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venerdì 29 giugno 2012

Nuovo P.C.I. - Una nuova voce nella vecchia bagarre politica

Il castello del mago - Dipinto di Franco Farina

Può succedere che qua e là, un momento o l’altro, non riusciamo a respingere una manovra delle classi dominanti: l’importante è che abbiamo una strategia per vincere la guerra e che la perseguiamo con tenacia e creatività, escogitando tattiche adeguate, fino alla vittoria!

La crisi del capitalismo è irreversibile. La lotta per eliminare la dominazione della borghesia e del clero sarà dura, ma le masse popolari si organizzeranno e vinceranno. Il futuro è luminoso!

Che la manifestazione di sabato 30 giugno a Napoli confermi e rafforzi il movimento dei mesi scorsi!

Mario Monti è partito per Bruxelles portando nella borsa l’approvazione del Parlamento dei figli della porcata Calderoli all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (1970) che nelle aziende capitaliste con più di 15 operai vietava i licenziamenti individuali “senza giusta causa”. Spera che i suoi complici, i portavoce politici della grande finanza e delle grandi imprese capitaliste europee e nordamericane, riuniti nel Consiglio d’Europa saranno incoraggiati dal suo successo e imporranno nuove restrizioni economiche e il sacrificio di altri diritti politici, sindacali e civili alle masse popolari europee, ivi comprese le masse popolari tedesche che da mesi cercano di demonizzare e contrapporre al resto.

Che la congrega dei loschi individui, con il beneplacito di Barack Obama e la benedizione di Benedetto XVI, trovi a Bruxelles un accordo o che si lascino con un disaccordo più acuto ha in definitiva poca importanza. Perché l’eventuale accordo sarebbe comunque labile e il disaccordo li condannerebbe comunque a proseguire a complottare insieme contro le masse popolari del loro paesi; contro i popoli oppressi di tutto il mondo e contro la resistenza dei popoli arabi e musulmani dall’Afghanistan all’Africa che non riescono a soffocare; contro gli Stati che non obbediscono al cento per cento agli ordini della Comunità Internazionale del sistema imperialista mondiale: dalla Siria alla Repubblica Popolare Cinese, dalla Russia all’Argentina, dall’Iran al Venezuela.

Gli operai e la masse popolari del nostro paese hanno forse perso una battaglia, perché forse il governo dei tecnici della finanza e dei professori bocconiani designati dal Vaticano a comporre la Giunta Monti-Napolitano riusciranno a superare lo scoglio del loro secondo crimine, dopo quello delle pensioni. Ma non perdiamoci di coraggio. La guerra non è finita e le file delle masse popolari si sono rafforzate, anche se la sconfitta in questa battaglia fosse confermata dagli eventi dei prossimi giorni e i tristi figuri della Giunta Monti-Napolitano non affogassero nel putrido fango dei loro intrighi e contrasti e restassero in sella.

La guerra non è comunque finita perché la borghesia imperialista e il clero sono condannati dallo loro crisi a proseguire nei loro crimini: dopo la riduzione dei diritti dei pensionati e degli anziani, dopo la riduzione dei diritti dei lavoratori, si propongono di aumentare le tasse (IMU e IVA) e le angherie (Equitalia e Guardia di Finanza), di ridurre i servizi pubblici (tagli dei trasferimenti agli enti locali per sanità, trasporti e servizi sociali), di aumentare la precarietà a scapito del lavoro con contratto a tempo indeterminato e di ridurre il numero degli occupati (ivi compresa la riduzione del pubblico impiego), di proseguire la spoliazione delle classi intermedie (lavoratori autonomi, professionisti, ecc.). Per reggere devono ampliare la guerra, come facevano gli imperialisti nel Vietnam durante gli anni ’60 e ’70, fino alla fuga ignominiosa.

L’opposizione che incontreranno non sarà affievolita né dalle loro spedizioni militari (le “spedizioni umanitarie” o “spedizioni di pace”) all’estero, né dall’impiego su più vasta scala della polizia e delle Forze Armate nella repressione all’interno, dalla Val di Susa alla Sicilia, né dalla militarizzazione del territorio da Sigonella e Niscemi a Vicenza, al servizio del riarmo e delle aggressioni NATO e USA.

Tra le masse popolari la rassegnazione e la disperazione lasceranno sempre più il posto alla protesta e alla rivolta, perché l’organizzazione delle nostre file si sta sviluppando. Le nostre file si sono rafforzate. Consideriamo in quali condizioni eravamo due anni fa quando Marchionne lanciò il suo attacco contro gli operai a Pomigliano. Sbaglieremmo a confrontare lo stato in cui ci troviamo oggi con i nostri desideri: giustamente i nostri desideri sono grandi, ma per realizzarli dobbiamo avanzare passo dopo passo con tenacia e anche con pazienza. Noi abbiamo riserve inesauribili e la nostra lotta è giusta: quindi vinceremo. Dobbiamo confrontare lo stato attuale della nostre forze con lo stato in cui erano le nostre file ieri, quando Marchionne diede il via all’attacco padronale affermando che contro le masse popolari la Repubblica Pontificia poteva infierire più e meglio di quello che faceva il governo della banda Berlusconi che non riusciva a fare peggio del governo del circo Prodi di cui aveva preso il posto.

Da allora vi è stato una riorganizzazione crescente delle nostre forze (quantità) su un livello politico più avanzato (qualità).
1. L’influenza del Partito comunista è grandemente cresciuta: chi segue con intelligenza l’evoluzione numerica e qualitativa delle Organizzazioni Operaie e delle Organizzazioni Popolari se ne rende ben conto.
2. I referendum di giugno 2011 sono frutto di un orientamento più avanzato contro la politica della Repubblica Pontificia e a loro volta con i loro risultati hanno rafforzato quell’orientamento.
3. Con le elezioni amministrative del 2011 e del 2012 si sono formate Amministrazioni Comunali non più completamente controllate dalle losche congreghe PD-PdL-UDC e la Lega Nord è con le spalle al muro.
4. I sindacati alternativi e di base e il sindacati conflittuali si sono enormemente rafforzati a scapito della destra sindacale: essi costituiscono già oggi centri importanti di mobilitazione.
5. Accanto ad essi e a garanzia ulteriore del corso delle cose si sono formati e si rafforzano nuclei di operai e di delegati operai che si coordinano tra loro, escono dalle fabbriche sul territorio e lottano con crescente autonomia dalla sinistra borghese e dai sindacalisti di regime: gli scioperi da marzo in qua sono stati un importante strumento d’organizzazione.
6. Tra le file della sinistra borghese e della società civile sono sorti centri di aggregazione e di mobilitazione: dal Comitato No Debito ad ALBA.
7. Si succedono grandi manifestazioni di protesta non più promosse solo da organismi di regime che principalmente cercavano di mantenere il loro controllo sulle masse popolari.
8. Contro la spoliazione delle classi intermedie i lavoratori autonomi hanno incominciato a organizzarsi: dal Movimento dei Forconi al Movimento dei Pastori Sardi.
9. Il movimento No TAV della Val di Susa è diventato per tutto il paese un polo luminoso di mobilitazione e orientamento contro la speculazione e il saccheggio del territorio.
10. Il teatrino della politica borghese è dilaniato da contrasti insanabili che fanno esplodere uno dopo l’altro scandali che espongono alla luce del sole la putredine in cui affoga la Repubblica Pontificia con la sua Corte vaticana.

I mille centri di organizzazione e di orientamento che si sono formati o consolidati nelle lotte dei mesi scorsi devono proseguire con slancio maggiore il loro lavoro. Non lasciamoci prendere dallo sconforto perché forse abbiamo perso una battaglia!

Compagni, noi possiamo vincere la guerra! L’esito della guerra dipende solamente da noi!

La borghesia e il clero non hanno via d’uscita!

Nuovo P.C.I. - nuovopci@hotmail.it

lunedì 15 agosto 2011

Luciano Gallino: «Toccare lo Statuto è una regressione giuridica»


Nell'immagine: Cemeterio La Loma di Gustavo Piccinini


Uno spettro si aggira nel mondo, il double dip. In gergo finanziario indica la rappresentazione grafica della recessione a forma di W, quella più temuta, composta da due tracolli in successione. Crisi, ripresa, nuovo crollo. La storia novecentesca del capitalismo non dovrebbe farlo dimenticare. Anche la catastrofe del 1929 si manifestò in pieno dopo quattro-cinque anni. In un primo momento la risposta in America fu improntata alle ricette tradizionali: salvataggio delle banche e messa in sicurezza del sistema finanziario. Solo dopo venne il New Deal di Roosevelt, un piano di massicci investimenti pubblici dello stato e una riforma fiscale con imposte per i ceti ricchi. Oggi, stesso film. La risposta dei governi alla crisi globale negli ultimi tre anni non è uscita fuori dagli schemi tradizionali. Le ricette di cui discute anche il governo italiano - pareggio di bilancio, tagli alla spesa pubblica, riforma del mercato del lavoro - accelerano gli effetti recessivi. Dai recinti del neoliberismo non si esce, la dottrina ufficiale è che
«l'indebitamento eccessivo è sempre seguito da almeno un decennio di bassa crescita, in cui consumi e investimenti languono e la disoccupazione resta elevata» (Sole 24 Ore del 10 agosto u.s.). Ma davvero è così? Ne parliamo con il sociologo Luciano Gallino.

Il governo vuole tagliare la spesa pubblica e introdurre nella Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio. E' come mettere fuori legge il keynesismo e l'uso del deficit come politica economica, non crede?

Non c'è dubbio. La proposta del governo è di modificare l'articolo 81 per introdurre il pareggio di bilancio. Questo significa impedire ogni tipo di politica economica. Lo si voglia o no, tutti gli stati e tutti i governi hanno sempre contratto un debito pubblico. E' un pilastro della politica economica. Lo stesso bilancio degli Usa, di cui tanto si parla ora per il declassamento da parte dell'agenzia di rating, è in deficit da oltre due secoli e nonostante ciò s'è visto quanto sia cresciuta la loro economia. L'idea che per rilanciare l'economia sia obbligatorio il pareggio di bilancio è una cretinata. Perché ci sia una crescita è necessario che lo stato spenda e investa, orientando in qualche modo l'attività economica, anche se questo comporta un bilancio in deficit. Tutte queste trovate di basso conio del governo ricalcano le stesse, stantie ricette del Fondo monetario, già avanzate negli anni Ottanta, poi Novanta, poi nel Duemila. Sembra un disco rotto: tagliare la sanità, le pensioni, privatizzare i servizi, l'acqua e così via. Il Fmi ha fatto delle brutte figure, non ha saputo né prevedere la crisi, né orientare lo sviluppo e determinare la stabilità finanziaria. Ora abbiamo molti governi europei, compreso il nostro, che purtroppo prendono alla lettera queste polverose ricette.

Se modificassero anche l'articolo 41, non ci sarebbe più alcun vincolo sociale alla libertà d'impresa...

Qui l'effetto propagandistico della proposta è maggiore. La modifica di un articolo della Costituzione richiede molti mesi e votazioni con forti maggioranze. Se davvero fosse modificato, sarebbe però un regresso, uno stravolgimento della Costituzione, oltre che un danno per il paese. L'articolo 41 dice che l'iniziativa economica privata è libera. Quel che si vuol fare è l'eliminazione dei due commi successivi, che affermano che l'iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. L'incredibile proposta avanzata dal governo prevede che sia lo stesso soggetto economico a dover dichiarare che la propria iniziativa privata non è contraria a nessuna legge. Comuni, province, Stato e ministeri dovrebbero verificare se sia vero o no. Questo significherebbe lasciare mano libera a qualsiasi iniziativa di qualunque genere. Una prospettiva spaventosa. C'è solo da sperare, visti i tempi lunghi necessari, che il progetto fallisca.

Fin dal primo articolo la nostra Carta recepisce l'idea che ci siano non uno, ma due principi, l'impresa e il lavoro, e che qualora ci sia un conflitto tra i due, questo debba essere risolto col primato dell'utilità sociale. Non è così?

I commi secondo e terzo dell'articolo 41 sono chiari. Non parlano di conflitto tra capitale e lavoro. Però si dice che la legge determina i controlli opportuni perché l'attività economica possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Il secondo comma impedisce all'iniziativa privata di arrecare danni alla libertà e - si noti - alla dignità umana. Senza per questo ledere l'iniziativa economica privata di cui questo paese ha fatto a volte buon uso, altre volte cattivo uso. Si parla di rilanciare lo sviluppo e la crescita, ma queste misure - al di là del tempo che faranno perdere in discussioni - sono contrarie a qualsiasi teoria e pratica economica.

Tra le misure c'è anche la cancellazione dello Statuto dei lavoratori...

E questo sarebbe più facile. Basta una leggina per ridurre o azzerare del tutto la portata dello Statuto dei lavoratori del 1970. Già è stato fatto molto in questa direzione da questo governo, ma la situazione può peggiorare ancora. Lo Statuto dei lavori di cui si parla da tempo è di per sé un fatto regressivo perché alla base c'è l'idea che i rapporti e non gli individui siano titolari di diritti. C'è da aspettarsi seri danni ai diritti del lavoro. La prestazione fisica di lavoro verrebbe separata dalla persona del lavoratore. Un regresso in termini giuridici.

Già oggi, nei fatti, l'articolo 18 è aggirato da una serie di contratti atipici di ogni genere che rendono possibile la flessibilità totale del lavoratore. Perché questo accanimento?

L'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) da più di trent'anni richiede un aumento della flessibilità in uscita, cioè una maggiore libertà di licenziamento. Eppure, in alcuni rapporti più recenti la stessa Ocse dice che, tutto sommato, non c'è nessuna relazione tra libertà di licenziamento e sviluppo economico e crescita del Pil, tanto è vero che paesi con una maggiore rigidità del mercato del lavoro, cioè con seri ostacoli alla libertà di licenziamento, hanno avuto per decenni tassi di sviluppo più elevati di paesi in cui vigeva maggiore libertà di licenziamento. Il nostro governo, invece, si attarda a tirar fuori questa polverosa ricetta.

Tonino Bucci

(fonte Liberazione)

venerdì 15 luglio 2011

Attacco speculativo finanziario all'Italia e la democracy building all'americana...




L'attacco della speculazione che a partire dai primi del luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% (8 luglio) pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.

Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi.

Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.


L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.

L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":

"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody's e Standard&Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook(previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.

La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).
Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

"Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato.Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).

Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

"Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).

Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.


"A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, province e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistonoattori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

"C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via perriscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

Gaetano Colonna

(Fonte: Clarissa)