giovedì 7 marzo 2019

Sanità o prevaricazione? HIV-AIDS... ed altri mali


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Pochi si chiedono come mai Luc Montagnier è stato isolato dalla comunità scientifica dopo le sue dichiarazioni sul’Hiv.
Egli non può discostarsi del tutto dalla versione ufficiale – ha preso il Nobel per il presunto virus– ma ha molto contribuito a sfatarne la gravità pur senza però ricercare le varie cause della patologia definita hiv- aids.

A fronte di  diagnostiche importanti  è  sempre prudente  rifare gli esami.

Ancora  più grave però  per le diagnosi che riguardano i minori e le terapie proposte  perché i genitori  che si  opponessero a tali terapie potrebbero essere perseguiti penalmente,  come risulta dalla motivazione del rinvio a giudizio di genitori, prima prosciolti, per non aver sottoposto la propria figlia, deceduta,  alle cure oncologiche convenzionali: ”Hanno trasmesso alla figlia le loro illusioni, negandole le possibili alternative e impedendole di fare una scelta libera e consapevole, che l’avrebbe portata probabilmente a sopravvivere alla malattia. Per questi motivi, sottolinea il magistrato nella richiesta di appello accolta, nonostante abbiano agito per amore, i signori Bottaro hanno messo in essere tutti i presupposti perché si giungesse alla morte annunciata di Eleonora e quindi devono affrontare un giudizio. «E’ UNA DECISIONE IMPORTANTE DA PARTE DELLA CORTE D’APPELLO, NON SOLO PER QUESTO CASO E SOPRATTUTTO IN UN MOMENTO IN CUI LA MEDICINA UFFICIALE E’ SOTTO ATTACCO, VEDI PER ESEMPIO LA QUESTIONE VACCINI – COMMENTA IL PROFESSOR GIUSEPPE BASSO, PRIMARIO DELLA ONCOEMAOLOGIA PEDIATRICA DI PADOVA – LA MEDICINA UFFICIALE DEVE AVERE UN RUOLO PRECISO” da  https://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/cronaca/18_luglio_18/rifiuto-chemio-mori-genitori-processo-29a5f904-8a50-11e8-ac88-a72c2447e2e2.shtml
 

Marcello Foa, attuale presidente RAI,  al convegno di Lugano “Love of Life” 2017 - www.youtube.com/watch?v=mqCqEF1Rv-Q  si indigna per certi assurdi titoli giornalistici.

Dichiarazioni di Luc Montagnier su AIDS:  http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/aids-hiv - 



Paola Botta Beltramo -  rebelt1@fastwebnet.it

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mercoledì 6 marzo 2019

Civitavecchia Terni - Il TAR dice no ma i politici preferiscono la superstrada impattante

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Data agli anni Sessanta dello scorso secolo il progetto dell’Anas per unire con una superstrada il polo siderurgico di Terni con il porto di Civitavecchia. Attualmente è ancora incompiuto il tratto che va da Orte al porto laziale, circa un terzo del percorso. Di questo terzo, la tratta finale, la più problematica dal punto di vista ambientale, è quella che corre da Monte Romano a Tarquinia. Nel 2004 l’Anas presentò un progetto (tracciato viola), approvato dal Ministero dell’Ambiente che rilasciò pronuncia di compatibilità ambientale favorevole, transitante in buona parte in galleria. Nel 2007 la stessa Anas inoltrò il progetto al Cipe per il finanziamento. Il Cipe, con deliberazione n. 11/2011, approvò con prescrizioni il progetto definitivo.
Dopodiché l’Anas non ne fece nulla e, del tutto inaspettatamente, quattro anni dopo, richiese l’avvio della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale relativamente ad un tracciato del tutto alternativo rispetto a quello già approvato. Questo sul presupposto che “gli elevati costi di realizzazione non hanno ad oggi consentito il completamento di questo importante itinerario strategico; Anas ha quindi deciso di studiare ulteriori soluzioni progettuali di maggiore fattibilità economica e finanziaria”. In pratica, secondo l’Anas il tracciato viola costava troppo.
Un altro percorso, quindi, definito “tracciato verde”, che di verde non ha proprio nulla: un’arteria di 18 chilometri, che prevedeva 9 viadotti, 1 galleria e 2 svincoli, localizzato nella vallata del fiume Mignone, una delle aree più incontaminate e ricche di bellezza del Centro Italia, tutelata dalla direttiva Habitat, volta alla conservazione degli habitat naturali di particolare pregio nel territorio europeo.
Peccato che in data 20 gennaio 2017, con parere n. 2289, la Commissione Tecnica di Verifica dell’impatto Ambientale – VIA e VAS presso il Ministero dell’Ambiente, esprimesse parere negativo sulla compatibilità ambientale di tale progetto.
In data 31 maggio 2017, su richiesta del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la Presidenza del Consiglio dei Ministri chiese allora al Ministero dell’Ambiente di fornire le valutazioni di impatto ambientale, consistenti nelle eventuali misure di compensazione e mitigazione, utili ad una piena valutazione anche del tracciato verde. In riscontro a tale decreto, la Commissione VIA adottò il parere n. 2453 datato 7 luglio 2017 con il quale essa si esprimeva nuovamente in senso negativo nei confronti del tracciato verde “in quanto gli impatti ambientali che si configurano dall’analisi della documentazione fornita sono tali da non poter essere mitigati o compensati”.
Nonostante ciò, nella riunione del 1° dicembre 2017, il Consiglio dei Ministri adotta la delibera con la quale incredibilmente approva “il provvedimento di compatibilità ambientale del progetto preliminare tracciato verde della strada statale n. 675 Umbro-Laziale, asse Orte-Civitavecchia, tratta Monte Romano est – SS1 Aurelia”. E questo, come abbiamo visto, nonostante il ripetuto parere negativo del Ministero dell’Ambiente.
A questo punto, le associazioni ambientaliste WWF Italia, Lega Italiana Protezione Uccelli Gruppo di Intervento Giuridico, Italia Nostra, Forum Ambientalista unitamente ad alcuni privati cittadini impugnano tale delibera innanzi al Tar Lazio il quale riteneva di decidere immediatamente nel merito la controversia. I ricorrenti, prima della decisione, impugnano la delibera del Cipe del 28 febbraio 2018 nel frattempo adottata, relativa all’approvazione con prescrizioni del progetto preliminare del “tracciato verde”.
Nel mese di gennaio 2019, il Tar ha deciso di rimettere gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiedendo che si pronunci circa la compatibilità della procedura di approvazione dell’opera con la normativa comunitaria. In pratica, senza entrare nei particolari tecnico-giuridici,i giudici amministrativi sollevano il dubbio che sia legittimo e compatibile con la normativa europea che uno Stato faccia prevalere il “rilevante interesse pubblico” di un’opera rispetto ai danni certi che quest’opera arreca all’ambiente, specie quando questo rilevante interesse pubblico è semplicemente di carattere economico. E se sia altresì compatibile sempre con la normativa europea demandare alla fase realizzativa dell’opera gli interventi di compatibilità ambientale demandandoli ad un soggetto diverso rispetto a quello competente (la Regione Lazio anziché il Ministero dell’Ambiente), anche perché quello competente ha più volte ribadito che l’opera così com’è, su questo tracciato, con l’ambiente è incompatibile.
Concludiamo pure come abbiamo esordito: questa vicenda denuncia chiaramente come ai nostri governanti (era il Governo Gentiloni, ma anche quello attuale sta ragionando in termini di soli costi per quanto riguarda le opere pubbliche) dell’ambiente non freghi nulla. Non riescono neppure a capire che i danni all’ambiente, spesso irrimediabili, hanno un costo, talvolta non immediato ma ce l’hanno, ed esso si riflette su tutta la comunità. Vediamo cosa dirà l’Europa.
Fabio Balocco

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martedì 5 marzo 2019

E' nata "Sdebitalia", per liberare il popolo Italiano dalla tirannia del debito usuraio


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Cambiano gli attori in parlamento (i deputati), ma i registi occulti sono sempre gli stessi (le banche). Se non si risolve seriamente con un giubileo fiscale laico il problema che blocca 16 milioni di Italiani negandogli un accesso al credito il paese è destinato ad una deriva peggiore di quella prevista da Conte per il 2019. Queste sono le conseguenze di aver sdoganato l'usura con le indulgenze Papali. 

L' ideologo dello sdebitismo è il prof Antonio Vento psichiatra che riassume in una breve nota i concetti dello sdebitismo:

"La situazione economica e finanziaria nel nostro Paese e in Europa non è tra le migliori in quanto, in un periodo storico di crisi globale, dovuta allo sfruttamento selvaggio delle risorse del nostro pianeta e alla parallela arroganza del capitalismo che non si è mai posto il problema della vita dei cittadini, ma ha curato soltanto gli interessi di una oligarchia di potere economico rappresentato dalle banche che con l’inganno e le strategie finanziarie hanno colpito le masse dei piccoli e medi risparmiatori che non solo hanno subito danni patrimoniali, ma anche danni della salute a causa dello stress subito, della depressione e dei conseguenti danni organici che in alcuni casi si sono risolti nel suicidio.

La nostra Associazione ha messo in atto una organizzazione che partendo dall’individuazione delle fondamenta ideologiche dello sfruttamento risale verso i bisogni delle vittime delle banche fino ad individuare le strategie utili per sostenere gli utenti disagiati, che precipitano in situazioni di grave crisi economica e, di conseguenza, nel baratro esistenziale. Noi sappiamo con certezza che il capitalismo, a causa della sua voracità sociale, si è accanito sempre più sugli utenti con lo sfruttamento dei risparmi e con le strategie finanziarie il cui fine è solo quello di difendere gli interessi dei grandi gruppi finanziari e di garantirsi uno stato di privilegio sociale per i manovratori del denaro privato. Il nostro obiettivo è quello di ridimensionare e di abbattere, dove sia possibile, il debito che i risparmiatori hanno con le banche.

Lo SDEBITISMO è il fine che ci poniamo, offrendo consulenza legale, finanziaria e, dove serve, anche sanitaria e psicologica. Ci poniamo l’obiettivo di intervenire anche a livello politico per abbattere le incongruenze e le ingiustizie esercitate dalle banche e dalle finanziarie sui cittadini che hanno dei debiti con le banche o che hanno bisogno di prestiti (microcredito) per superare alcune difficoltà nella gestione della famiglia e delle piccole e medie aziende. Finora lo stato ha consentito alle banche di intervenire con accanimento sui cittadini finiti in situazioni di crisi e di disagio sociale. E’ nei momenti di difficoltà che lo stato deve tendere una mano ai cittadini offrendogli aiuti concreti e solidarietà umana. L’economia del paese può risollevarsi solo col rilancio del lavoro e della ricerca e per questo è necessario ridimensionare gli interessi e dove vengono meno le risorse, spesso a causa di una recrudescenza fiscale e punitiva, lo stato deve imporre alle banche e alle finanziarie un comportamento solidale riesaminando lo stato degli accordi contrattuali tra banche e utenti.

Un comportamento fiducioso tra istituzioni, banche e cittadini rappresenta l’unica via di rinascita economica e produttiva del nostro paese; diversamente ci avvieremo verso stati di frattura sociale che renderanno sempre più impraticabile la convivenza e lo sviluppo della vita nel nostro paese e in Europa."

Gilberto Di Benedetto, Presidente di Sdebitalia

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ufficiostampalaforbice@gmail.com  - www.sdebitalia.org

venerdì 1 marzo 2019

Pastori, razza bastarda...



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Ci sono dei dogmi mediatici, dettati dalla finanza internazionale e veicolati dalla grande stampa, posseduta – guarda caso – dalla finanza internazionale. Questi dogmi riguardano certi eventi-chiave, gabellati come fenomeni epocali, cui non é possibile opporsi. Perché? Perché sarebbero eventi ineluttabili, che non possono essere fermati, ma soltanto “governati”, rassegnandosi a convivere comunque con essi ed a subirne le nefaste conseguenze.

Ma vi é un altro fattore che ci viene descritto come inevitabile, inarrestabile, irresistibile, incontenibile, irrefrenabile, ineluttabile, ineludibile, e chi piú ne ha piú ne metta. Questo fattore é la globalizzazione economica, con il corollario di tutte le sue logiche conseguenze: massacro sociale, disoccupazione, pensioni da fame, fine delle tutele e, in sintesi, drastico ridimensionamento del modello sociale europeo.

Ogni tanto, qualche episodio clamoroso viene a sottolineare degli aspetti paradossali di questa infame camicia di forza con cui si vuole imprigionare la vitalitá economica delle popolazioni europee. Ultimo caso della specie è quello dei pastori sardi (e non solo sardi), cui le industrie casearie offrono per un litro di latte 60 centesimi, cifra che non copre neanche i costi di produzione.

Né si creda che il fatto sia originato dalla ingordigia degli industriali del settore, che vogliano ottenere guadagni maggiori a spese dei produttori di latte. Gli industriali caseari, infatti, sono a loro volta strozzati dal “mercato globale”, con guadagni ridotti all’osso, costretti per sopravvivere ad acquistare il latte da chi lo vende a prezzi stracciati. E chi pratica prezzi migliori – statene certi – non possono essere i produttori italiani, gravati da spese vive e da óneri burocratici e fiscali che sono quattro volte superiori a quelli della maggior parte dei paesi del mondo.

La conseguenza è logica: o i pastori vendono a prezzi “cinesi”, o gli industriali dovranno comprare il latte dai cinesi (o dagli indiani, o dai turchi, o dai brasiliani, e via di séguito).

Lo stesso dicasi per tutte le altre nostre produzioni agroalimentari, peraltro di grandissimo pregio. Oramai i prezzi offerti ai produttori italiani sono pericolosamente vicini ai limiti di sopravvivenza; mentre sempre piú spesso l’industria di trasformazione é costretta a ricorrere al grano canadese o all’olio nordafricano o ad altri prodotti a basso costo che, il piú delle volte, sono di qualitá assai scadente.

Orbene, tutto questo ci viene dipinto come un fatto acquisito, come una realtá cui non ci si puó sottrarre, con cui si deve convivere forzatamente; come se la nostra societá avesse contratto una brutta malattia, di quelle da cui non è possibile guarire e di cui, tutt’al piú, si possono combattere alcuni sintomi secondari con qualche medicina.
Non è cosí. Non è affatto cosí. La globalizzazione economica si puó semplicemente respingere, rifiutare. Esattamente come l’invasione migratoria.

E per farlo non è necessario tornare ai tempi dell’autarchia. Basta ritornare gradualmente, prudentemente, saggiamente agli assetti economico-finanziari di non molti anni fa, prima che i poteri fortissimi della finanza usuraia tentassero di dare la spallata finale agli equilibri del globo e di assumere in prima persona il governo del mondo intero.

Naturalmente, una svolta di tale portata sarebbe possibile solo a patto che vi fosse un personale politico all’altezza della situazione. Non soltanto capace di una autonoma elaborazione politica, ma anche libero dai condizionamenti (e dai finanziamenti) di certe fondazioni “benefiche”, di certe lobby “filantropiche” che sono la longa manus dei poteri che vogliono dominare il mondo.


Michele Rallo - ralmiche@gmail.com

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giovedì 28 febbraio 2019

Il carrozzone (dell'opposizione) va avanti da sé...



Chi l’avrebbe mai detto che un giorno, dopo i dolorosi travagli della prima, della seconda e della terza repubblica, saremmo arrivati ad avere un quadro così “arlecchino” dell’opposizione di governo: vedere il “genitore uno” (parlare di “madre” oggi è anacronistico e contro natura) dell’infanticidio legale, insieme al “genitore due” della “soppressione dell’articolo uno della Costituzione” (attraverso l’esotico, e per questo da molti ingenuamente accettato senza battere ciglio, “jobs act”), che fanno quadrato, con la partecipazione attiva del “nonno adottivo della nipote di Mubarak”, e quella passiva degli eredi del Movimento Sociale Italiano, contro un governo che ha l’appoggio elettorale di oltre il 60 per cento dei votanti,  lascia semplicemente interdetti!

A sentirli in televisione, ogni giorno e a tutte le ore, in un grottesco e monotono cocktail di propaganda di regime - i Della Vedova, Tajani e Fratoianni, insieme alle sempre più numerose madamine taurinensi, piddine Bernine e Gelmine – generano una ripulsa così forte che solo la collaudata capacità di tenuta gastrica dei nostri connazionali, immunizzati da decenni di malversazioni politiche, ne consente (almeno per ora) il contenimento.

Dalla loro parte, d'altronde, da un lato il grosso dell’apparato mediatico di manipolazione informativa, con altrettanto nutrite schiere di impudichi e malcelati servitori, dall’altro gli arroganti governanti di una distorta Unione Europea, al servizio di “mercati” - che altro non sono che un sistema osceno di mega-finanza in mano a privati - e non già degli esseri umani, come la politica vera e sanamente intesa imporrebbe!

Ed è così che i tentativi di tutelare i più svantaggiati, contrastare il privilegio dei vitalizi, ridare dignità al lavoro, combattere il gioco d’azzardo, adottare misure per un miglior sistema giudiziario, contenere i costi della politica, fare analisi di costi e benefici delle opere pubbliche, diventano tutte cose di poco conto e, peggio ancora, deriva di recessione, regressione e stagnazione.

C’è poco da fare. Ma, soprattutto, c’è poco da dire: ci aveva già pensato Renato Zero, qualche anno fa, a raccontare in musica quello che questa gente è capace di fare. Non ricordi?.....  

Il Parlamento va avanti da sé
con le regine i suoi fanti i suoi re
Ridi buffone per scaramanzia
che presto il governo se ne va via
Musica gente cantate che poi
uno alla volta torniamo anche noi
Sotto a chi tocca in doppio petto blu
a “uno mattina” ci vai pure tu
Bella la Lega che se ne va
un fiore un freno il decreto dignità
La svuotacarceri dolce poesia
se ci tenevi, di nuovo ci sia
Bella la vita volevi tu
e t'accontento una volta di più
Con le regine e con i suoi re
Il carrozzone va avanti da sé

Adriano Colafrancesco

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mercoledì 27 febbraio 2019

Luigi Caroli: "1969… 2019 dall’egualitarismo al populismo" - Resoconto

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"Volevamo cambiare il mondo"
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… quello che si è svolto la mattina del 16 febbraio 2019 alla Casa della Cultura di Milano:  1969… 2019  dall’egualitarismo al populismo.

Come ormai sempre succede, il più giovane aveva …. quarantadue anni. Tutti coloro che partecipavano alle manifestazioni (che diventano sempre più rare) in difesa dei valori della sinistra lo conoscono (fa il fotografo). Qualche bel ricordo del biennio rosso 68-69 e tanti rimpianti hanno accomunato gli intervenuti. Non mi ha entusiasmato il lungo intervento del relatore. Tantomeno il suo bis finale. Quasi sempre – l’avete notato anche voi? – al momento delle domande del pubblico … manca il tempo per rispondere. 

L’intervento che mi è piaciuto di più è stato quello di Emilio Molinari che non ha parlato – non ci crederete – del problema dell’acqua pubblica ma della sua lunga attività come sindacalista alla Borletti (famosa società milanese che – probabilmente – alcuni di voi non conoscono).

Pregevole quello della storica del lavoro Maria Grazia MERIGGI. Ha disceso la ripida scaletta appoggiandosi al bastone a seguito di un infortunio.

Posato e apprezzabile quello del sindacalista (CUBSIP-la nonna di Telecom) Francesco FORCOLINI, ora felicemente “pentastellato”. Felicemente? Ha votato come il 41% dei commilitoni e spero che ne alzi il livello.

Molinari ha rievocato – con arguzia – diversi episodi che, se raccontati tre o quattro anni fa, avrebbero provocato forti rimostranze tra i convenuti.

Mi è piaciuto molto l’intervento dell’importante dirigente CGIL Carlo GHEZZI e gli ho chiesto di mandarmi – se poteva – il testo del suo intervento. Ve ne faccio volentieri dono. Qualche grosso taglio – per ragioni di tempo – l’aveva fatto lui. Qualche altro l’ho fatto io, con alcune piccole aggiunte (in corsivo).
Buona lettura. A rate, naturalmente.

Luigi Caroli – 27 febbraio 2019 


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Quando, nel novembre del 1989, cadde il muro di Berlino la stragrande maggioranza dei progressisti manifestò sentimenti di entusiasmo mescolati alla sensazione che tante angosce e tante contraddizioni fossero finalmente alle spalle.

Dopo la caduta del muro, quasi tutti i paesi del continente europeo premiarono gli schieramenti di sinistra o di centro-sinistra chiamandoli alla prova di governo mentre avanzava nel mondo un possente processo di globalizzazione privo di ogni regola ma sostenuto dalla fiducia nelle capacità del mercato di autogovernarsi e di ridistribuire la ricchezza. Per dirla con Tony Blair (il bugiardo reo confesso): “quando si sarebbe innalzata la marea, si sarebbero alzate tutte le barche, sia quelle grandi che quelle più piccole”. Immersi in queste illusioni, i governi progressisti che hanno guidato l’Europa e gli Stati Uniti negli anni novanta non seppero o non vollero indirizzare, nè tantomeno contrastare, quei processi; anzi, tesero a favorirli facendo pochi sforzi per limitarne le conseguenze dirompenti. Le stesse sinistre non mantennero come riferimento fondamentale la rappresentanza del lavoro e non seppero proporre  una cultura politica che offrisse un nuovo orizzonte per scelte diverse. Nessun “sol dell'avvenire”, antico o nuovo che fosse, fu indicato ai popoli del mondo in alternativa ai desiderata delle élites mentre le diseguaglianze arrivarono ad eccessi mai prima registrati. Lo stipendio del direttore della General Motors 500 volte più grande della paga di un operaio comune! Alla fine degli anni 60 era più grande di 30 volte e qualcuno protestava trovando il rapporto eccessivo.

Emblematico il solenne incontro dell’Ulivo mondiale di Firenze nel 1999 con la presenza di Clinton, Prodi, Cardoso, Blair, D'Alema, Schroder e Jospin. Un forum che  discusse del futuro del mondo ma che non seppe cogliere nè il carattere che la globalizzazione aveva assunto ormai da più di un decennio nè il ruolo che la finanza si era  progressivamente attribuito. Soprattutto, nessuno aveva paventato la terribile crisi economica che sarebbe esplosa da lì a qualche anno. Fu Clinton che cancellò la distinzione tra banca di risparmio e banca d'affari, imposta da Roosvelt nei primi anni trenta, aprendo così la via ai grossi scempi commessi dalla finanza.
Con la creazione di migliaia di trilioni di derivati, buona parte dei quali sono ancora celati tra gli attivi(?) delle banche.

Le componenti più radicali della sinistra, che non avevano condiviso le illusioni blairiane, non hanno tuttavia saputo contrapporre altro che generose testimonianze di antichi valori senza però riuscire ad elaborare analisi adeguate né, tantomeno, costruire piattaforme politico-programmatiche credibili agli occhi delle masse popolari. E' in questa fase storica, a cavallo della fine del millennio, che, a mio giudizio, vanno individuate le radici delle attuali grandi difficoltà della sinistra mondiale, europea e italiana.

L'esplosione della crisi economica dell'agosto del 2007 ha disvelato tutte le illusioni mal riposte nel buon funzionamento del mercato e nella possibilità che la ricchezza arrivasse attraverso il denaro anziché attraverso il lavoro. Al contrario, ha reso evidente come si fosse prodotta nel mondo una consistente svalorizzazione del lavoro. Lavoro profondamente trasformato, vistosamente segmentato e diviso. La crisi ha evidenziato l'esplosione di insostenibili diseguaglianze in una società che non è più riuscita a rilanciare la crescita e l'occupazione, nè un modello di sviluppo sostenibile  in grado di attivare politiche pubbliche, di dare regole ai mercati e ai sistemi finanziari, di affiancare alla globalizzazione dell’economia quella dei diritti.

La ricerca dell’uguaglianza, della giustizia sociale e la difesa della dignità delle persone sono svanite sostituite da un notevole disordine internazionale, da diffuse guerre locali e dai conseguenti processi migratori di bibliche proporzioni.

Dove va oggi il mondo? Quale idea perseguiamo di società, economia, mercato, rapporto tra Stato e mercato? Esiste ancora una questione sociale o anch'essa è finita con il novecento (come qualcuno assurdamente sostiene anche a sinistra)? La sinistra dovrebbe dare delle risposte convincenti, in assenza delle quali prenderanno fiato e vigore egoismo, trasformismo, populismo e – soprattutto – razzismo. Si logorerà - sempre di più - la partecipazione democratica e proseguiranno – senza ostacoli - le insensate politiche economiche europee incentrate sul rigore e sul pareggio di bilancio che ci stringono in una assurda tenaglia tra austerità e recessione e che esasperano scompensi crescenti nelle aree territoriali storicamente più sofferenti a partire dal nostro Mezzogiorno.

Il trattato di Maastricht ha avviato l’Europa della moneta e dei mercati con la libera circolazione delle persone e delle merci ma non la costruzione di una Europa economicamente e fiscalmente protesa verso una nuova e reale unità ne tantomeno una Europa sociale e dei diritti individuali e collettivi. Le forze progressiste europee, di fronte al dominio del pensiero neo-liberista, si sono limitate al blando contrasto delle asprezze più evidenti rimanendo sostanzialmente subalterne rispetto ai processi economici e sociali che si sono sviluppati. Sono drammaticamente venute meno al compito di prospettare un’alternativa.

Non hanno saputo costruire identità valoriali, progetti convincenti fatti di programmi concreti e credibili in grado di parlare al cuore come alla mente delle persone. Sono prevalsi gli egoismi nazionali in un contesto contrassegnato da gravi limitazioni della effettiva partecipazione democratica dei cittadini dei singoli paesi con i propri Parlamenti che si sono ritrovati a gestire una sovranità limitata a fronte di un Parlamento europeo che non esprime un governo reale e legittimato democraticamente. Il solo Parlamento tedesco è divenuto l’assise parlamentare a legittimità piena. 

Dominato dalle scelte economiche di Scheuble e da una cultura politica rigorista, non riesce più ad esprimere quel respiro politico che in epoche recenti personalità quali Mitterand e Kohl avevano saputo imprimere al processo unitario europeo.

Se nei due secoli che abbiamo alle spalle il mondo del lavoro e la sinistra, che è nata per dargli voce in politica, e con essa i sindacati e il movimento cooperativo hanno saputo conquistare diritti e portare regole e democrazia a mezzo del conflitto che si sviluppa laddove si lavora e si produce, dobbiamo convenire che oggi non abbiamo analisi né strumenti per intervenire adeguatamente laddove stravince la finanza e si accumula sempre di più la grande ricchezza. Dopo la crisi del 1929 erano stati cambiati alcuni dei paradigmi economici fondamentali con il keynesismo. Dopo il 2007 non è cambiato nulla.

La sinistra e le grandi masse popolari, di fronte alla finanza, paiono impotenti(il nemico è un’ombra impalpabile), non sanno proporre nuove forme di lotta. Tantomeno  regole del gioco: il banco vince per statuto. Nel confronto dei 99 contro unodenunciato da “Occupy Wall Street”, l'uno seguita a vincere e i 99 a perdere. La finanza ha abbassato un poco i toni nello scenario economico mondiale rispetto agli anni che hanno preceduto l'esplodere della crisi, ma la musica è sempre la stessa. Così, di fronte alla mancanza di una seria offerta politica alternativa, moltissimi cittadini non partecipano più né alla vita politica né al voto. Si è, nel frattempo, notevolmente indebolito il ruolo dello Stato come garante di un sistema di diritti e di doveri per tutti mentre una effettiva statualità europea non nasce. La ricchezza si va concentrando sempre più in poche mani e non vi è oggi alcuna concreta messa in discussione di tale stato di cose. Si vanno progressivamente accentuando le tensioni e i contrasti tra i poveri e i migranti, tra gli ultimi e i penultimi sempre più gravati dalla paura del diverso.

Le nuove drammatiche vicende della pace e della guerra, della emigrazione di massa di tantissimi diseredati nel Mediterraneo, in Africa e nel Medio Oriente così come le tensioni esplose in Ucraina hanno trovato l'Europa e le sinistre incapaci di elaborare una proposta politica unitaria e incisiva per fermare le guerre in corso, per frenare le vendite di armi, per costruire conferenze di pace e soluzioni dei conflitti, per lanciare nuovi Piani Marshall in aiuto a quei martoriati territori che vanno radicalmente ricostruiti. Solo tali iniziative potrebbero contenere i processi migratori in atto. Non si può mettere la testa sotto la sabbia lasciando solo Papa Francesco a denunciare i disastri che stanno a monte di tali giganteschi processi migratori. Non basta la nostra solidarietà con i migranti ma, se non vogliamo fornire nuovi arruolati alla malavita organizzata, occorre realizzarne oltre all'accoglienza l'integrazione con il lavoro, la casa e il welfare. Oltre all'insegnamento della lingua, così come avviene in Germania. 

Purtroppo queste tematiche riguardano anche moltissimi italiani, sopratutto i più poveri. Occorre quindi costruire un ampio fronte comune, che costruisca una forte alleanza tra gli ultimi e i penultimi. Altrimenti la contrapposizione tra loro diventerà
devastante.

E’ urgente inquadrare tutto ciò nella costruzione di un’Europa unita contrassegnata da un modello sociale caratterizzato da un welfare rinnovato nelle forme ma confermato nei suoi cardini fondanti. Ripensare l’Europa e la sinistra rappresenta oggi la vera sfida. Senza un’Europa sociale, senza il governo unitario del suo sviluppo economico, senza un sistema fiscale europeo che attui una raccolta di risorse e una redistribuzione della ricchezza, un’Unione europea, rigorista e in stagnazione, mostrerebbe il fallimento del sogno di un continente unito e solidale. L’anti-europeismo sarà sconfitto solo se sarà sconfitto il neo-liberismo e se il Social-compact prenderà il posto del Fiscal-compact.

Occorre cambiarne radicalmente le politiche economiche, ma per fare questo occorre che i progressisti escano definitivamente dalla sbornia neo-liberista e dal sostegno acritico alla globalizzazione che li ha coinvolti e illusi per troppi anni. Le forze del lavoro debbono saper promuovere un grande sindacato unitario europeo, un soggetto rivendicativo capace di produrre un’azione incisiva fondata su una autonoma funzione generale. Occorre passare dall’attuale coordinamento costituito oggi dalla Ces (Confederazione Europea Sindacati – l’attuale segretario è l’italiano Luca Visentini) a un soggetto rivendicativo capace di produrre contrattazione. Serve all’Europa un patto politico che contenga la costruzione di un organico sistema di diritti, basato su valori fondanti e condivisi che coinvolga i suoi cittadini, capace di fornire una legittimazione piena alle nuove istituzioni continentali con un patto politico che contenga un patto sociale così come realizzato nella Carta costituzionale del nostro paese e nelle esperienze costituzionali più importanti del continente.

Occorre giungere alla formazione di grandi partiti di sinistra costruiti su base continentale e dotati di una forte autonomia politica e culturale. Divisi, non si va oggi da nessuna parte; il progetto di creazione degli Stati Uniti d’Europa non ha alternative pena una drammatica sconfitta dalla quale, di fronte agli Usa, alla Cina o alla Russia, non si salverebbe nessun paese, nemmeno quelli apparentemente più forti.
Di fronte al fallimento delle ricette neo-liberiste e delle élites che le hanno sostenute e di fronte alla mancanza di un convincente progetto della sinistra, le destre raccoglieranno inevitabilmente malumori, insicurezze, paure e disagi che animano ampi settori popolari. Quanto successo nelle elezioni presidenziali americane è stato emblematico: tante forze del lavoro hanno finito per votare per Donald Trump così come in Francia molti lavoratori si sono orientati a votare per Marine Le Pen, come tanta parte dei ceti popolari votano in Italia per la Lega o per il movimento ideato da Beppe Grillo che dichiara non essere né di destra né di sinistra. Tra il politico amico dei banchieri e il populista l'uomo della strada tendenzialmente è portato a scegliere il populista (se non intravvede una credibile alternativa) che si faccia davvero carico dei suoi problemi e dei suoi travagli.

E tutto ciò non può che sollecitare una sinistra troppo pigra nel produrre analisi, progetti, programmi, identità; una sinistra troppo incerta nel riaffermare il proprio antico sistema di valori declinandolo adeguatamente e confrontandosi con le novità che le società moderne le pongono a partire dal rapporto con il lavoro, con l’ambiente e con la finitezza delle risorse mentre le diseguaglianze stanno esplodendo come mai nella storia dell’umanità.

Una sinistra è utile se non si limita a testimoniare, ma se è capace di contribuire a cambiare il presente stato delle cose.

Carlo Ghezzi

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lunedì 25 febbraio 2019

A Guaidò gli scappa la pipì (e lascia i suoi supporters a farsi le pippe..)

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Aveva promesso che:
• il 23 febbraio Maduro non sarebbe stato più il presidente del Venezuela,
• gli "aiuti umanitari" sarebbero entrati con le buone o con le cattive,
• ci sarebbero stati "franchi tiratori" del governo che avrebbero ucciso gli oppositori alla frontiera,
• il popolo si sarebbe ribellato contro Maduro,
• una "feroce dittatura" avrebbe represso ed arrestato ogni protesta.

Nulla di tutto ciò si è verificato.

Invece:
• il colpo di stato è fallito,
• Maduro continua da 6 anni ad essere presidente legittimo,
• nelle strade decine di migliaia di persone tutti i giorni manifestano a favore del governo chavista,
• Guaidó ha abbandonato il paese illegalmente, in buona salute, senza che nessuno gli abbia torto un capello, lasciando orfani i suoi fans e senza aver conseguito neanche un successo.

Ora, tornato tra le braccia dei suoi manovratori, lo attendono le strigliate di chi lo ha creato, finanziato, istruito (in Serbia), e che ora si rende conto del fallimento totale.
Quali saranno le decisioni che prenderanno questi professionisti dell'illegalità è difficile dirlo, di sicuro, a giudicare dalle facce che avevano ieri, Maduro ed il popolo venezuelano gli hanno dato una sonora lezione.
Caracas 24-02-2019

Notizia di agenzia: (ANSA) - CARACAS, 23 FEB - Juan Guaidò, il presidente del Parlamento venezuelano, ha detto che le Forze armate del suo Paese lo hanno aiutato ad attraversare la frontiera con la Colombia, dove ha fatto visita al concerto 'Venezuela Aid Live' e si è riunito con il presidente colombiano Ivan Duque e i suoi omologhi di Cile, Sebastian Pinera, e Paraguay, Mario Abdo.