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giovedì 23 febbraio 2012

Antonio Pantano: “…il “Meccanismo Europeo di Stabilità” (ESM). Roba passata per “nuova”, ma di genesi antica…”



Cari amici,

la “mobilitazione” di Blondet (vedi: http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_jcs&view=jcs&layout=form&Itemid=133&aid=75579) è… accattivante. Ma è STANTIA nella sostanza. Stile petizioni catto/comuniste del dopoguerra! Esito delle quali fu sempre inutile, ma utile a tenere i “fedeli” impegnati in parrocchia e nella cellula.

Un amico carissimo, giorni fa’, trattò a lungo con me delle gesta e degli scritti (molto… originali!) di Blondet, solerte e … inguaribile “cattolico”. E per questa “caratteristica”, anche savonaroliano ma sempre nei binari di certa “fede controllata”. Nome che ha acquisito una certa notorietà, che quasi mai è indice di attendibilità.

Lo scritto in questione tocca due temi fondamentali.

Primo : il “Meccanismo Europeo di Stabilità” (ESM).
Roba passata per “nuova”, ma di genesi antica: nacque col cancro del “modello di Europa” affaristica imposta dagli Alleati agli Stati, da loro controllati perché vinti ed assoggettati in regime ancora mai tramontato (Nato, basi militari, condizioni nella produzione, soggezione a multinazionali “occidentali” e alle “energie” imposte, ecc.), che sul vecchio continente dagli anni ’50 stavano rianimandosi naturalmente, inquadrati nel “vizio assurdo” del “libero mercato” ad ogni costo, ma asservito al dominio del denaro e dei suoi oligarchici gestori.

Se Blondet avesse letto il Trattato di Lisbona, avrebbe prospettato le “sue” (ma non sue!) parole differentemente! Ma addentrarsi in un ginepraio di molte centinaia di articoli e di migliaia di emendamenti, è … faticoso!

Ergo: il nostro solo ora si avvede che si sta democraticamente “cementando” (ma è mera “rifinitura” di leggi e provvedimenti presi all’insaputa dei Popoli dai gestori del potere!) una “dittatura permanente dotata della più totale impunità”, come se Maastricht non fosse esistita e le conseguenze di quel “trattato” imposto non si fossero ancora palesate.

Quindi, oggi dovremmo “mobilitarci” per … far sapere al Monti di turno che “sappiamo e siamo indignati”? Ma il Monti (prescelto dal 2008, secondo molte ammissioni, tra le quali la recente del Tabacci) “dovrà” andare dritto per il suo scopo, cioè quello che gli impongono – tanto per citare un caso concreto! – i vari Morgan Stanley o senza acciaio (con benedizione vaticana!) di “versare tributi ai mega usurai in nome della restituzione di debiti soprattutto legati ad onerosi derivati finanziari”, come è accaduto, per mero esempio, il 3 gennaio 2012, secondo scarse segnalazioni della stampa servile italiota, e per quanto assemblato e segnalato abbondantemente da tale Antonio Pantano nel recente non breve “DILUVIA! GOVERNO MONTI!”.

Non sono novità quelle prospettate e paventate da Blondet, ma conseguenze a cascata di 60 anni di “frittate pseudo europee” organizzate “su commissione” dagli scaltri “affondatori/fondatori” delle tante illusorie forme di aggregazione europea, ma tutte solo basate sugli interessi personali di enti economici extra-europei e totalmente avverse al benessere dei cittadini del vecchio continente. Basta riesaminare la storia dell’ultimo sessantennio per avere conferma del fallimento totale di ogni politica per una vera Europa! E la smancerìe germaniche o francesi recenti (armoniche a quelle dei decenni precedenti) sono conferma (vedasi i coinvolgimenti militari in Libano/Israele, Somalia, Iraq, Afganistan, Libia, Kossovo ed ex Jugoslavia, ecc.) della totale dipendenza non solo militare, ma essenzialmente monetaria, finanziaria, economica, e politica, di tutti gli Stati europei non agli USA, ma a coloro che dagli USA e possedimenti “governano con freddo cinismo” il mondo, Cina ed India compresi.
Secondo. Blondet (che ha … studiato! Soprattutto e solo nei notiziari stravaganti e pasticcioni “alla vilipedia” sbrodolati in internet, ove si copia/incolla con disinvoltura, inventando storielle che si gabbano per storia ad uso dei creduloni e sprovveduti!) rivela (cardine della dottrina cristiana è … la rivelazione! E di quella talmudica ed islamica la discrezione su essa! ) l’esistenza storica della “Repubblica Sociale Italiana”, che Blondet si affretta ad indicare “repubblica creata dal nulla dai tedeschi” e “Stato-fantoccio del tedesco”e luogo ove vigevano “tessere alimentari da fame” e “le truppe germaniche, ogni volta che entravano in una bottega a comprare le poche merci esistenti, commettevano di fatto un esproprio senza indennizzo”.

Scopre, il solerte inondante – di “sue notizie” – Blondet, la antica esistenza di Domenico Pellegrini Giampietro, che indica “ministro repubblichino”, e ne propina alcune, e minori!, attività positive a favore dello Stato e dei cittadini delle quali non ha contezza, lealmente ammettendo: “Come fece? Personalmente non so.” E non sa che mai esistette la “Repubblica di Salò” (che così indica!) , ove ebbe sede un solo ministero! [accodandosi alla dizione inventata dagli sciuscià resistenziali!].

Il minestrone di notiziole anche insignificanti proposte da Blondet rientra nei criteri delle “scolastiche di storia e finanza” delle università italiane (Bocconi in testa, ove Blondet invoca si approfondisca il caso Pellegrini, ben sapendo che in quel “centro” montiano si sfornano prevalentemente “economisti” utili alle grandi concentrazioni usuraie globaliste!) per porre in ridicolo (secondo i diktat culturali imposti e vigenti da Dc e Pci con coro resistenziale) “de minimis” tutto il gigantesco disegno storico concretato della Repubblica Sociale Italiana, senza riflettere (ma ha attinto e copiato/incollato notizie sgangherate poste da volenterosi in aspirazione di storici, proprio come fanno da tempo altri disinvolti “monetaristi” del sabato che imperversano in internet ed in pagliacciate su varie tavole di scena) sulla portata universale della azione di Pellegrini Giampietro che (come da anni ho spiegato e scritto, e di recente – oltre che il 10 settembre 2011 nel Municipio di Brienza, patria del Ministro – anche nei lunghi ed articolati scritti “Affideresti il tuo portafoglio a Mario Monti?” e “Diluvia! Governo Monti!”) fu da grande conoscitore e scienziato della Finanza e da vero Ministro per i cittadini!

Poiché Blondet (non è e non fu il solo!) nulla ha compreso dell’azione – non frammentaria – attuata da Domenico Pellegrini Giampietro, ora ne rinnovo la qualità fondamentale (qualcuno potrà riferirglielo! Ma sarà bene che il giornalista consulti molti dei miei scritti pubblicati negli anni, incluso il volume del 2009 “Ezra Pound e la Repubblica Sociale Italiana”!): commissariò la Banca d’Italia, asservendola in toto alle necessità dello Stato! Così il bilancio fu attivo per 20,9 miliardi di lire, con sole entrate di 50,4 ed uscite per 359,6 miliardi! Dalla banca centrale (società “privata” di partecipanti, che per “antiche norme” presta periodicamente denaro allo Stato) Pellegrini prelevò le necessità, attuando ciò che MAI alcuno nella storia umana aveva osato!

Ecco perché il nostrano odierno “stato fantoccio” peninsulare è eternamente indebitato!

Aggiungo : vero (e mal scopiazzato!) che le riserve auree italiane furono custodite al sicuro a Fortezza, in territorio italiano! Ma Blondet tace (perché NON sa!) che furono asportate il 5 maggio 1945 dagli Alleati, e che queste furono riconosciute in parte all’Italia e definite nella restituzione solo il 29 giugno 1998! Mentre mancano all’appello ancora, e per sempre oltre 24.000 chili di oro, volatilizzati non nelle mani di Adolfo Hitler, ma in quelle più longeve degli Alleati vincitori la guerra col “metodo” Hiroshima/Nagasaki!

Ed ancora: 7 miliardi di lire mensili al Reich germanico come “contributo per spese militari, fortificazioni, riattazioni delle vie di comunicazione”? Non vero per le motivazioni, che furono fissate dal Governo Badoglio (corrispose 3,5 miliardi mensili da agosto 1943 per due divisioni germaniche combattenti in Sicilia!)! Dal 1944 furono 10 miliardi, e dal 1° gennaio 1945 12 miliardi mensili, ma comprensivi delle provvidenze sociali per un milione di lavoratori italiani occupati in Germania!
A Blondet è “mancato il tocco” culturale”! Fu infatti Ezra Pound che immortalò nei Cantos (i “Pisani”, per l’esattezza! Pubblicati questi nel 1948) più volte la figura e l’opera di Domenico Pellegrini Giampietro! Ma qui si pretende troppo! Ed è … altra cosa!

In conclusione! Si verifichino sempre le attendibilità delle notizie, oggi propalate da manipolatori (moltissimi sono gli interessati ad intorbidar acque! I “soccorritori in aiuto del … vincitore”, secondo Flaiano), e le NECESSARIE-DOVEROSE citazioni delle origini dalle quali si attinge e/o si copia incolla!

Cordialmente: Antonio Pantano

Altri Articoli di Antonio Pantano: http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=antonio+pantano

venerdì 30 settembre 2011

La Turchia ed il nuovo ordine mondiale... Articolo di Maurizio Blondet con introduzione di Giorgio Vitali




Introduzione di Giorgio Vitali:
Questo articolo eccezionale deve essere letto e meditato. COME DA NOI previsto, esclusivamente sulla base di valutazioni puramente geopolitiche (la geopolitica è l'unica scienza obiettivamente predittiva) quanto da Blondet scritto corrisponde ad una verità lampante. Anche la questione relativa all'impossibilità da parte USA di controllare il mondo che pretende di dominare, CI RICORDA in maniera luminosa la crisi dell'Impero Romano, che cadde perchè NON era in condizione di controllare i confini, troppo estesi di fronte alle nuove potenze che stavano creando una MULTIPOLARITA' chiarissima. Solo personaggi del calibro dell'Imperatore Giuliano, nel tardo 300 era all'altezza di affronare questi problemi. Capace com'era di farsi a cavallo la traversata dalla Gallia (dove aveva annullato il rischio dell'invasione germanica) alla Persia. (Vedi caso: il teatro è sempre questo!!) ma poichè il personaggi rappresentava un grande rischio per il cristianesimo nascente fu ASSASSINATO mentrte combatteva proprio contro i persiani. RESTA il fattore TALMUD. Qui il fanatismo religiso gioca una carta che mette a repentaglio la pura esistenza della stessa NATURA VIVENTE. Mi auguro ( ci auguriamo) che questi fondamentalisti trovino proprio all'interno della loro CONGERIE il nemico più fermo. da molti segnali ciò appare con sempre maggiore evidenza.



.................

Corrispondenza...

«Egregio Maurizio Blondet,

Le scrivo per chiedere un Suo parere riguardo le ultime evoluzioni geopolitiche della Turchia, in particolare le dure prese di posizione di Erdogan contro lo Stato di Israele nonché la proposta di una leadership turca nel processo di democraticizzazione islamica, che potrebbe scompaginare i piani euro-americani in Africa e in Medioriente. Mi chiedo innanzitutto se questa recente virata della Turchia non possa essere un pericolo, in particolare per Israele, ed essere causa un domani (speriamo lontano) di uno scontro bellico di grande portata. È possibile secondo Lei che venga a crearsi un asse Iran-Turchia? Voglio dire: il sentimento anti-israeliano (oltre che anti-americano) è ben radicato nello spirito e nei cuori dei popoli arabi (come biasimarli), e basta una scintilla per fare esplodere una bomba di dimensioni enormi. Potrebbe venire dalla Turchia questa scintilla? Israele, secondo Lei, cercherà di trovare accordi diplomatici per evitare uno scontro del genere, oppure come al solito getterà benzina sul fuoco? In secondo luogo devo dirle che quando ho letto alcune dichiarazioni di Erdogan non ho potuto che trovarmi in completo accordo. Finalmente qualcuno che parla dei crimini e delle irresponsabilità di Israele apertamente, senza alcuna paura, e che è capace di far seguire i fatti alle parole, interrompendo i rapporti commerciali e militari con il governo israeliano. Mi chiedo però: dov’è la fregatura? Voglio dire, la Turchia è un Paese, come Lei mi insegna, fortemente influenzato dalla presenza ebraica, in particolare da quelli che un tempo erano chiamati ‘dunmeh’. Che fine hanno fatto? Come ha fatto Erdogan a sbarazzarsi dei suoi generali kemalisti? Bisogna fidarsi di questo ometto con i baffi? Infine le chiedo cortesemente: Secondo Lei siamo sull’orlo di una Nuova Guerra Mondiale

Stefano A».


Anche i commentatori occidentali mainstream si pongono la stessa domanda: fidarsi di questo ometto coi baffi? Erdogan mira ad una egemonia turca nel mondo islamico? Tutti imbarazzati al massimo grado dal suo atteggiamento verso l’intoccabile Israele. Qualcuno s’è persino chiesto: Erdogan è ormai prigioniero della sua stessa retorica?

Insomma al minimo, un esaltato, al massimo un sovvertitore, un pericoloso islamista en cachette. Nessuno, proprio nessuno che noti l’evidenza: la Turchia di Erdogan s’è levata contro Israele non in nome del diritto islamico, ma in nome delle norme del diritto internazionale, quel fondamento della civiltà che soleva chiamarsi Diritto Pubblico Europeo; quel diritto che l’Europa stessa dovrebbe invocare e applicare contro i trasgressori, e da cui invece, per paura e vile servilismo, esenta lo Stato sionista.

L’eccidio compiuto dagli assassini di Stato giudaici sulla Mavi Marmara, in acque internazionali, è un atto di pirateria, delitto internazionale secondo il diritto che la civiltà europea ha dettato al mondo, ricorda Erdogan ai nostri governanti europei ciechi e sordi. Ha chiesto le scuse e le riparazioni e, non avendole ottenute (Israele non deve chiedere scusa mai, essendo il Messia di Sé) ha ridotto al minimo i rapporti con lo Stato sionista, trattandolo cioè come merita uno Stato-canaglia, che pratica il terrorismo internazionale e che non accetta responsabilità di fronte al resto dell’umanità. Ciò è secondo il diritto europeo. Tant’è vero che il governo turco sta valutando di accusare Israele presso la Corte di Giustizia dell’Aja, che non adotta la sharia come codice.

L’indignazione furiosa che Erdogan mostrò in una memorabile apparizione su Al Jazeera, nel gennaio 2009, di fronte alla ferocia di Piombo Fuso contro i civili a Gaza, il massacro al fosforo e alle bombe al tungsteno, per di più esercitato dopo mesi e mesi di blocco dei seicentomila prigionieri palestinesi a cui Sion nega il cibo e i mezzi essenziali per vivere, corrisponde ad un riflesso di civiltà ancora più antico, ed ancor più europeo: il diritto delle genti, il romano jus gentium.

Era la ribellione in nome del semplice, elementare principio di umanità, la cui assenza – nell’Europa del tempo che fu – distingueva la barbarie dalla civiltà. Erdogan ricordò allora che nei giorni del breve conflitto tra Russia e Georgia per il Sud-Ossetia, «tutti sono intervenuti immediatamente, le Nazioni unite, l’America, la UE, la NATO, noi stessi. Ed oggi, perché non si vede nessuno muoversi per Gaza?». Era una domanda che doveva farci vergognare come europei, come pretesi portatori della civiltà cristiana e universale. (Outspoken US professors slam Palmer report, approve Turkey's position)

Il Rapporto Palmer, l’inchiesta ordinata dall’ONU per il delitto della Mavi Marmara, ha non solo assolto Sion dall’eccidio, ma ha definito il blocco e la messa alla fame di Gaza «legale», in vista della autodifesa di Israele. Non è difficile vedere da che parte stia la verità. Se mai, Israele può bloccare l’entrata di armi a Gaza, ma non del cibo, né le esportazioni verso l’estero. E a dirlo è stato il professor John Mearsheimer (il coautore con Walt del saggio sulla Israeli Lobby), rispettato giurista internazionale, ha ricordato che il blocco di Gaza e gli attacchi alla sua popolazione costituiscono un atto di punizione collettiva – evocatrice della colpa collettiva dei palestinesi che hanno scelto Hamas alle elezioni – illegale secondo le convenzioni di Ginevra, e per cui ci sono state le note impiccagioni a Norimberga.

Ora, lei si domanda: dov’è la fregatura? Erdogan ha un disegno egemonico, che la spaventa, come spaventa i giudei e gli americani?

Temo che una simile domanda riveli la subalternità alla degradazione del mostro talmudico armato, speculativo e globale, che ha usurpato il nome di Occidente, e per odio al mondo islamico si maschera da cristianismo crociato. Per questo mostro armato, che è subnormale anche filosoficamente e mentalmente, egemonia ha il solo significato di brutale oppressione, occupazione e violenza, guerra infinita. Ora, quella che Erdogan e il suo gruppo esprimono, è una egemonia dei principi universali, della legittimità e della sovranità (senza cui legittimità non esiste) e anche della verità (quella verità che non si osa dire sul sionismo terrorista), che – bisogna perlomeno riconoscerlo – ha qualità opposte rispetto alle egemonia del mostro: quest’ultima è devastatrice e da oltre un decennio destabilizza, saccheggia, trasforma in deserti umani e civili i luoghi umani dove si espande ed esporta la democrazia o il mercato. Quella del governo turco è strutturante, cordiale, e la sua forza è nel suo richiamare il mostro ai principii universali della civiltà tout-court.

Non voglio fare un ritratto angelista del governo turco. Voglio dire che, forse, Erdogan ha capito quel che i nostri politici, e il centro del potere di contro-civiltà globale che fa capo a Washington, a Wall Street e a Gerusalemme, non ha compreso: che il sistema egemonico d’oggi, pur gigantesco, è in via di autodistruzione, soffocato dalle sue corazze di armamenti e dai suoi debiti e soprusi, che lo costringono a vivere di spada e di menzogna. Penso che la nuova Turchia abbia fatto la scommessa politica che il Sistema di contro-civiltà si stia autodemolendo in una catena di crisi convergenti e mai viste, e che il futuro non gli appartenga. Che il futuro appartenga ad un mondo multipolare, dove sarà importante affermare le sovranità, la loro legittimità, la loro identità e la loro convivenza in un quadro di diritto.

Naturalmente, si teme invece (la propaganda loro ci è entrata dentro a tutti noi) che la nuova Turchia neo-ottomana voglia mettersi alla testa dell’Islam. Dopotutto, Erdogan è stato acclamato come una rockstar dalla piazza del Cairo, durante il suo ben organizzato tour delle primavere arabe, di cui palesemente vuol presentarsi come leader morale – nel senso però dell’esempio di un islamismo moderato, a suo agio nella modernità, senza complessi d’inferiorità, il solo Stato musulmano che vanti un successo economico stupefacente, con una crescita del 7% annuo, di cui può essere legittimamente fiero.

Anche ad Ankara, palesemente, le primavere arabe non erano state previste; ma solo Ankara ha potuto mostrare che non le considera un rischio, laddove gli occidentali sono inquieti, colti di sorpresa, imbarazzati dalle richieste di giustizia sociale e politica, diffidenti, pronti a giudicarle un pericolo come vuole Israele... per non parlare della vergognosa aggressione franco-inglese in Libia.
I temi sviluppati da Erdogan in Egitto, Libia e Tunisia hanno fatto appello alla volontà di emancipazione dei Paesi arabi, ma attento a non aderire a velleità pan-islamiste e di rivincita panislamica (con i pesi e le costrizioni legate a un regionalismo religioso, ad una sharia). Ha fatto appello al nuovo Egitto per una partnership che sia «un’àncora di stabilità» nella regione, non per un ritorno alla scimitarra e al turbante.

Ahmet Devatoglu
C’è un pensiero collettivo dietro la politica turca, la cui potenza intellettuale è stata colta dal New York Times: non a proposito di Erdogan ma del suo ministro degli Esteri, Ahmet Devatoglu: «Un intellettuale più che un politico, anche se con un dono diplomatico per gettare ponti», uno che è stato capace di parlare «ai ribelli libici a Bengasi – in arabo» (cioè senza interprete), e che ha detto ai tunisini appena liberatisi del loro caporione: «Non siamo qui per insegnarvi nulla, voi sapete cosa fare. I nipoti di Ibn Khaldoun meritano il miglior sistema politico».

Ibn Khaldoun fu il massimo filosofo del mondo arabo, e nacque a Tunisi nel 14mo secolo. Evocare il suo nome sarà stato una sorpresa per gli osservatori occidentali, ed anche, penso, per molti tunisini. Ai quali, nella loro pochezza odierna, Devatoglu ha detto, in fondo: «Tunisini, siate all’altezza della vostra storia, della vostra grandezza». Si attende con ansia, qui, un politico capace di una simile esortazione ad europei ridotti a volare basso nella dipendenza da USA e da Israele, perdenti dell’oceano della globalizzazione, culturalmente subalterni fino al ridicolo. (Turkey Predicts Alliance With Egypt as Regional Anchors)

Il lettore mi chiede come Erdogan sia riuscito a liberarsi dei generali kemalisti, appartenenti (lo ammette anche Wikipedia in inglese) alla setta cripto-giudea dei dunmeh, antichi seguaci di Sabbatai Zevi che, in talmudica doppiezza, professavano esteriormente l’Islam (l’Encyclopedia Judaica dichiara che lo stesso Ataturk era un ebreo dunmeh).

Probabilmente non è informato che i kemalisti – questi golpisti corrottissimi, cui i media e le diplomazie occidentali hanno sempre perdonato, se non lodato, i successivi colpi di Stato come «salvaguardia della laicità dello Stato» contro la religione islamica – sono oggi sbandati da un’iniziativa giudiziaria che ha smantellato il gruppo clandestino Ergenekon (una specie di Gladio dunmeh) accusato, con buoni motivi, di sovversione contro il governo eletto di Erdogan e del suo partito, AKP. Ritengo che i generali, molti dei quali incarcerati, non risorgeranno tanto presto. Sotto questo dominio, la Turchia era ovviamente l’antimurale dell’Occidente contro l’URSS; e i generali kemalisti facevano affari col complesso militare industriale americano, e molti altri, mano nella mano (e sottomano) con Israele, e con la lobby a Washington.

Ora, il rivolgimento geo-politico è stato nettissimo. Nell’agosto del 2008, quando la Georgia (armata ed istigata dagli israeliani) attaccò l’Ossetia del Sud attirandosi l’immediata risposta armata della Russia, Erdogan fu il primo a volare a Mosca per assicurare Putin del sostegno turco. Si sa che il discorso che Putin pronunciò nel febbraio 2007 a Monaco, di fronte agli alleati occidentali, aveva fortemente impressionato il governo turco.

«Oggi», aveva detto Putin, «vediamo nelle relazioni internazionali un iper-uso della forza militare praticamente illimitato, forza che getta il mondo in un abisso di conflitti permanenti (...). Assistiamo ad un sempre maggiori disprezzo per i principi basilari del diritto internazionali... Un solo Stato, e naturalmente prima e soprattutto gli USA, scavalcano i loro confini nazionali in ogni modo; ciò è visibile nei campi dell’economia, della politica, nella cultura e nell’istruzione che essi impongono alle altre nazioni. Azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto nessun problema, anzi hanno causato nuove tragedie umane, creato nuovi centri di tensione. Il dominio della forza nelle relazioni internazionali induce diversi Paesi a fornirsi di armi di distruzione di massa... Sono convinto che abbiamo raggiunto il momento decisivo in cui dobbiamo seriamente pensare all’architettura della sicurezza globale».

Mentre il segretario della NATO, l’olandese De Hoop, rispondeva accusando la «disconnessione fra la crescente partnership dell’Occidente» (sic) e le dichiarazioni di Putin, i turchi hanno capito che un’altra potenza faceva appello ai principii del diritto europeo e della legittimità, che l’Occidente calpesta da un decennio. Principii universali (eredi del diritto romano) non, ripeto, una sharia islamica – la quale non ha mai potuto concepirli.

Il massacro di inermi di Piombo Fuso e l’aggressione alla Mavi Marmara, poi, hanno convinto il nuovo governo turco che quei princìpi andavano difesi con intransigenza, e nello stesso tempo con partner e alleati di un diverso ordine mondiale. Ed essendo la Turchia «al centro di tutto» (come ha detto il suo presidente Gul), cerniera tra Europa ed Asia, fra nord russo-caucasico e sud mediterraneo, fra Islam e modernità, e (fatto non trascurabile) tra Iran e la contro-civiltà occidentale, sa approfittare di questa privilegiata situazione geo-politica con consumata abilità.

Insomma, il governo Erdogan gioca le sue carte. Nessuno può garantire che non commetta errori in questo attivismo non privo di rischi dove ha un nemico di cui conosciamo la potenza presso i goym, la ferocia e la paranoia (e la capacità di montare attentati terroristici false-flag); nessuno può assicurare che la popolarità non gli monti la testa, che evolva in neo-ottomanismo, in nasserismo o in bonapartismo (aggressivo, espansionista) islamista. Ma questa incertezza è inerente all’instabilità dei tempi, alla fine dei blocchi che non ci hanno lasciato strade tracciate e tranquillanti a cui avevamo fatto la (brutta) abitudine.

Quel che possiamo dire è che, per ora, Erdogan e il pensiero collettivo che gli è dietro si muove a difesa di principi alti, prima che per propri ottusi interessi. Che ha posto gli interessi della nuova Turchia nella scommessa di una restaurazione della legittimità e dignità, non solo la propria, ma quella degli altri, a cui la offre.

Questo è, oso dirlo, spirito europeo. Che allontana ancor più la prospettiva di entrata della Turchia in quest’Europa, dove le ostilità alla sua integrazione si espandono, con l’esibizione di «difesa dei valori cristiani», che va da Sarkozy ai neocon ed agli atei devoti di stampo giudaico, abili a manipolare un Papato giudaizzante e disinformato. Ma è la Turchia che ci guadagna da questa esclusione: «Entrare in Europa» adesso, sarebbe contribuire a pagare i conti dei debiti pubblici dei PIIGS, aderire ad una moneta rovinosa di incerto futuro, ad una politica servile verso “Usrael” e che lega le mani; entrare nella corrente destrutturante e dissolvente in atto di rivolgersi nella propria autodistruzione, di cui la UE fa parte integrante ancorché subalterna. Se c’è un difensore dei valori cristiani (di universalità, di diritto eguale, di cordiale offerta di dignità dei popoli) certo è più Erdogan che Sarkozy o Giuliano Ferrara, o popolazioni che di cristiano non hanno più nulla, nemmeno il ricordo storico.

Siamo sull’orlo della guerra mondiale?

Anche questo domanda alla fine il lettore. E ne dà quelli che gli paiono segni premonitori, nella parte della lettera che metto sotto in nota (1). Non tacerò che in ambienti americani, contigui al Pentagono e a quei centri neocon che stilarono il progetto Rebuilding the american Defense (quel programma di riarmo mostruoso per rendere accettabile il quale i Wolfowitz, Cheney, Kagan auspicavano «una nuova Pearl Harbor») (2), in questi mesi si sta valutando lo scatenamento di una grande guerra come opzione per far uscire l’impero dalla crisi. Visto che gli USA uscirono dalla Depressione innescata nel 1929 solo con l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale che rimise in moto il potente sistema industriale inceppato dalla scarsa domanda, aumentò prodigiosamente i consumi e garantì il pieno impiego – ragionano costoro – perché non riprovarci?

Il sito DoDBuzz, che riporta certe indiscrezioni dal Pentagono, ha recentemente rivelato che uno studio di fattibilità è stato condotto (commissionato da chi?) dal Center for Strategic and Budgetary Assessment, considerato il miglior think-tank (formalmente privato) per quel che riguarda la valutazione della potenza militare USA. Il suo sito può essere studiato con prefitto: http://www.csbaonline.org/

La conclusione dello studio, condotto da due tecnocrati del settore, Barry Watt e Tod Harrison, pare sconsolata: oggi gli Stati Uniti non sono più in grado di «innescare il grande sforzo industriale pari a quello che formò ‘l’arsenale della democrazia’ nella seconda Guerra Mondiale». (America’s hidden industrial ‘surge’ weakness)

E ciò non solo perché l’America di allora era la prima potenza industriale dell’epoca, le cui industrie in crisi poterono facilmente essere risvegliate, mentre oggi è una potenza de-industrializzata che conduce le sue guerre a credito e su scarponi Made in China; ma soprattutto perché il progetto stesso di una grande guerra, necessariamente mondiale e dai mezzi enormemente divoratori di ricchezza, si avvicina alla sua impossibilità industriale ed economica.

Già le attuali guerricciole contro nemici risibili e selezionati dagli USA per vincere facile, hanno mostrato che la superpotenza ha un bassissimo livello di riserve: «La US Navy ha sparato 200 missili da crociera Tomahawk nei primi giorni dell’intervento in Libia, ossia la quantità che il Pentagono acquista in un anno. Peggio: i sistemi di lancio verticale della Marina da guerra non possono essere ricaricati in mare, il che significa che se il vostro incrociatore spara tutte le sue armi, poi è fuori gioco finché non raggiunge un porto amico».

Durante la Seconda Guerra Mondiale, le industrie normali poterono essere facilmente riconvertite agli armamenti, la Ford dalla produzione di auto passò a sfornare componenti importanti del bombardiere B-24. Oggi, la specificità dei prodotti bellici, la loro altissima tecnologia e i metodi di produzione rendono impossibile tale riconversione, se non altro perché esigono una notevole manodopera di una qualità introvabile nel settore metalmeccanico.

Dagli anni ‘70, a cui risalgono gli F-15, F-16 ed F-18, il sistema americano non è più riuscito a completare un programma di produzione di aerei da combattimento. La messa in cantiere di quattro apparecchi, tutti a tecnologia invisibile (F-117, A-12, B-2 ed F-22) doveva concludersi con la produzione di 2.378 esemplari; la produzione dei quattro aerei ha raggiunto a malapena i 267 esemplari, e le restrizioni di bilancio rendono problematica la continuazione. Dell’F-35 non è nemmeno il caso di parlare, tante sono le difficoltà e i sovraccosti che incontra. Beninteso, la preparazione per la terza guerra mondiale potrebbe comunque essere tentata; ma, dicono Watts ed Harrison, a prezzo di una «politica industriale» radicale, che implicherebbe la nazionalizzazione del complesso militare-industriale e la trasmutazione dell’intera economia in senso socialista: il che, nel clima ideologico e di opinione corrente, è al disopra delle forze di un potere politico debolissimo, in mano agli interessi privati.

A vantaggio degli USA c’è il fatto che gli avversari nell’ipotetica guerra mondiale, essenzialmente Cina e Russia, non hanno lo stesso grado di sofisticazione bellica, né la stessa capacità di proiezione planetaria, essendo le loro forze dimensionate per il controllo della sicurezza nei rispettivi teatri regionali. Ma proprio questo le mette in posizione difensiva – più facile da reggere – mentre la sola potenza capace di portare la guerra a lunga distanza (gli USA) rischiano di degradare velocemente nell’impasse e nella impotenza. Gli avversari per contro hanno potenzialità di mobilitazione molto superiori. Si pensi che nel 2007, un progetto di fattibilità del Pentagono per un attacco di terra contro l’Iran (progetto ben più limitato che una guerra mondiale), valutò necessaria la mobilitazione di un milione di uomini, il cui addestramento ed equipaggiamento avrebbe richiesto due-tre anni.

La smetto qui. Ciò che ho detto basta a concludere che non solo l’idea di innescare una ripresa economica appiccando una guerra mondiale è assurda («Peggio che un delitto, una scemenza», avrebbe detto Talleyrand), ma che simili progetti possono essere seriamente studiati solo dal mostro talmudico, dalla contro-civiltà che si arroga il nome di Occidente. E che non ha ancora capito che l’aver puntato tutta l’egemonia sulla minaccia della unica superpotenza rimasta e sulla forza bruta, accusa la sua arretratezza politica e mentale, prima ancora che morale. In certo senso, la guerra e la ultra strapotenza bellica come unico mezzo delle relazioni internazionali è in qualche modo un ferrovecchio, che solo Israele (e il suo Golem a Washington) continuano ad agitare fuori tempo massimo.

La Turchia ha un potente esercito, e lo sta usando quando occorre (nei giorni scorsi i suoi aerei hanno bombardato installazioni kurde in Iraq; la sua Marina mostra i muscoli sui campi petroliferi di Cipro); ma – se è questo il senso della domanda del lettore – non vedo come si lascerebbe trascinare in un conflitto, dove il suo avversario più ostile (Israele) ha centinaia di testate atomiche, quando poi usa così bene e lealmente l’arma del diritto internazionale e della dignità nazionale – una forza troppo sottovalutata, la forza della verità.

Se terza guerra mondiale sarà, non sarà la Turchia a cominciarla. Il che non significa che non avverrà. Per le ragioni che abbiamo visto sopra illustrate da Watts e da Harris, a chi conserva l’opzione della guerra mondiale non resta altro mezzo che un puro e semplice – e breve – conflitto nucleare. Ovviamente, questa opzione scavalca completamente persino il calcolo cinico di uscire con il conflitto dalla crisi economica, perché non ci sarebbe un dopo che il vincitore possa godere.

Qui, si esula completamente dalla ragione; solo una classe dirigente di estrema instabilità psichica, o animata da messianismo paranoico, può esser tentata di sferrare una simile apocalisse. Sappiamo, ahimè, che esiste un simile Paese; che al fondo della sua dottrina militare cova l’esempio di Sansone che muore sotto le rovine del tempio di Dagon con tutti i filistei; e che di fronte al fallimento dei suoi deliri di superiorità messianica, cova il complesso di Masada.





1) La lettera così continua:

«Ci sono tanti elementi che possono fare intendere un esito di questo genere: la crisi economica irreversibile, in qualche modo ‘programmata’ già a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, da Bretton Woods a Camp David, fino all’Euro e alla moltiplicazione incontrollata dei dollari e dei debiti degli Stati sovrani; l’incredibile crescita degli armamenti, anch’essa cominciata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima con la strategia della tensione ‘fredda’, poi con la propaganda del ‘terrorismo globale’, che non ha subìto arresti nemmeno con la recente crisi economica; l’occupazione dell’Iraq, che è un avamposto militare perfetto nell’ottica di una guerra che impegni l’Occidente contro il Mediorente e magari un giorno anche contro la Cina, così come la vergognosa guerra libica, voluta dai francesi per assicurarsi in tempi difficili rifornimenti sicuri di oro nero. A questi elementi, se ne potrebbero aggiungere altri. Ma resta il fatto che lo scenario sembra essere sempre più chiaramente indirizzato a una guerra epocale. Aggiungo la famosa corrispondenza tra Albert Pike e Mazzini, nella quale più di un secolo e mezzo fa veniva tratteggiato lo scenario odierno in vista della Terza Guerra Mondiale. Cosa ne pensa? In fondo, se il motto è ‘Ordo ab Chao’ (ordine dal caos) e l'obiettivo è il ‘Nuovo Ordine Mondiale’, non c’è altra strada se non quella della guerra in Asia: Occidente contro Oriente. Probabilmente qualcuno l’aveva già programmato da parecchi decenni, se non da secoli. Spero tanto di sbagliarmi... ».

2) Il documento Rebuilding the American Defense, che si presentava come una documentata esortazione al futuro presidente americano, fu elaborato nel 2000 da una fondazione culturale o think-tank chiamato Project for a New American Century (PNAC) oggi chiusa avendo compiuto la sua missione. Fondata dai neocon ebrei William Kristol e Robert Kagan, la PNAC si dava come missione «la promozione della leadership globale americana»; in realtà premeva per la distruzione del regime iracheno e di quello iraniano, che preoccupano Israele. Il costoso programma di riarmo, diceva il documento del PNAC, non sarà accettato dalla popolazione americana «se non accade un evento drammatico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbor». Un numero impressionante di membri della PNAC e firmatari del documento Rebuilding the american defense passò nel governo Bush jr. Fra essi: Dick Cheney (vicepresidente), Donald Rumsfeld (ministro della Difesa), Paul Wolfowitz (vice ministro Difesa), rabbi Dov Zakheim (viceministro Difesa col compito di comptroller) Elliot Abrams, assistente speciale del presidente per i diritti umani e le operazioni internazionali, Richard Armitage (vice-segretario di Stato), John Bolton (vicesegretario di Stato per il controllo degli armamenti e poi ambasciatore all’ONU), Paula Dobriansky (sottosegretario di Stato), Aaron Friedberg (Deputy Assistant for National Security Affairs and Director of Policy Planning, Office of the Vice President), Robert Zoewllick (vicesegretario di Stato), Zalman Khalikzad (ambasciatore in Afghanistan), Lewis Scooter Libby (capo dello staff di Cheney), Richard Perle (presidente del Defense Policy Board, un comitato di consulenza inserito nel Pentagono), Eliot Cohen (membro del Defense Policy Board). Erano tutti al loro posto quando l’auspicata nuova Pearl Harbor ebbe luogo l’11 settembre 2001.



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mercoledì 20 luglio 2011

L'altra verità sulla Libia.. secondo Maurizio Blondet



Se il mondo non fosse rovesciato, ossia se l’Occidente fosse ancora fedele alla sua civiltà storica, onoreremmo commossi l’eroismo dei soldati libici e dei loro comandi. Un esercito da operetta, ci è stato detto; fatto per lo più di mercenari, ossia di disoccupati venuti dall’Africa nera; che Gheddafi ha armato di Viagra perchè potessero violentare le donne libiche.

E questa è propaganda; ma gli stessi servizi francesi avevano assicurato che quell’armata ridicola si sarebbe sgretolata ai primi colpi della NATO, i soldati avrebbero disertato a migliaia. È stato questo a convincere Sarkozy a tentare il colpo: presentarsi alle prossime elezioni presidenziali con la gloria del condottiero vincitore di una guerra-lampo facile. Da Washington, anche Obama annunciò che la guerra contro Gheddafi sarebbe durata qualche giorno, al massimo qualche settimana.

Invece ecco, sono quattro mesi che la truppa libica, lungi dallo sgretolarsi, resiste e contrattacca. In condizioni di assoluta inferiorità, con lo spazio aereo interdetto da forze aerei totalmente preponderanti, che colpiscono i mezzi corazzati, i pezzi d’artiglieria e le batterie antimissile, più edifici e supposti bunker di Gheddafi, al ritmo di una cinquantina di bombardamenti e attacchi aerei al giorno, seimila dall’inizio delle operazioni. Ogni movimento dell’armata libica a terra è rilevato da almeno 3 satelliti-spia che sorvolano il Paese ogni giorno, senza contare gli aerei-radar Awacs americani (sono gli americani ad indicare ai caccia-bombardieri francesi e britannici l’80% dei loro bersagli, a fornire gli aerei-cisterna per riforninento in volo, i droni, i missili antiradar, gli apparati di guida-laser per le bombe intelligenti...).

Chiunque abbia una qualche nozione di cose militari capisce che cosa significhi per una piccola armata continuare ad operare militarmente in queste condizioni, col ventre molle esposto dal cielo, con la coscienza psicologica di aver contro la NATO e la Superpotenza, senza prospettive di vittoria; quale coesione e tenuta morale ciò richieda.

Eppure i militari libici operano, ostinatamente riconquistano il terreno occupato dai ribelli sotto copertura aerea NATO, costringono i Raphale e gli F-16 a tirare da alta quota per non essere colpiti dalla contraerea; avanzano benchè i loro cingolati vengano centrati e distrutti dal cielo; e le loro azioni mantengono un limpido senso strategico.

Il tentativo di bloccare il porto di Misurata (da dove i ribelli possono ricevere materiale pesante) con reti di mine, benchè non riuscito o non del tutto, induce a rendere onore ai loro ufficiali. La loro chiarezza strategica contrasta con l’azione della NATO, che un responsabile militare francese ha definito, parlando al Nouvel Observateur, «colpi senza capo nè coda. Per gli ufficiali della NATO, si tratta di far eseguire un certo numero di sortite aeree al giorno. Non c’è alcun obbiettivo strategico coerente, solo dei casi da schiacciare. Questa burocrazia fa la guerra come l’INPS». (Les ratés d'une guerre française)

Migliori allievi di Clausewitz di noialtri europoidi, i comandanti libici hanno raggiunto col sacrificio dei loro uomini, un risultato politico di prim’ordine: Sarkozy, entrato à la guerre con lo scopo dichiarato di detronizzare Gheddafi, di colpo ha dichiarato che il colonnello Gheddafi può essere un interlocutore politico, insomma che si può trattare con lui.

La signora Clinton ha dovuto precipitarsi a dire che no, lo scopo dell’operazione non è cambiato, che Gheddafi deve andarsene; Frattini ha ripetuto la lezione, con in più il sospetto (espresso a metà) che Sarko si preparasse a trattare personalmente con il colonnello, tagliando fuori la NATO e l’ONU. La Clinton e Frattini hanno dichiarato il comitato dei ribelli, il CNT, l’unico governo legittimo riconosciuto dall’Occidente... Un neocon d’accatto italiano, di nome Vittorio Emanuele Parsi (che riceve le imbeccate dai pensatoi israelo-americani, e per questo viene ospitato su media importanti) ha persino accusato Sarkozy – incredibile sprezzo del ridicolo – di tradimento. (Ecco chi c'é dietro il tradimento di Sarkozy)

Ma che fare? I comandi francesi hanno fatto sapere che praticamente non hanno più missili e munizioni sofisticate, che la portaerei Charles De Gaulle, in mare da otto mesi, deve tornare nei bacini. Insomma, la resistenza militare libica ha messo Sarko più o meno nella stessa posizione di Gheddafi: entrambi col bisogno di trovare una via di sconfitta onorevole, con la prospettiva di «ritirarsi nella propria tenda a scrivere e meditare», a vita privata. Anzi, l’aggressione della NATO, che dura troppo e uccide troppi civili, ha provocato – pare – una ri-esplosione di popolarità per Gheddafi tra i suoi tripolini: prima, dicono a Tripoli, occorre «vincere gli invasori della NATO e i ribelli della NATO». (La France reconnaît l’échec des bombardements de l’OTAN)

Gheddafi, ridicolo e ambiguo farabutto con problemi mentali, non è più il fulcro della questione. Se l’esercito libico fosse giudicato come un esercito occidentale, parleremmo di nascita di una nazione, nel sangue e nel fuoco di una guerra contro un nemico disonorato ma schiacciante.

Ove nascesse e fosse riconosciuta, questa nazione potrebbe addirittura trascinare il governo italiano davanti ad un tribunale dell’ONU per violazione di trattati internazionali.

Basta scorrere i titoli dei capoversi del Trattato di eterna amicizia firmato da Belusconi nel 2008, per capire chi è il traditore in questo gioco.
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Eccoli:
Articolo 1
Rispetto della legalità internazionale
Le Parti, nel sottolineare la comune visione della centralità delle Nazioni Unite nel sistema di relazioni internazionali, si impegnano ad adempiere in buona fede agli obblighi da esse sottoscritti, sia quelli derivanti dai principi e dalle norme del Diritto Internazionale universalmente riconosciuti, sia quelli inerenti al rispetto dell’Ordinamento Internazionale.
Articolo 2
Uguaglianza sovrana
Le Parti rispettano reciprocamente la loro uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica.
Articolo 3
Non ricorso alla minaccia o all’impiego della forza
Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l'integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite.
Articolo 4
Non ingerenza negli affari interni
1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato. 2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà, ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia.
Articolo 20
Collaborazione nel settore della Difesa
Le due Parti si impegnano a sviluppare la collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, anche mediante la finalizzazione di specifici Accordi che disciplinino lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari nonché l’espletamento, di manovre congiunte.
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L’Italia s’è rimangiata ciascuno e tutti questi articoli. Materia di tradimento, argomento penale da Tribunale dell’Aja. Ma questo, naturalmente, se il mondo fosse ancora governato dal diritto internazionale. Quell’ordine emerso dal sangue della guerra dei trent’anni, un massacro selvaggio a cui i giuristi europei e i popoli esausti misero fine con il Trattato di Westfalia del 1648: fu stabilito allora il principio della sovranità legittima degli Stati; grandi o piccoli, forti o deboli, gli Stati furono da allora considerati reciprocamente persone giuridiche, che potevano legarsi con trattati, come le persone fisiche con contratti, e che questi trattati-contratti avevano forza legale. Fu uno sforzo supremo di civiltà, grazie al quale anche la guerra fu resa una istituzione (il nemico restava legittimo, il che significava che la mira della guerra era concludere con esso un trattato – di pace) e la guerra perpetua, di tutti contro tutti e senza fine, poteva conoscere una conclusione sostenibile per la vita.

Come noto, dall’11 settembre, quest’ordine è stato rovesciato, e ne vige un altro, imposto da Israele e dal suo Golem americano. Nel settembre 2002 la Casa Bianca di Bush jr. fondò questo nuovo diritto scrivendolo nel documento sulla Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti per il prossimo secolo: l’America (su indicazione dei neocon talmudici) si arrogò la prerogativa dell’«uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualunque Stato» che l’America, a suo insindacabile giudizio, giudicasse «contrario ai suoi interessi nazionali».

Ciò equivale a dichiarare – da Washington – ogni altro Stato illegittimo, potenzialmente aggredibile. Ciò equivale ovviamente a sostituire al diritto la violenza come mezzo primario delle relazioni internazionali. Nessuno Stato è al sicuro, se non si dota di una forza bellica tale, da tenere sotto scacco l’America. Ciò significa, infine, che alla civiltà – Jus Publicum Aeuropaeum – si è sostituita la barbarie.

È questo l’ordine che vige attualmente. Israele lo applica impunemente contro i palestinesi, lo ha applicato impunemente contro la Turchia aggredendo in mare una sua nave che stava portando aiuti a Gaza. Il nano Sarkozy non ha fatto che approfittare di questo nuovo ordine, aggredendo la Libia perchè la credeva più debole, facile da debellare e da privare della sua sovranità; ora, il fatto stesso che invece la Francia del nano si riveli debole, toglie ad essa la legittimità.
Una ragione in più per rendere onore ai soldati libici ed ai loro comandanti, e riconoscerli eroi: dove è sparito il diritto, una nazione non ha che da usare la forza, e anche se tale forza è disperatamente inferiore, per difendere il proprio onore.

Gheddafi o non Gheddafi, rendo a questi soldati volentieri questo tributo, da italiano disonorato dal suo governo.


Maurizio Blondet

martedì 16 novembre 2010

Dopo la Grecia anche l'Irlanda é condannata alla bancarotta.. e le banche si presentano alla cassa, avranno soddisfazione?



Cinque capi di governo europei si sono precipitati a rassicurare la speculazione finanziaria. Il ministro degli Esteri tedesco Westerwelle – si noti, non quello delle Finanze, che era di ritorno da Seul – ha dovuto fare praticamente le sue scuse ai mercati: i detentori privati dei debiti pubblici europei non correranno alcun rischio, non pagheranno pegno. Quando la cancelliera Merkel ha detto che «anche loro saranno chiamati a contribuire» al prossimo default stile greco, scherzava... Continuate pure a speculare a rischio zero.

Ciò per il buon motivo che dopo la frase della Merkel pronunciata qualche giorno fa, i mercati hanno chiesto l’8,92% d’interesse per accettar di comprare il buono decennale irlandese, che ad agosto si negoziava a 4,89%; con ciò praticamente condannando l’Irlanda alla bancarotta, e il conseguente contagio, con bancarotte a catena di Portogallo e Spagna (e Italia, dopo). Il collasso puro e semplice della zona-euro. Che non è affatto scongiurato nonostante le scuse dei politici agli speculatori; dopo le frasi rassicuranti di Westerwelle, il decennale irlandese è sceso da 8,92% a 8,78%, comunque impagabile per l’Irlanda.

Come siamo arrivati qui? Ricapitoliamo fin dal principio, tutto il succo del disastro finanziario, citando ampiamente Paul Jorion.

Da vent’anni i redditi (mancanti) sono stati sostituiti da crediti. Il cartello di carta dei crediti è crollato dall’estate 2007, aggravandosi mese dopo mese con la rivelazione di scandali e frodi e sporchi trucchi sempre più inverosimili, a cominciare dai subprime. Invece di prendere atto che era una crisi di insolvenza degli speculatori e delle grandi banche d’affari, si è deciso di diagnosticare il male come crisi di liquidità. Ossia: no, non è cancro, è semplice disidratazione; occorre qualche fleboclisi. Diagnosi sbagliata, ma tranquillizzante. Era il Washington Consensus, e gli Stati europei hanno obbedito.

Gli Stati hanno infatti trasfuso liquidità in gran fretta ed enormi volumi alle banche, a tasso praticamente zero. Adesso le banche, quei fondi creati a spese dei contribuenti futuri, li distribuiranno alle imprese e alle famiglie in nuovi crediti, mutui, fidi; guadagnandoci, e intanto rimettendo in moto l’economia a credito. Ma non ha funzionato: causa recessione, le banche e la finanza ha capito che famiglie e le imprese non erano in grado di rimborsare; e nemmeno chiedevano più di fare altri debiti. Perciò hanno messo quei fiumi di denaro in pensione presso le Banche Centrali, o acquistato titoli di Stato: non corrono rischi gli audaci speculatori.

Ma siccome gli Stati si sono indebitati fino ai capelli per dare liquidità alle banche, e s’erano portati garanti della loro solvibilità, mentre le entrate tributarie degli Stati calavano causa recessione, i tassi richiesti dai «mercati» sui debiti pubblici salivano e salivano, mentre il valore dei prestiti della banche agli Stati calava; ciò specialmente per gli Stati deboli e mediterranei, ma anche baltici e Irlanda. Disdetta, il portafoglio delle banche si svalorizzava, costringendole a ricapitalizzarsi.

La diagnosi (deliberatamente) sbagliata produceva così la prima spirale viziosa verso l’inferno: le banche s’indebolivano perchè avevano le casse piene di titoli di debiti di Stato che perdevano valore, in quanto gli Stati s’erano indeboliti per salvare le banche.

Lo Stato più debole nella zona euro, la Grecia, ha chiesto aiuto all’Europa. Malmostosa, anzi ostile risposta di Berlino: tocca a noi virtuosi pagare per le cicale! Ma alla fine, bene o male, è stato messo insieme un fondo di garanzia europeo (Financial Stability Facility) per sostenere i Paesi incapaci di pagare il loro debito pubblico: 750 miliardi di euro. Una cifra più teorica che reale, ma ha calmato un poco i mercati, che sono tornati a comprare i Buoni del Tesoro dei Paesi in crisi.

E chi non lo farebbe? Perchè comprare Buoni tedeschi all’1%, poniamo, quando uno speculatore può comprare Buoni greci, portoghesi, spagnoli lucrando tassi doppi e tripli? L’Europa, le sue classi cosiddette dirigenti, di fatto ha invitato gli speculatori a comprare BOT di Stati fallimentari assicurando: paghiamo noi, il rischio per voi mercati è nullo.

Per mesi la speculazione internazionale ha lucrato benefici astronomici su questi suoi investimenti nel debito di Stati-subprime, ma garantiti da stati prime. Gli interessi gravanti sulla Grecia sono un poco calati. Poi, ad ottobre, la Merkel e il suo banchiere centrale Axel Weber saltano fuori a dichiarare: «Alla prossima crisi di tipo greco, i detentori dei Buoni del Tesoro devono essere parte della soluzione anzichè del problema». E i tedeschi, affiancati da Sarkozy, cominciano a parlare, in caso di crisi di Portogallo, Irlanda o Spagna, di procedure di fallimento ordinato, di riscaglionamento del debito, di ristrutturazione, di scrematura dei detentori privati dei titoli di quel debito.

Il che significa: voi speculatori avete titoli pubblici portoghesi o irlandesi e vi aspettate che l’Europa vi ripaghi a scadenza il 100%, dopo 10 anni in cui lucrate gli interessi? No, ci sarà una procedura fallimentare, e voi sarete chiamati a pagare la vostra parte come creditori di un fallito: del BOT portoghese a valore facciale 100 vi sarà restituito 70. Oppure 60, o 30. O il decennale diventerà trentennale. O il pagamento del capitale sarà sospeso, e riceverete solo gli interessi.

Intendiamoci, l’idea è giusta e sana. Banche e fondi speculativi hanno goduto di uno scandaloso stato di privilegio, dando loro il permesso di comprare BOT greci e portoghesi con l’assicurazione che non correvano rischi, perchè a pagare il conto degli insolventi sarebbero stati i contribuenti tedeschi ed europei in genere. Del resto, quel meccanismo di garanzìa, che invita la speculazione a comprare BOT di Paesi in crisi, aggrava la situazione di detti Paesi. Per la Grecia, le banche e i fondi speculativi hanno potuto accollare circa 150 miliardi di euro ai governi europei, mentre la Grecia sta affondando nella spirale degli interessi composti a tal punto che, se all’inizio della sua crisi il debito pubblico era del 115% del PIL, alla fine del presunto salvataggio sarà del 150% cento. Impagabile.

Sì, i mercati speculativi meritano di essere puniti. Mentre le economie occidentali precipitano, sono i soli a continuare a guadagnare – e guadagnano sulla crisi e rovina degli Stati e delle società. E’ quel che si chiama azzardo morale, questo speculare su alti tassi (con la scusa che si presta a Paesi a rischio) quando il rischio è zero, perchè garantito dal fondo europeo di stabilità.

La Merkel e il suo banchiere hanno dunque detto la cosa giusta. Ma al momento e nella situazione sbagliata. Gli Stati sovrani (si fa per dire) dell’eurozona devono emettere l’anno prossimo 915 miliardi di nuovi debiti o rinnovarli, per coprire i loro immensi debiti (fatti per salvare banche e speculazione); finchè ci sono i mercati finanziari, devono chiedere i prestiti ai mercati. I quali hanno subito risposto alla (vuota) minaccia della Merkel chiedendo immediatamente all’Irlanda tassi del 9% anzichè il 4,5%.

Il settore privato (come chiamano se stessi gli speculatori inglesi) non vuol accollarsi la sua parte di perdite, ed ha la forza per rifiutarsi al taglio di capelli minacciato da Merkel e Sarko. Il governo tedesco ha dovuto chiedere umilmente scusa per aver pensato per un attimo che anche i mercati e le banche devono soffrire un pochino per i danni che essi stessi hanno provocato; le nuove norme non saranno in vigore prima del 2013, ha belato (complimenti per la rapidità, nel mondo del trading al millesimo di secondo). O, come la mettono gli speculatori della City, «i governanti non capiscono il risultato di un’alta esposizione del loro debito pubblico in mano a non-residenti».

E’ questo il punto: ci siamo inutilmente indebitati con l’estero, che i governi non controllano, anzichè coi nostri cittadini (come fa ancora il Giappone). E i nodi vengono al pettine.

Adesso il crollo dell’Irlanda è scritto (anche se a metà 2011) e il contagio si sta espandendo al Portogallo, e si vede nella forbice richiesta dai mercati per comprare BOT spagnoli e italiani. E’ a rischio l’intera eurozona, e nel modo più confuso e disordinato.

E la nuova crisi, estremanente pericolosa, è stata fabbricata dai nostri politici, le nostre cosiddette classi dirigenti.

Il meccanismo di default di Stati sovrani minacciato dalla Merkel è giusto. Se fosse stato introdotto al tempo del Trattato di Maastricht, l’eurozona sarebbe adesso molto più forte, e i mercati, avvertiti, sarebbero andati più cauti. Adesso l’implosione della zona-euro è più vicina, con esiti che si ha paura a immaginare.

Era sbagliata – a bella posta la diagnosi iniziale – e così la cura. Se allo scoppio della crisi dei subprime, Washington avesse versato una parte dell’enorme cifra del TARP (700 miliardi di dollari) anzichè alle banche, direttamente agli americani che non riuscivano a pagare il mutuo onde continuassero ad onorarlo, avrebbe salvato costoro e le loro famiglie, il settore edilizio, e le banche stesse creditrici. Ma s’è mai visto la Banca Centrale dare soldi ai cittadini, invece di toglierglieli?
No, impossibile: e i cittadini stessi (quelli che non avevano accesso un mutuo) avrebbero protestato per il privilegio regalato ai loro pari, cicale insolventi; dando invece quei fiumi di denaro alle banche, non hanno protestato.

Siamo fatti così: l’invidia del vicino ci travolge, e non ci resta più invidia per il ricco sfondato che ci sta saccheggiando senza rischiare nulla . La finanza speculativa domina, anche per i nostri vizi capitali.

Mario Draghi è tornato dall’inutile G20 di Seul tutto sereno e ottimista. C’è andato in veste di presidente del Financial Stability Board, quell’organo che non ha dato – come si vede – alcuna stabilità finanziaria, ma piace ai poteri forti e anche alle nostre classi cosiddette dirigenti.

«Abbiamo fatto grandi progressi nella riforma del sistema finanziario», ha detto: «Siamo a metà strada...».

Campa cavallo. Lui, certo, non perderà il lavoro e l’astronomico stipendio.

A rischiare il posto sono i politici della nostra democrazia, e forse se lo meritano. La Merkel, che ha probabilmente fatto la sua uscita per vincere le elezioni, probabilmente perderà quelle del Baden-Wuerttemberg (roccaforte CDU) a fine Marzo 2011 – con questo rischio, non ha alcun interesse a sostenere ulteriori piani di salvataggio dell’euro-zona, del tutto impopolari in Germania. Quanto a Sarkozy, ha subìto un attacco di un alleato, quasi come il Salame ha subito da Fini: Dominque de Villepin, ex primo ministro, e gollista come Sarko, ha dichiarato che il capo dello Stato è «il problema della Francia», non la sua soluzione. Una delegittimazione in piena regola, e dall’interno della maggioranza (la replica attribuita a Sarkozy è di livello berlusconiano: «Ho un posto super, una moglie super, per questo mi invidiano...»).

Se lo meritano, di essere travolti. Il fatto è che, tolti di mezzo loro, restano i Draghi, i Padoa Schioppa, i Goldman Sachs.

La produzione industriale italiana – quella in parte sott’acqua nel Nord – è aumentata ad ottobre del 4,1 % rispetto allo stesso mese dell’anno prima, ed è un miracolo; ma sta calando rispetto al mese precedente, -2,1%. Segno che il miracolo si affloscia, con l’euro ultra-forte e la depressione che si aggrava su scala mondiale. Come società abbiamo più risparmio degli altri europei, ma abbiamo un governo che sta per volatilizzarsi, con in vista un ritorno al proporzionale, che significa più spesa pubblica. Del resto, sulle spoglie del Salame, già nasce il grande partito della spesa pubblica: «No ai tagli alla cultura!, No ai tagli alla scuola!, No ai tagli alle regioni, ai comuni, alle provincie!. E No ai tagli alle banche troppo grandi per fallire!», Draghi veglia. Gli Stati non sono troppo grandi per fallire, e falliscano.

Non c’è più niente da fare? Una cosa ci sarebbe: nazionalizzare integralmente l’intero settore bancario europeo, come si fece durante il Male Assoluto. Se le istanze finanziarie della zona euro non stanno parlando di questo nei loro conciliabili ad alto livello, dice Paul Jorion, stanno solo perdendo un tempo prezioso.

Tranquilli: non stanno parlando di questo. Draghi è stato messo lì per vegliare.

Maurizio Blondet

sabato 7 novembre 2009

"Influenze e vaccini, un vero affare"- Medicina o veleno? Giulietta e Romeo sono indecisi sul cosa prendere per farla finita.... con Bill Gates

Ante scriptum.

Due giorni fa sono andato a Faleria a trovare una coppia di vecchi amici contadini, dai quali mi rifornisco di olive in salamoia, olio extravergine, zucche barucche, pomidoretti d'inverno, etc. Anita, la padrona di casa, mi ha ricevuto tutta contenta e mi ha fatto grandi feste.. erano infatti almeno tre mesi che non ci incontravamo e lei è molto affezionata a me. Il marito, Alberto, non era in casa e quando ho chiesto ad Anita come stava e dov'era andato (trattandosi di persone anziane non si sa mai...) mi ha riposto che era andato dal farmacista a comperare certi vaccini... "Ma come -faccio io- vi siete fatti infinocchiare dalle televisioni di Berlusconi? Non sapete che i vaccini sono fatti apposta per ammalare la gente od al meglio é un sistema per far soldi a uffah?".

Anita si è però molto risentita ed ha cominciato a dire che Berlusconi è un santo e che lui sì (intendendo non come Prodi) che ama gli italiani, ai quali ha pure alleggerito le tasse, etc. etc." Per non mettermi a questionare con una vecchia amica, ho taciuto e mi sono limitato ad aiutarla a preparare le cose che mi servivano... (essendo lei troppo anziana per fare da sola e salire e scendere per la cantina). Quando tutto era pronto e stavo per partire ecco che giunge anche Alberto di ritorno dalla Farmacia, in mano due siringhe monouso e le "medicine" e mi fa scherzoso "Sai fare le iniezioni? Vuoi vaccinarti pure tu?". Poi si sono messi a discutere fra loro due come scambiarsi i vaccini: "Tu fai l'iniezione a me ed io la faccio a te...". Beh sapete una cosa? Mi sembrava di assistere alla scena di Giulietta e Romeo in cui si danno la morte... veramente una scena patetica... ed ora leggete l'articolo di Blondet sullo stesso tema "mortuario"...

Vostro affezionato Paolo D'Arpini

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Mamme italiane, siete debitamente angosciate per il vostro bambino a rischio d´influenza «letale»? State già affollando le guardie mediche? State già invocando ad alta voce il vaccino anti-influenzale, che -come vi dicono i media- non è in quantità sufficiente per tutti?

E´ esattamente la reazione che hanno pianificato per voi i poteri forti.

«La cosa migliore sarebbe di mettere in giro la voce di una scarsità (del vaccino), perchè la gente tende comprare di più (di qualunque cosa ci sia penuria)... La gente farà la fila per farsi fare l´iniezione antinfluenzale».

Questa frase è stata pronunciata nel corso di un simposio del Council on Foreign Relations, tenutosi a New York il 16 ottobre, i cui membri hanno discusso come indurre il pubblico a farsi somministrare il vaccini anti-H1N1, nonostante la resistenza che sta montando fra il pubblico e i medici.

Il Council on Foreign Relations (CFR) è la «cupola» dei poteri forti: fondato dalla famiglia Rockefeller nel 1917 come fondazione con lo scopo di suggerire ai governi americani la politica estera in senso mondialista e filo-capitalista, ha avuto una parte decisiva nel far entrare Roosevelt in guerra contro la Germania. Da allora ha dato ai governi americani molti importanti segretari di Stato o consiglieri di sicurezza nazionale (Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, membri del club), ha figliato le grandi organizzazioni semisegrete di banchieri e di imprenditori globalisti (il Bilderberg e la Trilateral) favorevoli alla globalizzazione e alla delega del potere politico ad organizzazioni sovrannazionali, e ultimamente - è solo un esempio - ha elaborato la teoria dello «Scontro di civiltà», inventata da un suo membro importante (Samuel Huntington) ed applicata dall´amministrazione Bush jr.

Il CFR è il più influente centro di studio geo-politici, e il laboratorio principale dei piani «internazionalisti» applicati dai governi americani negli ultimi 70 anni. Si occupa di politica estera e di economia mondiale; la sanità pubblica non è mai stato il tema delle sue attenzioni. Invece, oggi, il think-tank dei Rockefeller si preoccupa per la nostra salute; ha paura che non ci facciamo vaccinare, e vuol indurci a farlo.

Il simposio di New York si intitola Pandemic Influenza: Science, Economics, and Foreign Policy. Esso segue un «Rapporto al Presidente sulla preparazione per l´influenza H1N1nel 2009», che lo stesso CFR aveva inoltrato alla Casa Bianca il 24 agosto 2009 (così opera il CFR: con rapporti e consigli al presidente, cui il presidente, chiunque sia, non manca mai di obbedire).

Il simposio del 16 ottobre ha avuto lo scopo di fare una valutazione (assessment) delle misure prese dal governo, ma soprattutto di «incoraggiare un consenso sulle direttive dell´Amministrazione (Obama) riguardante la pandemia». Perchè il consenso manca: 60 americani su cento rifiutano il vaccino, sostenendo che non è stato testato ed è pericoloso.

Ad un certo punto, mentre l´eletta riunione di docenti medici e di miliardari discuteva se rendere obbligatoria la vaccinazione per sanitari e scolari, uno di loro ha pronunciato la frase di cui sopra: per indurre il pubblico a correre spontaneamente a farsi vaccinare, creiamo la falsa impressione che il vaccino sia scarso, che non ce ne sia abbastanza per tutti.

Questi signori sanno come manipolare le folle, per loro è ormai una scienza esatta: dite che lo zucchero è scarso, e la gente correrà a svuotare i banchi dei supermercati. Fate sapere che è scarso il vaccino, e faranno la fila per vaccinarsi.

Chi è il personaggio che ha pronunciato questa frase?

E´ il professor Lone Simonsen (forse qualcuno ne sa indovinare l´etnia?), luminare della epidemiologia e direttore di ricerca del Department of Global Health alla Washington University.

Che cos´è il Department of Global Health?

E´ uno dei bracci operativi della Global Health Foundation, la fondazione «caritativa» creata da Bill Gates (di Microsoft) a cui Gates ha assegnato un buon numero dei suoi miliardi. Infatti al simposio, oltre a Simonsen, era presente John Lange, capintesta del «Global Health Program» della «Bill and Melinda Gates Foundation». Altro influente personaggio presente era Robert Rubin, ex-segretario al Tesoro ed ex Goldman Sachs, ora presidente del CFR. Rubin, al Tesoro sotto Clinton, si oppose con successo alla regolamentazione dei derivati finanziari; oggi è tanto preoccupato per la nostra salute, e vuole che prendiamo le medicine.

C´erano anche giornalisti selezionati della stampa più o meno scientifica, essenziali per creare il «consensus». Fra essi uno del Financial Times, a nome Andrew Jack, il quale se l´è presa con i blog che sulla Rete diffondono sospetti sul vaccino.

«Sappiamo tutti - ha detto - che il movimento anti-vaccinazione sta vincendo su internet e su media come quelli di Fox News, causando una diminuzione nella somministrazione dei vaccini. E´ una poco santa alleanza fra ultra-sinistra ed ultra-destra, che lavorano insieme come nel patto Hitler-Stalin».

Un sobrio paragone: ma indica che il Council on Foreign Relations è di nuovo sceso in guerra, come ai bei tempi del 1939. Stavolta, contro coloro che mettono in guardia contro i vaccini: saranno trattati come Ribbentrop e Molotov, come fascisti antisemiti e negazionisti dell´olocausto.

«Gente pazza», ha continuato furente il giornalista del Financial Times (anche il Financial Times si preoccupa che restiamo sani), ed ha suggerito che il CFR faccia passare il messaggio che «c´è più mercurio in un panino al tonno che nel vaccino anti-influenzale».

Difatti la gente in America è allarmata dall´additivo al mercurio (timerosal) aggiunto ai vaccini come conservante, e ampiamente sospettato di provocare l´autismo nei bambini.

La registrazione del dibattito nel simposio CFR si può trovare qui: http://www.cfr.org/publication/20439/pandemic_influenza.html

Il Council on Foreign Relations, oltre che suggeritore di politica estera al presidente, è anche un think-tank impegnato nella riduzione delle nascite: auspica lo sfoltimento della popolazione mondiale. Perchè dunque vuole assolutamente che gli infettati dalla pandemia suina si salvino? Non dovrebbe considerare l´influenza un´alleata della auspicato sfoltimento demografico? O forse ritiene che la vaccinazione di massa sia un miglior alleato: ma perchè?

La cosa comincia davvero a farsi seria. Anche perchè non è solo il CFR a preoccuparsi di come la popolazione reagisce alla pandemia. Anche la IBM si è preoccupata, e per tempo. La IBM dei computer, di colpo ha avuto una preoccupazione sanitaria. In un documento riservato distribuito ai suoi dirigenti nel 2006 - notate, nel 2006 - la IBM profetizza: c´è «il cento per cento di possibilità che una pandemia si sviluppi nei prossimi cinque anni», e dispone con largo anticipo le misure operative, comprese le quarantene, da assumere quando la pandemia verrà dichiarata dall´Organizzazione Mondiale della Sanità: essenzialmente, su come mantenere la propria forza di vendita attiva anche se viene dichiarata l´emergenza globale. Dall´insieme del documento riservato, sembra quasi che la pandemia sia «pianificata», nel quadro di una collusione internazionale tra multinazionali ed entità sovrannazionali. Il che è proccupante, se si ricorda che negli anni `30 e `40 fu la IBM ad organizzare per Hitler il sistema di identificazione, selezione e schedatura degli ebrei: una complessa operazione di incrocio di dati, che la IBM mise in piedi per il Terzo Reich con la meccanografia a schede perforate, e che continuò a gestire per Hitler anche durante la seconda guerra mondiale, mentre l´America, su impulso del Council on Foreign Relations, era entrata nel conflitto contro la dittatura per la «democrazia» (Una breve documentazione di questa collaborazione si può trovare qui: http://www.ibmandtheholocaust.com/).

Questa pandemia influenzale, così sapientemente agitata per creare il panico, e a cui sono così attente le centrali del capitalismo imperiale americano, comincia veramente a puzzare. Che cosa c´è dentro quei vaccini? Quale ingrediente il CFR è così interessato a inocularci?

Maurizio Blondet