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mercoledì 21 marzo 2012

Fine imminente del Kali Yuga e fine del patriarcato

Sorgente della vita di Carlo Monopoli


Riflessioni sul disfacimento morale e sociale nel rapporto maschile-femminile in vista dell’esaurimento del Kali Yuga.

Dobbiamo partire da una notizia di cronaca in cui si indicano i paesi che si affacciano sull’oceano indiano (Pakistan, India, Somalia, ecc.) come i luoghi in cui maggiormente la donna soffre di persecuzione e violenza. Ciò fa pensare e riflettere sull’inversione di tendenza nel rapporto maschile-femminile che proprio in questa area vide la nascita della parità dei generi e del rispetto verso il femmineo.

Infatti, verosimilmente, sia sulle coste dell’Africa che nell’India pre-ariana, il matrismo originario sorse e prosperò.

Ma oggi osserviamo che il cambiamento nelle relazioni fra il maschile ed il femminile può essere considerato un termometro per misurare il decorso della malattia nella specie umana. Tale malattia prese origine con l’avvento dell’era oscura, definita in India Kali Yuga, che si fa risalire a circa 5000 anni fa. L’inizio di qust’era, che corrisponde al termine della guerra descritta nel Mahabarata, diede avvio ad un lento processo di degrado che portò la società egualitaria e sacrale, fino allora vigente in quasi tutto il mondo conosciuto, a deteriorarsi sotto l’influsso sempre più pressante del patriarcato e dell’avvalorazione del senso del possesso.

In Europa quello stesso periodo, definito tardo neolitico, descritto con dovizia di particolari dalla studiosa ed archeologa Marija Gimbutas si concluse con l’affermarsi del potere maschile esercitato con la violenza e con la perdita della libertà femminile (tramite l’acquisto della donna a scopo riproduttivo, guerre di razzia, perpetuazione della patrilinearità, etc.). Contemporaneamente abbiamo notizia di simili eventi accaduti anche nell’antica civiltà cinese, ove prese il sopravvento il modello prevaricatorio e controllativo del mondo femminile. Tale momento viene anche evocato nel Libro dei Mutamenti relativamente alla descrizione dell’esagramma “Il farsi Incontro” in cui si immagina il femminile che spontaneamente va incontro al maschile e di conseguenza ne riceve un giudizio negativo. Allo stesso tempo, nella lettura dei commenti, si evince che questo “farsi incontro” rappresentava il modo di funzionamento antecedente nella società. Tale mutazione nello stile dei rapporti intergenerici (uomo-donna) è stato considerato l’inizio dell’era dei conflitti (traduzione corretta del significato di Kali Yuga) e chiude la precedente era dell’incertezza (Dvapara Yuga).

Ora dobbiamo esaminare come gli antichi saggi accuratamente descrissero le caratteristiche dell’era corrente evocando una serie di avvenimenti e tendenze che sono facilmente riconoscibili in questo momento storico. Senza voler evocare calendari Maya o altre descrizioni apocalittiche più o meno credibili, riportiamo, in ogni caso, alcune affermazioni storiche certificate, vecchie di migliaia di anni.

“Trovandosi immersi nell’ignoranza, sicuri di sé, ritenendosi saggi, gli sciocchi si aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco” (Mundaka Upanishad)

“Ora difatti è proprio l’età del ferro, né mai gli uomini cesseranno di soffrire il giorno, per le fatiche e le miserie, e la notte di struggersi per le gravi angosce che gli dei gli daranno. Né allora il padre sarà simile ai figli, né i figli al padre, né l’ospite sarà caro all’ospite, l’amico all’amico, il fratell al fratello come nel tempo passato. Essi avranno in dispregio i genitori, appena cominceranno ad invecchiare, li insulteranno con parole villane; né essi, ai genitori invecchiati, daranno il necessario per vivere, usando il diritto del più forte; infine saccheggeranno a vicenda le città. E allora non vi sarà più gratitudine per l’uomo giusto, ma piuttosto si terrà in onore l’uomo artefice di mali, la giustizia sarà nelle sue mani; il pudore non esisterà più. Il malvagio recherà danno all’uomo dabbene, agli uomini miseri sarà compagna la gelosia, amante del male dall’odioso aspetto… e non ci sarà più scampo dal male” (Esiodo, Opere e giorni).

Nel Linga Purana, antico testo Shivaita, vengono descritti gli uomini del Kali Yuga come tormentati dall’invidia, irritabili, settari, indifferenti alle conseguenze dei loro atti. Sono minacciati da malattie, da fame, da paura e da terribili calamità naturali. I loro desideri sono mal orientati, la loro scienza è usata per fini malefici. Sono disonesti.
In questo tempo sono in declino i nobili e gli agricoltori mentre la classe servile pretende di governare e di condividere con i letterati il sapere, i pasti, le sedie e i letti. I capi di stato sono per lo più di infima origine. Sono dittatori e tiranni.

“Si uccidono i feti e gli eroi. Gli operai vogliono avere ruoli intellettuali. I ladri diventano Re, le donne virtuose sono rare. La promiscuità si diffonde. La terra non produce quasi nulla in certi posti e molto in altri. I potenti si appropriano dei beni pubblici e cessano di proteggere il popolo. Sapienti di bassa lega sono onorati e partecipano a persone indegne i pericolosi segreti delle scienze. I maestri si degradano vendendo il sapere. Molti trovano rifugio nella vita errante.

“Verso la fine dello yuga gli animali diventano violenti (perché sfruttati n.d.r.).
Gli uomini dabbene si ritirano dalla vita pubblica. Anche i sacramenti e la religione sono in vendita. I mercanti disonesti. Sempre più numerose le persone che mendicano o cercano lavoro. Quasi tutti usano un linguaggio volgare e che non tiene fede alla parola data. Individui preminenti senza moralità predicano agli altri la virtù. Regna la censura… Nelle città si formano associazioni criminali. L’acqua potabile mancherà, così pure la frutta. Gli uomini perdereanno il senso dei valori. Avranno mali al ventre, ed i capelli in disordine. Verso la fine dello yuga l’aspettativa di vita non andrà oltre l’adolescenza,. I ladri deruberanno i ladri. Molti diverranno letargici e intorpiditi, le malattie saranno contagiose. Topi, serpenti e insetti tormenteranno gli uomini. Uomini affamati e impauriti si troveranno nei pressi del fiume Kausichi.
Alla fine di questa era un po’ ovunque nel mondo si diffonderanno i praticanti di riti sviati. Persone non qualificate si spacceranno da esperti. Gli uomini si uccideranno l’un l’altro e uccideranno i bambini, le donne e gli animali. I saggi saranno condannati a morte”.

Tuttavia, ancora secondo il Linga Purana, alcuni uomini potranno raggiungere in breve tempo la perfezione. In un certo senso il Kali Yuga è un periodo privilegiato. I primissimi uomini delle ere antecedenti, ancora prossimi al divino, erano saggi in una società di saggi. Ma gli ultimi uomini, questi del Kali-yuga, avvicinandosi all’annientamento, si avvicinano anche al principio in cui tutto ritorna alla sua fine. In mezzo alla decadenza morale, alle ingiustizie, alle guerre, ai conflitti sociali e alla persecuzione del femmineo, che caratterizzano la fine di questo yuga, il contatto con il divino, per via discendente, diviene più immediato.

In una società dove tutto è già perfetto, gli atti vengono compiuti automaticamente nel bene, mentre in una società degradata occorre discriminazione e coraggio.
Troviamo descrizioni di una tale fine di un’epoca persino in testi apocalittici giudeo-cristiani, compreso quello di S. Giovanni, che evidentemente si ispirano alle stesse fonti antiche sopra menzionate.

In uno Shiva Purana, nel Rudra Samhita, di molto precedente l’epoca cristiana, viene detto: “La fine del mondo attuale sarà provocata da un fuoco sottomarino, nato da un’esplosione simile a quella di un vulcano, che consumerà l’acqua che i fiumi hanno riversato nell’oceano. L’acqua traboccherà dall’oceano e inonderà la terra. Il mondo intero sarà sommerso”.

Abbiamo visto che, tra i fenomeni caratteristici del Kali Yuga troviamo la comparsa di false religioni antropocentriche che allontanano l’uomo dal suo ruolo sulla Terra e servono di pretesto alle sue predazioni, ai suoi genocidi, e lo portano infine al suicidio collettivo. Le religioni della città prendono il sopravvento sulla religione della Natura, questo è l’inizio della decadenza, che corrisponde all’affermarsi delle religioni monoteiste. Si trattava di creare delle fedi illusorie che pervertissero la vera religione della Natura. Ad esempio la creazione di queste nuove religioni (o ideologie) è avvenuta in India nella forma del giainismo e del buddismo, in Cina in forma di confucianesimo e in occidente come cristianesimo e nel medio oriente come islamismo.

Queste religioni, quali che siano stati il carattere e le intenzioni dei fondatori originari, sono diventate essenzialmente religioni “di stato”, a carattere moralistico. Hanno dato modo a un potere patriarcale centralizzato di imporre un elemento di unificazione e controllo su popolazioni diverse. Ovunque, queste religioni, pur parlando di amore, uguaglianza, carità, giustizia, sono invero pretesto e strumento per conquiste culturali e materiali. Il massacro delle popolazioni avvenuto in varie parti del mondo in mome delle religione, è un dato storico innegabile.

La posizione della donna in tutte queste religioni è secondaria e perciò giustifica l’oppressione di genere. Se e quando il femmineo sacro e la spiritualità della Natura riusciranno a trovare un autonomo e sincero modo espressivo nella nostra società, l’era oscura, e dei conflitti, potrà considerarsi conclusa.

Paolo D’Arpini

Commento di Caterina Regazzi:
In un’epoca in cui tutti si sciacquano la bocca parlando di Amore, semplicità, ritorno alla Natura, le donne devono solo continuare ad essere e a fare quello che, silenziosamente, sono state ed hanno fatto in tutti questi secoli oscuri: esseri dedite a dare la vita, a custodirla, a coltivarla e a farla crescere; dare amore, affetto e amicizia incondizionati.
Basterebbe che gli uomini prendessero esempio da noi donne rivalutando pienamente il periodo del matriarcato: niente guerre e distruzione, solo cura di sé, degli altri esseri viventi, umani e non, in una parola, della Vita.
Le donne, però, non devono farsi imbrogliare dal mito del potere e dell’autonomia personale, smettendo di copiare il maschio nel suo stile competitivo, nella ricerca dell’affermazione di sé.

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Bibliografia:

Mahābhārata – Sri Veda Vyasa
I Ching – Libro dei Mutamenti (AA.VV.)
Shiva e Dioniso, di Alain Danielou
Il Linguaggio della Dea – Marija Gimbutas
Opere e giorni – Esiodo
Shiva Purana, Rudra Samhita, Linga Purana – Antichi testi Shivaiti
Mundaka Upanishad – Vedanta

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Articolo collegato:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2012/03/20/si-avvicina-la-fine-del-kali-yuga-il-cambiamento-epocale-e-previsto-per-il-2-030-da-quella-data-ricomincia-leta-delloro-e-della-verita-satya-yuga/


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Di questo e simili temi se ne parlerà durante la Festa dei Precursori, che si tiene a Treia (Macerata) dal 5 al 13 maggio 2012, presso il Circolo Vegetariano VV.TT. - Programma: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2012/01/e-iniziata-nel-1984-ed-ancora-continua.html

lunedì 2 maggio 2011

Rapporto uomo/animali ed alimentazione umana - Relazione di Caterina Regazzi per l'apertura della Festa dei Precursori - Treia 7 maggio 2011



Il mio intervento si basa sulla mia esperienza di lavoro nel servizio veterinario di una usl del nord Italia e dalle conoscenze, seppur limitate, che questa esperienza mi ha dato sulla produzione degli alimenti di origine animale.
Per i vegetariani o vegani presenti: non me ne vogliano per quello di cui sto per parlare. Viviamo in questa realtà è bene conoscerla e lavorare per migliorare la situazione. Personalmente mi considero una non vegetariana che mangia pochissima carne, ma non penso e non ho mai pensato come invece ritiene Paolo che l'uomo sia un frugivoro. Se l'uomo, sin dai tempi più antichi ha consumato carne, prima degli animali cacciati, poi di quelli allevati, evidentemente, per me, è nella sua natura. Che i consumi di carne e di prodotti di origine animale abbiano avuto un'impennata in tempi recenti senza motivazioni nutrizionali, ma socio-economiche, è pure evidente. Ora si tratta secondo me, di ritrovare un equilibrio.

Il mio lavoro consiste nell'effettuare controlli sulla produzione degli alimenti di origine animale (la cosiddetta sicurezza alimentare) a partire dalla stalla, compreso il controllo del benessere degli animali allevati.

Premetto che personalmente mi sento molto poco un precursore. In questo mondo in cui vivo, in cui viviamo, si sono fatti tanti progressi da tanti punti di vista, ma secondo altri aspetti mi pare che siamo andati molto al di fuori delle possibilità di vivere in armonia con la natura e con gli altri esseri viventi, umani compresi. Essere un precursore, in questo ambito, secondo me, vuol dire avere la consapevolezza di quello che c'è dietro all'alimentazione a base di alimenti di origine animale e quindi ridurne il loro consumo. E' quello che cerco di fare, avendone la consapevolezza giorno per giorno.
Non vivendo a Treia conosco poco la situazione della zootecnia nelle Marche mentre conosco abbastanza bene quella dell'Emilia Romagna. Ma in un'epoca come la nostra dobbiamo considerare tutto come interconnesso. Animali che nascono in Francia, vengono allevati e macellati in Italia e una parte del ricavato viene riesportato, ad esempio, fino in Africa.

Intanto l'alimentazione umana in Emilia Romagna è molto basata su alimenti di origine animale, anche per motivi di tradizione, infatti saprete che prodotti come il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma sono tra i prodotti più conosciuti di questa regione, esportati in tutto il mondo.

Questa realtà così semplice, apparentemente, e cioè la produzione di due cibi comuni su molte delle nostre tavole, sottintende implicazioni etiche ed ecologiche veramente, secondo me, molto complesse.

Le ripercussioni ecologiche dell'allevamento intensivo e della produzione di alimenti di origine animale sono ormai evidenti. L'allevamento intensivo consuma risorse: materie prime per l'alimentazione animale come i cereali e soia, acqua, energia elettrica, e c'è una massiccia produzione di reflui. Il letame è una ricchezza, se viene prodotto in un'azienda con un terreno commisurato al numero di animali allevati. Il metano prodotto dagli allevamenti intensivi sembra responsabile di un'elevata percentuale dell'effetto serra. Inoltre negli stabilimenti destinati alla lavorazione degli alimenti di origine animale (macelli, salumifici, caseifici e altri) si svolgono attività altamente inquinanti, visto il massiccio uso di detergenti, disinfettanti, plastiche e produzione di rifiuti e necessitano per l'attività di grandi quantità di risorse energetiche e acqua.
Dietro all'allevamento di milioni di animali negli allevamenti intensivi ci sono dei risvolti che riguardano anche la morale sotto diversi aspetti: è giusto, quando ci sono milioni di persone che muoiono di fame, utilizzare la maggior parte dei cereali (mais e orzo prevalentemente) che vengono prodotti nel mondo, per l'alimentazione del bestiame? Per produrre 1 chilo di carne ci vogliono 9 chili di cereali. I terreni che sono utilizzati per la produzione di cereali sono terreni sottratti alla coltivazione di alimenti per l'uomo. Le monoculture di cereali a lungo andare impoveriscono i terreni rendendo necessario l'uso di massicce dosi di concimi di sintesi. La produzione di mangimi necessita movimenti mondiali di materie prime, con grosse speculazioni dietro. Immagino navi cariche di mais e di soia (OGM, perché ormai, quasi tutta la soia utilizzata è geneticamente modificata) solcare l'oceano. Penso anche al lavoro degli agricoltori che ci sta dietro e al lavoro da parte degli allevatori.

Quando l'allevamento non era intensivo, cioè quando l'allevamento era commisurato al terreno su cui insisteva, c'era un'armonia ed un reciproco arricchimento, tra l'agricoltura e l'allevamento. Gli animali davano i loro prodotti (latte, carne, uova, lana, setole, etc.) niente veniva sprecato ma uno dei prodotti più importanti era il letame, non esisteva azienda agricola senza animali, in ogni azienda agricola c'era una stalla, non esistevano i concimi chimici. Fino a qualche decina di anni fa il letame era l'unico concime in grado di restituire al campo il suo giusto nutrimento.

Gli animali lattiferi almeno in alcune regioni d'Italia, venivano lasciati pascolare liberamente, tutt'al più quando rientravano la sera in stalla veniva dato loro un piccolo premio in forma di farina, e anche pascolando, concimavano il terreno.
I suini e il pollame venivano allevati in maniera familiare con gli scarti di cucina e qualche pannocchia di granturco, così non si buttava via niente e non c'era la produzione di rifiuti che c'è oggi.

E' vero che abbiamo fatto progressi con la raccolta differenziata, ma l'"organico" è sempre un rifiuto e come tale deve essere trasportato, lavorato, immagazzinato, smaltito e non c'è un utilizzo diretto come avveniva una volta. A me sembra che si parli tanto di progresso. ma come dice un certo detto, il progresso a volte richiede di fare qualche passo indietro.

Gli allevamenti intensivi, che sono nati a partire dagli anni '60, per soddisfare la richiesta sempre maggiore da parte del mercato di prodotti di origine animale, ha comportato la necessità di utilizzare pratiche sempre più distanti da una naturalità di vita degli animali e così, gli animali devono vivere una vita sul cemento, trasportati su autotreni per lunghe distanze, in densità eccessive (ma regolari per legge), alimentati con prodotti sempre più concentrati, per permettere le performance produttive stimolate dalla selezione genetica.

Questo fatto ha conseguenze negative molto importanti sulla salute degli animali stessi. Una bovina lattifera allevata per la produzione di Parmigiano Reggiano ha una vita media di 3 parti in 5 anni di vita, dopo di che o per problemi ginecologici, podali, digestivi o mammari, deve essere scartata e sostituita. Una volta una bovina da latte, superava tranquillamente i 10 anni di età. Per contrastare o prevenire le forme morbose dovute all'eccessiva densità degli animali e l'eccessivo sfruttamento che abbassa le difese immunitarie si fa un uso sempre più massiccio di antibiotici.

Tutto questo è la norma senza considerare la possibilità dell'uso illecito di sostanze proibite. Per quella che è la mia esperienza personale, l'allevatore è normalmente un produttore corretto, ma è il sistema stesso che obbliga a fare uso di molecole di sintesi e a tenere gli animali in condizioni di scarso benessere. Il latte ed altri prodotti di origine animale costano alla produzione, circa come costavano 20 anni fa, mentre quasi tutto il resto, compresa la manodopera, costa molto di più.

Allora: ha un senso produrre tanto di più per guadagnare lo stesso? Più lavoro, più fatica, più consumo di risorse, più consumismo, più sprechi, più stress, più inquinamento........

Poi c'è l'altro aspetto morale della questione: quando mangiamo, teniamo in considerazione che gli animali non vengono allevati in condizioni naturali? La nostra alimentazione può essere basata sulla sofferenza di milioni di animali? E' vero che la percezione della sofferenza negli animali è ben lontana dalla nostra, non dobbiamo antropomorfizzare l'animale d'allevamento, ma se possiamo non parlare di vera e propria sofferenza, almeno dobbiamo considerare la vita dell'animale in un allevamento intensivo come lontana dalla natura.
In conclusione, pur non essendo vegetariana, auspico una riduzione del consumo di questi alimenti per un miglior benessere del nostro pianeta e per ristabilire un più corretto rapporto tra noi e gli animali. Bisogna ritornare ad un tipo di allevamento più in armonia con l'ambiente.

“Da aperta che era un tempo, l’umanità si è sempre più rinchiusa in sé stessa. Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno nel suo intimo percepiva. Avendolo perso, l’uomo di oggi la distrugge e con ciò si condanna” (Claude Lévi-Strauss).


Caterina Regazzi

Referente per il rapporto Uomo/Animali
Rete Bioregionale Italiana

sabato 19 febbraio 2011

Treia (Macerata) - 27^ “Festa dei Precursori” del Circolo Vegetariano VV.TT. dal 7 al 15 maggio 2011


Vista di Calcata lasciata


Paolo D'Arpini e sullo sfondo Treia trovata

Verso la fine di luglio del 2010 ho lasciato Calcata, "rapito" dalla mia amata Caterina Regazzi, e dal 3 agosto ho preso domicilio a Treia. Allora scrissi anche un articolo "Dal Treja a Treia" in cui annunciavo la partenza e lo spostamento dalle rive del Treja, il fiume che circonda Calcata, al monticello di Treia, in provincia di Macerata.

Con Macerata avevo già avuto a che fare in passato, nel dicembre del 1973 tornato dall'epico viaggio che mi aveva portato prima in Africa e poi in India, ove conobbi il mio Guru, Swami Muktananda, e convalescente, per via di un epatite che mi ero beccato mangiando troppi dolcetti a Bombay, non trovai di meglio che andare nell'albergo che mio padre gestiva in quella città e vi rimasi per una quindicina di giorni a riposo. Inutile qui raccontare i vari spostamenti successivi... fanno parte di un percorso lontano e misterioso, sta di fatto che il destino mi ha fatto tornare nella provincia di Macerata, forse per finirci i miei giorni come avvenne a mio padre, le cui spoglie riposano nel cimitero maceratese...

Ma non voglio "prevedere" alcunché, il passato è conosciuto ed il futuro è ignoto, per cui mi limito oggi a rivedere alcuni aspetti del mio trasferimento, e lo farò tirando fuori da un vecchio cassetto un articolo ed un paio di lettere che testimoniano il mio vivere vegetariano e naturista a Calcata. Una testimonianza preziosa dei primi anni, quando il Circolo era in gestazione….. Ero giunto a Calcata verso il 1975/76, primo di un gruppetto di amici e parenti, ed ero già vegetariano ed oltre ad occuparmi di teatro, canti sacri, yoga e mostre d’arte (la prima galleria di Calcata fu da me fondata nel 1978 e si chiamava Depend’Arp) organizzavo anche pranzi all’aperto, ovviamente vegetariani, e con ciò iniziai -di fatto-quello che poi divenne il Circolo Vegetariano VV.TT.

Anche all'inizio usavo il sistema di “ognuno porta qualcosa” e talvolta, se non c’era spazio nella piazzetta di Porta Segreta, dove abitavo, andavamo nella piazzetta di San Giovanni, sui gradini altissimi della chiesa dove oggi c’è un piccolo museo d’arte contadina, oppure fuori porta dove c’era un ristorantino che ci accoglieva come ospiti a “mezzo-servizio”. Fausto Aphel, il proprietario, come noi un nuovo venuto in spirito pionieristico, ci preparava panini con insalata e formaggio prodotti da lui stesso. Il pomeriggio si andava a bere la cioccolata calda in un altro localetto, aperto da Giovanna Colacevich, la Latteria del Gatto Nero (ci lavorò pure il giovane Vittorio Marinelli), che a volte ospitava i nostri incontri estemporanei…. E così capitò che un bel giorno venne a trovarci Anna Maria Pinizzotto, giornalista del Paese Sera, la quale aveva ricevuto l’invito, da un comune amico e suo collega, Roberto Sigismondi, per “venire conoscere la realtà alternativa di Calcata ed il nostro programma de "La Due Giorni Vegetariana”. Emozionato per l’importanza ricevuta le fui al fianco per un’intera giornata (anche perché era una donna affascinante) e fra una chiacchiera e l’altra ne sortì fuori questo magico articolo che segue…

Domenica ‘vegetariana’ a Calcata, paese museo.

Un pugno di case rosate su una roccia di tufo. Un paese che attualmente non ospita più di cinquanta anime, e nel passato ne ospitava poche di più. Calcata (con l’accento sulla seconda) è un paesino medioevale rimasto miracolosamente intatto in uno spazio naturale molto bello. E’ circondato da colline verdi, ai suoi piedi scorre un ruscello limpido e nelle viscere si aprono grotte ed antri. Da qualche anno è diventato meta di naturisti, vegetariani, amanti dello yoga che hanno deciso di trasformarlo in un’oasi di raccoglimento. Una oasi facilmente raggiungibile. Calcata è a circa sessanta chilometri da Roma, in provincia di Viterbo. L’idea di fare del piccolo paesino arroccato su un picco di tufo un punto di riferimento stabile per chi ama la cucina alternativa e le passeggiate ecologiche è venuta ad un gruppo di romani che si è trasferito stabilmente a Calcata.

“L’idea era quella di fare una due giorni vegetariana -dice Giovanna Colacevich fondatrice della Latteria del Gatto Nero- Sabato e Domenica a Calcata per chi ama la natura e la pace. Nel programma è compresa la colazione, il pranzo ovviamente vegetariano, la merenda, una passeggiata guidata ed una conferenza su yoga e vegetarismo. Il costo è di lire cinquemila e -dimenticavo- comprende anche uno spettacolo in piazza dei Vecchi Tufi, un gruppo teatrale di Calcata”. Intanto Giuseppe, co-fondatore della Latteria, si muove con agilità tra i fornelli, tra una crepe e l’altra. Il loro locale è posto ai limiti della minuscola piazza del paese, dove si affaccia una chiesetta in cui si conserva il prepuzio di Cristo (così narra la leggenda).

All’ingresso del paese, invece, c’è la trattoria di Fausto Aphel esperto cuoco che a Roma aveva una trattoria alternativa prima di trasferirsi a Calcata. Ma il personaggio più singolare, attorno al quale ruota tutta l’organizzazione, è Paolo D’Arpini. Anche lui, come la pittrice Simona Weller, ha scelto Calcata come residenza definitiva. La pace del luogo non rovinata ancora da nessun prodotto del consumismo, gli ricorda le verdi valli dell’India dove ha soggiornato per molto tempo. E’ lui che guida la passeggiata ecologica, che parla di vegetarismo e di Siddha Yoga.

Alle ore 16 di Domenica, dopo un infuso di liquirizia offerto da Paolo, una piccola spedizione parte per fare il giro della rocca, quattro cinque chilometri di percorso. La discesa è impervia, sono circa trecento metri fra sassi, fango e rifiuti.

“La chiamo ecologica -spiega Paolo- perché voglio che la gente rifletta sul consumismo. Lattine, buste di plastica, cartacce. Alcuni paesani usano questo dirupo per scaricare i loro rifiuti. Quanti rifiuti produce una città come Roma? Dove vanno a finire?”. Una ragazza olandese si è portata dietro un coltello, “non si sa mai, è per le vipere”. Paolo cammina avanti e con il bastone si fa largo. Il viottolo scavato nel bosco consente appena il passaggio di una persona magra. Si guada il ruscello su un antico ponte di legno che si è adagiato sul fondo. Le assi di legno, ricoperte di paglia, sono oblique e c’è chi teme di cadere nell’acqua, fredda, ma poco profonda. In una minuscola spiaggia si fa tappa. C’è chi tenta invano di trovare cocci etruschi nell’acqua. Nella zona sono state scoperte alcune necropoli.

“Io parlo soprattutto dell’aspetto fisiologico degli alimenti -dice Paolo- con i cibi correnti è difficile mantenere il corpo in buona salute. La carne è ricca di tossine. Gli animali sono ingrassati con mangimi chimici e durante l’agonia le ghiandole secernono tossine che si fissano nelle cellule. Se nel mondo si scegliesse il vegetarismo non ci sarebbe più la fame. Il cibo sarebbe sufficiente per tutti. Noi dobbiamo vivere in armonia con il mondo e lasciarlo integro ai nostri figli”.
La spedizione riprende il cammino tra cornioli e prugne selvatiche e alberi di nocciole. Ai margini del viottolo crescono già i ciclamini. Seconda tappa una sorgente di acqua ferruginosa dove ci si disseta. Si riattraversa il ruscello, questa volta sugli scogli, e si risale la scarpata dalla parte opposta dove esisteva il lavatoio. Stanchi e sudati arriviamo in piazza mentre un gruppo di giovani sta ascoltando un ragazzo che suona la chitarra. La spedizione si scioglie, chi corre alla latteria per rifocillarsi, chi segue Paolo che scende in una grotta per fare meditazione e cantare mantra.

Al calare del sole avrebbero dovuto apparire I Vecchi Tufi di Calcata con le stupende maschere create da Wilton Sciarretta. Ma Sciarretta, che è anche il regista del gruppo, è caduto da una rupe proprio mentre provava la commedia che doveva allietare i vegetariani. E’ ora ricoverato all’ospedale con una spalla rotta. E’ calato il buio. Nella piccola piazza siedono come in un salotto gli abitanti di Calcata e i turisti. I primi, subito dopo cena andranno a dormire. A Calcata non ci sono cinema e teatri e pochi hanno la televisione. I secondi, quasi tutti romani, si immergeranno nel traffico caotico della via Flaminia e torneranno alla vita cittadina con il rimpianto di una domenica alternativa trascorsa in un paese-museo.
(Anna Maria Pinizzotto – 13 Settembre 1979, Paese Sera)

A commento dell'articolo, nel frattempo pubblicato nel sito del Circolo, il 4 ottobre del 2008 ricevetti una lettera di Nico Valerio:

Una permanenza mancata

Quando i naturisti erano naturisti e io ero già vegetariano da anni. Insomma, prima dell’era Portoghesi e dei vip snob saccenti e con la erre moscia che da Campo de Fiori accorsero a colonizzare Calcata. Senza pensare che lì avrebbero poi dovuto viverci… Beh lì, proprio nella piazzetta del Prepuzio, dissi stoltamente o saggiamente no a chi mi voleva quasi regalare una casetta cadente nel borgo antico… Ma andiamo con ordine.

L’articolo della Pinizzotto mi ha riportato di colpo ai felici anni Settanta, un’età lontana, pensate: pre-Aids, pre-Asdl, pre-telefonini (eppure, al contrario di oggi, avevamo sempre tante cose da dirci), pre-immigrazione, pre-porte blindate. Nei paeselli di tutt’Italia le donne lasciavano la chiave nella toppa (spesso le porte dei paesi non avevano maniglia: troppo costosa). Tutti vivevano con finestre e porte aperte.

Dell’articolo di Paese Sera mi ha colpito l’uso corretto del termine “naturista”, come salutista, igienista, chi vive secondo sistemi di vita naturale. Uso che purtroppo si è perso. Oggi sarebbe impensabile: siamo tornati indietro come cultura nei e dei giornali (lo usano ipocritamente, sia i giornalisti sia gli stessi nudisti, che è grave, come eufemismo per non dire nudista). Ebbene, il mio amarcord è che la diffusione di quell’uso si doveva, in quegli anni che solo ora sappiamo che erano felici, soprattutto alla mia azione diuturna di propaganda: comunicati giornalieri, articoli, libri e divulgazione. Quattro anni prima avevo infatti fondato la Lega Naturista, primo club italiano a usare questo aggettivo per denotare tutti i rapporti uomo-natura. E la Lega, come un partito, faceva ogni giorno qualcosa (denunce, eventi, proteste, appelli: copiavo dai radicali, presso i quali avevo la sede). Perciò ero conosciuto nelle Redazioni, dove avevo molti proseliti (anche Paese Sera, che aveva recensito benissimo la mia Alimentazione Naturale). Erano tempi in cui i giornalisti avevano un’anima, avevano idee personali, come persone normali. E potevano scrivere tutto. Non come oggi. Lo so perché ero giornalista io stesso, e conoscevo i miei polli.

Già vegetariano da molti anni, dal 1 gennaio 1970, conobbi dopo poco Calcata. E li passavo tutti i fine anno. E come guida escursionistica, col mio gruppo esplorai tutti gli anfratti, fossi, roveti, boschi, ruscelli, all’intorno. Tante volte all’inizio dell’estate abbiamo fatto il bagno nelle anse più profonde del Treja, quando era pulito e non frequentato da nessuno. Là sotto ho fatto scorpacciata di crescione selvatico (credo che con l’inquinamento non ci sarà più: è molto sensibile).

Ero così avventuroso che una volta d’inverno ci trovammo totalmente accerchiati – com’è come non è – da rovi spinosissimi fittissimi e alti 2 metri. Invalicabili. Ne uscimmo 2 ore dopo con ferite, strappi e punture varie..:-). Altro ricordo, una speculazione mancata, anzi rifiutata con sdegno. Da buon idealista e razionalista mancai l’occasione della mia vita. Un amico mi propose di comprare una casetta malandata ma abitabile a picco sullo strapiombo. Costava così poco che pur non avendo soldi potevo permettermela.

Da buon razionalista, però, feci notare che la rupe era stata dichiarata pericolante e che nessuna licenza veniva più concessa, Il sindaco aveva minacciato di far sgomberare l’intera rupe. E io da naturista ed ecologista non volevo speculare su un degrado geologico con un furbo “fatto compiuto”. Ho sempre odiato i furbi all’italiana (o alla romana) che poi chiedono il condono. E poi perché “buttare” i miei soldi, anche se pochi? E ancora, da anticonformista non volevo fare il classico cittadino che si trasferisce al paesello per incontrarvi tutti i romani che aveva lasciato a Campo de Fiori.

E poi mi spaventavano da single le lunghe noiose serate. Ancor oggi, penso che, a meno che tanti giornalisti e scrittori non l’abbiano chiesto con una petizione, non ci sarà la Adsl. E infine ero e sono dell’idea naturista alla Thoreau che o si vive nella natura selvaggia (capanna nel bosco lontano almeno 2 km da un centro abitato, il mio ideale, oppure è meglio stressarsi in modo stimolante nel caos d’una città, dove come in una foresta non c’è controllo sociale, E paradossalmente sei libero. Ma la via di mezzo del villaggio, con il fiato sul collo dei vicini, che nei paesini sono davvero vicini, curiosi, criticoni, sarebbe stata per uno spirito libero come me davvero insopportabile. E alla lunga, se non opportunamente stimolati, i single intellettuali nei villaggi si rincoglioniscono. Per tutti questi motivi, proprio sulla piazzetta della chiesa del prepuzio, da stoltamente anti-furbo e onestamente razionale, dissi di no.

Non potevo immaginare che la gente è irrazionale, cioè furba, e che dopo l’arrivo di un famoso architetto e di tanti giornalisti, scrittori, artisti e intellettuali da Roma e dall’estero, la rupe prima cadente sarebbe stata miracolosamente sanata. I vip sono taumaturgici anche per l’equilibrio geologico… Ora con la sommetta che mi chiedevano per la proprietà d’una casetta di tufo di 2 piani, ci pagherei al massimo un mese di affitto d’una stalla fuori paese. Ciao e grazie del ricordo.
(Nico Valerio)

E per delucidare meglio la situazione ecco il mio commento al commento

Nico Valerio, un nome storico del vegetarismo in Italia ci ha raccontato con enfasi il suo “non esser diventato calcatese”…. Peccato, dico io, sarebbe stata una bella prova avere assieme Nico Valerio e Paolo D’Arpini in questo scricciolo di paese…. Magari sarebbe stato un po’ stretto per due calibri di tal fatta ma le scintille avrebbero sicuramente illuminato il mondo….

Ho conosciuto a Roma, credo nel 1974 o '75, Nico quando presentò il suo libro sulla dieta vegetariana in una libreria di Viale Manzoni, a quel tempo io abitavo in Via Emanuele Filiberto. Egli però non era segnato nell’akasha di Calcata e quindi capitò che ci vedessimo solo raramente da allora. Ma abbiamo sempre collaborato, ricordo ad esempio il grande meeting vegetariano all'Arancera di Roma su “Ecologia profonda, alimentazione naturale, spiritualità senza frontiere” del 2 e 4 ottobre 2009, a cui anch'egli intervenne.

http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=Ecologia+profonda%2C+alimentazione+naturale%2C+spiritualit%C3%A0+senza+frontiere

All'incontro parteciparono tutti gli altri vegetariani storici, in primis Edoardo Torricella (penso che sia il primo in assoluto in Italia avendo egli festeggiato il 50° anno di vegetarismo a Calcata nel 2008), Franco Libero Manco, Ciro Aurigemma, Massimo Andellini, Marinella Correggia e tanti altri.

Manuel Olivares, fondatore di Vivere Altrimenti, nel frattempo, mi hanno chiesto di scrivere un libro sul movimento vegetariano e credo che dovrei farlo assieme a tutti questi amici (vegetariani e non) che hanno condiviso con me l’esperienza da “rompighiaccio” in Italia. Assieme abbiamo fatto “storia” ed ora scriviamola (questa storia) sempre assieme!!

Infine, eccomi al dunque, ogni anno per festeggiare la nascita del Circolo vegetariano VV.TT. facciamo festa, “La Festa dei Precursori", e quest'anno per la prima volta l'evento si svolgerà nella nuova residenza di Treia, dal 7 al 15 maggio 2011. Colgo l'occasione per invitare tutti i precursori superstiti a questa grande kermesse...

Programma di massima e presentazione:
Creando un “appeal” per la grande celebrazione Caterina Regazzi e Paolo D’Arpini invitano tutti gli amici vecchi e nuovi ad affrontare un’avventura meravigliosa da condividere e da raccontare….

Maggio a Treia: 27° anniversario del Circolo vegetariano VV.TT. – Fioriscono le rose, Wesak, Calendimaggio, Beltane…. dal 7 al 15 maggio 2011, nell’antica città dedicata a Trea / Iside

In occasione del 27° anniversario della fondazione del Circolo Vegetariano VV.TT. e per inaugurarne la nuova sede, si terranno a Treia (Macerata) alcuni giorni di celebrazioni ed eventi culturali e ludici.

Maggio è il mese dedicato tradizionalmente alla Madonna (Grande Madre), ai matrimoni, alla fioritura ed alla bellezza della natura, il segno zodiacale relativo è quello del Toro, in occidente, e del Serpente in Cina, simboli di saggezza e conoscenza. Inoltre ci troviamo in prossimità del Wesak, ovvero la nascita del Buddha, e del Calendimaggio. Perciò da parecchi anni celebriamo la festa di Maggio (verso i primi del mese), chiamata anticamente Beltane, ovvero il periodo situato a metà fra l’equinozio di primavera ed il solstizio estivo (astronomicamente il giorno corretto è il 5 maggio).

Quest’anno i festeggiamenti iniziano dal 7 maggio e comprendono vari aspetti della conoscenza della natura e della vita, in particolare ci occuperemo di cure naturali, agricoltura biologica, alimentazione bioregionale, spiritualità della natura, canti armonici e passeggiate erboristiche. L’antica città di Treia conservava la tradizione matristica, sotto forma di culto alla Dea Iside, che poi si trasformò in venerazione della Madonna Nera. La prerogativa dei questa fede è quella di mantenere la vicinanza fra l’uomo e la natura, nel riconoscimento che la natura stessa è la nostra casa e la matrice di ogni vita.

Quest’anno in particolare si terrà, il primo giorno, il 7 maggio 2011, una tavola rotonda sul tema: “Cure naturali, agricoltura biologica, alimentazione bioregionale e spiritualità ed arte della natura”, compresa la presentazione di libri in tema, e per l’occasione sono invitati esperti naturopati ed erboristici, chimici, psicologi, dietisti, rappresentanti dei consumatori e specialisti in agricoltura ecologica per un necessario dibattito e confronto sulle varie discipline e su come poter mantenere l’organismo e l’ambiente in buona salute. L’incontro sarà allietato anche da esibizioni poetiche e canore e da letture sulla tradizione contadina e dalla proiezione di diapositive.

Interventi Previsti:
Proiezioni in continuo di immagini sull’agricoltura contadina di Nazareno Crispiani
Benvenuto del Sindaco Luigi Santalucia e degli Amministratori Comunali
Saluto del Presidente Accademia Georgica, prof. Carlo Pongetti
Avv. Vittorio Marinelli, pres. European Consumers
Prof. Benito Castorina, docente Economia Agraria
Dr.ssa Milena Auretta Rosso, iridologa e naturopata
Signora Sonia Baldoni, erborista
Signora Lucilla Pavoni, scrittrice
Geologo Stefano Panzarasa, scrittore e musicista
Dr. Giorgio Vitali, chimico farmaceutico
Dr.ssa Caterina Regazzi, medico veterinario
Moderatore: Paolo D’Arpini.

Il secondo giorno, domenica 8 maggio 2011, saremo invece sul campo per apprendere i rudimenti dell’erboristeria e del riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, a cura di Sonia Baldoni, al termine si potrà partecipare ad un semplice laboratorio per la preparazione di prodotti erboristici, soprattutto derivati dai petali di rosa che in questo momento dell’anno abbondano. Nello stesso giorno potremo condividere il cibo bioregionale vegetariano da ognuno portato, in un simposio conviviale. E’ previsto anche un momento di sharing matristico, con Antonio D'Andrea, sulle esperienze “casalinghe” da ognuno vissute, l’esecuzione di canti armonici ed una concentrazione collettiva.

Inoltre l’8 maggio si inaugura una mostra d’arte, sul tema trattato, nella nuova sede del Circolo vegetariano VV.TT. di Treia in Via Sacchette, 15/a (Vicino Porta Mentana o Montana)

La mostra resterà aperta sino al 15 maggio 2011.
Fra gli artisti che espongono si notano: Domenico Fratini, Renata Bevilacqua, Orietta Duca, Daniela Spurio e diversi altri.

La manifestazione si svolge con la partecipazione ed il patrocinio morale del Comune e dell’Accademia Georgica di Treia.

Ed ora, per contraltare con la storia su Calcata, voglio pubblicare (scusate la lunghezza dell'intera memoria..) l'articolo che un'altra donna, la professoressa Antonella Pedicelli, affascinante e culturalmente preparata, ha scritto su Treia:

Andare a Treia? No problem.. basta offrire un po’ di sana pubblicità, sperando che la voglia di “viaggiare” insita dentro ciascun libero “esploratore” di questo nostro splendido Universo, si lasci catturare amichevolmente dalle nostre parole, rivolte, con immenso piacere, alla piccola e speciale cittadina di Treia!

La Storia di Treia

380 a.C. circa, il primo insediamento, ad opera dei Piceni o dei Sabini, è lungo un ramo della via Flaminia a circa due km dall’attuale centro storico. Il luogo diventa colonia romana e prende nome da un’antica divinità, Trea.
II sec. a. C., Treia diventa municipio romano.
X sec. (inizio), gli abitanti della Trea romana, per sfuggire ai ripetuti saccheggi, individuano un luogo più sicuro sui colli e costruiscono il nuovo borgo che prende il nome di Montecchio, da monticulum, piccolo monte.
XIII sec., Montecchio si dota di un sistema difensivo comprendente una possente cinta muraria e si allarga fino a comprendere tre castelli edificati su tre colli, Onglavina, Elce e Cassero. Nel 1239 è assediata dalle truppe di Enzo, figlio naturale di Federico II, e nel 1263 da quelle di Corrado d’Antiochia, comandante imperiale che viene catturato dai treiesi.
XIV sec., Montecchio passa alla signoria dei Da Varano e poi a Francesco Sforza. 1447, posta dal Pontefice sotto il controllo di Alfonso d’Aragona, Montecchio viene in seguito ceduta da Giulio II al cardinale Cesi, e da allora segue le sorti dello Stato della Chiesa. 1778, si apre la prima sezione pubblica dell’Accademia Georgica dei Sollevati, importante centro culturale ispirato ai principi dell’Illuminismo.
1790, il Pontefice Pio VI restituisce al luogo l’antico nome di Treia, elevandolo al rango di città. Il mistero dell’infinito… Mura turrite che evocano il Duecento, ma anche tanti palazzi neoclassici che fanno di Treia un borgo, anzi una cittadina, rigorosa ed elegante, arroccata su un colle ma razionale nella struttura. L’incanto si dispiega già nella scenografica piazza della Repubblica, che accoglie il visitatore con una bianca balaustra a ferro di cavallo e le nobili geometrie su cui si accende il colore del mattone. E questo ocra presente in tutte le sfumature, dentro il mare di verde del morbido paesaggio marchigiano, è un po’ la cifra del luogo. La piazza è incorniciata su tre lati dalla palazzina dell’Accademia Georgica, opera del Valadier, dal Palazzo Comunale (XVI-XVII sec.) che ospita il Museo Civico e dalla Cattedrale (XVIII sec.), uno dei maggiori edifici religiosi della regione. Dedicata alla SS. Annunziata, è stata costruita su disegno di Andrea Vici, discepolo del Vanvitelli, e custodisce diverse opere d’arte tra cui una pala di Giacomo da Recanati. Sotto la panoramica piazza s’innalza il muro di cinta dell’arena, inaugurata nel 1818 e poi dedicata al giocatore di pallone col bracciale Carlo Didimi.

Da Porta Garibaldi ha inizio l’aspra salita per le strade basse, un dedalo di viuzze parallele al corso principale e collegate tra loro da vicoli e scalette. Qui un tempo avevano bottega gli artigiani della ceramica. Continuando per la circonvallazione, a destra la vista si apre su un panorama di campi rigogliosi e colline ondulate. L’estremo baluardo del paese verso sud è la Torre Onglavina, parte dell’antico sistema fortificato, eretta nel XII secolo. Il luogo è un balcone sulle Marche silenziose, che abbraccia in lontananza il mare e i monti Sibillini.

Entrando per Porta Palestro si arriva in piazza Don Cervigni, dove a sinistra risalta la chiesa di San Michele, romanica con elementi gotici; e di fronte, la piccola chiesa barocca di Santa Chiara con la statua della Madonna di Loreto: quella originale, secondo la tradizione. Proseguendo per via dei Mille, si attraversa il quartiere dell’Onglavina che offrì dimora a una comunità di zingari, al cui folklore si ispira in parte la Disfida del Bracciale. Dalle vie Roma e Cavour, fiancheggiate da palazzi eleganti che conservano sulle facciate evidenti tracce dei periodi rinascimentale e tardo settecentesco, e denotano la presenza di un ceto aristocratico e di una solida borghesia, si diramano strade e scalinate. Nell’intrico dei palazzi, due chiese: San Francesco e Santa Maria del Suffragio. E tra di esse, un curioso edificio: la Rotonda. Nei pressi, la casa dove visse la scrittrice Dolores Prato, ricordata da una lapide, e il Teatro Comunale, inaugurato il 4 gennaio 1821 e dotato nel 1865 di uno splendido sipario dipinto dal pittore romano Silverio Copparoni, raffigurante l’assedio di Montecchio. Il soffitto è decorato con affreschi e motivi floreali arricchiti nel contorno da ritratti di letterati e musicisti; la parte centrale reca simboli e figure dell’arte scenica.

Si può lasciare Treia uscendo dall’imponente Porta Vallesacco del XIII secolo, uno dei sette antichi ingressi, per rituffarsi nel verde. Resta da vedere, in località San Lorenzo, il Santuario del Crocefisso dove, sul basamento del campanile e all’entrata del convento, sono inglobati reperti della Trea romana, tra cui un mosaico con ibis. Qui sorgeva l’antica pieve, edificata sui resti del tempio di Iside. Il santuario conserva un pregevole crocefisso quattrocentesco che la tradizione vuole scolpito da un angelo e che, secondo alcuni, rivela l’arte del grande Donatello.
(Notizie originali raccolte da Antonella Pedicelli)

Vi saluto e vi aspetto!
Paolo D’Arpini, presidente Circolo vegetariano VV.TT.
Via delle Sacchette, 15/a – 62010 Treia (Macerata)
Tel. 0733/216293 – circolo.vegetariano@libero.it