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domenica 17 giugno 2012

Daniele Carcea: "Secondo attacco all'Italia, con l'appoggio dei poteri forti..." -



Il secondo attacco al nostro Paese è partito, a distanza di un anno esatto dal primo. Ormai è chiaro come funziona il giochetto: si spara sui Paesi Europei a turno, la speculazione prende di mira una preda alla volta e quando parte la spreme (la preda) facendo il giochetto del vendo i titoli del debito pubblico prima delle aste, per ricomprarli dopo qualche giorno, con tassi di interesse più alti e quindi rendimenti più alti.

Il gioco funziona bene, aiutato anche dalla resistenza della Merkel e dei tedeschi, che impongono all’intera Eurozona sacrifici immensi, mentre loro continuano a finanziare il loro debito e le loro industrie a tasso zero. Le manovre del governo Monti si stanno mostrando, come già ampiamente previsto recessive; cioè, anche se tendono al pareggio di bilancio, di fatto non lo otterranno, perché agevolano la spirale di calo della produttività, e quindi delle entrate che avrebbero dovuto garantire l’azzeramento del deficit.

Gli interventi drastici abbattono la domanda di beni e servizi e quindi si rivelano controproducenti in uno scenario globale già in crisi. E ora esce dal cilindro, la carta della vendita del patrimonio pubblico condito magari dalla Privatizzazione di altre importanti quote delle più grandi aziende nazionali.

Sull’onda dell’impennata dello spread si provvederà al secondo round della svendita del patrimonio italiano, come avvenuto nel 1992, quando sotto la supervisione di Mario Draghi (si sempre lui), allora giovane direttore Generale del Tesoro, si affidò alle grandi banche anglosassoni, (si sempre loro, quelle divenute too big to fail) tutta l’operazione di Privatizzazione e Trasformazione in SPA di Ina, Enel, Eni, Iri ecc., per fare cassa e iniziare l’opera di contenimento del deficit e del rapporto debito pubblico/pil, che però inizierà a calare solamente alcuni anni dopo.

Non può non generare perplessità il fatto che si debba intervenire con questa urgenza, che non ha una giustificazione pratica e reale, se non quella di dare una risposta alla speculazione che da un anno si è scatenata sui Paesi Europei. Per fare serie riforme che portino al risanamento dei bilanci, ci vuole tempo e gradualità, altrimenti non si fa che aumentare l’impatto della recessione globale dovuta alla mancanza di concessione di liquidità, da parte delle banche, piene ancora di titoli tossici, derivati e molta altra roba di dubbia qualità, che non è ancora emersa alla luce nei loro bilanci.

Riformare sì, ma non per pagare tassi sul debito pubblico del 5,6 o 7%, solamente perché la BCE è stata pensata diversamente da tutte le altre banche centrali mondiali, cioè non è stata prevista nel suo Statuto la possibilità di comprare i titoli del debiti sovrani europei alle aste del mercato primario, di comportarsi di prestatore di ultima istanza che riesca a tenere bassi i tassi di interesse stampando moneta.

Come si fa ad aumentare le tasse ai cittadini di un Paese, per pagare gli interessi di bot e bpt a banche e fondi nazionali ed internazionali, che prendono i soldi dalla BCE, per comprare i titoli, a tassi intorno all’1%.

Ci sono numerose soluzioni che devono essere approntate da subito, superando le resistenze “da inflazione” della Merkel: intanto eurobond, project bond, proposta Visco, 60% dei debiti in unico calderone garantito, ed altre formule, sarebbero già meglio di niente, ma c'è una proposta dirompente fatta qualche mese fa dall’ex Ministro francese Rocard e presentata negli ultimi due comitati di Radicali Italiani da Marco Cappato, per sterilizzare il mercato e quindi i tassi di interesse: fare comprare i titoli del debito pubblico di tutti i Paesi europei, dalla BEI: Banca Europea degli investimenti.

La Bce non è autorizzata a prestare agli stati membri, ma può dare denaro senza limiti agli organismi creditizi pubblici (art. 21.3 dello statuto) e alle organizzazioni internazionali (art. 23), dunque, può prestare alla Bei (Banca europea per gli investimenti) allo 0,01 per cento o alla Cassa depositi e prestiti ed esse possono prestare allo 0,02 per cento agli stati che si indebitano per rimborsare vecchi debiti.

Niente impedisce di mettere in opera questo meccanismo immediatamente e di tenerlo in piedi per 6 mesi, un anno o anche più. Non appena dovesse essere fatto un annuncio del genere dalla BCE, i tassi di interesse dei titoli dei Paesi attualmente sotto il tiro della speculazione, crollerebbero, dopo poco i riflettori sull’Europa si spegnerebbero e d’incanto non si sentirebbe più parlare di crisi dell’eurozona.

Questa operazione può essere avviata chiedendo nello stesso tempo agli Stati di continuare l'opera di risanamento dei bilanci, magari in maniera meno recessiva. Un po' di inflazione farebbe sicuramente meno male di questo tiro al piccione.

Daniele Carcea

martedì 6 marzo 2012

Mario Draghi, il pusher delle banche, ed il prestito della BCE per drogare vieppiù il sistema....

...l'uomo delle banche.. ha detto sì.. alle banche!

Anche la seconda operazione di rifinanziamento delle banche europee è andata: La BCE ha concesso 529 milioni di euro in prestiti a 3 anni, dopo aver ricevuto richieste da 800 banche, molte di più rispetto all’operazione simile dello scorso anno. Da fine dicembre ad oggi Mario Draghi ha dato alle banche europee 1.000 miliardi di euro, in due tranche, al tasso dell’1%.

La disponibilità in questa asta era di quantità illimitata e il prestito avrà la durata di tre anni, a differenza delle normali aste dove la durata è molto breve.
Fino ad ora i capitali della prima grande iniezione di liquidità sono stati parcheggiati prevalentemente nel mercato overnight, cioè vengono riconsegnati giorno per giorno alla BCE stessa in attesa di tempi migliori, in cambio di tassi risibili; una parte di questa liquidità è stata usata dalle banche per ricomprarsi sul mercato prima della scadenza, ad un prezzo inferiore al valore nominale le obbligazioni, da loro stesse emesse, ottenendo così dei buoni guadagni, un’altra parte è finita nell’acquisto dei titoli del debito pubblico dei Paesi dell’eurozona e solo una piccola parte è andata a finanziare l’economia: le imprese e le famiglie, così come auspicato da tutti, anche perché, le banche europee (ma anche quelle inglesi e americane) hanno molti "titoli tossici" in pancia e fanno fatica a ripagare i debiti in scadenza.

E’ interessante però capire come avviene tecnicamente questa operazione, come avviene cioè la concessione di denaro da parte della BCE? Perché ci troviamo di fronte a meccanismi abbastanza strani e arzigogolati.

Le banche hanno un solo obbligo: quello di consegnare alla Banca Centrale titoli in garanzia, si tratta in gergo di un “pronti contro termine”. La BCE per favorire il più possibile le banche private in questa situazione di grossa sofferenza del credito, di possibile credit crunch, ha allargato il ventaglio dei titoli che è possibile dare in garanzia, come collaterale. Prima della precedente asta fu fatta dal governo italiano una legge per permettere alle banche di emettere dei titoli obbligazionari fittizi, garantiti dallo Stato stesso, che avevano lo scopo unico di essere consegnati alla BCE come collaterale in cambio della liquidità.
Si tratta di titoli che non vengono venduti agli investitori, ma titoli creati ad hoc per questa operazione, emessi e auto-comprati.

Il Governo Monti e altri governi sono intervenuti, dando la possibilità di emettere nuove obbligazioni, su cui lo Stato pone la garanzia, per un importo massimo pari al patrimonio di vigilanza di ogni istituto; gli istituti possono quindi creare «artificialmente» nuovi titoli, con il solo scopo di darli in garanzia alla Bce.

Per questi nuovi titoli, le banche dovranno pagare allo Stato una commissione, leggermente inferiore all’1%, per la garanzia offerta.

Questo 1% si somma all’1% che dovrà essere pagato alla BCE, per il rifinanziamento, costo di questo tipo di operazione quindi un 2% circa. Si crea una situazione assurda, nella quale lo Stato garantisce dei titoli fittizi che vengono dati alla BCE in garanzia, da parte delle banche private, a copertura della liquidità richiesta, la quale liquidità verrà ridata (in parte) agli Stati stessi nel momento in cui questi hanno bisogno di soldi perché i loro titoli di Stato sono scaduti e vanno rimborsati. Si può facilmente comprendere che si crea uno circolo vizioso, dove il denaro stampato fa uno strano giro, e in questo giro lo Stato paga degli interessi a soggetti privati che di fatto non danno nessun valore aggiunto a quel denaro stampato dal nulla, ma si mettono in tasca degli interessi che servono a ripianare i bilanci disastrati dalle operazioni speculative che ben conosciamo, improntate al dogma del profitto ad ogni costo e all’azzardo morale. Chiaramente la quantità di titoli ceduta come collaterale è molto inferiore alla moneta ottenuta e quindi le banche hanno la possibilità di ottenere molto più denaro grazie al meccanismo definito “effetto leva”.

Questo allargamento della qualità dei titoli da poter mettere a garanzia è avvenuto in tutti i Paesi europei, così come avvenne negli Stati Uniti all’indomani dello scoppio della bolla dei subprime.

Le banche prima hanno dato in garanzia titoli di Stato e obbligazioni private di un certo tipo, con un certo rating, da dicembre, poiché la quantità di titoli di buona qualità in loro possesso era finito, è stato allargato il gruppo di titoli che è possibile offrire come sottostante, proprio per la grande situazione di sofferenza in cui queste si trovano.

La BCE ha stampato in questa maniera moneta, dandola alle banche private e ha effettuato una sorta di quantitative easing sul modello americano; mentre però la Fed compra direttamente i titoli sul mercato primario perché la legge lo consente, la BCE deve dare questa moneta alle banche private, che a loro volta compreranno, pur non essendone obbligate, ma in conseguenza della moral suasion esercitata dai governi e dalla Banca Centrale stessa, titoli dei debiti pubblici sovrani. In questo modo Draghi ha aggirato il divieto dello Statuto della BCE, e la contrarietà della Germania e ha fatto un regalo alle banche che si mettono in tasca grazie al carry trade sui tassi di interesse, cospicui proventi. Prendono il denaro all’1% e investono al 5/6%.

Con questa operazione di immissione di liquidità si evita una situazione drammatica di stretta creditizia, un’altra grossa crisi bancaria, ma si interviene sul contingente, si droga ancora di più il sistema, così come viene fatto in tutto il mondo, con questo sistema si rimanda la resa dei conti e la resa dei conti fra un po’ di tempo potrebbe essere ancora più dura dell’onda che ci verrebbe addosso ora, se i nodi di un indebitamento globale insostenibile venissero affrontati.
E per ultimo, c’è sempre una maggiore quantità di persone che si chiedono come mai i titoli non vengono comprati direttamente dalla BCE? E poi c’è un’altra fetta di persone “ancora più ingenua” che si chiede ma perché non vengono comprati dallo Stato stesso? La risposta pare che sia: “per via dell’inflazione che scaturirebbe”, ma quasi nessuno viene convinto dalla risposta!!

Daniele Carcea

giovedì 23 febbraio 2012

La bella bolla blù della finanza vuota..


Attualmente ci troviamo in un sistema del credito bloccato, il denaro non circola, le banche non si fidano fra di loro, il mercato interbancario non funziona, i 480 miliardi di euro di iniezione di liquidità targata BCE fanno molta fatica ad essere prestati alle imprese e prevalentemente vengono parcheggiati nel mercato overnight, cioè vengono riconsegnate giorno per giorno alla BCE stessa in attesa di tempi migliori, in cambio di tassi risibili.

LA GRANDE BOLLA DEI DEBITI

A distanza di 3 anni e mezzo dallo scoppio dell’attuale crisi economico-finanziaria, la situazione non è per nulla cambiata: la mole dei valori finanziari continua ad essere 10 volte superiore, quella dell’economia reale.

Questa enorme bolla formata prevalentemente dagli strumenti finanziari “derivati”, creati grazie alla deregolamentazione dei mercati avallata dai governi di tutto il mondo, è destinata ad esplodere facendo danni difficilmente calcolabili.Attualmente ci troviamo in un sistema del credito bloccato, il denaro non circola, le banche non si fidano fra di loro, il mercato interbancario non funziona, i 480 miliardi di euro di iniezione di liquidità targata BCE fanno molta fatica ad essere prestati alle imprese e prevalentemente vengono parcheggiati nel mercato overnight, cioè vengono riconsegnate giorno per giorno alla BCE stessa in attesa di tempi migliori, in cambio di tassi risibili.

Nell’immediato, un maggiore impegno della BCE come prestatore di ultima istanza nell’acquisto di titoli, per abbassare i tassi di interesse è auspicabile per allentare le tensioni; ma sul lungo periodo è l’intera bolla che va in qualche modo sgonfiata”.


Oggi, vengono chiesti grossi sacrifici ai cittadini che inevitabilmente sfoceranno in disordini sociali, e intanto ci si prepara in a svendere i cosiddetti gioielli di famiglia degli Stati, replicando in vasta scala la brutta pagina di Privatizzazioni all’italiana iniziata nel 1992, sul Panfilo inglese Britannia, trasferendo ancora una volta in mano dei grandi gruppi finanziari, i monopoli naturali e pezzi importanti per l’economia. La gigantesca bolla in cui siamo immersi, è un’immane catena di Sant’Antonio, dove si crea debito con altro debito in una spirale senza fine, così come è successo con gli ormai famosissimi mutui subprime, che sono stati impacchettati, cartolarizzati, e sparsi in tutto il mondo, rimbalzando da una banca all’altra, da un fondo all’altro, fino ai cittadini consumatori, ignari dei prodotti che sono andati a sottoscrivere, con l’intervento fondamentale poi degli Stati che aumentano i loro debiti pubblici, per salvare le banche troppo grandi per poter fallire, in base al “sanissimo” principio di privatizzazione dei profitti e di socializzazione delle perdite.

E’ molto difficile vedere la luce fuori dal tunnel, l’unica via di uscita sensata, è una bancarotta generalizzata, pilotata, programmata, in modo che si riesca a sgonfiare questa bolla, senza che esploda e causi scenari apocalittici, che vadano dalle guerre civili, per approvvigionarsi dei generi alimentari e delle risorse energetiche, alle guerre fra Stati, queste, sappiamo ancora meglio come funzionano.

L’unica soluzione non può che essere una grande operazione di trasparenza a livello mondiale, una grande anagrafe pubblica dei bilanci degli Stati Sovrani, dei loro debiti pubblici, un’anagrafe dei bilanci delle Banche Centrali e delle grandi banche private, che continuano ad essere piene di prodotti tossici, contabilizzati ancora in gestioni parallele fuori bilancio.

Da qui si dovrebbe partire per l’operazione finale di ristrutturazione dei debiti pubblici, di default controllati che garantiscano il capitale ad alcune categorie più deboli di sottoscrittori, e invece facciano pagare il costo della crisi a chi è stato il maggio artefice della sua esplosione: il sistema finanziario internazionale.

E perché come ha detto il Proff. Dosi recentemente alla trasmissione l’Infedele di Gad Lerner: è necessario un grande dimagrimento della finanza internazionale, per poter disinnescare i prodotti derivati, queste armi di distruzione di massa, (per dirla alla Warren Buffet) puntate sulle nostre teste. Sarà molto difficile riuscire a disarmare, chi continua anche oggi, nel pieno della depressione, a fare utili stratosferici con i soliti metodi, ma almeno vale la pena di provarci.

Daniele Carcea
348/2839738

giovedì 6 ottobre 2011

Crescita dell’impero finanziario bancario di Goldman Sachs e sottomissione feudale degli stati a sovranità limitata…



Comunicazioni di servizio

C’è un intervista effettuata dalla BBC in diretta, ad un trader, un operatore di borsa, o presunto tale, che ha già fatto il giro del mondo, soprattutto nel mondo del web. Perché tutto questa rilevanza ad una intervista di pochi minuti ad un esperto di questioni finanziarie?

Perché il trader ha detto alcune importanti cose, che comunque risultano scioccanti per il grande pubblico televisivo, che non è abituato a sentire come stanno veramente le cose e quindi è impreparato a notizie di questo tipo.

Ma cosa ha detto di tanto importante questo signore di nome Alessio Rastani? Ha detto che: questa crisi è come un cancro. Se aspettano e aspettano senza fare niente, questo cancro continuerà a crescere e sarà troppo tardi. Quello che dovrebbero fare è prepararsi.

Questo non è il momento di credere che i governi sistemeranno le cose. Loro non governano il mondo. Goldman Sachs governa il mondo.

Una verità accecante, tanto è chiara per chi da diversi anni segue le vicende finanziarie economiche legate alla crisi. La più grave crisi che l’umanità abbia mai subito. Il trader ha detto che: Il re è nudo.

Goldman Sachs è la più potente delle banche considerate comunemente troppo grandi per poter fallire. Insieme a lei (Citigroup, JPMorgan, Morgan Stanley, Bank of America, (HSBC), oltre alle Inglesi Royal Bank of Scotland-AbnAmro e Barclays, alla tedesca Deutsche Bank, hanno in mano oltre l’80% del mercato mondiale dei derivati.

Le stime dei prodotti derivati mondiali, si aggirano intorno ai 400/500 mila miliardi di dollari. Una cifra pazzesca pari a 7/8 volte il pil mondiale, l’intera produzione mondiale, quella che deriva dall’economia reale, cioè dal lavoro di miliardi di persone. La finanziarizzazione dell’economia ci ha portato alla crisi del 2008 e probabilmente ci porterà ad una situazione di gran lunga peggiore di questa attuale, perché fra tutti questi prodotti finanziari ce ne sono ancora molti di tossici.

E sono ancora belli tutti lì, nei bilanci delle banche che continuano a iscriverli fra i loro attivi, ad un valore che non corrisponde affatto alla realtà.

Con i prodotti finanziari ad alto rischio si continua a giocare anche oggi, cds, cdo, cartolarizzazioni, etf sintetici, swap e quello che è stato definito azzardo morale continua ad essere la molla che muove tutta l’industria finanziaria. Ecco perché è nata la seconda bolla quella degli attacchi ai debiti sovrani. Il declassamento del rating dei debiti pubblici (fra cui quello dell’Italia) fa parte del disegno organizzato da queste banche, con la complicità delle agenzie di rating, (anche loro di derivazione anglosassone) per scaricare i costi della crisi mondiale sugli anelli più deboli della catena.

I veri obiettivi di questi ripetuti attacchi speculativi non sono il fallimento di uno o più Stati sovrani che resta comunque un esito possibile, ma sono due obiettivi precisi: il primo è la speculazione sui titoli del debito pubblico con il giochetto, prima vendo e poi ricompro dopo qualche giorno con rendimenti più alti e quindi con interessi più alti e maggiori tasse future per i cittadini, di quel paese, grazie anche al meccanismo delle vendite allo scoperto.

Il secondo è l’accelerazione su manovre di contenimento del deficit pubblico e ricerca del pareggio di bilancio, che passino soprattutto dalla vendita del patrimonio pubblico immobiliare ancora di proprietà dello Stato e delle aziende pubbliche, soprattutto quelle che fanno utili. La prima grande operazione di privatizzazione delle imprese pubbliche italiane fu progettata e studiata nel 1992 sul panfilo Britannia al largo delle coste di Civitavecchia.

A bordo c’erano i maggiori economisti italiani e banchieri internazionali, che misero appunto la svendita a prezzi di saldo dei gioielli di famiglia italiana. La storia si ripete, magari questa volta ci sarà maggiore attenzione da parte dei media sui prezzi di vendita delle quote azionarie, comunque l’operazione diabolica consentirà agli istituti finanziari di accaparrarsi i gioielli di famiglia di Stati, proprio come quello italiano che hanno ancora molta roba da mettere sul tavolo delle Privatizzazioni. Enel, Eni, Sace, Finmeccanica, Poste, FS, Fintecna. Per dirla in maniera popolare: tirano a far ciccia !!

A collasso avvenuto si troveranno comunque ad essere padroni di importanti parti di Stati che a quel punto saranno definibili come ex sovrani, il nuovo feudalesimo è vicino e i futuri sudditi sono impreparati.

Daniele Carcea

lunedì 22 agosto 2011

Daniele Carcea: "Debito pubblico? Anche la chiesa cattolica faccia la sua parte (se vuole essere credibile coi suoi proclami di giustizia fiscale)"

"Ci vorrebbe un vero Papa per salvare la religione" (Saul Arpino)

Al netto del fatto (per dirla alla Borghezio), che siamo tutti favorevoli al fatto che ogni cittadino paghi le tasse fino all’ultimo centesimo e che lo Stato e la Guardia di Finanza, meglio se smilitarizzata, devono porre in atto tutte le misure necessarie al contenimento dell’evasione e dell’elusione fiscale, ci chiediamo, ma la chiesa, il Vaticano, la Cei non pensano che tocchi anche a loro fare la propria parte?

ANCHE LA CHIESA CATTOLICA FACCIA LA SUA PARTE

La Chiesa Cattolica interviene nel dibattito, di questi giorni per il risanamento dei conti pubblici italiani, chiedendo una maggiore lotta all’evasione fiscale nel nostro Paese per garantire maggiori entrate nelle casse pubbliche. Al netto del fatto che siamo tutti favorevoli al fatto che ogni cittadino paghi le tasse fino all’ultimo centesimo e che lo Stato e la Guardia di Finanza, meglio se smilitarizzata, devono porre in atto tutte le misure necessarie al contenimento dell’evasione e dell’elusione fiscale, ci chiediamo, ma la chiesa, il Vaticano, la Cei non pensano che tocchi anche a loro fare la propria parte?

Bagnasco auspica la guerra all’evasione fiscale e invita i contribuenti a comportamenti virtuosi, ma lui è il rappresentante di una realtà che ha il record mondiale di esenzioni e privilegi fiscali.

Dal 1984, dopo la revisione del concordato effettuata dal governo Craxi con il Vaticano, con la supervisione dell’allora consulente, fiscalista, socialista Tremonti, la chiesa cattolica riceve l’8 per mille insieme alle altre confessioni religiose. Attualmente incassa la bella cifra di un miliardo di euro, perché un meccanismo perverso le permette di ricevere la quota del fondo dell’otto per mille, che non viene assegnata da parte dei contribuenti che non manifestano nessuna scelta.

In soldoni, (è proprio il caso di dire), se questa scelta non viene fatta i soldi vengono ripartiti tra tutti, in base alle scelte di chi firma. Nell'ultimo anno solo il 37% circa, dei contribuenti ha espresso una scelta, ma l'87% dei fondi è andato alla Chiesa cattolica. Ecco, la chiesa potrebbe fare un primo passo importante decidendo di prendersi solamente la quota delle scelte effettivamente espresse, per pagare gli stipendi dei preti e per le opere di assistenza e carità.

Inoltre potrebbe contribuire con altro un fattivo gesto di solidarietà, per il risanamento del debito pubblico, rinunciare all’esenzione ICI per le attività commerciali che gli istituti religiosi svolgono, come: scuole, ospedali, strutture alberghieri, tenute negli immobili di loro proprietà. Alcune leggi molto controverse partorite dal 2005 in poi dai governi Berlusconi e poi Prodi, hanno esentato dal pagamento dell’Ici, tali attività commerciali, che di fatto sono venute a godere di un privilegio che le ha permesso di alterare il principio della concorrenza commerciale. Questa fattispecie è stata rilevata anche dalla Commissione Europea che ha parlato di: aiuti di Stato atti ad alterare la concorrenza.

E’ stato calcolato, dall’Anci, in 400 milioni di euro, il mancato gettito per i Comuni, derivante da questa esenzione, un vero e proprio privilegio, un regalo alle gerarchie ecclesiastiche per ingraziarsele al momento del voto elettorale.Ed infine abbiamo l’Ires sui redditi prodotti dagli enti religiosi, anche qui abbiamo un abbattimento del 50% che non ha nessuna ragione d’essere.

Quando il Vaticano e le sue diverse ramificazioni, Ior compreso macinano utili e profitti oltre che con l’immenso patrimonio immobiliare, in gran parte affittato, tramite il turismo, le cliniche e gli ospedali, le scuole di ogni grado, comprese le università, non c’è ragione che non paghino le tasse come tutti comuni mortali, specialmente in tempi bui come questi.

Daniele Carcea - 348/2839738

giovedì 4 agosto 2011

Italia sotto attacco economico, rating e mancanza di solidarietà nell'area euro


"Rospetto in trappola" - Foto di Gustavo Piccini

In molti si chiedono perché in questo momento si sta sparando addosso all'Italia, con le bombe della speculazione, sui titoli di Stato? Romano Prodi ha espresso enorme stupore, per la mossa della Deutsche Bank, che ha venduto quasi tutti i titoli del debito pubblico italiano che aveva in portafoglio, a dimostrazione di "mancanza di solidarietà" anche fra Paesi dell'area euro.

La banca tedesca è passata da un esposizione verso il nostro Paese di 8 miliardi di euro a solamente 1. Un'azione di questo tipo, porta inevitabilisconvolgimenti negli equilibri finanziari del nostro Paese, in quanto porta ad alzare i tassi di interesse che deve pagare il Ministero del Tesoro per poter essere sicuro di vendere i titoli di Stato del debito pubblico. Perché?

Perché nel momento in cui si scatena una massiccia vendita di titoli targati "Italia", così come successo alcuni giorni prima dopo l'intervento delle agenzie di rating, sulla prospettiva negativa di alcuni debito europei compreso il nostro, con cospicue vendite di titoli italiani allo scoperto, aumenta l'offerta di titoli di Italiani sul mercato secondario.

Questo comporta un calo del prezzo di questi titoli, che passano, per fare un esempio, dal prezzo di acquisto di 99,5 a 98, in modo che chi è intenzionato a comprare, tragga un utile in linea con il tasso di interesse attuale, dove la differenza di prezzo fra 98 e 100, valore nominale dei titoli, si va a sommare al compenso derivante dal tasso di interesse dei titoli, esempio 3,5%, in modo da costituire un rendimento complessivo di circa il 5,5%.

La ripercussione finale è che, quando nelle aste successive il Tesoro dovrà stabilire il tasso di interesse per la vendita di nuovi titoli in rinnovo di quelli in scadenza, per evitare che gli investitori si rivolgano al mercato secondario, dovrà alzare il tasso ad un livello appetibile per gli investitori, soprattutto per i grandi investitori finanziari istituzionali che sono quelli che "dettano" il prezzo, offrendo dei titoli a servizio del debito pubblico che paghino un interesse intorno al 5,5%, per non rischiare che la domanda di titoli sia inferiore all'offerta, il che comporterebbe momentanea mancanza di liquidità per il nostro Paese e necessità di rialzare i tassi per collocare quei titoli in un'asta suppletiva.

E così che in questi giorni i titoli italiani sono aumentati fino a 350 punti base rispetto a quelli tedeschi. Il bund tedescoè il titolo europeo e forse nel mondo considerato più affidabile, tanto che un bund decennale tedesco paga il 2,5% di media. Ora il differenziale (spread) con i decennali italiani si è attestato a 300 punti base, pari al 3%, questo comporta per l'Italia, un aggravio di spesa per interessi sul debito notevole, che se mantenuto per un lungo periodo, starà a significare necessità di altri miliardi di euro da trovare, per mantenere gli equilibri di bilancio.

Tutto questo non ce lo possiamo permettere, ed è necessario che il nostro governo reagisca, si faccia sentire con la Germania e inoltre faccia sua la risoluzione della Commissione Finanza della Camera approvata mercoledì 27 luglio scorso, con la quale si chiede al governo di denunciare alla European securities market authority (Esma) le agenzie di rating.

L'accusa ipotizzata nella risoluzione è quella di aggiotaggio e destabilizzazione del mercato, perché molte sono le perplessità sul motivo e sulla tempestività con le quali le agenzie di rating intervengono. Ad esempio nel caso dell'Italia le nostre condizioni economiche e dei conti pubblici sono le medesime da almeno tre anni. Bene, questa volta hanno fatto i nostri politici a sollevare all'unanimità la questione delicatissima dei possibili reati finanziari e del conflitto di interessi.

I proprietari delle agenzie di rating sono quei fondi e quelle banche d'affari che comprano e vendono titoli, a cui le stesse agenzie attribuiscono i voti, determinandone prezzo, rendimento, declassamenti e giudizi "JUNK" spazzatura.

Se chi ha partecipazioni nel quadro azionario delle principali agenzie di rating mondiali, compra e vende titoli muovendo miliardi di dollari, è il minimo sollevare interrogativi e dubbi sulla neutralità del giudizio fornito da queste agenzie e sulla necessità di allargare il numero delle agenzie di rating, a partire da una agenzia di rating europea, libera da ogni tipo di conflitto di interessi e che sia anche in grado di tutelare i Paesi Europei da assalti speculativi preorganizzati.

La situazione dell'Italia ricorda quella del 1992, dove in pochi mesi si ebbe: attacco alla lira da parte di Soros e compagnia bella, inchieste giudiziarie sul malaffare partitocratico, privatizzazioni delle aziende italiane con svendite incomprensibili alla finanza anglosassone e infine attentati mortali. Le bombe per ora sono scoppiate solo all'estero, speriamo che il quadro non si completi.

Daniele Carcea

venerdì 24 giugno 2011

Daniele Carcea: "Grecia verso il fallimento.. o verso una nuova primavera?"




"La Grecia ci precede, con la fiaccola dell'indipendenza economica e politica..." (Saul Arpino)

La situazione non è facile per niente, la logica ci spingerebbe a dire che la Grecia dovrebbe uscire dall’Europa unita, ristrutturare il suo debito promettendo di restituire solo una parte del capitale, tornare alla dracma, alla svalutazione competitiva per rilanciare la sua economia, passare male

Come mai la Grecia si trova sull’orlo della bancarotta? Negli anni ‘80 per la Grecia parte la trasformazione: iniziano ad arrivare i fondi europei, arriva la ricchezza, o meglio l’illusione della ricchezza, vestiti di marca, automobili nuove, un mutuo facile per tutti e senza garanzie, le carte di credito in ogni portafoglio, poi arrivarono le Olimpiadi, aumentarono i fondi stanziati e quindi aumentarono ancora i debiti. Siamo nel Paese dei balocchi, nel Bengodi. Ma la situazione non è poi così diversa da molti altri Paesi occidentali, in primis dagli Stati Uniti: le nazioni si sviluppano con la produzione, con il consumo, con la crescita, ma se tutto questo avviene sempre e comunque tramite l’indebitamento, alla fine i nodi vengono al pettine e i debiti vanno pagati.

L’induzione al consumo tramite l’indebitamento è la madre di tutte sciagure: apparentemente tutti si arricchiscono, ma in realtà è solo un’elite che si arricchisce, quella che produce il denaro dal nulla, tramite la leva finanziaria, che poi viene prestato: il sistema finanziario e le banche tramite il sistema delle Banche Centrali; invece i cittadini, che di fatto,vivono al dì sopra delle loro possibilità, si indebitano privatamente e pubblicamente, cioè attraverso l’aumento dei debiti pubblici, i debiti cosiddetti Sovrani, e alla fine si impoveriscono. Perché la Grecia è stata fatta entrare per forza in Europa? Questa è una domanda logica, che qualsiasi persona di buon senso ha il dovere di fare? Gli è convenuto?

Sicuramente è convenuto a Goldman Sachs, la banca d’affari americana, accusata di aver aiutato la Grecia a truccare i conti del suo bilancio: secondo il “New York Times”, Goldman ha usato una serie di meccanismi definiti: swap che hanno permesso alla Grecia di ipotecare alcuni settori della propria economia mascherando parte del debito alle autorità comunitarie di Bruxelles, queste operazioni in questione, perfettamente legali, non appaiono come prestiti bancari ma come vendite con pagamenti differiti. In particolare, la Grecia avrebbe finanziato parte del suo deficit sulla sanità pubblica impegnando i futuri introiti sulle tasse aeroportuali, i pedaggi autostradali e gli incassi legati alle lotterie di stato.

Goldman Sachs nel 2001 costituì dei veicoli particolari uno dei quali denominato Eolo, come il dio dei venti, che assumeva le passività in cambio di impegni su introiti futuri del governo greco e consentiva di non farli contabilizzare nel bilancio pubblico; in cambio chiaramente furono pagati profumatamente.
Il governo socialista Papandreou, invece, poco dopo l’insediamento ha svelato il trucco dei conti: il deficit di bilancio non era del 3,5% ma del 13% e da allora i Greci si sono ritrovati improvvisamente poveri e la favola è finita. Sono quasi due anni che l’incubo per i greci sta andando avanti, un giorno vengono salvati da altri fondi europei e un altro sono destinati a dichiarare il default, la bancarotta più o meno controllata.

Sicuramente i cittadini greci hanno delle colpe: quella di non essersi accorti che stavano vivendo al di sopra delle loro possibilità e quella di aver eletto dei governanti che hanno pensato solamente ad ottenere il consenso, il virus di tutti i sistemi democratici.

A questi cittadini greci però ora si chiedono sacrifici immani, oltre a tutti quelli che già da un anno e mezzo sono stati messi in atto, ora si prospetta la vendita pezzo per pezzo della penisola ellenica, comprese le stupende isole che la circondano.

E i greci non la stanno prendendo bene, e si stanno letteralmente rivoltando contro questo tremendo giro di vite, non solo non credono più in quei partiti che li hanno governati, ma sentono che il tremendo giro di vite viene imposto da corpi estranei, Unioni europee, fondi monetari internazionali, Banche Centrali, mercati finanziari, istituzioni di nominati sovranazionali che decidono la politica economica del loro Paese. Come ha ben detto Guido Biancardi http: //notizie.radicali.it/articolo/2011-05-23/editoriale/quale-la-vera-patria-dei-draghi: I draghi ed i draghetti da destinare a grandi aziende monopolistiche pubbliche “strategiche”, sono stati covati lì dove il resto non conta (è il luogo del "vuolsi così..." dantesco), dove si perpetua il dominio del privato aristocratico (forse ancora strettamente dinastico ma con genealogie ormai labili) in forme di Demos. La rivolta intanto, sta proseguendo e aumenta giorno dopo giorno di intensità e in non pochi temono che alla fine per far cessare le proteste si possa arrivare ad una svolta autoritaria. E quella Si, che sarebbe una buona scusa per fare uscire la Grecia dall’Europa.

La situazione non è facile per niente, la logica ci spingerebbe a dire che la Grecia dovrebbe uscire dall’Europa unita, ristrutturare il suo debito promettendo di restituire solo una parte del capitale, tornare alla dracma, alla svalutazione competitiva per rilanciare la sua economia, passare male i primi anni in mezzo a grosse difficoltà per poi riprendersi negli anni successivi.

Invece tutto questo appare impossibile: non è prevista una procedura di uscita dall’Unione Europea, è stata pensata solo quella per entrarvi, per molti economisti,dichiarare il default della Grecia, significa innescare un effetto domino su gli altri Paesi europei, quindi il diktat è la Grecia va salvata in tutti i modi.

E’ questo il balletto di richieste e dichiarazioni che si sente da diversi giorni, ma fondamentalmente da un anno e mezzo. La Germania che per ragioni elettorali, ma non solo, vorrebbe che le banche di tutto il mondo con i titoli greci in portafoglio accettassero la ristrutturazione del debito, magari allungando le scadenze e accettando tassi sostenibili dallo Stato greco, insomma vorrebbero scaricare una parte dell’operazione salvataggio Grecia sui privati anziché tutta sugli Stati Europei, per la Bce invece un’operazione di questo tipo equivarrebbe a dichiarare il default della Grecia è conseguentemente rischierebbe appunto l’effetto contagio con il possibile attacco della speculazione mondiale sui debiti sovrani degli altri Paesi facenti parte del gruppo dei Piigs, l’anello mediterraneo più l’Irlanda.

Sembrerebbero quasi convincenti se non sapessimo che molte banche europee hanno decine e decine di miliardi di euro di titoli greci in pancia, (quelle italiane in minima parte), molte di queste banche sono proprietarie delle banche centrali del proprio Paese, e queste sono proprietarie della Banca Centrale Europea, il cerchio si chiude mostrando un conflitto di interessi colossale: la BCE garantisce l’equilibrio dell’Unione Europea o i bilanci delle banche private che si finanziano al tasso dell’1,25% e poi mettono i soldi su titoli di Stato che rendono il 5%,il 10%fino al 15%?

E poi la domanda delle domande! Perché i mercati attaccano i Paesi più deboli dell’Europa, ma i veri Paesi messi veramente male, con conti pubblici, se possibile ancora peggiori, come Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone vengono (almeno per ora) lasciati in pace?

Daniele Carcea

giovedì 31 marzo 2011

Daniele Carcea: "Giappone - Conseguenze economiche del sisma e dell'inquinamento radioattivo... che si ripercuotono sull'economia degli USA"

Nassim Nicholas Taleb è l’autore dell’importantissimo saggio “Il cigno nero” nel quale ci spiega che quando si verifica un evento isolato e inaspettato, che ha un impatto enorme sulla realtà, e che solo a posteriori può essere spiegato e reso prevedibile, ci troviamo di fronte ad un “cigno nero”, cioè di fronte ad un evento raro in mezzo a tanti cigni bianchi che rappresentano la “normalita”.

Ciò che è accaduto in Giappone si può definire un cigno nero?

Secondo Taleb, nella vita individuale, come in quella sociale , noi agiamo come se fossimo in grado di prevedere gli eventi, da quelli sentimentali a quelli storici, a quelli naturali, per molti di noi, l’incontro con una persona amata, il nostro lavoro, un’amicizia, un incidente, un arricchimento sono avvenuti al di là di quelli che erano i nostri piani o desideri, lo stesso per i grandi eventi che sconvolgono la società: l'11 settembre 2001, lo tsunami del Pacifico nel 2004, lo scoppio della seconda guerra mondiale, il crollo del muro e la fine del Comunismo, le rivolte in Africa con internet per il pane e per la libertà;secondo la logica del Cigno nero quel che è ignoto è molto più importante di quello che conosciamo. Molti Cigni neri sono causati e ingigantiti, nel bene e nel male, proprio dal fatto che sono imprevisti.

Forse nel caso del Giappone ci troviamo di fronte a qualcosa ancora più grave di un cigno nero, 2 o 3 cigni neri che appaiono contemporaneamente, infatti il Giappone è stato colpito da un terremoto, da uno tsunami e da un disastro nucleare. Ancora a distanza di parecchi giorni dalla tragedia è impossibile far il conto dei morti e dei dispersi e ancora non sappiamo come si evolverà la faccenda delle centrali nucleari, intanto, si aggrava di ora in ora la situazione della centrale nucleare di Fukushima, le cui emissioni radioattive si stanno propagando in tutto il mondo. Il Giappone è un Paese preparato agli eventi sismici, ma la portata del cataclisma capitato l’11 marzo scorso è stata enorme e non era possibile prevederla.
E ci saranno grosse conseguenze anche dal punto di vista economico: è sempre brutto parlare di economia, crescita e pil di fronte a delle tragedie così immani e ad un incredibile numero di morti, ma ogni fatto presenta un ampio spettro di situazioni da analizzare e da capire.

Subito dopo il terremoto lo yen ha iniziato ad apprezzarsi, cioè ad aumentare di valore, questo poiché veniva comprato a più non posso, perché?

I motivi sono stati vari, innanzitutto dopo un evento simile, molti capitali vengono fatti rientrare e cambiati in yen, perché dovranno essere destinati alla ricostruzione, lo stesso devono fare le compagnie assicurative che dovranno pagare i premi assicurativi per il risarcimento dei danni, anche esse lo dovranno fare in yen, poi c’è la speculazione vera e propria quella che aspetta gli eventi traumatici, che ha puntato appunto sul rialzo dello yen per i motivi prima elencati, anticipando il movimento rialzista della valuta.

Poi c’è il meccanismo del carry-trade: con il termine carry trade, si intende l’operazione con cui si prendono a prestito dei capitali in una determinata valuta per poi investirli prevalentemente in strumenti finanziari denominati in altre valute e comunque strumenti più redditizi rispetto al costo del finanziamento.
Il profitto che si ottiene è appunto pari alla differenza tra rendimento dell’investimento e costo del finanziamento.

Sono molti anni che il tasso di interesse giapponese gravita intorno allo zero%, quindi gli speculatori sono stati attratti dall’indebitamento in yen per investire il denaro nei mercati azionari emergenti e nei titoli di Stato, a più alto rendimento, fra gli altri, di Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Islanda e Regno Unito, accollandosi così bassi rischi.

In sintesi si prende un prestito in yen e poi si vendono gli yen, cioè si convertono per acquistare valute di altri Paesi, per poter acquistare come abbiamo detto prima, titoli di Stato o altre obbligazioni, quindi l’investitore si mette in tasca il differenziale di rendimento fra un prestito con un interesse quasi nullo e un titolo di Stato che garantisce mediamente un 2/3%.

Per fare questa operazione si vendono yen e quindi lo yen si deprezza, si svaluta.
Questo è il carry trade sulla valuta, nel momento in cui si prospetta un rafforzamento della valuta con la quale ci siamo indebitati, si prospetta anche un azzeramento dei profitti e allora parte il via a disinvestire e a riacquistare yen.

E per tutti questi motivi che la Banca Centrale giapponese è dovuta intervenire con potenti iniezioni di liquidità per vendere yen ed acquistare divise estere, cercando di ripristinare un certo equilibrio e dare tranquillità ai mercati, fino ad oggi dal giorno dell’incidente sono stati iniettati 340 miliardi di euro, ma non solo, successivamente sono intervenute le banche centrali mondiali più importanti, per vendere anche esse gli yen e garantire stabilità nei mercati finanziari di tutto il mondo, sbarrando la strada alla speculazione.

Poi c’è il problema della produzione industriale, dato che l'industria giapponese risulta inevitabilmente colpita dal sisma. Ci sono stati danni alle fabbriche, la paralisi dei trasporti e l'emergenza energetica colpiscono la produzione e i rifornimenti, mettendo in ginocchio settori di punta. I colossi mondiali dell'auto e della elettronica sono stati costretti a chiudere molti stabilimenti nel Paese, almeno per un certo periodo, e ancora difficile calcolare quanto sarà l’incidenza sul Pil di questa situazione, ma è certo che ci sarà una netta flessione.

Ma i problemi non sono certo finiti, il Giappone viene da un ventennio continuo di stagnazione economica e ha un debito pubblico superiore al 200% del pil, il secondo debito più alto del mondo in termini assoluti dopo quello statunitense e il più alto dei paesi occidentali nel rapporto debito/pil, di positivo c’è che è un debito quasi tutto interno detenuto da “residenti” giapponesi e quindi più controllabile, ma è destinato ad aumentare anche in seguito agli ultimi eventi.

Nello stesso tempo il Giappone, dopo la Cina è il secondo detentore di titoli del debito pubblico americano, per una cifra intorno agli 850 miliardi di dollari, se una parte di questi verranno disinvestiti perché dovranno servire alla ricostruzione giapponese e al servizio del debito giapponese, aumenteranno le già enormi difficoltà degli U.S.A, che fra poco esauriranno anche la seconda fase di Q.E. l’operazione con cui la Federal Reserve ha stampato moneta a gò gò e ha comprato lei stessa i titoli del tesoro americano.

Il Corriere Economia del 21 marzo ci informa che il fondo americano Pimco si è disfatto di tutti i bond statunitensi che aveva in portafoglio, e che la Federal Reserve con queste manovre di espansione monetaria ha comprato ben il 70% delle emissioni di nuovi titoli, segno evidente, che c’è un grosso rischio collocamento. Come farà il Tesoro americano nel futuro a garantirsi il collocamento del proprio debito, smettendo di autocomprarselo e con lo sconvolgimento geopolitico in atto in varie parti del mondo, che condizionerà anche l’afflusso negli Stati Uniti dei capitali dei Paesi Arabi e non solo quelli del Giappone?

A giugno si capirà se il Presidente della Fed, Ben Bernanke vorrà promuovere un nuovo quantitative easing: Q3, andando allo scontro frontale con i repubblicani e con la loro parte più agguerrita, quella costituita dai Tea party, contraria alla monetizzazione del debito.

Fra l’altro i Tea Party non solo vogliono l’immediata cessazione della creazione di moneta (senza copertura di alcun sottostante, né tantomeno di maggiore produzione prevista) fatta solo per prolungare l’agonia, inflazionare il dollaro e rimandare nel futuro i problemi(cioè i pagamenti dei debiti), ma vogliono importanti tagli della spesa sociale che portino all’immediato rientro a percentuali accettabili di un deficit, che nel 2010 ha viaggiato intorno al 10%,.

Insomma brutte nubi (non solo quelle radioattive) minacciano i cieli a stelle striscie.

Daniele Carcea
348/2839738

mercoledì 9 marzo 2011

Daniele Carcea: "Rapporto della Financial Crisis Inquiry Commission"



".....i barbari assaltano la cittadella dell'economia.. e le oche tacciono!" (Saul Arpino)


Rapporto della Financial Crisis Inquiry Commission

Financial Crisis Inquiry Commission è il nome della commissione d’inchiesta che ha indagato sulle cause della crisi economico-finanziaria scoppiata nel settembre del 2008. Per un anno e mezzo ha cercato di capire quello che hanno combinato banche, fondi di investimento, speculatori, governo e agenzie di rating, svolgendo lo stesso compito che vide impegnata la Commissione Pecora nel 1932 nel cercare di decifrare le cause della Grande Depressione del '29.

Alcuni giorni fa è uscito il rapporto della Commissione, un rapporto passato sotto traccia in Italia, analizzato solo da Lettieri e Raimondi sul Foglio, che hanno ripreso le 576 pagine del corposo rapporto; “siamo arrivati innanzi tutto alla conclusione che questa crisi era evitabile”, ha detto il presidente della commissione Phil Angelides durante una conferenza stampa a Washington, sottolineando che i drammatici eventi sono stati “il risultato di azioni e mancate azioni umane e potrebbero ripetersi se non si riesce a imparare dalla storia”.

La commissione, nelle conclusioni del rapporto, si è soffermata su cinque punti essenziali: le autorità di regolamentazione, inclusa la Federal Reserve, hanno “commesso errori nel gestire la crisi dei mutui”; si sono verificati “drammatici problemi” collegati alla governance degli istituti finanziari; si è verificato un “mix esplosivo di prestiti eccessivi ed esposizione al rischio” da parte delle famiglie americane che ha messo il sistema finanziario in rotta di collisione con la crisi; la Fed, il Tesoro e le altre autorità di regolamentazione non erano preparate alla crisi, mostrando mancanza di comprensione del sistema finanziario che avrebbero dovuto monitorare; ci sono state violazioni contabili ed etiche a tutti i livelli.

I pesanti segnali che annunciavano l’arrivo della tempesta perfetta sono stati bellamente ignorati: dai rischi esagerati dei mutui per l’acquisto delle case, al relativo aumento dei prezzi degli immobili, dalle pratiche di credito allegro grazie alla alta leva finanziaria che ha permesso di moltiplicare enormemente la creazione di moneta, ai derivati senza regole opachi e non trasparenti, al di fuori del mercato ordinario e dalle stanze di compensazione ,alle operazioni di prestiti a lungo termini contro liquidità disponibile a breve. La parola d’ordine imperante era il laissez faire che ha fatto presto a trasformarsi in azzardo morale a tutti i livelli.

Le grandi banche d’affari americane e non solo operavano con una leva finanziaria che poteva arrivare anche ad un rapporto di 40/50 ad 1, cioè a fronte di 40/50 dollari di attività (assets) disponevano solamente di 1 dollaro di capitale. La politica dissennata dei bassi tassi di interesse voluti dalla Federal Reserve e da Alan Greenspan, precedente presidente del banca centrale americana ha creato l’illusione del denaro illimitato a disposizione di tutti, della crescita senza limiti della produzione e dell’aumento del prezzo degli immobili, stile catena di Sant’Antonio.

Ma ad un certo punto il sogno americano è diventato un incubo ed ha trascinato nella crisi tutto il mondo, soprattutto il mondo occidentale caratterizzato dai grandi debiti pubblici e privati.

E il bello che da tre anni fa, poco è cambiato, il sistema continua ad essere governato dal quello che nel 1913, (anno di costituzione della Fed) il congresso statunitense definì il "Trust monetario": una banda di grossi finanzieri che abusano del loro potere “pubblico” per controllare gran parte del mondo industriale e che vogliono massimizzare i profitti in modo super rischioso ed essere protette contro il rischio allo stesso tempo, con il salvataggio statale, nel caso in cui le cose vadano male.

Infatti nel rapporto si cita ben 357 volte Goldman Sachs, poiché Goldman è universalmente riconosciuta come la più potente delle grandi banche d’affari, quelle troppo grandi per poter fallire, salvate dal Tesoro americano, ed ha rappresentato il paradigma del conflitto di interessi e della frode finanziaria, con l’operazione Abacus. Cosa era Abacus? Abacus era un titolo pieno zeppo di muuti subprime, quindi ad alto rischio, creato nel 2007 dal finanziere Paulson, che aveva intuito che il mercato immobiliare era in procinto di crollare, perché troppo gonfiato, tramite Goldman il Cdo (Collateralized debt obligation), viene piazzato nei portafogli dei propri clienti, mentre subito dopo sia Paulson che Goldman Sachs si preparavano a vendere quei titoli, cioè a scommettere sulla caduta del mercato immobiliare, vendendo allo scoperto e comprando i cds sul titolo Abacus, scommettendo quindi contro i gli investitori a cui avevano venduto il titolo, una roba al cui confronto Tanzi e Cragnotti appaiono come due ladri di mele.

Fra i complici della crisi non può mancare l’analisi sulle agenzie di rating;le tre sorelle– Standard and Poor’s, Moody’s, Ficht, - messe sotto o accusa per comportamenti opachi e ritardi nelle loro valutazioni lasciando, specie negli ultimi dieci anni, troppo spazio a critiche e dubbi sulla loro attendibilità e indipendenza come controllori rispetto ai controllati paganti. Sappiamo che anche in questo mondo il conflitto di interessi impera, i soci di grandi banche e grandi banche di investimento hanno quote societarie anche nelle agenzie di rating, come si può pensare a rating disinteressati?

Ma il centro dell’analisi del rapporto della commissione è l’attività speculativa delle banche. Nel 1933 il congresso americano era intervenuto con il Glass-Steagall Act: con questo importante atto di regolamentazione del sistema, aveva separato le banche commerciali dalle banche d'investimento di Wall Street, allo scopo, di evitare gli errori del decennio precedente, quando le banche investivano i propri attivi in titoli, con il conseguente pericolo per i depositi commerciali e di risparmio in caso di crollo delle azioni, e concedevano finanziamenti rischiosi per fare artificiosamente salire il valore di titoli selezionati o la posizione finanziaria di società nelle quali avevano investito i propri attivi.
La partecipazione finanziaria nella proprietà, quotazione, e distribuzione di titoli spingeva inevitabilmente i responsabili delle banche a consigliare ai propri clienti d'investire in titoli che le stesse banche avevano interesse a vendere. Si trattava di un abnorme conflitto d'interessi e un invito alla frode e agli abusi.

Il Glass-Steagall Act ha funzionato per molti anni, però dagli settanta in poi è stato messo sotto attacco dalle varie lobby del denaro, con la scusa che i tempi erano cambiati, e c’era bisogno di più libertà per far crescere gli investimenti e l’economia in generale. Nel 1980 fu modificato e definitivamente abolito nel 1999 all’epoca di Clinton. L’atteso evento rimise in moto la giostra della finanza, il casinò mondiale, il supermarket della speculazione, i termini si sono sprecati in questi anni per definire gli effetti della deregolamentazione e degli allentamenti dei controlli voluti dal sistema finanziario ma agevolati da Greenspan e dalla fed; le pratiche di finanza selvaggia e di azzardo morale sono così ripartite e le speculazioni finanziarie che venivano praticate negli anni venti appaiono oggi come giochetti da principianti.

E’ questa la causa principale della grande bolla del debito del terzo millennio e delle tremende conseguenze che ci porteremo dietro per chissà quanto tempo; una seria riforma dovrebbe ripartire dalla separazione fra banche commerciali e banche d’affari, forse però c’è qualcuno che non è d’accordo.

Daniele Carcea

mercoledì 2 marzo 2011

Daniele Carcea: "American default... coming more and more near!"



"Ma l'America quanto è lontana?" - "....Taci e nuota!"

E' ormai un anno che non si parla d'altro che del debito pubblico dei Paesi europei, ormai tutti sanno cosa sono i Piigs (maiali con due i), acronimo di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Sono all'ordine del giorno le tensioni per il collocamento dei titoli nelle aste pubbliche, con gli spread (differenziali) che si allargano rispetto ai titoli di Stato tedeschi (bund).

Gli spread si allargano perché devono essere offerti tassi di rendimento più appetitosi per i mercati e per le banche, a causa dell'aumento del rischio investimento nei loro titoli di Stato, dovuto alla crisi economica-finanziaria, che ha comportato un generale peggioramento dei conti pubblici.

Questo aumento di deficit annuali di bilancio e monte del debito pubblico, accompagnato dai puntualissimi interventi, tramite i rating, delle tre agenzie sorelle Standard & Poor's, Moody's e Fitch Ratings, che periodicamente affossano l'immagine di questi Paesi, costringe ad alzare la somma di interessi che essi devono versare al mercato e alla speculazione per evitare i rischi di default.

Per alcuni di questi Paesi si parla di bancarotta, di ristrutturazione del debito, di uscita dall'area Euro, insomma scenari foschi. Degli Stati Uniti invece se ne parla poco e viene da chiedersi come mai? Il deficit annuale (differenza di bilancio) fra entrate ed uscite è pari al 10% del Pil, il debito pubblico Usa si avvicina al 100% del Pil, cioè 15.000 miliardi di dollari di debito pubblico contro 15.000 miliardi (15 trilioni) di prodotto interno lordo, il 20% dell'intera produzione mondiale.

Ma non è tutto, al debito Federale si devono sommare i debiti dei singoli Stati, così come si fa ad esempio con il debito pubblico italiano, dove si sommano il debito statale a quello di tutte le pubbliche amministrazioni. Il debito dei singoli Stati si aggira intorno ai 3.000 miliardi di dollari, pertanto se si somma il debito federale e i debiti statali si arriva ad un rapporto debito pubblico/pil del 120%.

Niente male!! Il debito Usa è uguale a quello italiano anche in termini percentuali di rapporto debito/pil debito (118%), e di gran lunga superiore al debito complessivo area euro che è attestato all'84% del Pil e presenta un deficit medio del 6,35% contro il 10%degli Stati Uniti.

Se poi il discorso viene allargato all'intero indebitamento del sistema a stelle e strisce, allora ci troviamo di fronte ad una vera e propria bomba innescata, il totale dei debiti pubblici (stato federale e singoli stati), più le famiglie, più le imprese e infine le banche ammonta a 57.000 miliardi di dollari, per un rapporto indebitamento/pil che si aggira intorno al 400%, una cifra pazzesca, se si tiene conto che è la stessa cifra a cui ammonta l'intero pil mondiale 60.000 miliardi.

Questa situazione in realtà dall'altra parte dell'oceano è ben presente, tant'è che si inizia a parlare per alcuni Stati americani di bancarotta controllata, nello specifico per California, Arizona, New York e Illinois, (Cani), ma anche Ohio e New Jersey non sono messi bene. I fondi pensionistici presentano buchi irreparabili, e la spesa per i dipendenti pubblici e per la sanità è fuori controllo.

La città di Prichard in Alabama ha bloccato il pagamento delle pensioni, contravvenendo alla legge statale in vigore e scioccando i pensionati. Ma la cosa più grave è la fuga dei risparmiatori dalla finanza locale: ogni settimana una media di 3 miliardi di dollari viene riscattata, ci si può facilmente rendere conto cosa significhi un trend del genere. Da Davos qualcuno ci prova a raccontare che stiamo uscendo dalla crisi, ma gli effetti positivi che si riscontrano ora, non sono che l'effetto drogato dell'aumento dei debiti pubblici tramite l'immissione di moneta aggiuntiva (quantitative easing), che hanno salvato le banche e le continuano a salvare.

I risvolti nefasti di questa politica si stanno iniziando a vedere in tutto il mondo, con l'inflazione, l'aumento del prezzo delle materie prime e dei beni di prima necessità; il collegamento con la disperazione di alcune popolazioni che stanno dando volta a delle rivolte impensabili fino a tre anni fa è d'obbligo. Alla fine saranno per primi i più poveri a pagare l'azzardo morale della finanza che non guarda in faccia a nessuno e l'impotenza della politica incapace a porre un freno a questo casinò mondiale, perché in mano e/o complici, dell'oligarchia finanziaria.

Gli Stati Uniti fino ad ora hanno evitato gli effetti peggiori della crisi del debito grazie all'inesauribile, forse non ancora per molto, riserva di fiducia di cui godono sui mercati, e di cui godono i propri titoli di Stato, grazie anche al fatto che il dollaro continua ad essere la moneta di riserva mondiale, ma i debiti sono debiti e prima o poi vanno pagati, ristrutturati o consolidati, non c'è alternativa. Con molta probabilità siamo solo all'inizio della crisi.

Daniele Carcea - carceada@interfree.it