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mercoledì 18 gennaio 2012

Sulla morte dell'io e dell'altro...

Due universi - Dipinto di Franco Farina

“Scrive Jacques-Bénigne Bossuet: - È una singolare debolezza dello spirito umano il fatto che la morte non gli sia mai presente, per quanto gli si metta in mostra da ogni parte e in mille modi. I mortali si preoccupano di seppellire il pensiero della morte con la stessa cura con cu...i sotterrano i morti -. In un saggio del 1915 dedicato a una riflessione sulla morte Freud dice che - nessuno di noi crede fino in fondo alla propria morte. Anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà ecc., possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori -.

A riprova, Freud cita la dichiarazione di un suo paziente che, riferendosi alla propria moglie, afferma: - Se uno di noi due muore, io mi trasferisco a Parigi -. Dello stesso parere è Heidegger là dove scrive che: - Ogni volta che diciamo 'si muore' diffondiamo la persuasione che la morte riguarda il Si anonimo, sotteso al quale c'è la convinzione 'non sono io'. Infatti il Si anonimo è nessuno -. Dunque la nostra psiche non sa pensare la propria morte. Sappiamo che si muore, ma non riusciamo a interiorizzare questo pensiero e a farlo nostro come qualcosa che riguarda proprio noi.

Anche in presenza di gravi malattie, il cui esito infausto spesso è noto allo stesso paziente, una sorta di pensieri ingannevoli e una danza di cieche speranze distraggono la mente, che, pur sapendo, è incapace di iscrivere la propria morte nell'ambito del proprio vissuto. Anche l'angoscia di morte, spesso dipinta sul volto di chi è nelle prossimità di questo ultimo passo, non riguarda propriamente la morte, ma la perdita degli amori di cui si è nutrita la sua vita.

Questa è l'angoscia di morte. Il suo tema è l'amore. Ma proprio perché la morte è così incatenata, intrecciata e inanellata all'amore, questo non si estingue con la morte della persona amata. E non il ricordo, ma la persistenza di questo amore è la vera eternità concessa agli uomini, ben segnalata da Sartre che in proposito scrive: - Essendo morta la sua vita, solo la memoria dell'altro può impedire che si avvizzisca tagliando tutti i suoi ormeggi col presente. La caratteristica di una vita morta è di essere una vita di cui l'altro diventa il guardiano -. Il contenuto profondo di questa memoria si chiama amore, che permane anche in assenza dell'altro perché, come non cessa di ripetere Emanuele Severino: - La presenza è sempre, e non coincide con l'apparire e lo sparire -.

Quando non parliamo più con chi ci ha lasciato per non incontrare il suo silenzio, rischiamo di far tacere quello che noi siamo diventati grazie all'amore che abbiamo dato e ricevuto dall'altro. E così, separandoci da quella parte di noi che gli corrispondeva, noi lo facciamo semplicemente ri-morire. In questo modo, come scrive Paul Ricoeur, - anticipiamo la nostra futura morte come la possibile non risposta a tutte le parole di tutti gli uomini -, diventando così infedeli a quella caratteristica tipica della condizione umana, per cui io non sono solo io, ma anche un altro per gli altri. Qui si annida segretamente un'infedeltà tragica che fa impallidire tutti i futili tradimenti della vita.

Non è la morte, infatti, a estinguere l'amore, ma la nostra rimozione che vuol dimenticare tutto ciò che quell'amore in noi ha generato, affidandosi a quel malfamato luogo comune, secondo il quale il tempo porta rimedio. Nel tempo c'è solo infedeltà. Solo nell'amore c'è eternità. E non dobbiamo dare al tempo il diritto di seppellire l'amore che ancora ci nutre.

Pur sapendo, come scriveva Pirandello, che - i vivi credono di piangere i loro morti e invece piangono una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati -. Questo è il dolore. Ma si è mai visto un amore che non si nutre anche di dolore? ”

Umberto Galimberti

domenica 14 agosto 2011

Umberto Galimberti: «La rivolta in Gran Bretagna? Questa è la ribellione degli esclusi dal denaro...»


"Giovinezza.. giovinezza.. primavera di gaiezza!?" (Saul Arpino)

In rete rimbalzano foto della rivolta nelle città inglesi che mostrano episodi di saccheggio. Il premier inglese Cameron ha etichettato la protesta «pura criminalità».

Una lettura che prelude a quella che sarà l'unica risposta tangibile del governo inglese: sedicimila agenti schierati per le strade di Londra, città epicentro degli scontri. Eppure, proprio i saccheggi, esibiti come prova incontrovertibile del carattere violento dei rivoltosi, sono il sintomo di un corto circuito nell'immaginario simbolico. Una generazione cresciuta in una società il cui unico messaggio era "consumate e siate felici", tenta di rientrare in un mondo dal quale è stata esclusa. L'ideale consumistico è diventato irrealizzabile per una parte della popolazione. Chi non produce e non consuma non esiste. Ne parliamo con Umberto Galimberti, filosofo e docente universitario.

L'immaginario consumista è entrato in conflitto con una realtà sociale che non garantisce più a tutti l'accesso al paradiso delle merci e comincia a creare sacche di emarginazione. I saccheggi sono la rivendicazione del diritto al consumo e all'esistenza. Gli oggetti più desiderati sono quelli ad alto valore tecnologico, computer e smartphone. Non è un sintomo?

Vero. In questi anni il denaro è stato l'unico regolatore di tutti i valori simbolici. La società ci prevede tutti come produttori e come consumatori. Ognuno di noi non è altro che un transito di denaro, che prendiamo a fine mese con la busta paga e restituiamo alla fine del mese successivo. I giovani, quei giovani inglesi, che non si trovano in condizione di poter produrre e poter consumare, traggono un ragionamento semplice: se questa è la cultura, allora andiamo nei negozi e prendiamocele queste cose. I prodotti elettronici sno i più desiderati perché è la loro cultura, il loro spazio, il loro mondo e modo di comunicare. E per quanto concerne la violenza, è chiaro che tutti siamo contrari. Ma facciamoci carico di quanto avviene. Non è che la violenza un bel giorno esplode perché tira il vento. La violenza è il sintomo che di speranza non ne hanno più. Anche l'adolescente che sbatte la porta e se ne va, comunica che non ha più speranza in quella casa e in quella famiglia. Lo stesso avviene nella società. E' chiaro che la violenza è sgradevole, distruttiva e che può colpire gli innocenti, però le condizioni che la provocano sono così evidenti che solo l'incuria può far sfuggire.

Come è possibile che, non in un paese periferico, ma nel cuore dell'occidente avanzato, sia esploso un fenomeno senza che nessuno avesse il sentore di quel che covava in profondità?

Le nostre società hanno trascurato i giovani. Sono stati ritenuti insignificanti, socialmente inutili. Ora il fenomeno è esploso. Non hanno nulla davanti, non hanno lavoro, non hanno prospettive di pensioni, non hanno possibilità né di farsi una famiglia né di comprarsi una casa. La politica è stata rigorosamente distratta. L'attenzione è stata rivolta esclusivamente verso quello che considero il male radicale della cultura occidentale. La nostra cultura ha assunto come unico valore di relazione e organizzazione sociale il denaro. Quando il denaro diventa l'unico generatore simbolico di tutti i valori, tutti coloro che non sono funzionali alla produzione di denaro o di profitto non vengono neppure considerati dei soggetti sociali. I giovani per primi. Gli stessi immigrati ottengono il diritto alla cittadinanza alla sola condizione che diventino produttori di profitto. Lo stato dei migranti non è dissimile, oggi, dalla situazione di tutti i giovani. Vanno a scuola, alcuni si laureano, ma non hanno la possibilità di realizzare ciò per cui hanno studiato. Sono costretti a vivere alle spalle della famiglia che è diventata l'unico ammortizzatore sociale rispetto a un welfare in continua riduzione. La condizione giovanile diventa drammatica e non ce ne siamo accorti.

I movimenti giovanili del '900 erano, come si dice, politicizzati. Il 68, per esempio, aveva politicizzato la vita quotidiana. Le rivolte giovanili di questi anni seguono un'altra logica, assomigliano di più alle insurrezioni ottocentesche, sono una reazione all'emarginazione, un'affermazione immediata, qui e ora, della propria esistenza. O no?

Nel '68 si voleva cambiare il mondo della vita in nome dell'antiautoritarismo, della rivoluzione sessuale, della liberazione. Ma non c'era disagio sociale nel movimento universitario. Era composto anche da borghesi e cattolici. Oggi, invece, non si tratta di libertà, ma dell'impossibilità di proseguire oltre nel modello di sviluppo occidentale della produzione e del consumo illimitato. Finora è stato possibile perché a pagare il conto era il resto del mondo. Adesso bisogna cambiare strada, dobbiamo decrescere. Il che significa che dobbiamo adottare un altro modello di sviluppo, che non sia fondato esclusivamente sul Pil e sul valore economico. I giovani inglesi assaltano le vetrine delle banche perché sono un simbolo del denaro. Il mondo dell'economia collassa. Non se ne può più di avere come unica espressione di vita il valore economico - da cui i giovani sono esclusi. Io credo che la scala di valori stia cambiando. Le giovani generazioni non hanno l'ossessione del guadagnare sempre più, ma desiderano un lavoro che lasci spazi di vita e tempo libero. Siccome però i giovani di oggi non possono né produrre denaro né avere spazi di vita - la loro è una vita tutta a disposizione per non poter fare assolutamente nulla - ecco che la situazione esplode. Al di là delle differenze tra i paesi, la rivolta inglese e le rivolte nel mondo arabo hanno in comune che si tratta di fenomeni giovanili di insostenibilità del modello di vita. E' accaduto anche nelle banlieues parigine. Non ci sono istanze di partito, come in passato, quindi si aggregano in base a istanze ribellistiche ed esprimono un'insoddisfazione radicale. Nel '900 le forze in campo erano dstinguibili, c'era una destra e una sinistra. Oggi, invece, è una marmellata.

Il nemico di queste rivolte è sempre lo stesso, la polizia, il volto più immediato del potere...

La polizia è il fronteggiarsi corpo a corpo. Lo Stato non ha più un corpo e la politica abita ormai solo nello spazio televisivo.


Intervista di Tonino Bucci
(Fonte: Liberazione)