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venerdì 17 febbraio 2012

Rieti... capoluogo del cemento, del cemento, del cemento.... di Gianfranco Paris


In hoc signo vinces... Foto di Gustavo Piccinini


L'ultima trasmissione intitolata Presa diretta, in onda domenica scorsa su RAI TV3 mi fornisce lo spunto per riparlare della politica urbanistica del comune di Rieti.

Il conduttore ha preso in esame tre esempi in campo nazionale: l'isola d'Ischia, la città di Cosenza e la città di Reggio Emilia. Tre esempi emblematici di come la politica urbanistica posta in essere dai comuni italiani sia analoga in tutto il territorio nazionale, sia se governato da amministratori che si dichiarano di appartenere al centro destra che da quelli del centro sinistra.

Cambiano gli strumenti, ma la musica è sempre la stessa!

L'isola d'Ischia è un caso da raccapriccio. Una delle perle del Mediterraneo, celebrata da poeti e frequentata fin dai tempi degli antichi romani per le sue acque salutari, vede ridotte le sue coste ad un agglomerato di cemento, in molti casi incompiuto, che deturpa gli angoli più beli delle sue coste, con case che in alcuni casi occupano addirittura la spiaggia e che, quando arriva l'alta marea, l'acqua salmastra inonda il pianterreno e gli scantinati.
In uno degli scantinati di un albergo è stato sistemato l'archivio del comune di Forio che raccoglie tutte le domande dei condoni, regalati dal Parlamento italiano agli abusivi, che attendono di essere prese in considerazione per la sanatoria.

Migliaia di domande che non possono essere evase per mancanza di personale e anche perché l'architetto che le deve esaminare subisce periodicamente delle minacce.

Ma non basta. Un abusivo, interrogato dal cronista, per difendersi ha riferito che proprio sopra la sua casa c'era una villetta, indicandola alle telecamere, costruita da un Prefetto della Repubblica, accanto alla quale ce n'è un'altra costruita da un familiare di Mastella.

Sono rari i luoghi delle tantissime coste dell'isola immuni da brutture e incompiute di ogni tipo.

A Cosenza le cose sono ancora peggiori. Cosenza è la città dove completò il suo ministerio ecclesiastico l'arcivescovo Trabalzini, dopo aver lasciato da vescovo la città di Rieti.

Qui è stata posta in essere una politica tesa a favorire lo spopolamento del centro storico a favore della valorizzazione urbanistica della periferia che, da agricola, è stata trasformata di zona urbana ad alta intensità abitativa.
Ma non solo, è stata consentita la realizzazione di un grosso centro commerciale con annessi dell'indotto sotto una collina ad alto rischio di frane perché situata in una zona di facile accesso.

Tutte le colline circostanti, bellissime dal punto di vista paesaggistico, sono state invase da migliaia di case che ne hanno snaturato la bellezza e la funzione.

Il discorso del centro storico merita una particolare riflessione.

Il centro storico di Cosenza, come la maggior parte dei centri storici delle città italiane, come ad esempio Rieti, è molto bello e rappresenta la memoria storica dello sviluppo della nostra cultura.
In qualunque parte d'Europa ci si rechi, i centri storici delle città sono oggetto di particolari cure e rappresentano una forte occasione di sviluppo dell'economia turistica.

Quando nel 1970 fu approvata la legge sui suoli, la cosiddetta legge del repubblicano Bucalossi, essa prevedeva che tutti i comuni si dotassero di un piano regolatore prima e di un piano particolareggiato poi per mettere mano ad una intensa campagna di potenziamento del patrimonio urbanistico cittadino.

Questa norma è stata totalmente, o quasi, disattesa e anche quando è stato redatto il piano regolatore non è stato fatto il piano particolareggiato che avrebbe dovuto stabilire nei dettagli come intervenire.

Ho vissuto direttamente questa tragedia urbanistica a Rieti dove, pur essendo stato affidato l'incarico di redigere il piano particolareggiato, non fu redatto perché i sindaci che vennero dopo quella amministrazione preferirono bloccare la città a favore dei tanti palazzinari iscritti ai vari partiti, ed in qualche caso finanziatori, che invece avevano comprato i terreni circostanti il perimetro cittadino.

Così il centro storico di Cosenza oggi è in pieno abbandono. A Cosenza l'amministrazione è appannaggio del centro destra. Il sindaco, una donna, ha mostrato molta insofferenza alle domande del cronista. Abbiamo visto delle immagini veramente squallide e vie completamente abbandonate, senza abitanti e senza vita.

Di recente ho rivisto Palermo dopo 50 anni, stessa situazione, anzi peggio perché a Palermo niente è concesso se non si fa parte di certi ambienti. Sembra impossibile che dopo tanto tempo nulla sia accaduto.

Il centro storico di Rieti ha subito la stessa sorte, ma si è salvato (si fa per dire) a causa del terremoto che ha messo in moto un processo di ristrutturazione a prescindere dal piano particolareggiato e per via di qualche piano di ristrutturazione pilotato sempre dagli stessi palazzinari, mentre ai privati non viene concesso niente.

Il risultato è comunque lo stesso perché da punto di vista della vita economica e sociale il centro storico di Rieti è praticamente quasi morto. Non ci sono più negozi, né attività artigianali che erano l'anima pulsante della Rieti dello scorso secolo, molte le case disabitate e abbandonate.

Il terzo esempio trattato da Presa diretta è quello di Reggio Emilia, amministrazione comunale guidata dal centro sinistra.

Anche qui stessa situazione. Abbiamo sentito il sindaco dichiarare che è bene consentire a chi vuole abbandonare la coltivazione dei terreni di trasformarli in terreni da urbanizzare per due motivi, primo perché si crea lavoro e secondo perché i palazzinari portano soldi al comune con gli oneri di urbanizzazione.
Così anche nella “civilissima” padania si applicano gli stessi metodi del resto d'Italia e il processo di cementificazione assorbe implacabilmente terreni agricoli seminando il panorama paesaggistico d'Italia di brutture e degradando i centri storici e i terreni.

A Rieti l'opera di cementificazione è stata recentemente potenziata dal consiglio comunale con la delibera di approvazione dei Piani Integrati, fortissimamente voluta dall'assessore all'urbanistica, che sarà probabilmente il prossimo candidato sindaco del centro destra reatino alla carica di sindaco. Con la scusa di sanare le tre zone ex industriali degradate del centro cittadino, la delibera consente la presentazione di progetti di cementificazione di tutte le altre poche zone cittadine distribuite a macchia d'olio intorno al centro. Ma mentre le zone ex industriali dovranno essere prima bonificate, e quindi molto probabilmente rimarranno così come sono per altri decenni in attesa di tempi per maggiori facilitazioni, le altre zone verranno a brevissimo invase da case e negozi destinati a rimanere sfitti, atteso che la città di Rieti, anziché aumentare la popolazione, la diminuisce.

Per fortuna che in Italia non la pensano tutti così. C'è qualcuno che si oppone non a parole ma con i fatti, come documentato sempre da Presa diretta. Infatti il sindaco di Colorno Marco Boschini che, insieme al sindaco di Cassinetta Domenico Finiguerra, ha costituito l'Associazione dei comuni virtuosi, ha deciso di non concedere terreni agricoli alla urbanizzazione del cemento, convinto che il vero bene dei suoi amministrati si fa conservando il patrimonio naturale alla collettività rifiutando il finto benessere della cementificazione.
Seguendo esempi di questo genere, Fara Virtuosa prima, e Rieti Virtuosa dopo, sono nate sullo slancio di queste idee e per realizzare le premesse perché nella pubblica amministrazione prevalgano a breve, o a lunga scadenza, queste linee di azione politica concreta.

Una ragione di più perché i cittadini si organizzino a difesa dei loro beni naturali contro ogni effimera speculazione che porta utili solo a pochi e danni a tutta la collettività

Gianfranco Paris

lunedì 26 dicembre 2011

Attuazione bioregionale ed Unione Europea - proposte concrete di Gianfranco Paris e Paolo D'Arpini

Europa.. e divento Luce - Dipinto di Franco Farina


Attuazione bioregionale ed Unione Europea - proposte concrete di Gianfranco Paris e Paolo D'Arpini

Scrive Gianfranco Paris: "Io credo che tutti i problemi possano essere evitati se ci si mette in testa di creare gli Stati Uniti d'Europa, cioè un vero Stato Federale. Il problema serio è che se continua così, i popoli che abitano i paesi europei, compresa la Russia, sono tagliati fuori dai giochi dei due nuovi blocchi est-ovest. L'Europa è malata di arteriosclerosi politica e quindi incapace di capire quel che accade realmente, ognuno pensa ai cazzi propri e così facendo non si accorge del possibile baratro. Negli USE non ci sarà spazio per le guerre del passato, ogni regione vi parteciperà in proprio, ma facendo parte di un tutto. Ho fiducia che alla fine i vari governanti lo capiranno, magari tardi, ma sarà meglio tardi che mai!"

Risposta di Paolo D'Arpini: "Caro Gianfranco, sono contento che tu abbia riportato l'attenzione sull'attuazione del bioregionalismo in termini politico-amministrativi. Infatti sono d'accordo sul fatto che ove l'Europa divenisse una realtà federale.. le nazionalità potrebberro scomparire per far posto alle macroregioni bioregionali ed alle microregioni provinciali (le regioni attuali andrebbero eliminate) ed alle città metropolitane.. in tal modo si otterrebbe omogeneità sociale e territoriale e si eviterebbero innumerevoli carrozzoni clientelari. Ad esempio la macroregione alpina potrebbe comprendere centri ubicati di qua e di là delle alpi, superando i confini attuali fra Francia, Italia.. etc. O nel piccolo si potrebbe configurare la bioregione Sabina, con il reatino e sabina romana.. etc. Ah, cosa importante.. oltre all'unione politica effettiva l'Europa dovrebbe recuperare anche la sovranità monetaria togliendo alle banche private (quale è la BCE) il signoraggio e riconoscendo il diritto di emettere cartamoneta solo al Ministero del Tesoro della Federazione Europa"

Rete Bioregionale Italiana
http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/

mercoledì 21 dicembre 2011

(Polverini) Renata, Renata, Renata.... Come a votar male poi si piange sul latte versato...

Lacrime sul latte versato nel deserto...


La Sabina, insieme a tutte le province del Lazio, ha fatto vincere la Polverini. Sarà sempre bene ricordare che a Roma aveva vinto Emma Bonino.

La nuova “governatrice” appena eletta ci regalò subito il taglio dei fondi per il completamento della dorsale appenninica che ci riguarda molto da vicino, sarebbe per noi l'uscita dal secolare isolamento dalle grandi comunicazioni nazionali. Subito dopo ci regalò la sparizione dei fondi per l'ammodernamento della Salaria. Poi ha fatto sparire l'Ospedale di Magliano Sabina e mutilato quello di Amatrice facendo ingolfare quello di Rieti e costringendo i più, per curarsi con decenza e sollecitudine, ad andare a Roma, Terni o L'aquila.

L'altro ieri l'ultima “porcata”. Mentre tutti noi andando alle pompe della benzina abbiamo trovato la sorpresa dell'aumento delle accise, il ripristino dell' ICI sulla prima casa e tante altri regali natalizi, il Consiglio regionale ha votato un provvedimento legislativo con il quale ha esteso il beneficio della rendita vitalizia agli assessori esterni, cioè a coloro che non sono stati eletti consiglieri regionali. Certamente i lettori sapranno che i consiglieri regionali godono degli stessi benefici di cui godono i parlamentari.

Ciò è accaduto perché il PDL, per soprusi interni dell'ultimo momento, non riuscì a presentare la propria lista alle ultime elezioni regionali. Così quegli esponenti che durante la campagna elettorale, pur non potendo essere eletti, aiutarono comunque la Polverini, furono chiamati a ricoprire la carica di Assessore. Ora l'equiparazione a coloro che furono eletti dal popolo. A loro gli stessi benefici, come se fossero stati eletti.

I due consiglieri regionali eletti nella Lista Bonino, i Radicali Rossodivita e Berardo, hanno fatto i conti. L'operazione costerà alle casse regionali un milione di euro e lo hanno pubblicamete denunciato.

Che dire di cotanto dispregio nei riguardi della popolazione del Lazio?
Mentre da una parte si taglia ciò che serve alla popolazione, dall'altra si regalano benefici ai propri sostenitori. Ne più e ne meno di come fanno i dittatori che per mantenersi al potere assoldano mercenari e costringono i sudditi a pagare sempre più tasse e balzelli.

C'è qui da noi solo una piccola differenza, che la dittatura non è esercitata dai singoli, ma dal complesso dei partiti che, dopo aver superato lo scoglio delle elezioni con l'inganno ed ogni altro mezzo consentito e no, fanno il loro comodo infischiandosene della collettività.

Dicono che questo è qualunquismo! Forse lo è, ma quale difesa ha il cittadino di fronte a cose di questo genere?

Basterà la denuncia di Rossodivita e di Berardo a far recedere il consiglio regionale da questo sopruso? Io penso di no.

Quindi a me viene spontaneo gridare forte: BEN CI STA! W POLVERINI! Siamo noi che l'abbiano fatta vincere.

Gianfranco Paris

sabato 4 giugno 2011

Referendum popolare.. ultimo baluardo della democrazia in Italia



REFERENDUM: L'ULTIMA RESISTENZA

La partitocrazia ci ha privati di tutto. La costituzione italiana soffre di un processo di erosione che dura dal 1950, subito dopo la sua approvazione.
Nel libro la PESTE ITALIANA i Radicali hanno elencato minuziosamente tutti i ritardi “voluti” della sua concreta applicazione e i singoli atti, legislativi e no, approvati dal Parlamento per la sua disapplicazione.

La destra ora parla apertamente di volerla modificare a suo uso e consumo. La sinistra si oppone solo per ragioni di propaganda, solo per dire cosa diversa dalla destra e facendo così non dimostra di volersi redimere dal passato.

La verità è che la nostra classe politica autonominata e autorigenerata non crede più alla costituzione repubblicana. Il dibattito sulla stessa è strumentale, tutti tendono a modellarla secondo i propri interessi di parte alla faccia degli interessi del popolo.

L'istituto del referendum è l'unico strumento rimasto in mano all'elettorato per far sentire la propria voce, anche se il risultato corre il rischio di essere stravolto dal Parlamento come è accaduto con il finanziamento pubblico dei partiti e con la responsabilità civile dei magistrati. Ma esso va salvaguardato per manifestare l'ultima resistenza allo smantellamento delle istituzioni. Non abbiamo in questo momento niente altro che ci tenga legati al concetto di stato democratico.

La propaganda di questi giorni contro i referendum del 12/13 giugno p.v. non dimostra di voler difendere l'istituto del referendum, sembra avere più a cuore alcuni effetti collaterali immediati di questa consultazione. La sinistra quello di dare un altro schiaffo a Berlusconi e la destra la difesa ad oltranza della scelta nucleare, come dimostra il tentativo di ieri di rimettere in discussione la decisione della Cassazione che lo ha ritenuto conforme alle leggi con il ricorso alla Consulta approfittando della elezione alla presidenza di Alfonso Quaranta, giudice che piace al centrodestra, che avverrà lunedì 6 giugno 2011 in virtù del principio della anzianità.

Sono entrambe due posizioni sbagliate. Gli italiani debbono andare a votare per difendere l'istituto referendario, non per abbattere o confermare qualcuno. Oggi si vota perché fa comodo ad una parte e domani non si vota per l'opposto contrario. Così si uccide l'unico strumento di democrazia reale rimasto in mano ai cittadini. E non è un caso che in questi ultimi tempi non si è più raggiunto il quorum necessario previsto dalla Costituzione.

L'interesse superiore della collettività esige che gli italiani vadano a votare, tutti; quelli per il si e quelli per il no. Poi vincano i più. Io personalmente sono per il si. Ma andrò a votare soprattutto per difendere l'istituto referendario.

La democrazia non è un regalo, bisogna sapersela meritare. Per questo il 12 e 13 giugno non bisogna andare al mare. Bisogna raggiungere il quorum per dimostrare che alla costituzione ci credono almeno i cittadini. Poi è giusto che vinca la maggioranza. I trucchi non mi piacciono e soprattutto sono nocivi all'Italia.

Gianfranco Paris

lunedì 17 gennaio 2011

Proposte concrete per l'attuazione bioregionale nel Centro Italia - “UNA ASSE DI SVILUPPO INTEGRATO UMBRO-SABINO”


Sembra di sognare. E' stato emanato un bando per uno studio di fattibilità per un asse di sviluppo economico Rieti - Terni.

Ho vissuto in prima persona, occupandomi di politica, il dramma della paura dei ternani di vedersi fuggire attività industriali e artigianali verso Rieti a causa dei benefici della cassa per il mezzogiorno di cui beneficiava il nucleo industriale Rieti-Cittaducale.

E' stata questa paura che ha impedito fino ad oggi il completamento della dorsale appenninica che, partendo da Civitavecchia e arrivando a Sora, dovrebbe congiungere tutto l'appennino centrale ai due porti del tirreno a nord (Civitavecchia) e a sud (Napoli), facendo uscire dall'isolamento tutte le città che gravitano sotto le montagne più alte dell'Appennino a cominciare da quella di Rieti.

Finalmente oggi il tratto Rieti-Terni sembra essere una realtà, tempi tecnici e soldi permettendo. Ma francamente il bando di uno studio di fattibilità per la valorizzazione dell'Asse Rieti-Terni mi ha sorpreso non poco. Evidentemente o stanno cambiando i tempi, o finalmente i ternani si sono chiarite le idee, e ciò che prima appariva negativo ora è diventato positivo.

Il progetto è sostenuto dalla Cassa di Risparmio di Terni e dalla relativa Fondazione e il bando può essere visionato sia nel sito della provincia di Terni che in quelli della provincia e del comune di Rieti.

Si tratta in sostanza dell'asse Marmore-Piediluco-lo speco francescano di Narni-la Valle Santa con i suoi quattro santuari francescani, la Valnerina ed il comune di Stroncone, i comuni di Labro, Greccio, Colli sul Velino, Cittaducale, Morro, Cantalice, Poggio Bustone e Rieti. Esso prevede la riqualificazione turistica, paesaggistica e ambientale del bacino fluviale e lacustre della cascata delle Marmore, del fiume Velino, dei laghi di Piediluco e Ventina che potrebbero essere oggetto di un progetto di navigabilità con natanti ad energia alternativa, nonché il turismo religioso con il perfezionamento della via Francigena che dalla Valnerina, attraverso Terni e la Valle Santa, giunge fino a piazza San Pietro di Roma.

Un tale asse, assistito dalla presenza del tratto stradale Terni-Rieti della dorsale appenninica, avrebbe tutte le caratteristiche per imporsi alla attenzione delle correnti del turismo internazionale che oggi ignora quasi completamente tutta questa zona tranne che per un turismo mordi e fuggi limitato alla cascata delle Marmore e ai santuari della Valle santa.

Il territorio bioregionale di cui parliamo è uno dei più belli dell'Italia centrale subappenninica, situato intorno a centro geografico della penisola conteso tra più città della zona, che Marco terenzio Varrone indicò a Reate, e che rende accessibili tutti i principali e più alti monti dell'appennino, come il gruppo dei monti Reatini, i monti della Laga, i Sibillini ed il Gran sasso d'Italia, dal versante tirrenico della penisola. Francesco d'Assisi, partendo da sua città natale, lo percorse e abitò tutto, lasciando tracce della sua presenza in molti luoghi ritenendolo ideale per il suo percorso di santità.
Esso fino ad oggi è rimasto quasi interamente trascurato da ogni forma di investimenti da parte della società emersa nella seconda metà del XX secolo, e non perché non fosse idonea, ma perché è rimasta tagliato fuori dalle vie di comunicazione realizzate dalla politica sotto le pressioni delle zone più forti demograficamente e quindi più appetibili elettoralmente. Il dio voto impone le sue regole allo sviluppo nazionale.

Ciò da un certo punto di vista è stato un male, ma per un altro è stato un bene perché lo ha preservato dalle brutture urbanistiche che hanno imbrattato il suolo nazionale e ne hanno conservate intatte le potenzialità.
Così oggi esso è ideale per essere utilizzato in tutte le sue potenzialità di sviluppo economico indirizzato verso una corretta fruizione dell'ambiente coniugando sviluppo e ambiente.

Il bando sponsorizzato dalla provincia di Terni e dalla Fondazione della Carit dimostra non solo che i ternani hanno finalmente capito che lo sviluppo non può essere legato alla conservazione dei piccoli egoismi locali, ma che bisogna allargare l'orizzonte unendo le potenzialità omogenee di zone più allargate anche al di fuori della propria regione di appartenenza con progetti di ampio respiro. Forse lo hanno capito anche perché la città di Terni, che prima della seconda guerra mondiale era la più importante non solo dell'Umbria, ma anche tra tutte le città a nord di Roma e a sud di Firenze, ha registrato un notevole declino a favore di Perugia che ne ha preso il posto, e con quali risultati!

Non mi pare poco, specie se si pensa che per far maturare questo processo ci sono voluti sessanta anni.

Il fatto è che oggi per recuperare il terreno perduto bisogna fare presto perché l'economia italiana è in forte crisi e la gioventù stenta a trovare un posto di lavoro degno di questo nome.
Uno sviluppo come quello prefigurato dal bando di cui sopra presuppone una partecipazione diretta e attiva della popolazione, non si può pensare che debba essere lo stato a mettere in moto tutte le iniziative economiche necessarie per attivare un processo di sviluppo.

C'é bisogno di una imprenditoria locale del settore capace di approfittare dell'occasione, di idee fresche e legate alle necessità del mondo moderno assistite, questo si, dalla mano pubblica, ma solo nella fase iniziale e con un processo di controllo serio perché le esperienze precedenti in materia di assistenza allo sviluppo economico che si conoscono nel nostro paese sono legate allo spreco, se non al malaffare.

Quanti soldi la regione Lazio ha impiegato a Rieti per restauri di palazzi abbandonati a se stessi che dovevano servire allo sviluppo turistico, e nei quali corrono i sorci, e per progetti di sviluppo in settori silvicoli che non sono serviti a niente!

Sono stati dati tanti soldi, e una volta dati chi s'è visto s'è visto.
Riuscirà il bando per l'asse Rieti-Terni ad invertire questa tendenza e a creare le condizioni perché si imbocchi finalmente una via corretta per lo sviluppo dell'Italia centrale subappenninica? Ci vorrà molto tempo, non importa, meglio tardi che mai.

C'é da augurarselo veramente, Gianfranco Paris (Direttore di Mondo Sabino)

mercoledì 15 luglio 2009

Proposta di Gianfranco Paris per il riassetto bioregionale del Lazio, e programmi di settembre 2009 a Sant'Oreste (Roma) e Poggio Mirteto (Rieti)

Intervento per l'attuazione bioregionale in chiave istituzionale.

Condivido il Bioregionalismo nella sua sostanza ma l‘obbiettivo nell’attuale assetto istituzionale italiano non può che essere raggiunto per gradi.

Nella prima fase bisogna tener conto dell’esistenza delle Regioni così come sono oggi, senza pretendere modifiche di territorio perché queste per essere realizzate necessitano di complicati meccanismi costituzionali e scatenano nel contempo reazioni a catena dovute ad interessi precostituiti che è difficilissimo scardinare.

Questa situazione rende per i momento utopistica l’istanza bioregionale anche se effettivamente ben motivata. Oggi quindi il bioregionalismo amministrativo può avere, a breve e medio termine, una concreta possibilità di realizzazione solo con accorpamenti e ristrutturazioni di enti all’interno delle singole Regioni.

Nel nostro caso ci soccorre la Legge 145 del 1990, una buona legge partorita dalla Prima Repubblica, purtroppo ancora disapplicata.
Nel Lazio ci sono tre realtà territoriali e socio economiche diverse. C’è l’area metropolitana romana che comprende gran parte del territorio e degli abitanti laziali, c’è il sud pontino e ciociaro che è riuscito in questi ultimi 60 anni ha guadagnare un parziale progresso, c’è un nord sabino e la Tuscia che rappresentano l’anello più debole della catena regionale. Pur tuttavia sia il nord, ovvero la provincia di Rieti e Viterbo, che il sud, cioè Frosinone e Latina, sono legati da una omogeneità socio economica, di tradizione culturali e storiche che possono riconoscersi in un’unica matrice bioregionale. Tutte e quattro queste province hanno comunque tratti comuni evidenti di condizioni economiche, sociali e culturali che hanno poca attinenza con la realtà della megalopoli romana. La legge del 1990 prevede l’istituzione delle Aree Metropolitane, una sorta di città stato alla maniera tedesca (dove funzionano molto bene), staccate amministrativamente dalle Regioni di cui fanno parte ed il cui territorio non dovrebbe allargarsi più di tanto dagli attuali confini comunali. In questo modo l‘attuale territorio della Provincia di Roma, non necessaria all’Area Metropolitana, dovrebbe essere ceduto alle Province storiche confinanti (in chiave omogenea) rendendole così più solide dal punto di vista politico ed economico.
Ne verrebbe fuori un nuovo Lazio di due regioni, la prima costituita dall’Area Metropolitana di Roma, la seconda dalle quattro province autonome capaci di amministrarsi e programmare un loro sviluppo adeguato alle proprie esigenze, anche in considerazione delle esigenze metropolitane ma ad esse non soggette né condizionate.
Per realizzare tutto ciò non occorre una legge costituzionale, basta applicare la L.142/1990 sul riordinamento degli enti locali che consente questi aggiustamenti.

In tal modo sarà possibile realizzare a breve una prima graduale applicazione del bioregionalismo, lasciando a tempi più maturi la prospettiva di una riaggregazione su base prettamente bioregionale del territorio dell’Italia centrale.

Gianfranco Paris

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Commento:

Accolgo con grande piacere questa lettera-proposta di Gianfranco Paris, che riporta tutta la discussione bioregionale alla sua origine. Infatti questa descritta da Gianfranco è la prima proposta bioregionale avanzata da un nostro comitato chiamato “Punto Verde Calcata”, proprio negli anni ’90 del secolo scorso, prima ancora della fondazione della Rete Bioregionale Italiana e dell’uso del termine “bioregionalismo” che –ricordiamolo- è un neologismo d’importazione statunitense, oggi entrato nell’uso comune, in precedenza si usavano i termini “coesione delle aree omogenee” “ecosistema condiviso” “comune ambito socio culturale e geografico” etc.. Già dal 1990 questo discorso era partito assieme con la VAS di Stefano Zuppello e di Guido Pollice, successivamente con il discorso “etnico geografico” di Edoardo Zarelli (tra i primi fautori dell’ecologia geografica in Italia), con Accademia Europea di Carlo Carli, con la proposta di Luigi Daga per una Nuova Regione Etruria, con il Comitato per l'Etruria di Armando Gabrielli di Viterbo, poi sono arrivati gli americani con la nuova terminologia “bioregionale”….

L’intervento di Gianfranco Paris che, essendo direttore della testata locale Mondo Sabino, nonché compartecipe del “Punto Verde” per il riassetto del Centro Italia, e che ha sempre praticato un “bioregionalismo” ante litteram mi fa molto piacere e rende giustizia storica al nostro impegno.

Questa proposta di riaggregazione bioregionale del Lazio viene inserita negli argomenti in discussione in due prossime tavole rotonde, una in provincia di Roma, sul Soratte, e l'altra in provincia di Rieti, a Poggio Mirteto:

Sant'Oreste - Sabato 19 settembre 2009
h. 16.00 - Palazzo Canali Caccia a Sant’Oreste (RM) Inaugurazione Mostra e Tavola Rotonda sui Riti Fescennini e la sacralità del Soratte. Presenziano le Autorità Istituzionali e gli esponenti degli Enti Patrocinanti e dei Comuni coinvolti.


Poggio Mirteto - Domenica 20 settembre 2009
h. 10.30 - A Poggio Mirteto (Rieti) - Appuntamento a Palazzo Farnese – Passeggiata nei luoghi da cui la montagna sacra è visibile in lontananza e racconti sulla sacralità del territorio e sull’antica unione fra genti sabine, falische ed etrusche. Picnic in loco.
h.16.00 – Nel Palazzo Farnese meditazione sul Monte Soratte. Giro di condivisione di esperienze sul Soratte ed incontro conviviale, in cui esprimere varie forme di spiritualità naturale: la poesia, la musica arcaica, le storie.

Paolo D’Arpini