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martedì 29 giugno 2010

Lettera aperta a Paolo Dottarelli, sindaco del Comune di Bolsena, sulla situazione di degrado ambientale dell'area vulsina

Spett. le Comune di Bolsena,
Alla cortese attenzione del Sindaco Paolo Dottarelli,
postacertificata@pec.comune.bolsena.vt.it

Egr. Sig. Sindaco, salve, sono Luca Bellincioni, storico, guidarista, fotoreporter, consulente per la valorizzazione turistica del paesaggio, nonché segretario dell’Associazione Culturale Onlus Oreas finalizzata alla tutela, alla valorizzazione e alla promozione del paesaggio laziale.

Sono tornato a Bolsena dopo un anno, nell’ambito del nostro annuale lavoro di documentazione e monitoraggio dei centri storici e dei territori di pregio della regione, e purtroppo ho dovuto constatare come la situazione del Comune volsino sia negli ultimi tempi drasticamente peggiorata.

In primo luogo la proliferazione edilizia, spesso palesemente abusiva, che negli ultimi anni ha prodotto alcuni manufatti in punti strategici per il transito dei turisti, agli occhi dei quali il territorio di Bolsena rischia sempre più di apparire “sciatto” e quindi poco qualificato per gli alti standard dell’odierno turismo culturale e “di qualità”; particolarmente inaccettabile è la villa-casale sorta l’anno scorso su una collina in alto a destra della Via Cassia, poco prima dell’entrata all’abitato per chi proviene da Montefiascone, e rimasta – appunto da un anno – allo stato di squallido cantiere. Discorso simile, sempre nella stessa zona, per l’enorme struttura bianca, rimasta addirittura allo stato di scheletro, che affianca da anni un’antica e suggestiva torretta, all’apice di una collina che domina la Cassia. A questo punto di chiediamo: è mai possibile che Comuni dalla spiccata vocazione turistica come quello bolsenese non possano agire con tempi certi e rapidi per la demolizione di tali costruzioni, qualora abusive, e per il ripristino dello status quo ante? Quanti anni dovranno attendere i turisti e la stessa cittadinanza bolsenese per vedere le belle colline bolsenesi libere da ecomostri?

Veniamo poi ad un altro aspetto di degrado non meno grave ed inquietante: abbiamo saputo della costruzione, in un’area di diversi ettari in una zona collinare pregiata, di una centrale fotovoltaica a terra. Sappiamo bene che questo tipo di impianti ha un devastante impatto paesaggistico ed ambientale, con l’urbanizzazione - e quindi la distruzione di fatto - di terreni agricoli, ossia di ecosistemi pregiati sia dal punto di vista estetico-turistico sia faunistico-floristico. La nostra associazione – come i rappresentanti più attenti e più liberi da influenze politiche dell’odierno ambientalismo italiano – è assolutamente contraria a questo tipo di impianti, poiché siamo convinti che lo sviluppo delle energie rinnovabili debba svolgersi in contesti già urbanizzati o degradati, mai su terreni liberi, in quanto il “consumo del territorio” è oggi la prima causa – rispettivamente diretta e indiretta - del degrado degli ecosistemi e del surriscaldamento globale.

Insomma, benissimo il fotovoltaico sui tetti di case e capannoni o nei parcheggi, malissimo nei terreni agricoli: non vorremmo che il Comune sia ormai pronto a favorire una vera e propria proliferazione di questi impianti, che ridurrebbero ulteriormente il valore ambientale e turistico del territorio di Bolsena, e contribuirebbero al fallimento del riconoscimento dell’area volsina quale Patrimonio Unesco, iter, questo, già a serio rischio a causa dei folli progetti di centrali eoliche nella zona di Piansano e Tuscania.

Chiediamo pertanto al Comune non solo di bloccare immediatamente ogni altra iniziativa legata al fotovoltaico “a terra” (o “non integrato” come è tecnicamente definito), ma anche di rivedere l’iter dell’impianto già realizzato, poiché probabilmente ricadente in zona sottoposta a vincoli paesistici e ambientali. Seppure questo impianto risulti poco visibile al visitatore che percorra le strade principali o che semplicemente guardi le colline dal lago, esso risulta terribilmente impattante per chi invece percorra quella località a piedi o in bicicletta; del resto sappiamo bene che l’escursionismo sulle strade di campagna di Bolsena è notoriamente in voga fra i turisti stranieri, che scelgono questo Comune per le vacanze proprio per la possibilità di percorrere grandi spazi collinari tranquilli e quasi intatti, andando tavolta a riscoprire proprio le località meno note e più isolate, che dovrebbero essere le più incontaminate.

Un altro argomento collegato a quello precedente è costituito dall’allargamento delle numerose cave, sia quelle fra la Teverina e l’Umbro Casentinese, sia – soprattutto - quella in direzione di San Lorenzo Nuovo, enorme squarcio rosso ben visibile sin dal lungolago di Marta e Capodimonte! A tal proposito, vogliamo ribadire che il territorio di Bolsena - oltre ad essere vincolato da una fitta rete di SIC e ZPS - è interessato da alcuni itinerari turistici ormai di importanza internazionale, come quello della Via Francigena, alla quale si somma l’interesse che sempre più la zona suscita nel mondo dell’escursionismo a piedi e dell’equiturismo, tutte attività che – essendo ispirate dalla ricerca di spazi liberi intatti – sono notevolmente disturbate e respinte sia dal fotovoltaico a terra sia dalle cave.

Infine, tuttavia, una nota positiva, che contrasta con la situazione invece drammatica di un territorio che pare ormai abbandonato a se stesso. Il nostro lavoro di monitoraggio ha potuto infatti evidenziare l’ulteriore miglioramento del centro storico, sia come pulizia sia come arredo urbano, con l’apposizione di bandiere che riportano i colori comunali. Bisogna tuttavia ammettere che gran parte di tali migliorie è forse da additare ad iniziative di privati (vale a dire il rifacimento di facciate, finestre, portoni e altri dettagli) e non ad un vero e proprio progetto del Comune. In caso contrario, saremmo ben lieti di tenerne conto.

Concludendo, auspico che le mie parole possano farvi riflettere sulla situazione gravissima in cui versa attualmente il territorio di Bolsena dal punto di vista ambientale e paesaggistico, il che rischia di comprometterne lo sviluppo turistico.

Come segretario della nostra associazione, mi riprometto peraltro di contattare il Touring Club Italiano per esporre le mie perplessità sul riconoscimento della bandiera arancione. Già in passato ci attivammo in questo modo per denunciare la situazione – al tempo grave per via delle discariche abusive – del Comune di Vitorchiano. E’ noto, infatti, che il TCI effettua un severo monitoraggio biennale delle località che abbiano ottenuto la bandiera arancione, verificando che non sussistano condizioni di degrado ai danni delle valenze (ambientali, paesaggistiche, culturali, …) per cui lo stesso Comune ha ottenuto il riconoscimento.

Ad ogni modo, rimando a Sua disposizione per eventuali chiarimenti. Cordiali saluti,

dott. Luca Bellincioni, segr. Ass. Cult. Onlus Oreas
lucabellincioni@interfree.it

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Altri articoli di Luca Bellincioni:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=luca+bellincioni

mercoledì 7 ottobre 2009

Luca Bellincioni: “Progetto di sviluppo economico della Sabina reatina e romana in chiave bioregionale ed ecologica”

Premessa: mi scrive Luca Bellincioni invitandomi ad un prossimo convegno, previsto a Magliano Sabina, per parlare di un progetto di sviluppo culturale ed economico della Sabina. Ritengo l’argomento da lui proposto oltremodo interessante ed utile alla causa bioregionale, andando in ciò incontro alla proposta fatta dall’avv. Gianfranco Paris sulla riaggregazione della Provincia Sabina, che potete leggere in URL (http://www.google.com/search?sourceid=gmail&q=proposta%20bioregionale%20per%20la%20sabina%20di%20Gianfranco%20Paris%202009).
Paolo D'Arpini

Introduzione: finalità e caratteristiche generali:

La Sabina ha conservato un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia: il verde intenso dei boschi che avvolgono i monti dalle sagome arrotondate, i piccoli vigneti, i colori cangianti dei pascoli e dei campi coltivati, i vasti e magnifici uliveti che rivestono i poggi, gli innumerevoli borghi arroccati formano insieme un importante esempio di "paesaggio medievale", di notevole valore estetico e tutt'oggi miracolosamente salvo da pesanti fenomeni di deterioramento di tipo para-metropolitano, nonostante la vicinanza con Roma. Straordinaria inoltre la produzione agricola locale, che dà vista ad un olio extravergine d’oliva fra i più pregiati al mondo, conosciuto sin dall’epoca romana ed insignito – primo fra tutti gli oli italiani – del marchio DOP (denominazione d’origine protetta). Tale produzione (che comprende differenti qualità come la Raja, la Carboncella, il Frantoio, il Leccino, il Pendolino) è favorita da particolari condizioni geologiche e climatiche, le stesse che permettono altre notevoli coltivazioni locali, come ad esempio i frutteti, che potrebbero nel tempo ottenere simili riconoscimenti.

L’immenso patrimonio agricolo, paesaggistico e culturale della Sabina, tuttavia, non gode attualmente né di un’adeguata tutela né – tanto meno – di un’adeguata politica di valorizzazione e promozione sul mercato agroalimentare e turistico nazionale ed internazionale. Le amministrazioni locali hanno finora agito al di fuori di un progetto condiviso e complessivo, proponendo ognuna soluzioni di sviluppo diverse ed episodiche, nel complesso ancora lontane dagli standard qualitativi offerti dalle aree più sviluppate in Italia in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico.
Tali lacune hanno indotto l’Autore a concepire l’idea di un Parco Agricolo e Culturale della Sabina, finalizzato alla salvaguardia e allo sviluppo della società rurale sabina. Il Parco doterebbe i Comuni di una pianificazione dello sviluppo economico e urbanistico, evitando così ogni ulteriore consumo di terreni agricoli e ponendo le basi per un utilizzo più equilibrato e razionale del territorio.

Va ribadito infatti come la mancanza di tutela nella Sabina sia oggi un grave freno ad uno sviluppo turistico di un certo rilievo, e recenti progetti ad altissimo impatto ambientale, come il Polo Logistico di Passo Corese, rischiano di stravolgere la vocazione naturale di questo territorio, che è evidentemente agricola e turistica.
Una seria politica di tutela attira investimenti di qualità nel territorio ed è presupposto essenziale per la sua valorizzazione e quindi per la sua promozione. Sul trinomio tutela-valorizzazione-promozione, infatti, si gioca il futuro della Sabina, ed un progetto come il Parco Agricolo e Culturale della Sabina può esserne la sintesi più efficace.
Un parco vastissimo, che comprenderebbe tutte le aree rurali della Sabina Laziale (Sabina Tiberina, Farfense, Lucretile, Turanense e Reatina) e di quella Umbra (i territori cioè di Stroncone, Otricoli, Calvi e in parte di Narni), per dar vita a un grandioso progetto di valorizzazione e promozione dell’intera sub-regione sabina e delle sue straordinarie peculiarità paesaggistiche e per sviluppare un turismo culturale, ambientale ed enogastronomico ai livelli delle più rinomate zone turistiche dell’Umbria, della Toscana, dell'Emilia-Romagna, del Piemonte e di altre realtà. L’enorme diffusione di agriturismi negli ultimi tempi rappresenta fra l’altro un segnale di fondamentale importanza per la Sabina, che pian piano sta iniziando a proporsi come una nuova meta del turismo enogastronomico e culturale, grazie anche all’eccezionale posizione strategica e alla comodità dei collegamenti viari. Un “paradiso rurale” a due passi dalla Città Eterna, quindi, dove il paesaggio è sempre verde, dove i tramonti sono irripetibili e la primavera incomparabile, dove l’atmosfera paesana è rimasta quella di sessant’anni fa.
Un parco tuttavia differente dalle tradizionali aree protette nazionali e regionali con i loro stretti (e spesso discutibili) vincoli che rischiano di rendere impopolari le scelte volte alla salvaguardia del territorio e che comunque risultano inadatti ad un’area prettamente rurale come quella del Parco da noi proposto. Il Parco Agricolo e Culturale non prevede infatti alcuna limitazione delle attività tradizionali, fra cui la caccia e la pesca, che potranno continuare a svolgersi nei limiti già previsti dalla Legge. Anzi, come suggerisce l’aggettivo “agricolo”, una delle finalità principali del Parco sarà proprio quella di difendere le attività tradizionali, agro-silvo-pastorali e venatorie, che d’altro canto dalla migliore salvaguardia del territorio nei confronti della speculazione e dell’abusivismo edilizi non potranno che trarre giovamento.

Concludendo, confidiamo nell’interessamento al progetto del Parco da parte di tutte le associazioni ambientaliste e culturali della zona nonché delle amministrazioni locali, nella consapevolezza della necessità di iniziare a proporre qualcosa di innovativo e costruttivo sul territorio sabino. Di seguito forniamo pertanto un’analisi della variegata realtà sabina rispetto alle sue potenzialità turistiche e agli interventi auspicabili nel contesto del Parco Agricolo e Culturale.


1. Zonizzazione del territorio del Parco

Il Parco Agricolo e Culturale della Sabina dovrà comprendere le aree agricole di pregio paesaggistico e ambientale dell'intera sub-regione sabina. Un "parco diffuso" quindi, di carattere diverso da quello dei normali parchi naturali, e più legato alla tutela, valorizzazione e promozione delle specificità culturali del territorio più che di quelle strettamente naturalistiche; senza nulla togliere ovviamente alla possibilità di realizzazione un Parco Regionale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Tancia e Pizzuto. Le aree interessate dal Parco sono le seguenti:

1-La Sabina Tiberina (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Catino, Gavignano, Magliano Sabina, Collevecchio, Roccantica, Casperia, Otricoli, Calvi dell'Umbria, ecc.)
2-La Sabina Farfense (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Nativo, Fara Sabina, Montepoli in Sabina, Toffia, Mompeo, Salisano, Castelnuovo di Farfa, ecc.)
3-La Sabina Reatina (Comuni: Contigliano, Greccio, ecc.)
4-La Sabina Turanense (Comuni: Collalto Sabino, Castel di Tora, Colle di Tora, Paganico, Ascrea, Rocca Sinibalda, ecc.)
5-La Sabina Lucretile e Romana (Comuni: Nerola, Scandriglia, Palombara Sabina, Orvinio, Moricone, Percile, Licenza, ecc.)
6-La Sabina interna (Comuni: Belmonte Sabino, Monteleone Sabino, Montenero Sabino, Torricella in Sabina, Poggio San Lorenzo, Casaprota, ecc.)

Le sei aree individuate corrispondono ad altrettanti ambiti omogei dal punto di vista geografico, paesaggistico e culturale. Spicca la presenza di tre Comuni amministrativamente umbri, quali cioè Calvi, Stroncone ed Otricoli, che dà al Parco una dimensione interregionale e ha lo scopo di riunire sotto un progetto unitario anche il pregiato territorio della "Sabina Umbra", divisa oggi dal resto della Sabina soltanto da un confine immaginario ma ad essa in realtà strettamente legata per motivi geografici (i Monti Sabini e la Valle del Tevere) e turistici (con gli itinerari legati alla Via Flaminia e alla SP 313). Ai tre Comuni citati potrebbe inoltre essere aggiunta parte del territorio comunale di Narni, che - com'è noto - comprende alcune frazioni storicamente "sabine".


2. Analisi degli ambiti paesaggistici

Essendo il territorio sabino assai vasto e variegato sotto il profilo delle morfologie, delle colture agrarie, degli insediamenti e della storia urbanistica, occorre studiare le diverse situazioni locali per comprendere gli interventi specifici da avviare tramite il Parco Agricolo e Culturale. Qui di seguito, pertanto, offriamo una breve pamoramica sulle diverse realtà della Sabina, con una particolare attenzione alle condizioni del paesaggio e allo stato di sviluppo turistico.

2a- La Sabina Tiberina:
La Sabina Tiberina è una delle aree più caratteristiche del paesaggio agrario sabino, e forse la più rappresentativa. Nonostante una recente tendenza all'insediamento sparso, in alcuni punti già notevole (e caratterizzato non solo da case sparse ma dalla formazione di veri e propri villaggi "di strada" e "di cresta"), qui è ancora ravvisabile il paesaggio agrario "medievale" che si distingue per l'alternarsi di colture arboree e seminative e del pascolo incolto, dando forma a quel paesaggio "a mosaico", apprezzabile soprattutto da lontano o dall'alto (il Monte Pizzuto costituisce un punto di vista preferenziale), che avvicina questa porzion della Sabina al classico paesaggio agreste del Centro Italia, in particolare a quello umbro, di cui costituisce del resto una sorta di prolungamento meridionale. A ciò si aggiungono i numerosi centri storici (per lo più di piccole dimensioni), che - fatta qualche eccezione, in primis Poggio Mirteto - appaiono quasi sempre perfettamente integrati nel paesaggio agreste, donando scorci magnifici e sorprendenti (Torri in Sabina, Rocchette, Roccantica, Casperia, Catino, Fianello, Montasola, Cottanello, Stimigliano, Poggio Sommavilla, Vacone, ecc.). Quasi assenti inoltre gli insediamenti produttivi (per lo più piccoli scali vallivi di natura artigianale, come quelli di Poggio Mirteto, Magliano Sabina, Gavignano Sabino, ecc.), secondo una peculiarità propria della Sabina, che oggi si presenza - per sua fortuna - come un'area praticamente deindustrializzata.
La mancata industrializzazione del territorio - che è d'altro canto naturalmente una causa dell'impoverimento e dello spopolamento di queste plaghe - non è stata mai colta come una risorsa dalle amministrazioni locali, che quasi mai dal Dopoguerra ad oggi hanno avviato progetti di valorizzazione del paesaggio agrario, lasciando anzi aggredire da un'anarchia edilizia nelle forme e nelle ubicazioni delle nuove costruzioni, rurali e non. Il risultato è un'eccessiva varietà delle costruzioni nel paesaggio agreste, che spesso tende a banalizzarlo. Tuttavia tale promiscuità edilizia tende a diminuire con l'allontanarsi da Roma, in particolare da Casperia in poi, assieme allo stesso insediamento sparso, che comunque - occorre sottolinearlo - si concentra soprattutto nella fascia pedemontana lungo la 313 o nelle sue vicinanze, lasciando invece integre le innumerevoli splendide vallette che dalle quote più alte della fascia collinare si susseguono fino al solco del Tevere. Tale ubicazione lascia pensare come l'urbanistica sabina dal Dopoguerra ad oggi abbia cercato di coniugare la duplice esigenza di mantenere l'agricoltura nei terreni più fertili (quelli vallivi) e di fornire nuove abitazioni (nei pressi delle strade) agli abitanti che facevano da pendolari per Roma. Quel che è però mancato è stato un insieme di direttive su come costruire i nuovi edifici in ambito rurale, sebbene i danni apportati al paesaggio siano ancora tutto sommato rimediabili ed anzi oggi si assista ad una spontanea tendenza ad un’edilizia di maggiore qualità.
Ad ogni modo, dopo decenni di spopolamento ed abbandono, la Sabina Tiberina negli ultimi tempi ha subito una sorta di piccola rinascita turistica: accanto ai sempre più numerosi visitatori, molte persone lungimiranti, provenienti da altre parti d'Italia e spesso anche dall'estero, hanno iniziato ad investire in quest'area della Provincia di Rieti, sia per i prezzi ancora relativamente bassi degli immobili sia per la consapevolezza del potenziale straordinario di una zona ancora genuina, fuori dal turismo di massa e a meno di un'ora da Roma; in una delle zone più belle del comprensorio, quella fra Casperia, Torri in Sabina e Roccantica, ormai si parla di addirittura "Sabinashire", riportando alla mente lo sviluppo che - ormai molti decenni addietro - ebbe il Chianti, in Toscana, divenuto una meta classica del turismo culturale a livello internazionale e soprattutto di matrice inglese.
La Sabina Tiberina, dunque, oggi si trova in una situazione molto particolare e contrastante: da un lato un rinnovato interesse ed un enorme, evidente potenziale di sviluppo turistico, dall'altro le solite spinte al degrado urbanistico derivanti dalla vicinanza con Roma e dalla richiesta (esogena ed endogena) di prime case ben collegate o di singole ville di campagna. Un'immediata riposta di tutela come il Parco Agricolo e Culturale potrebbe invece sviluppare l'interesse turistico per la Sabina Tiberina, incanalando la vicinanza di Roma in una direzione giusta e costruttiva (trasformandola cioè da problema a risorsa) e allo stesso tempo tutelando il territorio e ponendo i presupposti per la creazione - in pochi anni - di uno dei distretti del turismo culturale ambientale ed enogastronomico più importanti del Centro Italia. Notevole, del resto, è già l'offerta in fatto di agriturismi, b&b e case-vacanza, che in questa zona raggiungono livelli di qualità molto alti rispetto al resto della Sabina, avvicinandosi spesso al livello delle medesime strutture turistiche rurali umbre e toscane.

2b- La Sabina Farfense:
Imperniata sul corso del Fiume Farfa, la Sabina Farfense ospita la celebre ed antichissima Abbazia di Farfa, custode della cultura occidentale nei secoli difficili dell'Alto Medioevo. Tale presenza costituisce già di per sé un richiamo di un certo spessore e ha contribuito a sviluppare turisticamente - seppure in maniera modesta - alcuni centri abitati limitrofi (Castelnuovo di Farfa, Fara in Sabina, Toffia, Montopoli in Sabina, Bocchignano, ecc.), che spiccano fra l'altro per un'apprezzabile (e nel caso di Bocchignano eccezionale) integrità urbanistica. Il paesaggio agrario poi si mostra fra i più caratteristici della Sabina: simile a quello della contigua Sabina Tiberina, se ne distingue però per la maggiore presenza di frutteti, che oltre a variare notevolmente il paesaggio, lo rendono magnifico nel periodo delle fioriture (aprile). L'avvenuta realizzazione di una rete di sentieri nella Valle del Farfa, con tanto di segnaletica e cartellonistica didattica, permette al visitatore - pur parzialmente - di apprezzare la bellezza del corso del Farfa. Da sottolineare inoltre un discreto patrimonio di edilizia rurale storica (che comprende alcuni mulini in rovina), che andrebbe salvaguardato e valorizzato meglio. Un'altra presenza importante è il cosiddetto Ulivone di Canneto, albero millenario che da solo costituirebbe un'attrattiva turistica di straordinario valore, ma tuttora scarsamente valorizzata. Splendido e ancora poco valorizzato è infine il borgo di Frasso Sabino, in cui fra l'altro sono in corso dei lavori per un parcheggio che si auspica non sconvolga l'estetica delicatissima del luogo.
Il pregio storico e paesaggistico della zona non ha mai indotto le amministrazioni locali ad un'attenta tutela del territorio. Notiamo subito infatti un acuirsi di quell'insediamento sparso che già caratterizza parzialmente la Sabina Tiberina. L'urbanizzazione praticamente aumenta in maniera proporzionale all'avvicinarsi a Roma, raggiungendo un risultato notevole lungo la SS313 da Poggio Mirteto a Passo Corese, da Frasso Sabino ad Osteria Nuova e da Fara Sabina al bivio per Borgo Quinzio sulla Salaria. In più punti, soprattutto presso Passo Corese, è da rilevare la presenza di svariati manufatti abusivi, alcuni dei quali addirittura abbandonati allo stato di scheletro. Detto ciò, si immagini il destino di quest'area nel caso venisse effettivamente realizzato il Polo Logistico di Passo Corese, sia dal punto di vista del traffico sua dal punto di vista del potenziale sviluppo urbanistico.
La Sabina Farfense si pone dunque come l'area più indifesa e delicata dell'intera Sabina, e anche come una delle più preziose per il connubio fra ambiente agreste e testimonianze del passato (l'abbazia, i borghi, i casolari, ecc.), cui va aggiunta la produzione d'olio extravergine d'oliva dop (la zona annovera alcune fra le aziende più importanti) la presenza stessa di un fiume di grande valore naturalistico come il Farfa: quest'ultimo andrebbe tutelato come riserva naturale, da inserire nel Parco Agricolo e Culturale, potenziandone fra l'altro la sentieristica.

2c- La Sabina Reatina:
Si tratta dell'area forse più "turistica" dell'intera sabina, poiché favorita dalla collocazione all'interno del comprensorio della Valle Santa di Rieti, recentemente interessato da notevole sviluppo turistico, anche grazie al progetto del Cammino di San Francesco, che unisce ad anello i quattro importanti santuari francescani. Dominata da vari santuari e conventi, fra i quali naturalmente quello di San Francesco a Greccio, la zona è suddivisa in appena tre Comuni, Contigliano e Greccio e la stessa Rieti, in cui ricade parte del territorio montano e pianeggiante del comprensorio dei Monti Sabini rivolto alla conca. Nell'ambito di quest'ultima, però, rimane fuori dalla perimetrazione del Parco tutto il versante dei Monti Reatini, con Poggio Bustone, Cantalice, ecc., intendendo il Parco Agricolo e Culturale comprendere esclusivamente le aree della Sabina "classica", essendo fra l'altro l'area del Reatino vero e proprio più legata al comprensorio del Terminillo che al resto della Sabina.
Il paesaggio agrario è fra i più integri e pregevoli non solo della Sabina ma dell'intero Lazio, e la Piana Reatina, dal canto suo, è considerata una delle più belle vallate montane dell'Italia appenninica. L'ambiente rurale e gli insediamenti umani appaiono infatti quasi perfettamente integrati, con la straordinaria presenza di edifici rurali d'epoca o di veri e propri monumenti di interesse storico-architettonico sparsi nella campagna (è il caso in primis della restaurata Abbazia di San Pastore). Fondamentale - ai fini della tutela del territorio - la sussistenza di vastissime tenute d'origine nobiliare e altresì di colture specializzate e di pregio (granicoltura), che fanno da cornice alla bella Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, e che pure dovranno ricadere nel Parco Agricolo e Culturale. Presenti in zona numerose strutture agrituristiche di alta qualità (spesso circondate dalle suddette grandi tenute), che fanno di questo comprensorio uno dei meglio attrezzati e dei più accoglienti della Sabina in fatto di turismo culturale.
Lo sviluppo urbanistico sia di Greccio sia di Contigliano - entrambi borghi di rara suggestione e mirabilmente ristrutturati e mantenuti - appare ancora piuttosto ordinato, nonostante alcuni episodi di abusivismo e di speculazione edilizia nei pressi di quest'ultimo paese. Purtroppo, negli ultimi tempi sono stati rilanciati folli progetti di insediamenti produttivi e impianti eolici, a riprova di come nemmeno lo sviluppo turistico - se non accompagnato ad un'adeguata tutela formale ed effettiva tramite un'area protetta - non riesca a scongiurare interventi speculativi sul territorio.

2d- La Sabina Turanense:
E' una delle aree più marginali della Sabina e dell'intera Provincia di Rieti. Pur essendo un comprensorio molto vasto, che va dal confine con l'Abruzzo (Piana di Carsoli) sino alle propaggini dei Monti Sabini all'altezza di Rocca Sinibalda, l'intera area - imperniata sulla Valle del Turano e compresa fra i gruppi montuosi dei Lucretili, dei Carseolani e dei Sabini - presenta un'identità culturale tutta propria con ben definiti caratteri paesaggistici. Interessante anche il rapporto identitario e culturale con il vicino Cicolano, con il quale ha condiviso il destino della trasfomazione di buona parte dei terreni vallivi in lago artificiale e conseguentemente il fenomeno dello spopolamento in massa prima e del turismo poi. Ma notevole rimane - agli occhi dello storico e dell'antropologo - la differenza fra il Cicolano, area tradizionalmente non sabina e pre-aquilana, e la Sabina Turanense, territorio ove i segni dell'incastellamento del resto della Sabina medievale sono evidentissimi.
Una precisa identità - quella della Sabina Turanense - che si scopre già in auto provenendo da Carsoli e da Roma: non appena varcato il confine regionale (e provinciale), i capannoni e le ville moderne lasciano d'improvviso il posto ad un paesaggio antico, ove i segni dell'uomo si manifestano nei rari casali in pietra, adornati da pini e cipressi. Si capisce che ormai si è in Sabina, insomma, e la situazione non cambia percorrendo tutta la strada che risale la vallata del suggestivo Lago del Turano e si spinge sino allo splendido borgo di Rocca Sinibalda, arroccato nel verde e dominato dalla mole dell'imponente Castello. Anche qui praticamente assenti gli insediamenti produttivi, che danno l'impressione al visitatore di un paesaggio incontaminato e rimasto immutato nei secoli.
Una zona di straordinario pregio, quindi, ricca di centri storici stupendi e di paesaggi incantevoli, che da sola meriterebbe la tutela come parco naturale regionale (già esiste comunque la Riserva Naturale dei Monti Navegna e Cervia che tutela una porzione di territorio montano) e che invece è ancora oggi piuttosto negletta al turismo nazionale ed internazionale.
Ma i problemi di salvaguardia non mancano nemmeno qui. Mentre l'insediamento sparso rimane ben poca cosa, la speculazione edilizia ha provocato danni ingenti soprattutto a Castel di Tora, dove una recente, piccola ma volgare lottizzazione ai piedi del bel borgo medievale ha alterato profondamente il rapporto fra la campagna e l'abitato, oppure a monte di Stipes, ove un'altra (stavolta immensa) lottizzazione ha massacrato il fianco di un'intera montagna e il paesaggio di chi guardi il lago dal Monte Cervia. Situazioni simili sono in progetto in molti altri centri del comprensorio, le cui amministrazioni non paiono avere i mezzi (né la volontà) per respingere tali aggressioni. Nell'ambito del Parco Agricolo e Culturale, una delle finalità principali sarà la salvaguardia e la valorizzazione dell'immenso patrimonio paesaggistico della Sabina Turanense, con progetti di promozione del territorio e di intensificazione della sentieristica, in una delle zone della Sabina più vocate allo sviluppo del turismo escursionistico.

2e- La Sabina Romana e Lucretile:
E' questa una delle zone più vaste e problematiche della Sabina, con i suoi contrasti e le sue spiccate diversità. Sebbene sia costituita da un'area vasta ma non vastissima, al suo interno sono ravvisabili situazioni quasi opposte sotto molti aspetti. La Sabina Lucretile - quasi completamente compresa nel Parco Regionale dei Monti Lucretili - può infatti suddividersi in altre tre piccole aree: la prima è quella più vicina a Roma e facente capo grosso modo al comune di Palombara Sabina con le sue frazioni (contemplando ovviamente Sant'Angelo Romano, Marcellina e la stessa Monterotondo nella Campagna Romana più che nella Sabina vera e propria); la seconda è un'ampia zona di transizione, costituita dal territorio di Monteflavio, Moricone, Montelibretti, Montorio Romano e Nerola; una terza zona ricadente nei Comuni di Scandriglia, Poggio Moiano e Orvinio, tutti in Provincia di Rieti e - più a sud - di Licenza, Percile e Roccagiovine, in Provincia di Roma.
Iniziamo dal paesaggio, che in generale (fatta eccezione per Orvinio come vedremo) risulta eccezionalmente caratterizzato dalla coltura dell'olivo, predominante su tutte le altre colture ma che, ciò nonostante, lascia un notevole spazio alla frutticoltura; ben più vario e complesso è il discorso sulla qualità urbanistica, che varia molto da Comune a Comune: intorno a Palombara Sabina è da rilevare il maggiore insediamento sparso, che in alcuni punti ha seriamente alterato il paesaggio agrario, a causa non solo dell'edificazione in sé ma dalla realizzazione di manufatti (spesso abusivi e condonati) assolutamente incompatibili con esso (ville moderne a fini residenziali) e talvolta addirittura nei pressi di emergenze storiche ed architettoniche importantissime (come ad esempio le brutte ville che ormai quasi circondano l'Abbazia di San Giovanni in Argentella); il degrado urbanistico continua inoltre ad interessare lo stesso abitato di Palombara, mentre la vicenda dell'antenne già installate (e da installare) sul Monte Gennaro pare fortunatamente inoltrarsi su una strada positiva grazie all'interessamento da parte del FAI. Migliora decisamente la situazione negli altri Comuni del versante romano dei Lucretili, sebbene in più di un caso occorra sottolineare episodi di abusivismo edilizio e speculazione (in particolare ai piedi di Monteflavio, Moricone e Montelibretti) risalenti all'ultimo scellerato condono; un vero scempio invece appare la collocazione di un’area di esercitazione dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco nel Comune di Montelibretti, all’interno di una zona rurale.
Venendo poi all'area ricadente in Provincia di Rieti, qui il paesaggio risulta praticamente spaccato in due, con la prevalenza del paesaggio agrario nel territorio di Scandriglia e Poggio Moiano e di quello naturale intorno ad Orvinio; entrambi questi paesaggi nella loro specie rappresentano due degli episodi più pregevoli dell'intero Lazio, arricchiti peraltro dalla presenza di notevoli testimonianze sia di edilizia rurale sia di architettura religiosa (citiamo solo le suggestive rovine di Santa Maria del Piano, presso Orvinio); negativo invece il discorso urbanistico, che purtroppo svela una gestione riprovevole dei Comuni di Scandriglia e Poggio Moiano, praticamente sdoppiatisi con lo sviluppo edile moderno, e discutibile in quello di Orvinio pur restando la bellezza del suo centro storico, recentemente inserito nel "Club dei Borghi più Belli d'Italia". Giungiamo poi alla Valle Licinese, con Percile, Licenza e Roccagiovine, che ripropone il classico paesaggio montano e collinare dei boschi, dei prati e dei pascoli della media-montagna pre-appenninica, con episodi di frutticoltura più a valle, nel territorio di Licenza. In quest'ultimo è fra l'altro da sottolineare la presenza delle rovine della villa di Orazio, citata più volte dal grande scrittore e filosofo romano, che tanto decantò il suo amato angulus sabino.
Il turismo in tutta la Sabina Romana e Lucretile è decisamente modesto, e si basa sull'escursionismo del fine settimana e sulle gite domenicali da parte di un'utenza per lo più proveniente dalla Capitale. Sporadico il turismo culturale, ambientale ed enogastronomico (diffuso praticamente solo a Palombara) che pare allontanare anni luce questo lembo di Sabina dai recenti "fasti" di Casperia e dintorni o dalla Valle Santa. Eppure i presupposti ci sarebbero tutti, e dovrebbero far leva da un lato sulle possibilità escursionistiche dei Lucretili, ancora non sufficientemente promosse, e dall'altro sulla rara bellezza del paesaggio agrario della vallata di Scadriglia e, parimenti, sull'integrità e la suggestione del paesaggio naturale fra Orvinio, Percile, Licenza e Roccagiovine e sulla bellezza stessa di questi ultimi (spesso piccolissimi) centri storici. D'altro canto è qui straordinaria la produzione dell'olio extravergine d'oliva (donde proviene una parte cospicua della DOP Sabina) che dovrebbe incentivare la valorizzazione del paesaggio agrario a fini turistici (tramite fattorie didattiche, agriturismi, percorsi escursionistici campestri, fiere agricole, ecc.), anche e soprattutto nell'area romana.

2f- La Sabina interna e la Val Canera:
Nonostante sia praticamente tagliata in due dalla Via Salaria, si tratta dell'area più tranquilla ed appartata della Sabina. Di ciò risente positivamente anche il paesaggio quasi ovunque integro e bellissimo, e caratterizzato da un cospicuo patrimonio di edilizia rurale storica, oggi purtroppo in vario stato di abbandono. I molti centri storici, che ripetono la classica tipologia sabina dei borghi di poggio, si presentano in modo piuttosto differente l'un l'altro a seconda della particolare storia amministrativa in fatto di arredo urbano e gestione urbanistica. L'area in questione è inoltre molto frazionata e in via di spopolamento, anche a causa di un isolamento stradale più marcato rispetto ad esempio alla Valle del Farfa. il paesaggio agrario risulta dal canto suo molto vario, da quello classico sabino della campagna di Casaprota, Torricella o Monteleone Sabino, a quello già più "reatino" e "montano" di Ornaro, Monte San Giovanni, Montenero Sabino e della Val Canera. Magnifica l'urbanistica di Montenero, che tuttavia è interessato da un'annosa (e discutibile) opera - ancora incompiuta - di ristrutturazione del Castello Orsini allo scopo di farne una sede distaccata dell'Università La Sapienza di Roma, e che lascia dei seri dubbi sul rispetto della struttura originaria. Splendidi poi i piccoli borghi arroccati di Ornano, Ginestra, Torricella, Collelungo ed altri, immersi in una natura rigogliosa e circondati da amene campagne. interessante il caso toponomastico di Poggio Perugino, fra l'altro anch'esso piccolo villaggio sommitale, punto d'accesso all'incantevole omonimo altopiano.
Buona nel complesso la gestione urbanistica della zona, facilitata del resto dallo spopolamento: va sottolineata però con forza la presenza di molti manufatti abusivi, alcuni dei quali purtroppo addirittura allo stato di scheletro come nei pressi di Monteleone e nella campagna fra Torricella e Poggio San Lorenzo, o come l'enorme scheletro di cemento a ridosso dell'abitato di Casaprota (e in quest'ultimo caso si può parlare tranquillamente di ecomostro). La solitudine dei luoghi infatti permette spesso anche una certa "liceità", e questa zona della Sabina ne è la conferma. Compito del Parco è quello di eliminare immediatamente tali sfregi, che troppo incidono negativamente sull'immagine dei Comuni interessati, bloccandone lo sviluppo turistico. Migliora il discorso nella Val Canera, dove peraltro si assiste ad un certo sviluppo - pur limitato rispetto alle sue notevoli potenzialità - di agriturismi e b&b: strutture ricettive, queste, che si sono diffuse negli ultimi anni un po' ovunque anche nel resto della Sabina interna, benché all'oggi il turismo sia qui ancora modestissimo.
Per valorizzare quest'area della Sabina sarebbe auspicabile l'istituzione di un Parco Naturale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Pizzuto e Tancia, entrambi fra l'altro già inseriti nell'elenco dei SIC dell'Unione Europea e quindi formalmente già assai vincolati. Inoltre, la diffusa presenza di siti archeologici - fra cui spicca quello di Trebula Mutuesca, presso Monteleone Sabino - costituisce un altro elemento su cui occorrerebbe puntare di più, anche con la creazione di un itinerario escursionistico che unisca le varie località d'interesse storico-archeologico. Dal punto di vista infine strettamente paesaggistico, un'idea sarebbe quella di realizzare dei tabelloni didattici da installare sui belvedere dei centri storici che offrano panorami particolarmente rappresentativi del paesaggio agrario sabino (ad esempio quello della stessa Monteleone Sabino) al fine di spiegarne al visitatore le caratteristiche storiche e scientifiche.


3. Interventi da attuare sul territorio del Parco

Gli interventi del Parco sono gli strumenti atti a realizzare le sua finalità di tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio agricolo, culturale, ambientale, paesaggistico e turistico della Sabina. Molteplici i settori sui quali il Parco dovrà programmare il suo piano operativo, in accordo con il principio di fondo del Parco stesso, vale a dire "programmare" lo sviluppo della Sabina, sottraendolo così all'anarchia delle iniziative dei Comuni e dei singoli privati, spesso contrastanti e comunque quasi sempre incompatibili con uno sviluppo armonioso di questo pregiato territorio.

3a - Agricoltura e tutela e valorizzazione del paesaggio agrario:
- divieto di nuove costruzioni in tutto il territorio interessato dal Parco, tranne quelle di pubblica utilità e quelle strettamente connesse alle attività tradizionali agro-silvo-pastorali e artigianali (ad ogni modo ogni nuova costruzione dovrà rispondere a precisi parametri sia architettonici che energetici stabiliti dal piano del Parco); interventi di riqualificazione paesaggistica, con la demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti;
- interventi di ingegneria naturalistica, con il recupero delle cave dismesse e di quelle in via di chiusura, e rimboschimenti mirati, in particolare nell'area di Fara Sabina; interventi di bonifica fluviale e delle discariche abusive; divieto di avviare colture aliene dal contesto agricolo tradizionale (es. le coltivazioni in serra);
- promozione di colture ad alto valore economico e turistico, sul modello del Pian Grande di Castelluccio di Norcia (PG), da realizzarsi in uno (o più) degli altopiani del Parco che abbia le caratteristiche adatte, non solo dal punto di vista climatico ma anche da quello ambientale (cioè che sia stato fino a tempi recenti utilizzato a scopi agricoli);
- avvio di colture collegate alla produzione di biocarburanti nelle aree attualmente incolte, da incentivarsi anche tramite la creazione di piccole cooperative agricole;
- creazione di un Vivaio del Parco e fornitura gratuita di alberi ornamentali tipici della campagna sabina (quercia, pino, cipresso, ecc.) a beneficio di chi voglia piantarli nei pressi del proprio edificio rurale, al fine di attenuare l'impatto paesaggistico dell'insediamento sparso; obbligo viceversa di piantumazione di tali essenze a ridosso delle strutture produttive situate in aree rurali, allo scopo di limitarne il grave impatto estetico.

3b- Edilizia:
- incentivi per la ristrutturazione ed il riutilizzo del patrimonio di edilizia rurale al fine di salvaguardare e valorizzare il paesaggio agrario sabino; nella stessa ottica, gli incentivi dovrebbero riguardare anche la riqualificazione architettonica in stile di edifici moderni ed attualmente alieni dal contesto paesaggistico, fatto di fondamentale importanza soprattutto nelle aree a maggiore insediamento sparso;
- imposizione di precisi parametri architettonici per le nuove costruzioni, secondo i vari modelli (come forme, colori, materiali, ecc.) delle tradizionali strutture rurali sabine;
- incentivi e sgravi fiscali per le aziende edili che decidano di convertire la propria attività nella bioedilizia.

3c- Energia e gestione rifiuti:
- sviluppo di energie rinnovabili a basso impatto ambientale e paesaggistico, fra cui: l'incentivazione di coperture fotovoltaiche delle strutture produttive presenti sul territorio e di tutti gli edifici pubblici (scuole, municipi, ospedali, ec...) tranne quelli di spiccato valore storico-artistico-architettonico;
- sperimentazione negli insediamenti produttivi (sia industriali-artigianali che commerciali) di illuminazione tramite l'innovativa tecnologia del lampione eolico-fotovoltaico;
- costruzione di una piccola centrale a biomasse in un'area industriale già esistente (es. Rieti, Poggio Mirteto o Monterotondo);
- riqualificazione energetica di edifici moderni ma inefficienti dal punto di vista energetico (da attuarsi possibilmente in concomitanza alla riqualificazione architettonica) come molte costruzioni del Dopoguerra;
- incentivazione del microeolico a livello domestico, pubblico e industriale;
- imposizione di precisi parametri energetici per le nuove costruzioni;
- avvio della raccolta differenziata in tutti i Comuni del Parco.

3d- Infrastrutture:
- valorizzazione della rete stradale minore con adeguati interventi di segnaletica e cartellonistica stradali, da realizzarsi in punti strategici sia dal punto di vista viario che paesaggistico; l'entrata da ambo i versanti dei tronchi stradali interessati dovrà quindi essere segnalata al turista in automobile al fine di poter apprezzare l'integrità e la genuinità dei paesaggi sabini che proprio sulle strade minori si rivelano in tutto il loro splendore (es. la strada da Borgo Quinzio a Percile passando per Scandriglia ed Orvinio, oppure quella da Poggio Catino a Contigliano passando per Casperia, Roccantica, Montasola, Cottanello, o ancora quella fra Osteria Nuova e il Lago del Turano passando per Monteleone Sabino e Rocca Sinibalda, ecc..);
- manutenzione delle strade sterrate e riconversione in sterrate di asfaltate particolarmente impattanti;
- creazione della "Pista ciclabile più lunga del Mondo", che colleghi tutte le aree del Parco in un unico itinerario ciclistico; il tracciato dovrà utilizzare e riqualificare strade rurali già esistenti (sterrate, carrarecce, mulattiere) e soltanto in caso di necessità costituire un pista di nuova costruzione; lungo tutto il tracciato (bordato da staccionata) saranno naturalmente installati pannelli informativi ed indicazioni sull'itinerario da percorrere, le tappe consigliate e tutte le deviazioni possibili.

3e- Tutela e riqualificazione dei centri storici:
- demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti situati a ridosso e nei diretti pressi dei centri storici;
- incentivi per la riqualificazione (pubblica e/o privata) degli edifici storici;
- cura ordinaria dell'arredo urbano ed eliminazione (o sostituzione) di elementi deturpanti in punti di particolare pregio nei centri storici (cartelli stradali, tubi di scarico, ecc.);
- avvio di un progetto sperimentale ("borgo ad impatto zero") per un centro storico (di modesta entità e quasi spopolato) di riqualificazione totale e straordinaria dell'arredo urbano secondo un modello da individuare a seconda delle caratteristiche storiche ed architettoniche del centro storico prescelto, con l'eliminazione estetica e il divieto di tutti gli elementi moderni e deturpanti (antenne e paraboliche, tubi di scarico in lamiera, fioriere ed insegne in plastica, cartelli stradali, spazi per manifesti politici, ecc.) e con particolare attenzione all'illuminazione pubblica, che non dovrà prevedere energia elettrica ma sistemi di illuminazione tradizionali; i proprietari degli immobili inseriti in questi centri storici sperimentali - per le scomodità pratiche connesse al progetto - avranno altresì diritto ad un incentivo mensile;
- istituzione di un concorso annuale ("Borgo di Qualità") che prevede la premiazione del borgo sabino che più si sia distinto, durante l'arco dell'anno, nell'arredo urbano ed extraurbano e nella valorizzazione del proprio centro storico.

3f- Valorizzazione dei centri storici:
- creazione di almeno due centri commerciali naturali: uno da collocarsi in un centro storico piccolo e in via di spopolamento ma notevole dal punto di vista paesaggistico ed urbanistico ed eventualmente ben collegato (es. Bocchignano, Fianello, Rocchette, Montasola, Pietraforte, ecc.), un altro da collocarsi in un centro storico di media entità e già affermato dal punto di vista turistico (es. Casperia, Poggio Catino, Fara Sabina, Poggio Mirteto, Collevecchio, ecc.);
- realizzazione di una rete di sentieri escursionistici montani, collinari e campestri, che uniscano i centri storici più suggestivi e i siti religiosi più importanti, da collegare (quale variante) al Cammino di San Francesco;
- creazione di un programma annuale di feste a tema e rievocazioni d'epoca che copra tutto l'arco dell'anno e non soltanto la stagione estiva; istituzione in un "Festival internazionale di musica medievale e rinascimentale" da svolgersi durante la stagione estiva nei più suggestivi borghi sabini, tramite la valorizzazione di piazze o di edifici storici;
- apertura alle visite turistiche di castelli e palazzi storici particolarmente pregiati dal punto di vista artistico ed architettonico, previo accordi fra il Parco e i proprietari dei monumenti; il caso più eclatante di una mancata valorizzazione di questo tipo è attualmente il magnifico Castello di Rocca Sinibalda (che se aperto favorirebbe un enorme flusso turistico sia nel paese che nella zona circostante), ma anche castelli minori come quello di Oliveto Sabino, Orvinio, Montenero Sabino, ecc. meriterebbero di essere aperti al pubblico. Caso a parte il Castello Orsini di Nerola, ormai all'interno completamente trasformato a fini di lucro, la cui visita (giustificata dal rilevante interesse architettonico) potrebbe comunque essere concessa in alcuni giorni dell'anno.

3g- Promozione del paesaggio agrario e del territorio:
- creazione di un servizio navetta, in ogni area del Parco, che esegua un tour panoramico sulle strade rurali di maggiore interesse paesaggistico con sosta ai borghi più interessanti e visite guidate;
- realizzazione di documentari turistici, guide e depliant;
- gestione dell'immagine territoriale, in modo tale da inserire il Parco nei pacchetti dei tour operator nazionali ed internazionali in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico;
- creazione di un convengo nazionale annuale sul tema del paesaggio agrario, da tenersi ogni occasione in un Comune diverso, all'interno di un edificio storico di pregio, ove invitare esperti del settore (urbanisti, architetti, ambientalisti, proprietari di aziende agricole) e i rappresentanti di Comuni che si siano distinti per progetti virtuosi sul proprio territorio in fatto di tutela della ruralità;
- creazione di corsi sullo studio, la tutela e la valorizzazione del paesaggio agrario, da attuarsi in collaborazione con le istituzioni universitarie;
- istituzione di un concorso fotografico quadrimestrale internazionale denominato "Stagioni in Sabina" aperto a fotografi professionisti e a fotoamatori che abbia come premio una somma in denaro e un soggiorno in un agriturismo o b&b in Sabina e come finalità quella di far conoscere la bellezza del paesaggio sabino nei diversi mesi dell'anno.


4. Conclusioni

Dall'analisi condotta, appare con evidenza la necessità di nuovi strumenti di tutela, valorizzazione e promozione del territorio sabino, in merito alle sue straordinarie qualità culturali, storiche, paesaggistiche, ambientali, agrarie ed enogastronomiche. La gestione di tale inestimabile patrimonio da parte delle amministrazioni locali risulta all'oggi insufficiente e in alcuni casi addirittura dannosa. La vicinanza con Roma, dal canto suo, è finora stata soltanto un problema per gran parte della Sabina, sia dal punto di vista della salvaguardia del territorio, sia rispetto al suo sviluppo turistico. Invece, tale circostanza va trasformata in risorsa e compito del Parco Agricolo e Culturale della Sabina sarà innanzi tutto quello di respingere le aggressioni proprie della vicinanza ad una metropoli (insediamenti industriali e commerciali, abusivismo e speculazione edilizia, nuove strade) e viceversa portare in Sabina una parte dell'ingente mole turistica della Capitale. Accanto a tale sviluppo "indotto", poi, sarà fondamentale trasformare la Sabina, nelle sue diverse realtà e vocazioni, in un comprensorio turistico "autonomo" e di prestigio nazionale ed internazionale, che vada a costituire una valida alternativa - nell'ambito del turismo rurale, ambientale, culturale ed enogastronomico - a realtà italiane attualmente ben più consolidate in tal senso, come il Chianti, la Valdorcia, Le Langhe, il Montefeltro, la Valle Umbra, ecc.. Importante sarà anche attuare una sinergia con la vicina Provincia di Viterbo e con l'area nord di quella di Roma, allo scopo di realizzare un vero e proprio "distretto turistico dell'Alto Lazio", che si distingua per qualità ed innovazione, sfruttando l'immenso potenziale turistico del settore settentrionale della Regione.

Il Parco Agricolo e Culturale permetterebbe uno sviluppo più sostenibile ed armonioso del territorio sabino, esaltandone le peculiarità nel solco sicuro della tradizione ma con una sensibilità moderna ed innovativa, che permetta all'offerta turistica della Sabina di porsi agli alti livelli oggi richiesti dal turismo culturale. Un progetto, quello del Parco, che non intaccherà affatto i modi di vita attuali della popolazione sabina, ma darà ad essa nuove prospettive di lavoro, limitando il fenomeno del pendolarismo che tanto incide negativamente sulla qualità della vita dei cittadini. Il Parco darà inoltre nuova linfa all'agricoltura, permettendo alla dop “Sabina” - come merita - di immettersi con una nuova immagine e con un maggiore riscontro economico nel mercato nazionale ed internazionale: sappiamo bene, infatti, che oggi le produzioni locali di qualità sono strettamente collegate all'immagine del proprio territorio nella loro valutazione economica all'interno del mercato agroalimentare; sicché promuovere bene il territorio significa anche poter vendere meglio e a prezzi maggiori i propri prodotti.
Infine, le tante innovazioni dal punto di vista infrastrutturale, conservazionistico, energetico e di marketing territoriale, faranno del Parco Agricolo e Culturale della Sabina un modello per le altre aree rurali d'Italia, donando così lustro e visibilità alle amministrazioni locali e attirando finanziamenti e investimenti di qualità sul territorio. Soltanto con il Parco Agricolo e Culturale potrà essere conservata e sviluppata quella caratteristica di terra genuina, sana e laboriosa propria della Sabina. Alternative del resto non ci sono, ed episodi come l'Outlet del Soratte o progetti come il Polo Logistico di Passo Corese - che attualmente sembrano incontrastabili - sono il segnale che non c'è più tempo da perdere.

Luca Bellincioni - lucabellincioni@interfree.it

lunedì 3 agosto 2009

Antonio Mattei, direttore della Loggetta di Piansano (Viterbo), scrive sull'eolico pesante e sulla forza della ragione..

Gentile Luca Bellincioni,

sono il direttore della rivista "la Loggetta", che senza
pretese cerca di "raccontare" il substrato storico-culturale
di un largo comprensorio della Tuscia.
Le ho spedito stamani stesso una copia dell'ultimo numero
all'indirizzo da lei fornito al nostro bravo redattore
Giancarlo Breccola, con il quale avevamo appunto concordato
di contattarla personalmente. Le sarò grato se vorrà
dargli un'occhiata e comunicarcene impressioni e
suggerimenti. Se poi desiderasse intervenire su temi
attinenti al territorio, ne saremmo veramente lieti.

Per ora ho urgenza di sottoporle l'articolo che segue,
perché a Piansano la "guerra" sull'eolico è nella sua
fase pià acuta (stanno iniziando gli scavi a dispetto di
una opposizione consiliare e di una mobilitazione civile mai
vista prima) e un suo eventuale apporto di idee e consigli
potrebbe essere particolarmente incoraggiante.
La ringrazio fin d'ora per quanto potrà fare e, in attesa
di conoscerla personalmente, la saluto cordialmente.
Antonio Mattei


da "la Loggetta - notiziario di Piansano e la Tuscia",
apr-giu 2009 - Autore: Antonio Mattei

La forza della ragione
I possibili scenari dello viluppo economico di zona
richiedono conoscenze e ponderazione. E una cultura della
“polis” non degenerata. Tra gli amministratori pubblici
come tra i singoli cittadini.

Le elezioni amministrative nel nostro comune sono andate
come sono andate e lasciamo volentieri i commenti a
politologi e dietrologi nostrani di vocazione. C’è solo
un punto sul quale riteniamo doveroso intervenire, ed è
quello della tanto discussa questione eolica (l’eufemismo
di “parco” è una beffa, suona offensivo alle
capacità di comprendonio di ogni comune cittadino),
questione che, al di là dei programmi elettorali nei
singoli settori di intervento, ha dato a questa campagna un
peso e un’impronta del tutto particolari. Erano decenni
che su un tema di interesse generale non si vedeva un
coinvolgimento così acceso, perlomeno in una consistente
frangia della popolazione. Segno indubbio di accresciuto
senso civico - sebbene non così capillare e maturo come
sarebbe sperabile - ma anche della portata della novità in
sé, che trascende di gran lunga l’ordinaria problematica
amministrativa.

E’ successo dunque che l’una lista ha insistito nel
proporre l’attuazione del progetto eolico presentato dalla
società Etruria Energy, ossia l’installazione di trenta
torri eoliche di circa 130 metri nell’intero territorio
comunale (26 km2), mentre la lista antagonista ha fatto
propria la campagna del comitato “No Eolico”,
autonomamente costituitosi, sostenendo la necessità di
rivedere il progetto e proponendo in alternativa la
realizzazione di un impianto fotovoltaico a minore impatto
ambientale.

La disputa si è infervorata soprattutto perché il
consiglio comunale aveva adottato all’unanimità una
deliberazione di iniziale adesione alla soluzione eolica, a
patto però che si rispettasse la distanza di almeno
quattro chilometri dal centro abitato (il che, data la
limitatezza del territorio, avrebbe reso veramente esigua e
inappetibile l’area utilizzabile). Tale deliberazione era
stata riconfermata all’unanimità in una seconda
assemblea consiliare del febbraio scorso, e ciononostante il
progetto di Etruria Energy, redatto in palese difformità
dal vincolo imposto (addirittura sono previste torri a meno
di un chilometro dall’abitato, che praticamente ne risulta
assediato), ha avuto le prescritte approvazioni in sede sia
provinciale sia regionale. Come mai?, ci si chiede.
Perché, se giunta e consiglio ne erano formalmente
all’oscuro, Etruria Energy rivendica la piena validità
del progetto, sostenendo che una qualificata rappresentanza
comunale ne era comunque a conoscenza ed anzi è stata
protagonista attiva del processo autorizzatorio? (Capite che
vuol dire?, che qualche autorevole am­ministratore
comunale non solo non avrebbe rispettato e fatto rispettare
il mandato consiliare, ma addirittura lo avrebbe
deliberatamente prevaricato stravolgendolo; il che sarebbe
di una gravità inaudita).

Sull’intera vicenda s’è tenuta a fine gennaio
un’infocata assemblea popolare indetta dallo stesso comune
(durante la quale il sindaco ha pubblicamente ammesso di non
aver mai promosso quella preventiva campagna di informazione
e sensibilizzazione che pure era prevista nella convenzione
tra comune e società), e alla vigilia delle elezioni si
è assistito a comizi-conferenze su eolico e fonti di
energia rinnovabile in genere. Nel frattempo l’avvocatura
di Italia Nostra ha presentato un esposto alla procura della
repubblica di Viterbo per individuare eventuali
responsabilità penali, e, insieme con altre associazioni
ambientaliste, in via amministrativa ha ottenuto dal
competente assessorato regionale l’assicurazione di un
riesame dell’intero procedimento alla luce delle linee
guida che dovranno informare l’atteso piano energetico
regionale.

Stavano così le cose quando il risultato elettorale del
6-7 giugno ha riconfermato alla guida del comune la stessa
maggioranza fautrice dell’eolico. La quale, è da
ritenere, si sentirà ora legittimata dal consenso popolare
a dare finalmente attuazione al progetto tanto discusso. E
proprio su questo sentiamo di dover fare alcune
considerazioni, denunciando subito il penosissimo disagio di
chi si vede costretto ad intervenire in una guerra tra
poveri, tra “polli di Renzo” che si beccano in assenza
di una regolamentazione della materia in un piano regionale
o nazionale, se non europeo-comunitario. Il piccolo ente
locale, o il singolo cittadino, è lasciato sostanzialmente
solo di fronte a problemi più grandi di lui, che muovono
interessi giganteschi e per i quali non ha alcuna specifica
preparazione e tutela.

Entrando dunque in argomento, intanto va detto che lo scarto
di soli 93 voti tra le due liste (876 contro 783) ripropone
l’immagine di un elettorato sostanzialmente diviso a
metà, specie se in confronto alla schiacciante maggioranza
tra le due liste analoghe nelle amministrative di cinque
anni fa. Ciò che dovrebbe suggerire quantomeno cautela e
rispetto nella “gestione della vittoria” (sono gli
stessi rapporti umani e sociali all’interno di un piccolo
centro ad esigerlo).

In secondo luogo, nelle competizioni elettorali a livello
locale entrano in ballo com’è noto fattori complessi:
personalismi, nepotismi, clientelismi, favoritismi,... e via
con tutti gli “ismi” che poi significano tutti la stessa
cosa, e cioè interessi strettamente personali che
prevalgono su quello collettivo, comprese le
spregiudicatezze manipolatorie dei più scaltri che, per
ciò stesso, certamente non premiano i migliori.
Ciò significa che questo risultato finale è solo in
parte direttamente riferibile alla questione eolica, per
quanto grande possa essere la sua portata. Piuttosto
rappresenta una valutazione complessiva dell’operato
dell’amministrazione uscente, oltre che la sommatoria
dell’“indice di gradimento” dei singoli candidati.
Quanti, tra gli elettori, si saranno recati a votare essendo
disinformati o del tutto disinteressati alla storia...
“com’è?... dei mulini a vento?”. Perciò la
vittoria elettorale - che va nettamente riconosciuta e
rispettata - certamente non va interpretata come un “via
libera” puro e semplice alla realizzazione di un progetto
che - coinvolgendo l’intero territorio e l’intera
popolazione anche per il futuro - richiama invece la
coscienza di ognuno ad un approfondimento delle conoscenze e
a valutazioni quanto più possibile ponderate.
Quand’anche fosse, le idee non sono giuste per il solo
fatto di essere maggioritarie; né sbagliate solo perché
condivise da un minor numero di persone. La loro forza
poggia sulla ragione, quel “ben dell’intelletto” che
appunto distingue l’uomo tra gli esseri viventi. E questo
ci porta a insistere su alcuni punti-chiave che appunto
sull’onestà intellettuale e sulla capacità di
raziocinio fanno leva.

Riassumendo brutalmente quanto esposto in precedenti
articoli da Paolo De Rocchi in maniera più che
circostanziata, non si tratta di essere nemici del
progresso. Sulla necessità della ricerca di fonti
energetiche alternative all’atomo e al petrolio non
c’è mai stata divergenza di vedute. Si tratta di
valutare quale soluzione può essere più adatta alla
nostra realtà, e ai dati scientifici raccolti c’è poco
da girarci intorno: nell’Altolazio non si registrano
condizioni di vento - per durata e intensità - tali da
assicurare una produzione di energia elettrica appena
significativa. Dunque non si contribuirebbe che in maniera
del tutto insignificante al miglioramento climatico del
pianeta e al fabbisogno energetico nazionale, mentre si
avrebbe localmente un impatto paesaggistico e ambientale
sconvolgente, perché in un’area ristretta come la
nostra, trenta torri eoliche da centotrenta metri
significano semplicemente imporre al territorio una
inconcepibile “vocazione lunare”.

Perché dunque non è stata scartata subito tale
soluzione? Per un motivo semplicissimo (altro che
fantomatici posti di lavoro e ricchezza per tutti): perché
per impiantare tali torri le società versano nelle casse
dei comuni considerevoli somme di denaro, provenienti a loro
volta da un giro economico-finanziario di sovvenzioni
pubbliche talmente appetibili da attirare in molte parti
d’Italia l’attenzione della mafia. Si pensi, nel nostro
caso, che oltre alla somma una tantum di 30.000 euro ad
installazione avvenuta, al comune andrebbero ogni anno 2.000
euro per megawatt installato, ossia 120.000 euro (2.000 x
60), più un’altra quota forse ancor più consistente
legata alla reale produzione di energia, che ovviamente non
è in alcun modo prevedibile e costante (anche per gli
inevitabili periodi di fermo per malfunzionamenti e
manutenzione) ma che, calcolando ipotetiche 1400 ore/anno di
producibilità per 60 mw al 2,5% del valore dell’energia
prodotta al netto dell’iva, significa comunque
un’entrata complessiva davvero straordinaria, di cui il
comune potrebbe disporre ogni anno per tutta la durata di
esercizio delle torri e utilizzarla come meglio crede, non
essendo tale introito vincolato ad alcuna specifica
finalità. L’offerta, capirete, fa gola, perché i
comuni si dibattono tra croniche ristrettezze di bilancio, e
trarre qualche vantaggio dall’enorme businnes che ruota
intorno all’eolico può tranquillamente assicurare la
programmazione di opere e servizi ai cittadini.
Ma, ancora una volta, c’è da ragionarci su e porsi
alcuni interrogativi. Intanto, non si capisce
l’“incaponimento” sull’eolico e la riluttanza a
prendere in considerazione la soluzione del fotovoltaico,
che troverebbe tutti d’accordo con generale soddisfazione,
non avendo praticamente alcun impatto ambientale o quasi.
Non un fotovoltaico accessorio e “di riserva”, come si
adombra in qualche proclama tanto per chiudere il discorso,
ma come scelta principale e significante, tra l’altro
orientata in un settore delle energie alternative
suscettibile di interessantissimi sviluppi tecnologici e
commerciali. Anche per l’installazione degli impianti
fotovoltaici ci sarebbero dei ritorni economici (sia pure di
minore entità, data la ridotta appetibilità dei
cosiddetti certificati verdi, ossia delle sovvenzioni
pubbliche), e con estrema facilità se ne potrebbe proporre
l’adozione ai privati cittadini che già dispongono di
strutture utilizzabili, tipo tetti e terrazze, coperture di
capannoni, superfici poco sfruttabili per le colture, ecc.
Lo stesso comune è proprietario di circa 25 ettari di
terreno, perlopiù concentrati tra la Valle dell’Omo
Morto e le Piane del Cerbone, che solitamente vengono dati
in affitto per la semina e che in gran parte potrebbero
essere destinati proprio all’installazione di tali
impianti. Impianti che non sarebbero in alcun modo visibili
(se non andandovi a ficcare il naso, trovandosi nella zona
delle macchie a sud-est del tetrritorio), e il giorno in cui
si decidesse di smantellarli basterebbe estrarre dal terreno
i paletti di ancoraggio, che non abbisognano di alcuna opera
in cemento o calcestruzzo né di sconvolgenti movimenti
terra per strade e collegamenti. Sarà che la differenza
con gli impianti eolici è fin troppo evidente per sembrare
vera, ma cosa costa studiarne la concreta fattibilità?

Per tornare invece alla “pioggia d’oro” derivante
dall’eolico, viene naturale chiedersi: quanto può durare
questa “sussistenza”? E soprattutto, quali prospettive
di sviluppo può offrire, una volta che avremo riempito il
nostro fazzoletto di terra con trenta torri di centotrenta
metri, e magari avremo fatto da apripista ad altri comunelli
vicini nelle stesse condizioni? Perché il problema vero
è questo: il futuro della nostra terra e dei suoi
abitanti. Un futuro che sempre più riconosciamo nella
valorizzazione di ciò che abbiamo di più prezioso: il
territorio, con le sue bellezze paesaggistiche, i tesori
archeologici e architettonici da inserire in circuiti
turistici integrati, le produzioni tradizionali da adattare
sapientemente alle moderne dinamiche economiche. Una
prospettiva difficile, perché tutta da inventare; che come
tutte le visioni di ampio respiro richiede intelligenza,
fantasia e coraggio, oltre che tempi mediamente lunghi e un
indispensabile "gioco di squadra", ma che riteniamo
l’unica che possa restituire senso e dignità alle
popolazioni e ad un’amministrazione locale che, come volgi
intorno lo sguardo, sembra vivacchiare ovunque nel controllo
del proprio orticello, nella ricerca assillante del consenso
e dei mezzi per mantenerlo. E’ come se a un figlio si
volesse far dimenticare la perdita della madre coprendolo di
regali. “Vi daremo lo scuolabus, e la piscina, e gite, e
ricchi festeggiamenti... - sembra di sentir dire - Alle
torri ci si farà l’occhio e magari vi sembrerà anche
che aggiungano al paesaggio un tocco di modernità...”.
Il modello generalmente invidiato è quello di Montalto di
Castro, “risarcito” per la presenza della centrale Enel
con un mare di soldi che non riesce neppure a spendere. Ne
abbiamo visto uno squallido anticipo proprio in questi
giorni, con Etruria Energy che sponsorizza infiorate di San
Bernardino e tornei di calcetto!
“Fatti non parole” è stato lo slogan della lista
uscita vincitrice dal confronto elettorale. Ossia un
attivismo innegabile e senza dubbio apprezzabile (che non
è da tutti), ma che appunto sembra dettato da una tattica
di controllo di gestione, piuttosto che ispirato da
lungimiranza strategica di promozione. Di più. Sembra di
vedervi il riflesso di una imperante concezione partitica
dell’amministrazione locale, l’asservimento di una
microcomunità a logiche di potere che - complice un
sistema elettorale maggioritario che non sapremmo dire
quanto adatto ai piccoli centri - in nome di una presunta
efficienza esaspera quei rapporti umani che da sempre
costituiscono il vero tessuto socio-culturale delle piccole
comunità. Dilemma antico e domanda retorica: il paese come
terra di conquista di “scuderie” e dottrine partigiane,
o una comunità civile ricca di potenzialità, che
“viene prima” e sa crearsi gli strumenti adatti di
autogoverno? Così che la ricerca del bene comune con
l’apporto di tutti, che dovrebbe costituire imperativo
morale per le istituzioni per prime, diventa una poesiola
per bambini. Non è anche da qui che deriva quella
disaffezione alla “politica” da tutti lamentata? Ossia
quel fastidio verso una forma degenerata della cultura della
“polis”, che da indipensabile strumento di costruzione
della convivenza civile imperversa ora come criterio unico
di discriminazione su ogni aspetto della vita dei
consociati?
Ecco, se queste sono le tanto vituperate “parole”
contrapposte ai “fatti”, noi crediamo ancora nelle
“parole”. Che in realtà non escludono i “fatti”,
ma li finalizzano ad una superiore concezione di progresso.
Fior di economisti parlano di “felicità sostenibile”,
ossia della necessità di combattere crisi economica e
inquinamento globale con strategie che guardano al profitto
ma anche all’ambiente. Una condizione “nella quale il
progresso si misura non quantitativamente ma
qualitativamente... Ciò che cresce non è la quantità
di beni, ma la capacità di goderne; non l’avere, ma
l’essere; una dimensione non fisica, ma propriamente
culturale, che non incide sugli equilibri ecologici”. Ma
se non saremo in grado neppure di riconoscere e
salvaguardare i nostri “talenti”, da quali balocchi
potremo mai aspettarci di sentirci a posto con la coscienza,
una volta che avremo svenduto la nostra terra a quello che
in Germania - la nordica Germania, che nelle torri eoliche
ha battuto la testa da un pezzo - chiamano “il delirio dei
mulini a vento”?

La posta in gioco è troppo alta. Non si tratta di
giudicare una qualsiasi opera pubblica: una strada, la
pavimentazione di una piazza, una fontana... Qui si tratta
di ipotecare lo sviluppo dell’intero territorio, e non ci
si può fidare nemmeno della atavica “saggezza
contadina” collettiva, ammesso che nelle ultime
generazioni ce ne sia rimasta qualche briciola. Del resto
era anch’essa talmente deformata da secoli di
subalternità da diventare furbizia bertoldesca, cinismo,
capacità di arrangiarsi pensando al “particulare”,
piuttosto che all’interesse generale. Non ci si dovrà
inchinare alla volontà popolare, come si dice, solo
perché maggioritaria. Né subirla passivamente. Ma
contrastarla. Con dolore e sgomento, ma con ogni mezzo
lecito. Segretamente sperando che il risveglio della ragione
-quando sarà- non ci restituisca una terra, la nostra,
irriconoscibile.