anni coinvolto nei grandi progetti edilizi in Israele.
Insieme, tutte queste relazioni di poco dopo l’attacco flottiglia, e di circa un anno dopo, dimostrano chiaramente che non c’era assolutamente alcuna sospensione degli strettissimi legami economici e militari tra Israele e Turchia. Qualsiasi degrado percepito nelle relazioni era solo retorica, il massacro della flottiglia di Gaza non ha avuto alcun effetto significativo sul partenariato tra l’entità sionista e la Turchia.


Note
(...)
‘Turkey and Israel Do a Brisk Business’, Dan Bilefsky
‘Business as usual between Turkey, Israel’ – Hürriyet Daily News
Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora


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Commento di Giorgio Vitali:

NON CONCORDO. LA TURCHIA NON HA PIU' BISOGNO DI TUTELE. VA AVANTI PER CONTO SUO E NON PUò PERMETTERSI DI PERDERE ZONE DI SUA COMPETENZA FIN DAI TEMPI DELL'IMPERO (che le fu sottratto proprio dagli Atlantici) La geopolitica della Turchia non può che essere eurasiatica. GV.

lunedì 28 novembre 2011

Zona Euro... "...mò so' cazzi amari!" un'espress​ione cruda, ma rappresent​ativa

Gott mit uns - or - In gold we trust (All other pay cash..)?

Minestrone caldo caldo di notizie catastrofiste fresche fresche

Crisi: Moody's, a rischio rating Ue, possili più default - Le probabilità di più default fra i paesi dell'area euro "non sono più insignificanti e aumenterebbe significativamente la possibilità che uno o più paesi escano da Eurolandia". L'allarme è dell'agenzia di rating Moody's, secondo la quale "l'euro è a un bivio che la porterà o verso una più stretta integrazione o verso una maggiore frammentazione". Bisogna agire subito, avverte Moody's che prevede di completare la revisione dei rating dell'area euro nel primo trimestre 2012.

Cameron: "Situazione Italia è pericolo per Eurozona" Così il premier inglese sulla crisi che sta affrontando il nostro Paese e i rischi di contagio.
LONDRA - La situazione dell'Italia "è chiara e rappresenta un pericolo per l'Euro e l'Eurozona. In Gran Bretagna dobbiamo preparaci a ogni eventualità". Sono le parole del premier britannico David Cameron in un discorso sulla crescita.
"L'Italia è la terza economia dell'area Euro. Il suo stato attuale rappresenta un pericolo chiaro e pressante all'Eurozona e il momento della verità si sta avvicinando velocemente. Quello che sta accadendo in Italia - ha proseguito Cameron -è un avvertimento a ogni Paese, ogni governo che non abbia un piano credibile per gestire debiti e deficit eccessivi. Si deve avere un piano e bisogna rispettarlo. Se i leader dell'Eurozona vogliono salvare vogliono salvare la loro moneta, i governi e le istituzioni dell'euro devono agire adesso. Più aspettano e più aumenta il pericolo".

Nyt: l'euro può saltare, le banche preparano piani di emergenza. Ft: manovra Monti avvolta nella nebbia.

Le maggiori banche al mondo si preparano a quello che, fino a poco tempo fa, sembrava impensabile: la disintegrazione dell'area euro. Lo riporta il New York Times, sottolineando che molti istituti di credito, quali Merrill Lynch, Barclays Capital e Nomura hanno pubblicato decine di rapporti in settimana nei quali esaminano questa eventualità. Secondo un sondaggio di Barclays Capital su 1.000 clienti, la metà delle banche ritiene che almeno un paese lascerà l'area euro, il 35%che sarà solo la Grecia e uno su 20 che tutti i paesi della periferia dell'Europa usciranno il prossimo anno. Nel Regno Unito, Royal Bank of Scotland mette a punto piani di emergenza nel caso in cui l'impensabile diventi realtà. Negli Stati Uniti le autorità di regolamentazione spingono le banche, fra le quali Citigroup, a ridurre la loro esposizione verso l'area euro. La stessa operazione, con un monitoraggio dell'esposizione delle banche, starebbero attuando in Asia le autorità di Hong Kong. In Germania, Tui, il gigante del turismo tedesco, ha di recente spedito una lettera alle catene alberghiere della Grecia chiedendo che i contratti vengano rinegoziati in dracme per tutelarli da eventuali perdite se la Grecia uscisse dall'euro.A fronte dell'allarme oltraoceano, in Francia e in Italia, invece, «le banche non stanno mettendo a punto piani di emergenza perchè hanno concluso che una disintegrazione dell'area euro è impossibile» evidenzia il New York Times, «anche se banche come Bnp Paribas, Societe Generale, Unicredit e altre hanno scaricato nel recente periodo decine di miliardi di debito sovrano, il pensiero è che ci sono pochi motivi per fare di più».».

Dopo quello che si è visto questa settimana, il crollo dell'eurozona sembra a portata di mano. In particolare perchè, con il flop dell'asta dei Bund, la crisi del debito sovrano ha minacciato di investire la stessa Germania, pilastro della stabilità europea. Ieri, inoltre, Standard & Poor`s ha tagliato il rating del Belgio evidenziandone l'impossibilità di ridurre in tempi rapidi il fardello del debito. Le agenzie di rating hanno avvertito che la Francia potrebbe perdere la sua tripla A e giovedì scorso hanno abbassato i rating di Portogallo e Ungheria a livello spazzatura. Vaciago: fantascienza monetaria

«Il New York Times non spaventi il prossimo» e se è vero che «non ho mai visto una crisi così grave, seria, che da anni va avanti producendo milioni di disoccupati, allora prendiamo in mano i problemi concreti e diciamo basta alla fantascienza monetaria». Così l'economista Giacomo Vaciago, liquida l'ipotesi di un probabile crollo della moneta unica e spiega: «Dall'euro esci comprando dollari, yen sterline, questo è il termometro». Il vero punto su cui agire in fretta è la crescita.Il battesimo del governo Monti

Da New York a Londra, oggi la stampa anglosassone oggi non ci risparmia nulla. Critico e caustico arriva anche il commento del Financial Times sull'Italia e sul «battesimo di fuoco del premier Mario Monti: mentre tutti aspettano di sapere dove cadrà la scure di bilancio, non c'è ancora chiarezza sulle misure di emergenza pianificate». Le manovre di bilancio di Monti «sono avvolte nella nebbia» e «gli italiani che hanno riposto fiducia in lui stanno diventando un pò nervosi», scrive il quotidiano economico britannico, citando il comunicato ufficiale del Consiglio dei ministri che «ha fatto poco per aumentare la fiducia». E ricorda ironicamente che «in cima all'agenda dell'atteso cdm c'è stata la discussione di accordi bilaterali con le Mauritius e le Isole Cook e una legge per fermare dannosi sistemi antivegetativi sulle barche, i cui effetti prevedono la crescita di organi genitali maschili sulle conchiglie di mare».

sabato 26 novembre 2011

Il New York Times da per imminente la fine dell'Euro... sarà vero?!



Dobbiamo suonare un po' un'altra campana... altrimenti non c'è abbastanza varietà di musica... Personalmente non so se valga la pena di continuare una politica economica comunitaria, -con una moneta comune, intendo- però in questi tempi di rampanti "consumisti" bancari la moneta può venire usata anche come modo per sancire una "residua" sovranità degli stati.. In questo caso gli stati a cui mi riferisco sono l'Europa... E sarebbe un peccato che l'unione europea fallisse per motivi di speculazione economica... Anche perchè nel gioco del globalismo se ne avvantaggerebbero altre compagini più "aliene" al nostro mondo ed al nostro pensiero di abitanti del vecchio continente.. Non faccio nomi nè riferimenti per non offendere nessuno.. Ma in fondo -chissà- potrebbe magari anche essere un bene (nel futuro) che i giochi si spariglino... Staremo a vedere o staranno a vedere quelli che saranno rimasti in vita.... (Paolo D'Arpini)

Comunque ecco qui un intervento "tradizionalista" di Lucrezia Reichlin

La stabilità - La Bce intervenga con più forza sui mercati

L'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) è un principio fondamentale che garantisce i cittadini contro la possibilità che pressioni politiche la inducano a creare inflazione. È giusto quindi che Angela Merkel l'abbia difeso nel corso della riunione a Strasburgo con Mario Monti e Nicolas Sarkozy, escludendo dall'ordine del giorno la Bce.

Tuttavia, la domanda da porsi non è se la Bce debba salvare l'Italia o
altri Paesi «peccatori» ma se la sua politica sia in linea con il suo mandato.In quanto segue vorrei spiegare perché un intervento della Bce con l'obbiettivo dichiarato della compressione dello spread tra tassi d'interesse sui titoli sovrani è un'azione necessaria all'adempimento del suo mandato di stabilizzazione dei prezzi e non il suo contrario.In tempi normali il consiglio Bce persegue l'obbiettivo della stabilità dei prezzi con un solo strumento, cioè determinando il livello del tasso d'interesse a breve termine.

L'idea è che quest'ultimo poi si trasmetta a tassi più a lungo termine, cioè ai tassi sui prestiti bancari che regolano le condizioni a cui imprese e famiglie ottengono finanziamenti. I tassi a cui si finanziano gli Stati sono anch'essi legati a questi ultimi, ma contengono anche un fattore di rischio che dipende dalle aspettative che il mercato ha sulla solvibilità del Paese.Dalla crisi finanziaria del 2008 il meccanismo di trasmissione tra il tasso d'interesse determinato dalla Bce e i tassi effettivi che determinano le condizioni del credito si è interrotto per via dell'incertezza sullo stato di salute delle banche e quindi del rischio di credito.

Di conseguenza, la Bce, per adempiere al suo mandato, ha dovuto usare altri strumenti oltre al tasso d'interesse a breve tra cui operazioni speciali che facilitano la liquidità per le banche e, dalla primavera del 2010, l'acquisto sul mercato secondario di titoli degli Stati sotto stress. Se la Bce non fosse intervenuta in questo modo non ortodosso, l'Europa avrebbe vissuto una crisi finanziaria gravissima e il sistema bancario sarebbe andato velocemente al collasso.

Altre banche centrali nel mondo hanno messo in opera simili operazioni per contrastare la crisi.La crisi del debito sovrano cominciata in Grecia nel 2010, acuitasi nel 2011 e ormai estesa a gran parte dell'area, ha aggiunto un altro elemento di distorsione tra tassi d'interesse poiché il tasso che si esige per prestare soldi a un Paese fragile è più alto di quello di un Paese solido e la differenza riflette il rischio Paese.

Queste differenze tra tassi sui titoli di Stato hanno determinato condizioni di finanziamento del debito sovrano molto diverse tra Paesi, con conseguenze sul costo del credito. Una banca spagnola che ha in bilancio molti titoli spagnoli è colpita negativamente quando questi titoli si svalutano a causa del fattore rischio Spagna. Inoltre, essa ha maggiori difficoltà delle banche dei Paesi a basso rischio nel reperire liquidità sul mercato. Questi costi inevitabilmente si trasferiscono sul costo del credito per i consumatori e le imprese spagnole.

Per la Bce questo crea un problema di politica monetaria che non si era mai manifestato nella storia dell'euro. Questa stabilisce un tasso d'interesse guida uguale per tutti i Paesi, ma la trasmissione tra questo tasso e il costo del credito risulta molto diverso tra di essi: i tassi d'interesse effettivi sono molto più alti in Spagna che in Germania, per esempio.

In gergo si dice che il meccanismo di trasmissione della politica monetaria non è omogeneo, cioè la Spagna subisce una politica monetaria che è effettivamente diversa da quella tedesca. È lecito chiedersi se questo non sia in contraddizione con il principio della politica monetaria unica. La risposta non è semplice. Da un lato una banca centrale non deve agire in modo da illudere il mercato che non ci sia rischio Paese quando questo c'è: una tale politica ucciderebbe ogni incentivo per i governi a mettere in atto il risanamento del bilancio. Dall'altro, per perseguire la stabilità dei prezzi in tutti i Paesi, la banca centrale deve far sì che il meccanismo di trasmissione dal tasso a breve ai tassi effettivi sia omogeneo. Se il fattore rischio riflettesse un reale problema di solvibilità per alcuni Stati, la Bce si troverebbe a far fronte ad un dilemma.

Ma se quest'ultimo fosse distorto in quanto causato da un attacco speculativo dei mercati alla cui origine c'è un problema di liquidità e non di solvibilità, il da farsi è chiaro. Francoforte deve intervenire per adempiere al suo mandato di stabilità dei prezzi, cioè non per salvare gli Stati, ma per far funzionare la politica monetaria. In pratica è difficile distinguere tra solvibilità e liquidità, ma la posta in gioco è troppo alta per poter peccare per il timore di sbagliare. Per ragioni di politica monetaria e per adempiere al suo mandato la Bce dovrebbe darsi un obbiettivo quantitativo sugli spread e programmare gli interventi di acquisto di titoli di Stato e le operazioni di liquidità alle banche necessarie per raggiungere questo obbiettivo.

L'annuncio di tale obbiettivo avrebbe un effetto rassicurante per i mercati e darebbe lo spazio ai nuovi governi dell'Europa per mettere in atto le riforme strutturali necessarie a navigare verso una rotta più virtuosa nel lungo periodo. Farlo non significa rinnegare il mandato, ma, al contrario, perseguirlo.

Lucrezia Reichlin

venerdì 24 giugno 2011

Daniele Carcea: "Grecia verso il fallimento.. o verso una nuova primavera?"




"La Grecia ci precede, con la fiaccola dell'indipendenza economica e politica..." (Saul Arpino)

La situazione non è facile per niente, la logica ci spingerebbe a dire che la Grecia dovrebbe uscire dall’Europa unita, ristrutturare il suo debito promettendo di restituire solo una parte del capitale, tornare alla dracma, alla svalutazione competitiva per rilanciare la sua economia, passare male

Come mai la Grecia si trova sull’orlo della bancarotta? Negli anni ‘80 per la Grecia parte la trasformazione: iniziano ad arrivare i fondi europei, arriva la ricchezza, o meglio l’illusione della ricchezza, vestiti di marca, automobili nuove, un mutuo facile per tutti e senza garanzie, le carte di credito in ogni portafoglio, poi arrivarono le Olimpiadi, aumentarono i fondi stanziati e quindi aumentarono ancora i debiti. Siamo nel Paese dei balocchi, nel Bengodi. Ma la situazione non è poi così diversa da molti altri Paesi occidentali, in primis dagli Stati Uniti: le nazioni si sviluppano con la produzione, con il consumo, con la crescita, ma se tutto questo avviene sempre e comunque tramite l’indebitamento, alla fine i nodi vengono al pettine e i debiti vanno pagati.

L’induzione al consumo tramite l’indebitamento è la madre di tutte sciagure: apparentemente tutti si arricchiscono, ma in realtà è solo un’elite che si arricchisce, quella che produce il denaro dal nulla, tramite la leva finanziaria, che poi viene prestato: il sistema finanziario e le banche tramite il sistema delle Banche Centrali; invece i cittadini, che di fatto,vivono al dì sopra delle loro possibilità, si indebitano privatamente e pubblicamente, cioè attraverso l’aumento dei debiti pubblici, i debiti cosiddetti Sovrani, e alla fine si impoveriscono. Perché la Grecia è stata fatta entrare per forza in Europa? Questa è una domanda logica, che qualsiasi persona di buon senso ha il dovere di fare? Gli è convenuto?

Sicuramente è convenuto a Goldman Sachs, la banca d’affari americana, accusata di aver aiutato la Grecia a truccare i conti del suo bilancio: secondo il “New York Times”, Goldman ha usato una serie di meccanismi definiti: swap che hanno permesso alla Grecia di ipotecare alcuni settori della propria economia mascherando parte del debito alle autorità comunitarie di Bruxelles, queste operazioni in questione, perfettamente legali, non appaiono come prestiti bancari ma come vendite con pagamenti differiti. In particolare, la Grecia avrebbe finanziato parte del suo deficit sulla sanità pubblica impegnando i futuri introiti sulle tasse aeroportuali, i pedaggi autostradali e gli incassi legati alle lotterie di stato.

Goldman Sachs nel 2001 costituì dei veicoli particolari uno dei quali denominato Eolo, come il dio dei venti, che assumeva le passività in cambio di impegni su introiti futuri del governo greco e consentiva di non farli contabilizzare nel bilancio pubblico; in cambio chiaramente furono pagati profumatamente.
Il governo socialista Papandreou, invece, poco dopo l’insediamento ha svelato il trucco dei conti: il deficit di bilancio non era del 3,5% ma del 13% e da allora i Greci si sono ritrovati improvvisamente poveri e la favola è finita. Sono quasi due anni che l’incubo per i greci sta andando avanti, un giorno vengono salvati da altri fondi europei e un altro sono destinati a dichiarare il default, la bancarotta più o meno controllata.

Sicuramente i cittadini greci hanno delle colpe: quella di non essersi accorti che stavano vivendo al di sopra delle loro possibilità e quella di aver eletto dei governanti che hanno pensato solamente ad ottenere il consenso, il virus di tutti i sistemi democratici.

A questi cittadini greci però ora si chiedono sacrifici immani, oltre a tutti quelli che già da un anno e mezzo sono stati messi in atto, ora si prospetta la vendita pezzo per pezzo della penisola ellenica, comprese le stupende isole che la circondano.

E i greci non la stanno prendendo bene, e si stanno letteralmente rivoltando contro questo tremendo giro di vite, non solo non credono più in quei partiti che li hanno governati, ma sentono che il tremendo giro di vite viene imposto da corpi estranei, Unioni europee, fondi monetari internazionali, Banche Centrali, mercati finanziari, istituzioni di nominati sovranazionali che decidono la politica economica del loro Paese. Come ha ben detto Guido Biancardi http: //notizie.radicali.it/articolo/2011-05-23/editoriale/quale-la-vera-patria-dei-draghi: I draghi ed i draghetti da destinare a grandi aziende monopolistiche pubbliche “strategiche”, sono stati covati lì dove il resto non conta (è il luogo del "vuolsi così..." dantesco), dove si perpetua il dominio del privato aristocratico (forse ancora strettamente dinastico ma con genealogie ormai labili) in forme di Demos. La rivolta intanto, sta proseguendo e aumenta giorno dopo giorno di intensità e in non pochi temono che alla fine per far cessare le proteste si possa arrivare ad una svolta autoritaria. E quella Si, che sarebbe una buona scusa per fare uscire la Grecia dall’Europa.

La situazione non è facile per niente, la logica ci spingerebbe a dire che la Grecia dovrebbe uscire dall’Europa unita, ristrutturare il suo debito promettendo di restituire solo una parte del capitale, tornare alla dracma, alla svalutazione competitiva per rilanciare la sua economia, passare male i primi anni in mezzo a grosse difficoltà per poi riprendersi negli anni successivi.

Invece tutto questo appare impossibile: non è prevista una procedura di uscita dall’Unione Europea, è stata pensata solo quella per entrarvi, per molti economisti,dichiarare il default della Grecia, significa innescare un effetto domino su gli altri Paesi europei, quindi il diktat è la Grecia va salvata in tutti i modi.

E’ questo il balletto di richieste e dichiarazioni che si sente da diversi giorni, ma fondamentalmente da un anno e mezzo. La Germania che per ragioni elettorali, ma non solo, vorrebbe che le banche di tutto il mondo con i titoli greci in portafoglio accettassero la ristrutturazione del debito, magari allungando le scadenze e accettando tassi sostenibili dallo Stato greco, insomma vorrebbero scaricare una parte dell’operazione salvataggio Grecia sui privati anziché tutta sugli Stati Europei, per la Bce invece un’operazione di questo tipo equivarrebbe a dichiarare il default della Grecia è conseguentemente rischierebbe appunto l’effetto contagio con il possibile attacco della speculazione mondiale sui debiti sovrani degli altri Paesi facenti parte del gruppo dei Piigs, l’anello mediterraneo più l’Irlanda.

Sembrerebbero quasi convincenti se non sapessimo che molte banche europee hanno decine e decine di miliardi di euro di titoli greci in pancia, (quelle italiane in minima parte), molte di queste banche sono proprietarie delle banche centrali del proprio Paese, e queste sono proprietarie della Banca Centrale Europea, il cerchio si chiude mostrando un conflitto di interessi colossale: la BCE garantisce l’equilibrio dell’Unione Europea o i bilanci delle banche private che si finanziano al tasso dell’1,25% e poi mettono i soldi su titoli di Stato che rendono il 5%,il 10%fino al 15%?

E poi la domanda delle domande! Perché i mercati attaccano i Paesi più deboli dell’Europa, ma i veri Paesi messi veramente male, con conti pubblici, se possibile ancora peggiori, come Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone vengono (almeno per ora) lasciati in pace?

Daniele Carcea