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sabato 30 giugno 2012

Guido Viale ed il necessario riconvertirsi al ritmo naturale

Ritorno alla natura

L'orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell'inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall'esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch'essi "risorse naturali", anche se utilizzate prevalentemente per devastare la natura); dall'esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che biologiche e alimentari (il nostro "pane quotidiano"); dall'inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali.

A molte di queste minacce c'è chi pensa di poter fare argine con l'innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. È un'illusione: anche se fosse possibile affrontare così una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale.

Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto.

Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma nelle recenti riunioni COP, Durban (2011), Cancun (2010) Copenhagen (2009) non è successo praticamente niente.

La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha rinunciato - a causa della crisi finanziaria - a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto molto da dire). Ma se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo un decimo dell'attenzione dedicata allo spread, probabilmente il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza per costringere i rispettivi governi a prendere provvedimenti immediati.

A livello locale il nostro paese - ma anche il resto d'Europa - viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nel provocare disastri che non hanno altra origine che l'incuria e il profitto, e che mille "piccole opere" di salvaguardia del territorio (invece di poche "Grandi opere" che concorrono al suo dissesto) potrebbero invece prevenire.

Ma questi problemi non si trova la minima traccia nei discorsi ufficiali degli ultimi anni (compresa la presentazione in Parlamento del governo Monti, dove la parola ambiente non è stata mai nemmeno nominata). La cultura ambientale, che è ormai "scienza della sopravvivenza", è fuori dal loro orizzonte.

Eppure potrebbe e dovrebbe essere una bussola per la riconversione del sistema economico (e di ogni prodotto che usiamo o consumiamo, dalla culla alla tomba).

Perché, oltre a contribuire a salvarci dai disastri, rappresenta un'opportunità unica per difendere e promuovere l'occupazione e per salvare impianti, competenze e capacità produttive di imprese che ogni giorno vengono chiuse, vuoi per delocalizzazioni, vuoi per crisi di mercato, vuoi per speculazioni selvagge. Per questo bisognerebbe mettere al centro del programma di governo una politica industriale, una vera politica agroalimentare, una politica di salvaguardia dell'ambiente, un piano per l'occupazione.

Cambiare il mondo si può. Quando gli Stati Uniti sono entrati nella seconda guerra mondiale, in pochi mesi hanno convertito l'intero loro apparato produttivo (il più potente del mondo) per far fronte alle esigenze della produzione bellica. Poi lo hanno di nuovo convertito (sempre in poco tempo, anche se solo parzialmente) per fare fronte alle aspettative della pace.

Oggi siamo di fatto in guerra contro una minaccia altrettanto se non più mortale: quella dei cambiamenti climatici. Ma la resa dei conti sta per arrivare e chi si sarà attrezzato per tempo si troverà meglio; o meno peggio. Per questo la crisi ambientale offre all'economia delle opportunità e impone dei vincoli.

Le opportunità sono note: sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, per la qualità e la disponibilità di risorse primarie; e sono le potenzialità di una occupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; e le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; perché i territori sono diversi uno dall'altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità. Ma i vincoli sono
altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell'ultimo secolo - dall'edilizia all'automobile, dagli armamenti all'utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari - non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile.

Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come, per chi e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al "mercato": cioè al libero gioco della domanda e dell'offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere e soprattutto di rispondere correttamente a tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.

Inoltre, oggi la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro - qualificato e no - che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, riduzione dei redditi, compressione del welfare. Questo processo ha investito tutti i settori e tutta - o quasi - la gamma delle produzioni; ma, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti "beni-salario".

Nel corso degli ultimi decenni sono anche venute meno molte leve tradizionali di politica economica: gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di
sconto e dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell'Unione Europea e soprattutto dell'eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori - e anche creatori - di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti.

Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono
distribuire i loro effetti - diluendoli o moltiplicandoli - su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime); e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese. Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui spesso si propone di stimolare la produzione e, con essa, l'occupazione.

Una politica industriale che faccia i conti con la globalizzazione e con la crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili, richiede una riconversione delle fabbriche dove esistono impianti, attrezzature e knowhow adeguati, alla produzione di impianti per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili per la microcogenerazione; o di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo. E interventi su edifici e macchinari per eliminarne le dispersioni energetiche.

Occorrerà poi restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un'agricoltura meno dipendente dal petrolio e un'alimentazione meno dipendente da derrate importate: una operazione da mettere in cantiere avviando una nuova leva di
giovani ad attività agricole e agronomiche ad alta intensità di innovazione
e di lavoro qualificato, che potrebbe cambiare l'aspetto fisico dell'intero paese.

Analogamente occorrerà intervenire sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi e producono cultura, salute e occupazione. Ma ci vorrà anche una revisione generale dei modelli di consumo e degli acquisti quotidiani: il passaggio, per quanto è possibile, da forme di consumo individuali, fondate sullo spreco e l'emulazione, a forme di consumo condiviso: per gestire rapporti diretti con il produttore (come fanno oggi, nel loro piccolo, i "gruppi di
acquisto solidale"), per ridurre gli imballaggi e il superfluo, per promuovere l'usato e la riparazione e condivisione dei beni guasti o obsoleti.

Tutto ciò non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: cioè di riavvicinamento fisico ("km0") e organizzativo (riduzione dell'intermediazione affidata al solo mercato) tra produzione e consumo. Sarà un processo graduale, "a macchia di leopardo" e, ovviamente, mai integrale. Ma in essa un ruolo centrale lo giocheranno - e già lo stanno giocando - l'impegno, i saperi e soprattutto i rapporti diretti della cittadinanza attiva, le sue associazioni, le imprese e dell'imprenditoria locale effettiva o potenziale e, come punto di agglutinazione, i governi del territorio: cioè i municipi e le loro reti, riqualificati da nuove forme di democrazia partecipativa.

Le caratteristiche di questa transizione sono date dal passaggio, ovunque tecnicamente possibile, dal gigantismo delle strutture proprie dell'economia fondata sui combustibili fossili alle dimensioni ridotte, alla diffusione, alla differenziazione e all'interconnessione degli impianti, delle imprese e degli agglomerati urbani rese possibili dal ricorso alle fonti rinnovabili, all'efficienza energetica, a un'agricoltura e a una gestione delle risorse (e dei rifiuti), dei suoli, del territorio e della mobilità condivise e sostenibili.

Per operare in questa direzione è essenziale che i governi del territorio possano disporre di "bracci operativi" con cui promuovere i propri obiettivi. Questi "bracci operativi" sono i sevizi pubblici, restituiti, come disposto dal referendum del 12 giugno 2011, a un controllo congiunto degli enti locali e della cittadinanza, cioè sottratti al diktat della privatizzazione. Per questo le risorse necessarie alla conversione ecologica dovrebbero essere restituite agli enti locali e sottoposte ad adeguati controlli, non solo di legalità, ma soprattutto di legittimità, ad opera della cittadinanza attiva.

Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione della concorrenza, ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ma è l'unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell'occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell'occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti.

La politica salariale della Grecia (salari minimi giunti ormai vicino al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.

Guido Viale

sabato 30 aprile 2011

Bioregionalismo, tutto da esperimentare....



"Guado di un simbolico Rubicone" (Saul Arpino)


"Caminante, no hay camino, se hace camino al andar.." (Antonio Machado)

Certo la nostra strada verso l'ecologia profonda, verso l'attuazione del bioregionalismo, non è segnata, non abbiamo mappe da seguire, indicazioni che stabiliscano il cammino... ma per procedere dobbiamo iniziare a camminare...

La continuità della nostra società, in quanto specie umana, richiede una chiave evolutiva, una visione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l’intero pianeta l’esperienza vita. Questa visione è l’ecologia del profondo, la scienza dell’inscindibilità della vita.
 
Ne consegue che l’economia umana può e deve tener conto dell’ecologia per avviare un progresso tecnologico che non si contrapponga alla vita e che sia in sintonia con i processi vitali del pianeta. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: “E’ ciò ecologicamente compatibile?” I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità ecologica. Verrà avviato un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l’economia. Infatti la sola riconversione favorirà il superamento dell’attuale stato di enpasse economico e sociale. Una grande rivoluzione umana comprendente il nostro far pace con la vita “globale” del pianeta.
 
La possibilità che il presente sistema di civilizzazione consumista porti la società umana  alla caduta di ogni valore vitale è sempre più evidente osservando l’arretratezza con cui i nostri governanti ed amministratori affrontano le problematiche sociali ed ambientali. La chiave evolutiva da noi proposta sta nel cambio radicale di visione, passando dal criterio di “destra-sinistra” (ormai superato dalla situazione) ad una coscienza di compresenza e compartecipazione del contesto vitale, una coscienza priva di ipocrisia e furbizia, tesa all’approfondimento dei valori della vita (nella società e nell’habitat).
 
Questa visione è alternativa al vecchio sistema superficiale che tien conto solo dell’apparire e del consumo. Infatti abbandonando il concetto ormai obsoleto di “destra-sinistra” possiamo tranquillamente entrare nel mondo “dell’appartenenza e condivisione”. La consapevolezza di essere parte integrante del tutto è l’unica strada per uscire dal vortice di una ripetitiva e rovinosa barbarie.
 
Paolo D’Arpini, referente della Rete Bioregionale Italiana
http://paolodarpini.blogspot.com/

giovedì 27 gennaio 2011

Federalismo bioregionale in Italia... ipotesi e proposte in attesa della unione politica dell'Europa: Stati Uniti d'Europa....


(Nella foto: Paolo D'Arpini in posizione centrale mentre parla ad un incontro bioregionale, seduto alla sua sinistra (in secondo piano) si vede Giorgio Vitali che prende appunti)

Relativamente all'articolo sul federalismo bioregionale
(http://www.circolovegetarianocalcata.it/2011/01/26/no-al-federalismo-che-smembra-litalia-in-repubblichette-regionali-e-penalizza-i-cittadini/)


Scrive Giorgio Vitali:

PUR CONDIVIDENDO LE CRITICHE, OCCORRE TENERE PRESENTE CHE LA REGIONALIZZAZIONE è UNA CONSEGUENZA AUTOMATICA DEL PROCESSO DI AGGREGAZIONE EUROPEO. IN OGNI MOMENTO DELLA STORIA. IN OGNI MOMENTO DEL DIVENIRE NAZIONALE, OGNI ALLARGAMENTO DEGLI SPAZI HA COINCISO CON L'ALLARGAMENTO DELLE RELATIVE AMMINISTRAZIONI. L'ALLARGAMENTO DELLO SPAZIO DANAZIONE A EUROPA UNITA COMPORTA NECESSARIAMENTE LA FINE DELLE PROVINCE E L'AFFERMAZIONE DELLE REGIONI COME UNITà AMMINISTRATIVA SEMPLICE. resta in piedi il problema delle Metropoli, intese come forme post-moderne di aggregazione sociale, presenti in tutti i paesi ed in tutti i continenti. POI resta il problema fondamentale del clientelismo (in senso lato). Il clientelismo NON è fine a se stesso, ma serve per fini politici. Il politico emergente e quello arrivato NECESSITANO di GREGARI (che possono essere anche gruppi di pressione) che vanno accontentati e tenuti buoni. D'altronde napoleone il grande, capace di distruggere in battaglia qualsiasi nemico, dovette soccombere, sicuramente contro la propria volontà, al FAMILISMO, pur di assicurarsi un minimo di controllo del territorio. Malgrado ciò, quando era in Egitto e quando pativa il freddo a Mosca dovette fare i conti con persone che gli fecero un colpo di Stato. In politica, disgraziatamente, le REGOLE non servono"

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Mia rispostina:

....Ed è proprio in seguito all'effetto della aggregazione europea che ritengo utile la suddivisione in ambiti provinciali e città metropolitane, corrispondente al territorio "bioregionale".... anche perché le regioni in Italia non corrispondono esattamente a territori omogenei con una precisa identità storica e biosistemica, mentre le province e le città sì... Infatti l'Italia è nata con i Comuni... che in realtà erano "province" perché comprendevano la città con il territorio circostante che si riconosceva nell'identità cittadina. Ricordi? Le regioni al massimo potrebbero coincidere con gli staterelli signorili i cui confini variavano secondo l'espansione o la diminuzione del potere signorile... Per le città e quindi le province, invece, i confini sono certi. Ricorderai benissimo, tu che sei emiliano, la “differenza” identitaria culturale e politica fra Modena e Bologna, durata duemila anni, ed ora le due città sono entrambe nella Regione Emilia Romagna, che è un'aggregazione spuria....
Saul Arpino (alias Paolo D'Arpini)


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Replica di Giorgio Vitali:

CARISSIMO SAUL ARPINO, CHIARIAMO SUBITO CHE IO NON SONO EMILIANO, BENSì ROMAGNOLO. ROMANDIOLICUS, PER LA PRECISIONE E MIO ZIO IL GIORNALISTA FU UN ACCESO SOSTENITORE DELLA SEPARAZIONE FRA ROMAGNA ED EMILIA( due storie, due civiltà, due economie, sostanzialmente diverse e divergenti), con intrusioni "apparenti" dello Stato Pontificio. Anzi, ha agito culturalmente di più la presenza di Cagliostro rinchiuso a san Leo che secoli di benedizioni battesimi baciapile e predicozzi.

TORNANDO A NOI, LA BATTAGLIA DI CUI TI FAI PROMOTORE è SACROSANTA, MA VA COMBATTUTA SAPENDO CHE...
1) La strutturazione in Macroregioni che verrà a seguito di una più stretta integrazione europea avrà connotazioni economiche (macro regione nord-ovest gravitante sulla Francia e basata sulla disseminazione industriale automobilistica.)
2) Macro regione Nord Est gravitante sull'Europa centrale e ricostituente l'Imper austroun garico con la sua economia in prevalenza agricola.
3) Macroregione Italocentrale sulla base dello storico Granducato di Toscana ( benemerito in tutti i sensi)
4) Macroregione pontificia (Lazio, Marche, Umbria, Abruzzo) sotto chiara influenza vaticana a base clerico-agricola.
5) Macroregione a sfondo geopolitico, gravitante su Napoli e Palermo, come c'insegna la storia, gravitante nel cuore del Mediterraneo con propaggini di tipo GEOPOLITICO globalizzato, basate sui commerci più o meno leciti, delle varie SACRE CONGREGAZIONI della cosiddetta "malavita". Che NON ha nulla di differente dalla pirateria da cui è nato l'impero inglese e che aveva proprie in quelle zone sicuri approdi.

Ricordo che la nascita delle Nazioni ha comportato la fine dell'Europa intesa in senso Sacro Romano Impero, così come la rinascita delle strutture imperiali ( vedi oggi la TURCHIA) comporterà la fine delle vecchie strutture nazionali. Ricordo ancora che l'Italia è nata dalla mente di Napoleone ( nazionalista e giacobino), che ha inventato anche la nostra bandiera, ed è stata pensata e fatta in buona parte da persone che avevano combattuto con il Grande Corso, o loro eredi DIRETTI.

LA CONCLUSIONE NON PUò CHE ESSERE UNA SOLA: BATTERSI CONTRO LA DERIVA AUTOMATICA, RIPROPORRE UNA DIVISIONE SU BASE BIOREGIONALE COME RIVOLUZIONE IN ATTO CHE GUARDA OLTRE GLI INTERESSI CONTINGENTI.
AGGANCIARSI A SIMILARI FORME DI BIOREGIONALITà DIFFUSE O DA DIFFONDERE NELL'INTERO TERRITORIO DELLA COSTITUENDA UE, CHE DEVE GUARDARE SOPRATTUTTO AD EST...

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Mia considerazione:

Carissimo Fratello Giorgio, per quanto riguarda le macroregioni bioregionali (da te evocate ma sulla cui vocazione industriale ho dei dubbi) la loro formazione potrebbe avere un senso se e ove si raggiungesse l'unità politica europea (ovvero Stati Uniti d'Europa), ma pure in quel caso l'idea degli ambiti bioregionali ristretti (Province) resterebbe in piedi, come forma di autogoverno locale, ed in quel caso si potrebbero addirittura riunire in un solo ente giuridico tutti i comuni della Provincia. Per quel che riguarda le aree fortemente urbanizzate, invece, resta in piedi l'ipotesi di "Città-Regione" (vedi l'esempio di Parigi e la sua banlieu). Ma in tutto questo riassetto "amministrativo" andrebbe comunque considerata l'omogeneità dei territori presi in considerazione (dal punto di vista dell'habitat e del biotopo), infatti la consistenza ecosistemica è uno dei modi di poter individuare una "bioregione" oltre ovviamente alla "identità" culturale, sociale ed umana.
Ciao, Paolo D'Arpini

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Precisazione di Giorgio Vitali:

O gran fedele di Priapo!
Concordo con Te sui temi testé trattati. Tuttavia debbonsi prendere in considerazione (ferma restando l'ipotesi rivoluzionaria da me cennata) le connotazioni geografiche. Per NOstra ( ed altrui) fortuna e per una sorta di isolamento dell'Italia, che ha esportate genti tramite le Repubbliche Marinare, ma nei limiti delle capacità delle navi in uso, fino alla migrazione di massa verso le Americhe, ma nel secolo XIX, le popolazioni regionalmente intese sono rimaste tali e quali l'epoca delle scorribande barbariche. (con qualche eccezione come noi romagnoli, adusi a frequentare miscugli Otrogotico/ Erulo/ longobardico/ bizantini (id est: di tutto e di più). [Io comunque sento scorrere tumultuosamente nelle mie arterie il buon sangue che irrorava ODOACRE il Magnifico. Ignobilmente assassinato, auspice una "fimmina" dal cattivo Teodorico, Primo ed autentico Re d'Italia]. Ciò detto, ed affermato, ad esempio io riconosco a naso gli etruschi, e permettendolo i programmatori del disordine globalizzato, è possibile anche identificare le comuni radici di umani, non umani, vegetali, insetti e quant'altro. In tal caso, e fatta una debita cernita, è possibile di tutto. Eccetto: i pugliesi, naturalmente fatti colà trasmigrare dai Romani avendoli sottratti alla natia Liguria. Gli abitanti dei Castelli Romani, eredi e fisicamente identificabili ancor oggi, dei MORI ivi trasportai come schiavi dopo la battaglia di Lepanto; gli abitanti di Rocca di Papa, discendenti per via diretta di Svizzeri e Lanzi, che ivi dimoravano a difesa delle mura di Roma fino al fatidico 1870, anno maledetto da Pio IX che vi vedeva fonte di sciagure, tant'è che era aduso ad indicare nella Breccia di Porta Pia, che aveva offeso il Buon Dio, la causa di tutti i mali d'Italia.
Ma NOI, che siamo devoti al nome sacramentato di Priapo, di queste cose non rechiamo cattiva memoria. Georgius Romandiolicus.


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Mio saluto finale:

E sempre sia lodato.... Fratello Giorgio

Pubblico il tutto nel blog Altra Calcata... altro mondo... Poiché solo in un "altro mondo" tutto questo progettare sarà possibile attuarlo!

Ti ricordo l'incontro del 7 ed 8 maggio 2011 a Treia (Macerata) su "Cure Naturali, agricoltura biologica, alimentazione bioregionale e spiritualità della natura".

Ha annuciato la sua presenza anche la comune amica Luisa di Nepi (che forse potrebbe venire in macchina con te)... Paolo D'Arpini