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mercoledì 16 marzo 2011

Gianfranco Paris: "Che effetto fa essere italiani nel 2011?"

E' l'Europa oggi il fronte della nuova nazionalità. Giuseppe Mazzini, il grande sconfitto del Risorgimento, lo aveva capito oltre 150 anni fa quando fondò la Giovine Europa.

Rieti, 17 marzo 2011.
Sono nato e vivo a Rieti, capoluogo della Sabina. Sono nato politicamente mazziniano, laico e repubblicano. Non milito più nel partito dell'edera da molti anni perché in quel partito ha prevalso il cinismo machiavellico delle persone ed si è perduto il senso dell'etica dello stato. Mi sento radicale, cioè sodale di Pannella, Bonino e tanti altri compagni radicali, perché sono gli unici laici in Italia a parlare di politica ponendo al centro della loro passione gli interessi della collettività.

Oggi sono chiamato a partecipare alla Festa dell'unità nazionale. I miei padri sabini nel 1849 furono protagonisti della repubblica Romana, la prima esperienza mondiale di democrazia repubblicana dell'era moderna che durò solo pochi mesi, ma che risplende ancora come fulgido esempio di repubblica fondata sul potere del popolo nel senso mazziniano del termine.

I miei avi sabini parteciparono attivamente alla redazione della costituzione della Repubblica Romana andando a votare, per la prima volta nella storia, per la formazione della assemblea costituente e quattro di loro, quelli che furono eletti, la approvarono a nome di tutti noi. Essi parteciparono ai fatti del Risorgimento nazionale vagheggiando un'Italia unita e repubblicana così come la volevano Mazzini e Garibaldi secondo i principi sanciti da quella costituzione, esempio luminoso di democrazia laica.

Ma le cose andarono diversamente perché l'Italia non nacque sull'onda di questo disegno che richiedeva una specie di rivoluzione proveniente dal basso, come accadde con la rivoluzione francese della fine del '700, ma sull'onda della politica concreta del conte Camillo Benso di Cavour che seppe inserire il regno del Piemonte e di Sardegna nel gioco della politica internazionale del tempo.

Il 17 marzo del 1861 il parlamento di Torino, che era il Parlamento di questo regno di cui era re Vittorio Emanuele II di Savoia, prese atto ed accettò i risultati dei plebisciti del primo nucleo di stati italiani che decisero di far parte di quel regno sotto la corona dei Savoia. Il Regno d'Italia fu proclamato in data successiva. Ed è bene ricordare che fino al referendum che decretò la fine della monarchia in Italia l'inno nazionale era l'inno dei Savoia, nel quale certo non si identificavano quei tanti italiani di sentimenti repubblicani. Quello attuale fu introdotto solo in epoca repubblicana dopo la seconda guerra mondiale.
Quei plebisciti furono votati anche da tutti coloro, come gli abitanti dell'ex stato pontificio, che si erano battuti per la Repubblica Romana nel pensiero che essa fosse il primo nucleo intorno al quale aggregare il resto del territorio della penisola in un unico stato sovrano. E lo fecero per motivi di opportunità politica preferendo comunque uno stato unico ed indipendente, rispetto a tanti stati deboli e preda dei potenti dell'Europa del tempo.

Così stando le cose, non mi pare che la data scelta per celebrare la Festa dell'Unità nazionale 150 anni dopo sia quella più felice per suscitare l'entusiasmo generale degli italiani di oggi. Essa ricorda comunque sentimenti diversi rispetto al concetto di unità.

Se una tale data fosse stata scelta in era monarchica non ci sarebbe stato niente da ridire, ma oggi, dopo 65 anni di repubblica, non mi sembra che essa sia la più felice per festeggiare l'Unità nazionale.
Con ciò non voglio dire che non dobbiamo festeggiare. Anzi lo dobbiamo fare ancor di più perché per meschino calcolo di ”bottega politica” oggi nel nord si è sviluppato un movimento che tende alla separazione e che mette in discussione i valori fondanti della unità basandosi su una interpretazione degli eventi del risorgimento faziosa e volutamente distorta al solo servizio della demagogia elettorale.

Oggi c'è ancora da sentirsi orgogliosi di essere italiani perché la nostra cultura è studiata e invidiata da tutto il mondo, perché la nostra genialità, anche se inficiata da una evidente sregolatezza, è simbolo ed esempio di creatività in tutto il mondo, perché, malgrado la politica che è il nostro anello debole da quando siamo nati e le scarse risorse economiche. siamo un popolo vivo e capace di sopravvivere al meglio partecipando al novero delle grandi potenze mondiali.
Ma oggi la fierezza nazionale non può nemmeno somigliare per scherzo agli esempi del passato. Nella prima metà del secolo scorso la fierezza nazionale mal interpretata ed esasperata ha portato al fascismo e al nazismo, responsabili entrambi dello sfacelo della seconda guerra mondiale. Si può essere fieri di essere italiani, ma non per isolarsi, bensì per contribuire alla creazione di un grande stato federale europeo nel quale ogni nazionalità possa dare il suo contributo per migliorare nella pace la esistenza di tutti noi.

Oggi il concetto di nazionalità si è ampliato. Si va verso un mondo multietnico, e nessuna legge Bossi-Fini potrà mai fermarlo, la prima cosa da fare è capire che il vecchio concetto di nazionalità non regge più. Si può essere italiani come prima e più di prima, ma sentirsi contemporaneamente europei. E' l'Europa oggi il fronte della nostra nuova nazionalità. Giuseppe Mazzini lo aveva capito più di centocinquanta anni fa quando fondò la Giovine Europa. Ma Mazzini è stato il grande sconfitto del Risorgimento!

E' venuto il tempo di rimediare.

Gianfranco Paris

martedì 15 febbraio 2011

Jesi (Ancona), 26 febbraio 2011: “Italy, Vatican State” - Presentazione del libro di Michele Martelli



JESI (Ancona) – «Senza la laicità, la democrazia è una scatola vuota.» si legge nel libro di Michele Martelli “Italy, Vatican State” pubblicato da Fazi Editore, che verrà presentato Sabato 26 Febbraio 2011 alle ore 18 presso il Palazzo dei Convegni di Jesi in corso Matteotti 19.

L’evento culturale è anche per sottolineare l’importante ricorrenza storica del 150esimo anniversario della nascita dell’Unità d’Italia del 17 marzo 1861. L’atteso evento è organizzato in collaborazione con il Centro Studi Libertari “Luigi Fabbri” – FAI, la libreria Itaca di Jesi e Fazi Editore. Alla presentazione interverrà anche lo scrittore ateo Ennio Montesi il quale ha chiesto asilo politico alla Svezia poiché il governo italiano gli impone nei luoghi pubblici, discriminandolo, il simbolo religioso-politico di fondamentalismo cattolico-vaticano del crocifisso. Ennio Montesi (ultimo libro “Racconti per non impazzire” Mursia Editore) recentemente è stato al centro di polemiche e nel “mirino” della Lega Nord che ha lanciato allo scrittore una specie di fatwa per i suoi scritti e in quanto cittadino “non cattolico”. Michele Martelli, filosofo e saggista, collabora alla rivista MicroMega e all’Università di Urbino ha insegnato Filosofia della storia, è docente di Filosofia morale e direttore del master interfacoltà “Management etico e Governance delle Organizzazioni”.

“Italy, Vatican State”, prefazione di Ferruccio Pinotti, affronta la disputa sulla questione morale che vede i detentori di verità assolute asserviti alla Ragion di Stato vaticana. Il libro denuncia la millenaria ambiguità della Chiesa di Roma, fautrice di una morale a corrente alternata, tenacemente impegnata a maneggiare le chiavi del potere mentre promette quelle del Paradiso. In costante crescita è l’ingerenza del Vaticano nella sfera pubblica e il proposito di imporre il suo imprimatur alle istituzioni di ogni ordine e grado, al punto che persino il rifiuto dell’UE di menzionare nella Costituzione europea le «radici cristiane», ripetutamente rivendicate dai due pontefici Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, sarebbe il segno della perdita da parte del continente della propria identità. Nell’indagare queste pressioni l’autore spiega come nei secoli l’affermazione in Occidente della moderna concezione laica e democratica dello Stato abbia coinciso con la manifesta e incessante opposizione delle gerarchie cattoliche. Dalla sovranità popolare alla separazione dei poteri, dallo Stato di diritto al principio di tolleranza fino alla libertà della scienza: la modernità in Europa ha emarginato le pretese teocratiche della Chiesa di Roma. Nell’analizzare più da vicino il caso italiano e i rapporti tra Stato e Vaticano, con il brillante espediente narrativo di riscrivere alcuni articoli della Costituzione del 1948 seguendone dogmi e i precetti cattolici, Martelli dimostra come l’assenza di laicità e il trionfo delle strategie clericali e confessionali trasformerebbero la democrazia italiana nella più fondamentalista delle autocrazie.

Gli studi di Michele Martelli nel passato si sono concentrati sul pensiero di Friedrich Nietzsche, Antonio Gramsci, e di numerosi autori del Novecento, affrontando alcune tra le più dibattute vicende e problematiche filosofico-politiche dell’ultimo secolo. Negli ultimi anni si è occupato di temi di forte attualità, elaborando l’idea di una filosofia volta ad una critica radicale del dogmatismo e del fondamentalismo religioso e in generale di ogni forma di assolutismo che minacci la libertà di pensiero, i diritti civili, le istituzioni democratiche e la pace tra i popoli. Il suo attuale impegno di saggista è rivolto in particolare alla difesa della laicità, contro l’interventismo politico delle gerarchie ecclesiastiche e vaticane.


Axteismo, No alla chiesa, no alle religioni
Movimento Internazionale di Libero Pensiero